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    Salesiani ed

    emarginazione giovanile

    in Europa

    Juan E. Vecchi

    Consigliere Generale per la Pastorale Giovanile

     

    1. DESTINATARI PER I SALESIANI

    L'espressione «emarginazione» comprende diverse forme di bisogno o povertà. Ci sono alcune di queste che forse non vengono adeguatamente incluse in essa. C'è poi da chiedersi se il riferimento all'emarginazione offra sufficienti elementi concreti comuni per fondare un unico progetto o un'unica scelta. Da ciò capite come il discorso univoco sia difficile e non pretenda di toccare specificamente i singoli fenomeni. Vuole invece semplicemente offrire un punto di partenza per la riflessione. In tal senso la mia relazione è da rifarsi dopo la discussione e in base agli elementi che da essa emergeranno.
    C'è una questione sulla quale le diverse sensibilità presenti nelle comunità non si accordano ancora. Il chiarirla è quasi pregiudiziale per parlare concretamente del progetto salesiano riguardo all'emarginazione.
    Per alcuni certe forme di «povertà» giovanili supererebbero le possibilità dell'intervento salesiano. Ci sarebbero di mezzo sia la scelta educativa, sia la preferenza per la forma preventiva, sia i risultati che da queste due scelte si aspettano: consegnare alla Chiesa e alla società elementi attivi di cultura e di trasformazione. Alcune nuove forme di «povertà» vanno dunque prese in considerazione non tanto né principalmente per interventi «curativi», ma proprio per adeguare ad esse le misure preventive.
    È evidente che in questa maniera di considerare il problema pesa una certa valutazione dell'effetto che le «situazioni» di cui parliamo hanno sulla personalità del soggetto e sulle sue risorse. Nell'ultimo tempo abbiamo adoperato terminologie diverse per riferirci ai nuovi bisogni: devianza giovanile, ragazzi «a rischio», emarginati, «nuove povertà». È chiara l'intenzione di rimuovere ogni stigma che collochi il soggetto fuori della normalità. Ma ciò stesso rivela come il problema venga percepito e «classificato» diversamente dai singoli.
    Per altri invece queste situazioni sarebbero «il campo» in cui la carità pastorale che salva e fa dei salesiani i «segni e i portatori dell'amore di Dio ai giovani» diventa oggi significativa. Nei progetti e nei manifesti si riportano tutte le espressioni costituzionali che accennano ai più poveri. Si ricorre anche ad alcune scelte di Chiese: preferenza per i poveri, ripartire dagli ultimi. Nell'ultimo tempo si è fatto uno sforzo per sottolineare il carattere preventivo degli interventi e si è evidenziato il cammino di crescita proposto ai soggetti.
    C'è poi, da tutte e due le posizioni, un riferirsi a don Bosco, riportando detti pronunciati nelle più diverse occasioni e destinati ai più diversi uditori: salesiani, cooperatori, autorità civili, autorità ecclesiastiche. Tutto ciò è segno di un cammino che ancora ha bisogno di spinta e di chiarimento affinché venga percorso «in pace» e in comunione di spiriti e di azione. È conveniente dunque riflettere su come si sta collocando la Congregazione di fronte ai diversi fenomeni odierni di povertà, devianza, emarginazione giovanile. E non si può trascurare di dire una parola storicamente fondata sulla mentalità e i propositi di don Bosco. Da essi infatti le ispirazioni susseguenti scaturiscono e in essi cercano giustificazioni.

    2. I GIOVANI «POVERI» DI DON BOSCO

    Gli storici ci forniscono due indicazioni per la lettura delle esperienze e scelte di don Bosco. La prima è confrontare le espressioni orali, collocate nel contesto in cui furono pronunciate, con altri elementi chiarificatori della sua vita: le opere, le attuazioni pratiche, i fini concreti, le circostanze socio-culturali ed ecclesiali in cui si svolse la sua opera. La seconda è prendere in considerazione simultaneamente tutto l'arco della sua vita non isolando un «tempo», per esempio il primo o l'ultimo del suo ministero.
    Il problema dei giovani cercati e avvicinati da don Bosco è stato studiato con un certo rigore storico particolarmente dopo il CG20. Le discussioni, allora sorte, si sono smorzate, ma ancora non sopite a livello di valutazioni individuali. Che cosa intendeva don Bosco per «giovani poveri, pericolanti, abbandonati, bisognosi», e quale attenzione ha rivolto a ciascuna delle forme di «particolare bisogno» nelle sue istituzioni e opere? Quale considerazione dovrebbero avere nelle attuali preoccupazioni della Congregazione: esclusività, preferenza, complementarità equilibrata, disponibilità?
    a) «un'esperienza diretta, seppur marginale, tra carcerati e corrigendi (1841-1855);
    b) l'incontro con i "discoli" all'interno e in prossimità delle proprie istituzioni;
    c) il confronto problematico con l'ipotesi di accettare riformatori;
    d) la proposta di un'applicazione del sistema preventivo universale e in qualche modo differenziata» (Braido, o. c. , p. 337).
    • Quanto più l'opera si apre al mondo, tanto più si conferma il criterio di lavorare nel «prevenire» lavorando con la gioventù che è in «pericolo»: «La civile istruzione, la morale educazione della gioventù pericolante per sottrarla all'ozio, al mal fare, al disonore e forse anche alla prigione ecco a che mira l'opera nostra». Questo rende problematica l'accettazione di opere «correzionali», sebbene non siano del tutto escluse. Lo si vede chiaramente nelle trattative dell'opera di Vigna Pia a Roma. Molto di più nell'inizio dell'opera a Madrid. Don Bosco non vuole che la sua Congregazione venga presentata con il tratto fisionomico di un'opera per il ricupero di ragazzi «corrigendi». Ci sono di mezzo senatori, amici e nobili. Ed egli scrive che se «si tratta di case correzionali, cercassero altrove, tale non essendo lo scopo della Congregazione di don Bosco... Malgrado tutta la volontà di fare il bene, noi non potremmo discostarci nella pratica da quanto stabilisce il nostro regolamento, di cui ho mandato copia nel settembre scorso... Sarebbe possibile per noi costì un istituto sul modello dei "talleres" Don Bosco (scuola di arte e mestieri) di Barcellona: ma non lo potrebbe essere ugualmente una scuola di riforma sulle basi di cotesta di Santa Rita». Il contratto conteneva la condizione restrittiva di non accettare almeno per cinque anni nessuno che fosse stato colpito da condanna.
    Al momento di maggiore sviluppo dunque l'opera di Don Bosco si rivolge
    - un'ampia frangia di gioventù «comune», di risorse umane intatte, bisognosa piuttosto dal punto di vista economico, per una sua conveniente promozione umana e cristiana; infatti prevale in don Bosco la considerazione della povertà socio-economica;
    - una frangia di giovani anche di classe media e popolare «di particolare buona indole» e con pietà, candidati alla carriera ecclesiastica o base esemplare per le sue istituzioni;
    - un piccolo margine per i «discoli» di diverse tipologie, per i quali si pensa sempre preferibile l'intervento preventivo e l'inserimento nelle istituzioni stabilite per i più.
    Don Braido ha tentato di giungere ad alcune conclusioni, fondate su fatti e detti, nell'opera Esperienze di pedagogia cristiana nella storia, vol. II, sotto i titoli: «La scelta dei giovani: tipologia sociale e psicopedagogica» e «Proposte di intervento per ragazzi in particolari difficoltà».
    La sintesi può essere ricondotta a questi punti.
    • Il campo giovanile che si va prospettando, vivente don Bosco e sotto la sua direzione, particolarmente dopo che si diversificano i programmi (laboratori, scuole, oratorio, pensionati), comprende un'ampia frangia «della classe media e popolare». I margini sono i giovani della classe alta per nobiltà o per censo («che dunque non si troverebbero a loro agio nelle nostre istituzioni») e i giovani delinquenti con i quali non si ha speranza di poter applicare il metodo della bontà e partecipazione ad un ambiente la cui positività va assicurata.
    • I termini «poveri, abbandonati, derelitti, bisognosi, pericolanti» assumono significati articolati e allargati man mano che si va avanti nel tempo, e l'esperienza di don Bosco si confronta con nuovi fenomeni come sono l'espansione industriale delle città, il proselitismo protestante, lo scontro della Chiesa con lo stato e il pericolo di irreligione, il trasferimento dell'opera ad altri paesi. Comprendono dunque, secondo espressioni dello stesso don Bosco, da «coloro che si trovano lontani dalle famiglie perché forestieri a Torino» a coloro che sono in pericolo di perdere la fede. L'articolazione e l'ampiezza vengono corroborate dal tipo di istituzione fondata, dalla maniera con cui ne precisa i fini ultimi, dagli itinerari proposti e dalle liste stesse dei ragazzi.
    • L'attenzione alla gioventù povera non gli ha impedito di fondare istituzioni e programmi per ragazzi «buoni e intelligenti». A questo tipo si riferisce quando dice che la Congregazione «si darà massima cura per coltivare nella pietà quelli che mostrassero speciali attitudini allo studio e fossero commendevoli per buoni costumi».
    • Per ciò che si riferisce agli interventi, istituzioni e programmi per i ragazzi in «particolari difficoltà» (carcerati, vagabondi, condannati dalla giustizia), questa categoria non è da lui inserita in modo continuo e sistematico nel quadro educativo istituzionale predisposto per i più. Non ne ha però ignorato l'esistenza e non l'ha esclusa dal suo interesse di sacerdote e di educatore. L'interesse può venire individuato in quattro particolari situazioni:
    Non è diversa la sintesi a cui arrivano altri studiosi.
    Questo brevissimo accenno a don Bosco non è inutile per il caso nostro. Ci suggerisce immediatamente tre conclusioni semplici.
    • Ogni singolo intervento va collocato in un insieme di sforzi promozionali e pastorali in vista delle persone, della Chiesa e della società, portati avanti da diverse comunità e su gruppi diversi.
    • Gli interventi a favore della gioventù «bisognosa» vanno scelti considerando la condizione giovanile generale, senza ignorare i «bisogni» educativi e religiosi. Beneficenza, educazione, promozione della vita cristiana furono i tre punti di riferimento per le scelte di don Bosco.
    • La differenza che intercorre tra il tempo di don Bosco e il nostro è data proprio dalle «nuove» forme di povertà. È forse nella conoscenza e valutazione di queste che risiedono le difficoltà.

    3. LA CONGREGAZIONE

    L''evoluzione della Congregazione nel tempo successivo non presenta contrapposizione sostanziale a questo quadro di destinatari. Nei testi normativi (le diverse redazioni delle Costituzioni), nei momenti di riflessione (Capitoli Generali), nelle nuove fondazioni di opere c'è una prevalente considerazione sulla povertà economica e sulla possibilità di promozione della fede. Il quadro si presenta uguale dappertutto. I diversi contesti culturali non variano le proporzioni: una grande apertura, con il conseguente maggior impiego di forze e strutture, nella promozione umana e cristiana della gioventù della classe popolare, sostanzialmente sana e con qualche necessità economica o culturale; alcuni impegni (sempre pochi a dir vero!) per i giovani «difficili» bisognosi di cure speciali; un numero mediano di impegni per ragazzi di buona indole, con inclinazione alla pietà o disposizione alla vita ecclesiastica.
    Un riflesso di questa scelta globale e delle sue conseguenze sono, vicino a noi, i documenti del CG19 riguardanti la pastorale (1965). Oltre il fatto significativo che non dedichino particolare attenzione a una ridefinizione dei «destinatari», c'è anche quello di guardare quasi esclusivamente al perfezionamento delle strutture operative ereditate: scuola, convitto, pensionati, scuole professionali, parrocchie, oratori. Lo sviluppo più lungo va all'educazione di giovani lavoratori e agli apostolati sociali.
    Il fenomeno della povertà non è ignorato. Infatti già la «Populorum progressio» aveva lanciato la sfida al superamento del sottosviluppo. Ma da un testo si può scorgere la lettura che se ne fa: «II problema della gioventù si presenta vario e complesso nei diversi paesi. In larghe zone dove si svolge l'opera salesiana esso è anche problema di povertà materiale, di carenza scolastica e ricreativa, di insufficiente qualificazione professionale oltreché di crisi morale e religiosa. Altrove invece, e soprattutto in paesi fortemente sviluppati, esso si presenta prevalentemente o esclusivamente come problema di sconcerto ideologico, di abbandono morale e di depressione religiosa» (Atti, p. 102-103). Problemi come la tossicodipendenza o l'emarginazione non appaiono ancora. Non ci sono nemmeno prospettive di approcci educativi diversi dalle istituzioni classiche.
    Il decennio 1970-1980 rappresenta una svolta. Nell'emisfero sud la caduta del mito dello sviluppo per tutti fa emergere il fenomeno della emarginazione all'interno della società e a livello mondiale, e ne scandaglia le cause. Sostituisce l'utopia dello sviluppo con quella della «liberazione». Nel mondo benestante appaiono e si sviluppano alcune forme-di povertà che oggi ci preoccupano: la tossicodipendenza, l'immigrazione illegale dal terzo mondo, l'emarginazione dei gruppi che non tengono il passo con le trasformazioni tecnologiche (disoccupazione). E in questo nuovo contesto secolare ha luogo la riflessione sulla missione salesiana.
    Il CGS, nella riflessione sulla missione, diede largo spazio e una accentuazione senza precedenti alla povertà. Gli ultimi anni sessanta segnano una presa di coscienza anche nella Chiesa del fenomeno della povertà collettiva. Si abbozza timidamente una possibile interdipendenza tra il fenomeno del sottosviluppo e quello del supersviluppo. Appaiono già le tare delle due società: quella benestante e quella sottosviluppata. Fatta una descrizione della situazione giovanile in quest'ultima, che viene considerata soltanto indicativa, il CGS ne enuncia i tratti e i rischi: idealità, volontà di vivere e di partecipazione, difficoltà d'inserimento sociale e di dialogo generazionale, lotta ideologica e fattori alienanti, clima tecnicista, relativismo morale, tentazione edonistica, massificazione. Da ciò si ricava l'indicazione di reimpostare l'azione educativa: «Essere vicini a questi giovani e comportarsi in maniera che abbiano fiducia (nell'educatore) e trovino in lui un appoggio sicuro: capire il fondo della ribellione giovanile (1968!) e contestare con loro, pacificamente ma con forza, la società attuale in tutto ciò che in essa non è umano né cristiano».
    Accanto a questa c'è la situazione tragica dei giovani degli ambienti più poveri, per i quali si dà l'accumulo dei fattori di povertà culturale, economica, umana, in forma strutturale.
    Ne è scaturito un articolo delle Costituzioni, oggi passato ai Regolamenti Generali, sulle forme di povertà cui i salesiani sono sensibili: «Con vera priorità ci rivolgiamo ai giovani poveri: anzitutto ai giovani che a causa della povertà economica, sociale e culturale a volte estrema, non hanno normale possibilità di riuscita; e ai giovani poveri sul piano affettivo, morale e spirituale e perciò esposti all'indifferenza, all'ateismo e alla delinquenza». Criterio educativo e intervento preventivo fanno da sfondo.
    Oltre allo studio delle dimensioni e forme diverse di povertà, il CGS introdusse la parola e il concetto di «emarginazione», applicandolo prevalentemente alla povertà totale, ma vedendolo presente nelle due società. «In questa povertà potremmo distinguere due gradi: la povertà-emarginazione: è il processo secondo cui individui e gruppi, già vulnerati nella loro esistenza personale e sociale, sono a poco a poco scartati dai circuiti economici e politici, fino ad essere emarginati dalla società alla quale sembrano appartenere. Giunta al suo termine questa emarginazione diventa povertà-esclusione, miseria fatta dal cumulo dei fattori di povertà. E questo che esiste per alcuni gruppi del mondo occidentale, si ritrova analogamente, però su scala nazionale, nella società del terzo mondo» (CGS 44). Segue una descrizione dello stato di emarginazione.
    Un'altra novità introdotta dal CGS la si trova nella possibilità di diversi approcci educativi alla gioventù da parte dei salesiani. Insieme alle forme istituzionali si prospetta l'incontro libero, particolarmente coi giovani che dalle istituzioni non vengono avvicinati e alle istituzioni non si avvicinano.
    Auspicato il rinnovamento delle strutture operative classiche, che non vanno dunque sottovalutate, il CGS aggiunge: «Molti giovani non possono essere raggiunti attraverso le nostre opere ordinarie, ma soltanto nel loro ambiente naturale e nel loro stile di vita spontaneo». Le realtà che si prendono in conto però sono ben diverse da quelle che oggi ci radunano qui (cf n. 391).
    Infine, in relazione con questa ultima situazione, il CGS apre la possibilità di «piccole comunità». Non ci interessa qui analizzare i motivi comunitari e religiosi di questa proposta, ma le ragioni pastorali: «Potrebbe svilupparsi l'azione di piccoli gruppi di confratelli, vitalmente inseriti nell'ambiente sociale concreto, per raggiungere i poveri nellaloro condizione e condividere le loro ansie. Alla comunità ispettoriale, in accordo col Vescovo, spetta verificare l'opportunità, programmare la realizzazione e mantenere stretti contatti con questi nuclei missionari» (n. 411).
    Uno sviluppo più ampio di questo tema lo si trova al n. 515 in cui si enunciano le condizioni per costituire piccole comunità: «Esse nascono... per una ricerca di testimonianza e di servizio in ambienti particolarmente difficili da evangelizzare, come risposta ad urgenti appelli di animazione cristiana, specie tra i giovani emarginati sociali».
    Il CG21 si è svolto quando i fenomeni che oggi viviamo erano già un fatto. È stato fondamentalmente influenzato dalla «Evangelii nuntiandi» e dalle sue prospettive: far convergere tutte le iniziative della Chiesa (annuncio, promozione, vita) sull'evangelizzazione. A questa vengono collegati gli impegni di promozione umana e di liberazione dei popoli.
    I contributi più interessanti del CG21, in merito a quello che ci occupa, sono due: il peso che la considerazione della condizione giovanile deve avere nell'opera di educazione ed evangelizzazione, e il documento sulla nuova presenza salesiana. Sulla prima si dice che la «situazione socio-economica emargina paesi interi e isola, anche nelle nazioni più sviluppate, vaste aree di povertà collettiva. Si avverte il disagio profondo di molti giovani... emarginati dalla società a cui dovrebbero appartenere, esclusi dai beni economici e culturali e dal pieno esercizio delle proprie responsabilità. Sono impossibilitati a diventare pienamente uomini» (n. 34). Si accenna anche alla soggettività dei giovani, per chiedere alle ispettorie di «essere più sensibili alla condizione giovanile, letta nelle sue attese più rispondenti al Vangelo, attraverso un'analisi sufficientemente seria» (n. 30).
    Riguardo alla nuova presenza salesiana, dopo aver richiamato tutti alla creatività apostolica, ne specifica alcune modalità, sottolineando «quella che sa creare spazi di intervento, a favore particolarmente dei giovani, fino ad oggi poco considerati. A titolo esemplificativo si indicano alcuni di questi spazi di intervento. L'interessamento a livello di promozione umana e cristiana, per la gioventù e il popolo degli ambienti di emarginazione, non solo nei così detti paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli di industrializzazione» (n. 158). La nuova presenza si collega nel CG21 al tema della piccola comunità, anche se non si esaurisce in essa. Questa viene ancora considerata possibile per una «ricerca di una vita salesiana più inserita tra i destinatari, per la vicinanza di stile, di vita e di abitazione; servizi meno strutturati, più agili e con più facilità di rispondere alle specifiche esigenze della zona» (n. 159).
    Il CG22 (1984) ebbe come compito la redazione definitiva delle Costituzioni e dei Regolamenti Generali. Gli approfondimenti precedenti hanno trovato in essi una giusta espressione. Viene sottolineata, all'interno della scelta giovanile, la preferenza per i più poveri. I diversi «tipi» di povertà vengono riportati nei Regolamenti Generali e si demanda alle ispettorie di giudicare quali siano quelle che appaiono più gravi nel proprio contesto entro le finalità dell'azione salesiana. Così pure viene prospettata una duttilità di approcci educativi e di strutture operative: «La nostra azione apostolica si realizza con pluralità di forme, determinate in primo luogo da coloro a cui ci dedichiamo...».
    «L'educazione e l'evangelizzazione di molti giovani, soprattutto fra i più poveri, ci muovono a raggiungerli nel loro ambiente e a incontrarli nel loro stile di vita con adeguate forme di servizio» (C. 41). «Ci dedichiamo inoltre ad ogni altra opera che abbia di mira la salvezza della gioventù». Non è necessario rilevare che l'applicazione di questa duttilità e adattamento non viene affidata ai singoli ma alla comunità ispettoriale e locale secondo i propri ambiti e competenze.
    Il CG22 inoltre «chiede a tutti i salesiani di ritornare ai giovani, al loro mondo, ai loro bisogni, alla loro povertà. Diano ad essi una vera priorità manifestata in una rinnovata presenza educativa, spirituale ed affettiva. Cerchino di fare la scelta coraggiosa di andare verso i più poveri, ricollocando eventualmente le nostre opere dove è maggiore la povertà» (n. 6).
    Questo orientamento operativo viene ribadito nel discorso del Rettor Maggiore e riferito alla qualificazione pastorale della nostra azione. Appaiono le tre frontiere complementari: la promozione cristiana dei più (il sistema preventivo, n. 70); una capacità di proposta per coloro che hanno particolari risorse (la spiritualità giovanile, n. 71); una maggior audacia di presenza tra i più poveri: «La carità pastorale vissuta da Don Bosco ci stimola ad andare verso i giovani più bisognosi, verso quelli che sono in particolari pericoli, sia nel terzo mondo come anche nelle società di consumo. Don Bosco ci insegna che la forza educativa del Sistema preventivo si mostra anche nella capacità di ricupero dei ragazzi sbandati che conservano delle risorse di bontà, e nel prevenire sviluppi peggiori quando si stanno incamminando già sulla strada della devianza» (n. 72).
    Il discorso contiene dunque un germe di risposta all'opposizione preventività-devianza che costituiva per alcuni una difficoltà per accettare alcune proposte di servizio ai giovani.
    L'articolo 6 delle Costituzioni riassume questo impegno molteplice ed equilibrato, quando afferma che la nostra missione nella Chiesa ci porta ad essere evangelizzatori dei giovani, specialmente dei più poveri; che abbiamo una cura particolare per le vocazioni apostoliche; che siamo educatori della fede negli ambienti popolari, in particolare con la comunicazione sociale; che annunciamo il Vangelo ai popoli che non lo conoscono.
    Conclusioni di questa spiegazione, valide per l'oggi, sembrano queste:
    • C'è stata un'evoluzione della configurazione del «bisogno» o della «povertà» nell'area europea, per cui mentre quella economica ha perso rilevanza, ne sono apparse altre, tipiche di una società complessa.
    • La Congregazione considera come campo per i suoi progetti le nuove forme di povertà che si danno nella società europea (emigrazione, abbandono, devianza, tossicodipendenza).
    • Gli impegni da prendersi dipendono dagli organismi ispettoriali, conforme al contesto socio-economico, alle forze disponibili e alla dovuta proporzione con altri impegni tipici della missione salesiana.

    4. ALCUNI CRITERI O PUNTI DI ATTENZIONE

    La tipologia dell'emarginazione e delle nuove povertà si presenta molto varia dal punto di vista educativo: tossicodipendenza, emigrazione, disadattamento, abbandono, devianza.
    Inoltre è diversificata la situazione delle nostre presenze. Alcune sono organizzate e sostenute sin dall'inizio dall'ispettoria; altre sono nate da iniziative di qualche confratello e cercano ancora un assetto. Alcune sono sviluppate; altre, ancora in embrione, cercano di darsi una piattaforma operativa sicura. Ci sono servizi prestati da persone singole, ci sono iniziative di gruppi, ci sono opere affidate a comunità.
    Si tratta dunque di una realtà per la quale non è facile indicare elementi progettuali, che sono sempre concreti, adeguati a soggetti, operatori e ambienti.
    Siamo di fronte a una realtà che cresce e che vogliamo qualificare, espandere. Per questo è interessante sottomettere a riflessione alcuni punti, raccogliendo il positivo già esistente, indicando problemi che vanno risolti e aprendo prospettive.

    4.1. La dimensione comunitaria

    Il bisogno della comunità emerge da diversi fattori e si esprime attraverso molteplici esigenze: vita religiosa, progetto apostolico, ambiente educativo, ampia collaborazione di persone. Per questo appare come elemento immancabile in tutte le proposte considerate nella prima parte: approccio libero, piccole comunità, nuove presenze, servizi specializzati.
    Il compito di portare avanti una di queste presenze è affidato dalla comunità ispettoriale attraverso i suoi organismi e ruoli direttivi. E non potrà essere diversamente se parliamo di impegni della Congregazione e non soltanto di permessi per portare avanti un progetto individuale. L'ispettoria approfitta della creatività delle persone particolarmente sensibili ai richiami della condizione giovanile e affida il compito a una comunità locale.
    Entrambe curano che vengano superate prospettive troppo individuali, attraverso il discernimento costante di metodologie e risultati. La comunità è dunque garanzia di continuità e di qualità. Cura anche che nell'ispettoria non ci siano malintesi o isolamento, favorendo tra i confratelli un'accoglienza sincera di questo tipo di presenza e della sua attuazione concreta.
    In ogni verifica emerge questa esigenza sia da parte di coloro che operano nel settore dell'emarginazione, sia da parte dell'ispettoria. Le presenze che presumono di poterne fare a meno, sono sempre in pericolo di esaurirsi. La nostra storia recente ne può fornire esempi.
    Bisogna dare atto anche che ad ogni verifica si constata un progresso e che quasi tutte le iniziative intraprese negli ultimi anni ubbidiscono a questo criterio. Eventuali limiti esistenti al riguardo vanno presi come fasi da superare piuttosto che come obiezione al lavoro in sé.
    Aspetti positivi già emergenti e nuovi sforzi richiesti vanno cercati in quattro direzioni.
    • La comunità ispettoriale: tolleranza, permesso, inserimento in un piano organico di presenze che rispondono alla condizione giovanile odierna, comunione pastorale (oltre che fraterna e religiosa) rappresentano gradi diversi di integrazione reale nell'insieme dell'ispettoria. Quali che siano state le condizioni particolari in cui è nata una di queste presenze, la comunicazione giova all'ispettoria e a coloro che operano nell'area dell'emarginazione. L'ispettoria viene sensibilizzata a questo tipo di problemi e preparata a operare anche attraverso le strutture normali per la loro soluzione; acquista inoltre una conoscenza piùprofonda dei rischi cui va incontro oggi la gioventù e si qualifica così nell'educazione di ogni tipo di destinatari.
    Coloro che operano direttamente nell'area dell'emarginazione, oltre a quanto abbiamo detto prima, sentono il proprio compito inserito in un intervento articolato sul territorio. Si aprono loro possibilità di collaborazione a livello di Famiglia salesiana.
    Le manifestazioni di questa «comunione» saranno molteplici. C'è l'assunzione di responsabilità da parte dell'ispettoria, l'appoggio morale e di personale in misura e proporzione rispondenti al piano generale, le tempestive comunicazioni sul lavoro, la creazione di una mentalità favorevole.
    Ma anche da parte del gruppo ci sono atteggiamenti di comunione da coltivare: confrontare la propria azione e progetto con i responsabili; la disponibilità per altri impegni nel campo giovanile, sia per applicare le capacità acquisite, sia per diffondere sensibilità.
    • La comunità locale: è soggetto del progetto, corresponsabile delle scelte, capace di animare e coinvolgere altre forze. Si può riportare in merito l'indicazione della CISI dopo l'incontro di Loreto: «L'esigenza emersa di operare non con iniziative individuali, ma con impegni comunitari sia sostenuta e portata a piena realizzazione, perché il bene dei giovani più esposti ai rischi dell'emarginazione richiede che siano accompagnati da una comunità salesiana, capace di garantire molteplicità di presenze e continuità di impegno nel tempo».
    Anche una volta costituito il gruppo o comunità, va evitata la frammentazione del progetto in interventi individuali. Un lavoro serio richiede una certa organicità e convergenza, soprattutto quando si incide su ambiti diversi: persone, ambiente, istituzioni.
    • L'inserimento nel territorio e nella Chiesa. Basterebbe raccogliere le indicazioni già molto ricche che emergono dalle esperienze. Infatti. il collegamento con strutture, enti civili, sindacati, comitati di quartiere, strutture sanitarie, associazioni di promozione culturale, interventi nelle strutture educative appaiono in quasi tutti i progetti, in maggiore o minore misura, conforme al tempo trascorso e alle forze di cui si dispone.
    Ugualmente rilevanti sono i rapporti con realtà e strutture ecclesiali. Vanno dalle prestazioni personali alla presenza permanente in istituzioni che cercano di risolvere problemi di emarginazione giovanile, dalla partecipazione in organismi parrocchiali alla collaborazione nella stesura di piani pastorali.
    In rapporto al territorio e alla Chiesa si deve aggiungere che da queste presenze provengono indicazioni nuove e interessanti a proposito delle strutture operative: autogestione, cooperative, forme diverse di comunità (di accoglienza, di servizio), centri e associazioni.
    • La famiglia salesiana. Queste iniziative si presentano con particolare forza di aggregazione. È già notevole e andrà ancora sviluppata la presenza di volontari, la collaborazione di professionisti, la partecipazione di animatori, l'appoggio diretto e indiretto di gruppi giovanili e di amici. Tutto ciò offre la possibilità di condividere valori salesiani e convogliare persone attorno a un'espressione significativa della missione salesiana.

    4.2. Il criterio educativo

    Ricupero attraverso l'educazione: cioè attraverso lo sviluppo delle risorse sane e in ordine all'autonomia personale. La scelta dei soggetti da parte della Congregazione è proprio legata a questi due concetti: educazione-preventività. Sarebbe interessante anche su questi termini fare uno studio storico, partendo dalle prime esperienze: rilevare come essi si distinguano dal desiderio lodevole di salvare qualunque giovane, come anche dall'altro non meno lodevole di assorbire l'educazione come uno «strumento» entro l'intenzionalità pastorale. Nelle due ipotesi le migliaia di volte che il termine educativo ricorre nella nostra storia non comporterebbe nessuna scelta ideale od operativa specifica.
    Penso non debba sfuggire la ricorrente insistenza dei documenti uificiali sugli obiettivi e la modalità educativa nei programmi di promozione e in quelli esplicitamente «religiosi». Capitoli, Costituzioni, progetti parlano della promozione dei più bisognosi attraverso l'educazione, diversa dalla beneficenza o dalla semplice qualificazione nel lavoro. Insistono anche sulla dimensione educativa delle presenze parrocchiali e delle iniziative catechistiche.
    La riflessione sull'aspetto educativo non è mai marginale nei progetti salesiani.
    Sono proprio le due difficoltà ricorrenti riguardo a certe presenze in aree di emarginazione: ci vuole ed è possibile un intervento di tipo educativo o si richiedono interventi «curativi» di tipo psichico o clinico? È applicabile poi quella metodologia particolare salesiana che viene intesa nel sistema preventivo?
    Il campo giovanile offre soggetti che richiedono interventi diversie la carità cristiana cerca di rispondere a tutte le situazioni, dalle più normali a quelle più estreme. Tutto è carità, ma non tutto è educazione. Tutto è pastorale, ma non tutto nella pastorale, nemmeno in quella del giovane, risponde a una formale scelta educativa. Penso a chi prende la cura spirituale degli handicappati psichici gravi. Penso alle religiose che accompagnano lo sviluppo possibile dei minorati. Chi ha fatto la scelta educativa ha scelto un particolare campo, una particolare forma di intervento, un programma e un obiettivo.
    Quando si parla di soggetti di educazione si accenna al fatto che sono capaci di riflessione, di dialogo, di decisioni e di azione: cioè a persone che non sono fissate in modo univoco, bensì aperte non soltanto moralmente ma anche psicologicamente nella determinazione del proprio comportamento e fine. Per dirlo con una parola comprensibile: che non hanno «dipendenze» invincibili. Istinti, caratteri ereditari o processi di fissazione condizionanti pongono dei limiti all'opera educativa; a un certo livello la rendono impossibile. Così si possono raggiungere forme di ineducabilità per incapacità generali o definitive, o per incapacità parziali e transitorie in cui il soggetto può anche «migliorarsi» a determinate condizioni pedagogiche. È valido dunque il concétto di «pedagogia curativa», cioè che si propone una terapia dei difetti o comportamenti e dunque una ricomposizione della personalità, eliminando il più possibile le cause dei disturbi.
    È chiaro che ciò non risponde ancora o non risponde più al concetto e alla scelta educativa. In qualunque modo e soggetto si svolga, l'educazione ha sempre una caratteristica: aspirazione al perfezionamento, all'elevazione degli uomini in via di sviluppo. L'elemento specifico che ultimamente determina la differenza come tale, all'interno dei processi di perfezionamento, è la modalità. L'accrescimento, l'addestramento, l'apprendimento costituiscono uno sviluppo perfettivo; ma non si possono per sé denominare educazione.
    Il processo educativo ha una precisa formalità inconfondibile, in cui l'uomo da «oggetto» di cura e di assistenza o di direzione, diviene soggetto cosciente e libero della propria formazione: consapevolezza e autodeterminazione dell'atto singolo in armonia con le finalità ultime capite sono fondamentali. Si comprende come possano esserci varie strade di sostegno e miglioramento delle condizioni dell'uomo, ma una sia l'educazione con obiettivi propri, non fissi ma identificabili. Va notato che il «rischio»generale a cui quasi tutti i ragazzi sono oggi esposti ha modificato il significato di «educativo», allargandolo ad aree di soggetti che prima venivano considerati come oggetto di cura.
    La presentazione delle esperienze mette sufficientemente in chiaro che questa dimensione è viva nelle intenzioni degli operatori: la salvaguardia e lo sviluppo delle risorse ancora sane, il ricupero di quelle non definitivamente compromesse per ricomporre la vita, ricorrono con diverse espressioni in tutti i progetti.
    Gli obiettivi che appaiono rispondono a questa intenzionalità educativa: stimolare e aiutare i processi di maturazione, di autonomia, di identità, di progettazione di sé, stimolando la riscoperta dei valori personali e sociali e aiutando a un reinserimento attivo nella comunità.
    Gli itinerari contemplano attività educative: ricupero culturale, lavoro con prevalenza di quello agricolo e artigianale, supporto e reinserimento scolastico e preparazione professionale. Non manca lo sforzo di presentare un itinerario praticabile dal soggetto.
    Sempre sul versante educativo ci si interroga a proposito della preventività e della prevenzione. È applicabile non soltanto come indicazione generica, ma nell'accettazione concreta che ha tra i salesiani? Si è ancora in tempo per prevenire? Quasi tutti gli operatori si richiamano a don Bosco, del quale affermano di voler seguire non solo lo spirito, ma il metodo educativo, attualizzandolo, interpretandolo, approfondendolo.
    Compongono la metodologia il dialogo personale, la disponibilità, l'appoggiarsi sulle risorse interiori, l'inserimento in un ambiente di comunità dove la positività è data dalla presenza degli adulti, dal progetto conosciuto, dallo sforzo manifestato, dall'amicizia e dall'impegno, dal gruppo come possibilità di confronto, appoggio, amicizia e riconoscimento della persona, dall'autogestione o partecipazione attiva nell'iniziativa promozionale.
    Della prevenzione peraltro vanno assunte le nuove applicazioni conforme al quadro che offre la condizione giovanile. Di «preventivo», senza perdere il significato di anticipatore e immunizzante contro i rischi, va anche valorizzato il significato di sviluppo delle energie positive del soggetto: ragione, religione, amorevolezza. In tal senso si prospettano per la prevenzione e per l'intervento preventivo applicazioni non minori, sebbene più difficili che in altri campi.
    Il progetto salesiano guarda simultaneamente alla salvezza-promozione del singolo e all'influsso di trasformazione dell'ambiente. Le presenze in aree di emarginazione svolgono al presente un influsso sulla comunità e sul territorio. Sensibilizzando sul fenomeno e sulle sue cause, aiutano ad arginarlo. In tal senso i loro risultati vanno oltre quello che si percepisce nelle singole persone.
    La dimensione educativa potrebbe venire ulteriormente qualificata sviluppando alcune idee di lavoro.
    • Lo studio approfondito delle forme di emarginazione che noi trattiamo nei loro effetti e nelle loro cause, personali e sociali; una comprensione del soggetto e una riflessione pedagogica condivisa e convergente. Si nota infatti a volte un «vuoto», a volte una differenza non motivata riguardo all'interpretazione del fenomeno e riguardo agli interventi da preferire.
    • Un'esposizione sintetica della metodologia educativa adoperata nelle diverse aree di emarginazione. Sembra un impoverimento comunitario il non poter esprimere «l'insieme» che risulta da tutta l'esperienza che contiene tanti frammenti vitali.
    • Una preparazione ulteriore degli operatori salesiani e laici per agire con maggiore qualificazione e sicurezza. Di questa preparazione vanno collocati i fondamenti nel periodo di formazione «affinché i salesiani siano disposti a vivere e ad operare con tutti i giovani, ma in particolare con quelli che hanno più bisogno del carisma di don Bosco» (Comunicato CISI).
    • Potrebbe essere conveniente un approfondimento sistematico della preventività per scoprire nuove forme di attuazione.

    4.3. L'intenzionalità pastorale. L'annuncio di Cristo

    L'azione salesiana, in qualsiasi situazione si svolga, comprende sempre la preoccupazione per la salvezza totale della persona: conoscenza di Dio e comunione filiale con lui attraverso l'accoglienza di Cristo per la mediazione sacramentale della Chiesa.
    Alcuni chiarimenti ci aiutano a bene impostare il tema. Avendo scelto la gioventù e i giovani poveri, i salesiani accettano i loro punti di partenza e le loro possibilità di fare un cammino verso la fede.
    La Congregazione si ispira nella sua pastorale al mistero dell'Incarnazione. In ogni iniziativa di ricupero, educazione e promozione della persona a certe condizioni, si annuncia e si realizza la salvezza che sarà ulteriormente esplicitata a mano a mano che i soggetti se ne rendano capaci. Sa anche che nell'annuncio evangelico e nell'educazione religiosa ci sono energie insospettate per la costruzione della personalità, che si riversano sugli aspetti che consideriamo puramente umani. Opera dunque sul principio della distinzione formale e dell'interno riferimento tra promozione-educazione ed evangelizzazione. Questa non si realizza soltanto nel momento dell'annuncio esplicito, ma anche quando si è presenti e si condivide, quando ci si impegna nel riscattare dal pericolo di morte le briciole di vita ancora operanti in una persona, nella solidarietà con chi soffre; in una parola, in tutto quello che rivela Gesù Cristo salvatore, apre e predispone a riceverlo.
    Su questo doppio versante espresso dal mistero dell'Incarnazione hanno bisogno di riflessione tutte le presenze salesiane, sebbene con diversa accentuazione: quelle più caratterizzate dall'annuncio esplicito per chiarirsi come le parole si inverino nella storia dell'uomo: cioè come la «salvezza» eterna si manifesti già nell'esistenza dell'uomo. Quelle più sbilanciate verso l'ambito profano per dirci come attraverso di esse l'uomo colga il senso della sua vita e si apra al dono del Vangelo. In alcuni progetti di ricupero la dimensione religiosa è presente in modo implicito, occasionale, deconfessionalizzato. In altri invece appare come proposta cristiana liberante, che aiuta nel superamento di condizionamenti e ridà la coscienza della propria dignità.
    L'impegno pastorale va visto e cercato a diversi livelli.
    • A livello di segno: si fa un annuncio di salvezza quando si crea una situazione in cui il soggetto ne fa esperienza, sebbene parziale, purché sia autentica, cioè nella linea della vita. La capacità di accoglienza del gruppo o comunità cristiana che esprime l'iniziativa è per il giovane rivelazione e annuncio della salvezza in Gesù Cristo. È utile riportare a conferma un passo della «Evangelii nuntiandi»: «Un cristiano o un gruppo di cristiani, in seno alla comunità di uomini nella quale vivono, manifestano capacità di comprensione, di accoglimento, comunione di vita e di destino con gli altri, solidarietà negli sforzi di tutti per tutto ciò che è nobile e buono; essi irradiano in maniera molto semplice e spontanea la fede in alcuni valori che sono al di là dei valori correnti, e la speranza di qualche cosa che non si vede... Con tale testimonianza, senza parole, questi cristiani fanno salire nel cuore di coloro che li vedono domande irresistibili» (n. 21). Il riferimento ecclesiale degli operatori dà già una prima risposta alle domande.
    • A livello di coscienza e qualità degli operatori: mossi dall'amore disinteressato che scaturisce dall'essere discepoli di Cristo, essi vogliono essere «portatori dell'amore di Dio». Attraverso il loro intervento, la loro prassi, la loro presenza annunciano il superamento del male e la vicinanza del Signore. La visione che li guida e che traspare dalla loro azione è quella rivelata in Gesù Cristo. La parola e il dialogo occasionale possono dar ragione di questa coscienza e di questa qualità.
    • A livello di espansione della carità. Va messa sull'attivo pastorale di queste presenze la vivacizzazione della coscienza cristiana della comunità. La proposta e l'invito a impegnarsi in questi campi richiamano i giovani generosi (volontari, animatori, giovani cooperatori) a vivere il Vangelo in maniera più autentica e li mette in contatto con i suoi valori più originali.
    • A livello di contenuto e metodo educativo: il ricorso alla forza interiore della coscienza, del mistero della vita che si porta dentro, la proposta di valori fondamentali che appellano al Vangelo sono annuncio dell'uomo nuovo che si costruisce secondo Cristo.
    Ma va studiato e attuato conseguentemente l'influsso che sul processo di ricupero ha lo sviluppo della dimensione religiosa. Andrebbe riletto, ricodificando le sue intuizioni, don Bosco riguardo al valore della fede e della coscienza sui riformandi (i carcerati!). Cristo poi è un diritto di tutti. Va annunciato senza forzare i tempi, ma senza lasciarli passare invano. È stato studiato e verificato un processo di evangelizzazione persino per handicappati. Chissà se tra i contributi che noi possiamo dare non ci sia anche una prassi di evangelizzazione adeguata a situazioni giovanili psicologicamente difficili. Nei progetti si trovano abbondanti indicazioni. Meno abbondanti sono le sistematizzazioni e i fondamenti.

    Bibliografia

    - Costituzioni e Regolamenti Generali della Società di san Francesco di Sales, Roma 1984.
    - Atti del Capitolo Generale XIX, in «Atti del Consiglio Superiore della Società Salesiana», gennaio 1966.
    - Capitolo Generale Speciale XX della Società Salesiana, Roma 1971. Capitolo Generale XXI della Società Salesiana, Documenti capitolari, Roma 1978.
    - Capitolo Generale XXII della Società di San Francesco di Sales, Documenti, Roma 1984.
    - La Società di San Francesco di Sales nel sessennio 1978-1983. Relazione del Rettor Maggiore Don Egidio Viganò, Roma, 24 novembre 1983.
    - BRAIDO P., L'esperienza pedagogica preventiva nel sec. XIX - Don Bosco, in Esperienze di pedagogia cristiana nella storia, vol. H: sec. XVII-XIX, a cura di Pietro Braido, LAS, Roma 1981, p. 271-400.
    - ID. , Il progetto operativo di Don Bosco e l'utopia della società cristiana, LAS, Roma 1982.
    - STELLA P., Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. 1°, cap. II, IV, VI, PAS-Verlag, Ziirich 1968.
    - ID., Don Bosco nella storia della religiosità cattolica, vol. 2°, cap. IV, XIII, XIV, PAS-Verlag, Ziirich 1969.
    - ID., Don Bosco nella storia economica e sociale (1815-1870), cap. III, VII, VIII, XIII, LAS, Roma 1980.

    (Seminario di Benediktbeuern, 7-12 febbraio 1986)


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