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    Nell’arcipelago del narcisismo

    Vittorio Lingiardi


    Specchio, specchio delle mie brame,
    chi è la più bella del reame?
    (Jacob e Wilhelm Grimm, Biancaneve, 1819)

    [...] i tacchi tripli da far eccellere
    la su’ naneria: e nient’altro.
    (Carlo Emilio Gadda, Eros e Priapo, 1967)

     

    Siamo tutti narcisisti, ma non allo stesso modo. Le sfumature sono infinite e, soprattutto, una cosa è avere una personalità narcisistica, altra cosa è avere un disturbo narcisistico di personalità. Quando parliamo di narcisismo bisogna perciò prestare attenzione, anche perché il termine si è ormai insinuato e affermato nei media, specialmente nelle sue vesti più oscure e sinistre. Per fare la giusta luce occorrono due lampade: una per illuminare i tanti modi in cui si esprime il narcisismo, l’altra per individuare il confine che segna il passaggio da una comune, più o meno accentuata, dimensione narcisistica a una vera e propria patologia della personalità. Un confine importante perché è lì che il piacere di piacersi e di piacere si trasforma in sofferenza. Un dolore molto spesso per sé e quasi sempre per l’altro. Dove finisce un sano amor proprio e dove inizia la sua patologica celebrazione? Il narcisismo è un arcipelago di possibilità.
    Ci sono, per esempio, il narcisismo della fragilità e quello dell’arroganza che spesso convivono a loro insaputa. Più di trent’anni fa uno psicoanalista inglese, Herbert Rosenfeld, con un’immagine molto azzeccata, propose di distinguere i narcisisti “a pelle sottile”, fragili, vulnerabili, pieni di vergogna e segretamente invidiosi, da quelli “a pelle spessa”, arroganti, prepotenti, convinti di essere i migliori. Entrambi rappresentano, anche se in modi opposti, un fallimento nella ricerca di un equilibrio tra affermazione di sé e riconoscimento dell’altro.
    Navigare nell’arcipelago del narcisismo significa incontrare sirene e mostri marini, e fare scalo in molte isole. Per intraprendere il viaggio nell’Arcipelago N, questo il titolo che ho dato al mio libro, dobbiamo consultare molti atlanti (del mito, delle discipline psicologiche e psichiatriche, delle opere umane), ma soprattutto fare appello alle nostre esperienze cliniche e personali, compresa quella di noi stessi. Per quanto raffinati siano i manuali diagnostici, è nello stile di una relazione che avvertiamo la dimensione narcisistica dell’altro. Ci sono narcisisti che seducono e narcisisti che repellono. Sta a noi individuarli, nella vita di tutti i giorni o nelle apparizioni televisive. Come dicevo, o meglio come diceva Rosenfeld, è anche una questione di pelle.
    Tempo fa, un collega, di ritorno da un funerale, mi confessò “candidamente” di non aver pensato neppure un secondo alla comune amica che aveva perso la sorella.
    «Eppure le voglio bene – mi ha detto –. Ma non potevo fare a meno di pensare a me, alle mie cose, a come sta andando il mio lavoro, che, devo proprio dirtelo, sta andando proprio bene. È addirittura possibile che mi chiamino per un incarico importante». L’incapacità di spostare l’attenzione da sé per rivolgerla a un altro è uno dei tratti più vistosi di certi narcisisti. Si può chiamare in vari modi. Uno di questi è egocentrismo, cioè essere incatenati al proprio punto di vista perdendo così alcune dimensioni necessarie alla relazione, come la curiosità e l’empatia.
    L’egocentrismo da solo non basta per trasformare un aspetto della personalità in un suo disturbo. Se però si aggiungono una costante ricerca di ammirazione, l’aspettativa di un trattamento speciale, un senso esagerato della propria importanza e una certa tendenza a sfruttare gli altri, direi che la diagnosi di personalità narcisistica, quantomeno sul versante grandioso, è probabile.
    Le catene dell’egocentrismo possono mostrarsi nella vita di tutti, indipendentemente da specifiche formule diagnostiche.
    Gli anelli che formano queste catene ci offrono una serie di piccoli indizi sulla forza della corrente centripeta che conduce verso l’Ego. Uno di questi anelli è sicuramente il riproporsi nel discorso di quella particella pronominale che indica, ma soprattutto sottolinea, quale sia la prima persona su tutte le altre: Io. Viene in mente la celebre invettiva contro i pronomi ne La cognizione del dolore, dove Gadda punisce e deride quell’Io (pelle spessa?) «pimpante... eretto... impennacchiato di attributi di ogni maniera... paonazzo, e pennuto, e teso, e turgido... come un tacchino..., in una ruota di diplomi ingegnereschi, di titoli cavallereschi... saturo di glorie di famiglia...». E lo confronta (pelle sottile?) con un altro tipo di Io: quello «saturnino e alpigiano, con gli occhi incavernati nella diffidenza, con lo sfinctere strozzato dall’avarizia, e rosso dentro l’ombra delle sue lèndini... d’un rosso cupo... da celta inselvato tra le montagne...
    [...] l’io d’ombra, l’animalesco io delle selve... e bel rosso, bello sudato... l’io, coi piedi sudati... con le ascelle ancora più sudate dei piedi...». L’Io che si esibisce e l’Io che sta nell’ombra.
    Quanto sono importante, Io? E gli altri, quanto pensano che Io valga? Ognuno combatte fin da piccolo con queste domande, così spudoratamente, ma anche teneramente legate all’inclinazione dello sguardo amoroso che abbiamo, o non abbiamo, ricevuto.
    In questa battaglia infantile succede che da grandi possiamo diventare superbi e arroganti. Oppure timidi, timorosi del giudizio, vergognosi di quel che siamo e invidiosi di quel che non abbiamo. I due tipi di narcisisti che poco fa citavo in versione epidermica, possiamo anche chiamarli covert, persone timide e nascoste che si consolano segretamente in fantasie di grandezza, e overt, persone piene di sé, che reclamano ogni attenzione e non ne sono consapevoli.
    Entrambi oscillano sul precipizio dell’autostima e da quella posizione scomodissima si sentono guardati dagli altri. Solo che loro, gli altri li vedono poco: li trattano come un pubblico, da stupire o di cui temere il giudizio. Li svalutano o li idealizzano. Avviene anche con il terapeuta, che può diventare lo specchio di uno splendore a due, per poi essere rapidamente dismesso come un incompetente che li ha delusi.
    L’Arcipelago N però non è abitato solo da questi due tipi di narcisista. Proprio come il mito, che nelle sue molteplici versioni, da quella classica di Ovidio a quelle più moderne di Dorian Gray o di Charles Foster Kane (l’indimenticabile Orson Welles di Quarto potere), ha donato a Narciso volti sempre nuovi, la psicologia ha cercato di tratteggiare le molte sfaccettate fisionomie del narcisismo.
    Apparentemente soddisfatte, adulate come carismatiche, scarse in coscienza morale, schiacciate da ombre depressive, capaci di inquinare un amore fino al sadismo o di manipolare gli altri fino alla psicopatia, le personalità narcisistiche sono varie, diverse tra loro e vanno sempre pensate lungo un continuum di gravità. Quella che nominalmente è la stessa caratteristica, mettiamo la mancanza d’empatia, cambia moltissimo se appartiene alla personalità di un’accademica arrivista e prepotente, di un omicida seriale sadico o di un artista posseduto dal suo talento.
    Il narcisismo patologico, è il suo mestiere, ha ormai catturato l’attenzione dei clinici e dei media. Il più delle volte per i suoi aspetti eclatanti, ipertrofici, grandiosi. Fino al narcisismo “maligno”, come lo definisce Otto Kernberg; addirittura fino alla psicopatia (se volete farvi un’idea di cosa diventa il narcisismo quando cade nel baratro della psicopatia, guardate la serie tv The Serpent).
    La mia esperienza delle persone narcisiste mi spinge a pensare che, anche quando non se ne accorgono, sono infelici perché non riescono mai a provare un vero piacere per quello che fanno. Ho avuto una paziente molto intelligente: scriveva brillanti saggi di critica letteraria, ma li considerava dilettanteschi, non ne era mai contenta e quasi se ne vergognava. Non riusciva ad amare il suo talento, ed era così non solo con i suoi scritti, ma anche con i suoi sentimenti, che maltrattava regolarmente. Ne ricordo un altro che aveva capacità artistiche piuttosto mediocri, ma le esibiva come fossero oro puro. Finché arrivò un’inattesa doccia ghiacciata che non intaccò la sua vanità, ma almeno lo portò in analisi per lamentarsi di essere un genio incompreso. Il lavoro con un altro paziente mi ha fatto capire che certe forme squisite, insuperabili di gentilezza nascono dal timore narcisistico di non essere apprezzati. Ovvio, non tutte le persone premurose sono narcisiste, ma alcune sì. Lo si percepisce da qualche sfumatura masochistica o rabbiosa della loro premura. Come se il proposito ultimo, la ragione della loro cortesia, non fosse far star bene voi, ma rassicurare se stessi circa il proprio desiderio di essere apprezzati.
    Nell’Arcipelago N le persone narcisiste sono braccate da quattro fiere – la paura, la rabbia, l’invidia, la vergogna – e vivono in un clima di costante confronto con gli altri, alcuni sentendosi irrimediabilmente inferiori, altri sprezzantemente superiori, i più oscillando nella tortura di questa altalena. La ferocia di queste fiere e l’inflessibilità di questo clima dipendono da fattori che esploreremo e che non ci sono del tutto noti: sicuramente la storia familiare, il tipo di educazione e di accudimento ricevuti, le aspettative dei genitori, il conflitto con i fratelli, ma anche quell’insondabile interazione tra le esperienze di vita e di relazione e la disposizione genetica del carattere, cioè il temperamento.
    Tornando alla letteratura, che spesso mette a fuoco prima e meglio della psicologia, ho scoperto – apparve su Il Mondo nel 1950 – un piccolo racconto in cui Elsa Morante, con squisita capacità diagnostica, dipinge tre fulminanti ritratti narcisistici. Il pezzo si intitola I tre Narcisi e inizia così: «La scorsa domenica, al Caffè di Piazza del Popolo, il caso ci offrì uno spettacolo dei più singolari: Angelo, Saverio e Ludovica riuniti insieme a conversazione. La particolarità di questo trio dipende dal fatto che, dal giorno della morte di Narciso, mai si videro persone innamorate di se stesse al pari di ciascuno di questi tre amici. Di più: ognuno di loro è un perfetto esempio di uno dei tre diversi aspetti che può prendere, su questa terra, il fatale amore di sé. Angelo è un “Narciso felice”, Saverio un “Narciso furioso” e Ludovica un “Narciso infelice”. Il primo piace a se stesso, e non dubita di piacere agli altri, che per lui sono uno specchio da cui ricevere conferma della propria convinzione. La vita intera è per lui “una festa in suo onore”. Anche il secondo piace a se stesso, non dubita di essere bello e affascinante, né di essere un genio, ma purtroppo gli altri non la pensano così. Egli non trova negli altri che la negazione e l’indifferenza.
    Non perciò la sua fede si scuote, anzi, tanto più gli altri la ripudiano, tanto più lui ne diventa fanatico. E così finisce preda dell’odio e del disprezzo per tutti quanti. La terza è l’enigma più strano: non si piace ed è convinta di non piacere agli altri; non disprezza il suo prossimo ma odia se stessa. Chi dunque la consolerà? Chi, se non Ludovica stessa? Ecco dunque l’inconfessato riscatto di Ludovica. Nel tempo stesso che si odia e si disprezza, Ludovica si adora. In lei convivono due Narcisi, di cui uno adora l’altro, che purtroppo non lo ricambia. Essere l’innamorata non ricambiata di se stessa: essere, insieme, la propria nemica e la propria complice! Anzi, nessuno dei Narcisi descritti precedentemente amerà mai tanto se stesso quanto Ludovica si ama. Non potendo, però, proclamare al mondo il proprio smodato affetto per un oggetto indegno, Ludovica è divenuta ipocrita, e, ostentando umiltà, si prodiga e sacrifica per il mondo. (Ma il suo vero fine è di ottenere qualche merito alla sua cara Ludovica). Se non oserà sventolare il proprio sacrificio come una bandiera, ella offrirà a sé l’ultimo omaggio: il gusto d’essere incompresa e sola».
    Fatta chiarezza sui tipi di Narciso, Morante chiude il suo apologo trasformando il felice Angelo, il furioso Saverio e l’infelice Ludovica in un «impossibile concerto di tre strumenti, i quali suonino, ciascuno per suo conto, un proprio diverso e patetico Assolo».
    Nel suo romanzo d’esordio Il fucile da caccia, Inoue Yasushi non vuole parlare di narcisismo, ma d’amore. Ma i due discorsi si intrecciano fin dai tempi del mito fondativo: Narciso, innamorato della propria immagine riflessa, è refrattario alle parole d’amore di Eco. Il fucile da caccia racconta la storia di chi «non ha sopportato la sofferenza di amare e ha cercato la felicità di essere amata». Ne segue il destino di un «amore che non riceve i raggi del sole, che non si sa dove nasca e dove vada a finire, sepolto nelle viscere della terra come un canale sotterraneo». Un amore che prende anche le sembianze di un ferma-carte, un fiore finto in una palla di vetro che al solo vederlo fa scoppiare in lacrime una bambina: «Avevo pensato alla sensazione dei petali di quel fiore, paralizzati, imprigionati all’interno del vetro freddo, petali che nessun vento di primavera o di autunno avrebbe più fatto tremare, petali crocifissi, e il mio cuore si era riempito di una terribile tristezza. Ah, l’amore [...] era come quei tristi petali». Due immagini che in tutta la loro forza poetica richiamano quell’aura di amore e morte che accompagna il mito di Narciso che, morendo del dolore di non potersi amare, si trasforma in un fiore, forse non così diverso da quello che fa piangere la bambina di Yasushi. Entrambi i fiori, in fondo, oltre a racchiudere l’essenza di un amore impossibile e doloroso, portano con sé l’idea di paralisi. Non è un caso che il nome di Narciso rimandi alla parola greca νάρκη (nárkē) che significa sonno, torpore.
    Anche il nostro Gadda si sofferma sull’etimologia del nome Narciso: «Ναρκάω ha significato di intorpidire, d’irrigidire, anche di inebetire e stordire, donde narcòtico». Dunque Narciso è «l’irrigidito in sé, l’intorpidito, il sonnolente».
    Narciso bloccato in sé, privo di spontaneità affettiva. È narcotizzato in una forma di vita immobile. Un sonno plurisecolare che non sembra avere la minima intenzione di farci aprire gli occhi. Anzi, venendo ai nostri giorni, questo sopore sembra avvolgere sempre più le nostre vite. Fin da quando, alla fine degli anni Settanta, Christopher Lasch definiva la nostra cultura «una cultura del narcisismo».
    Aveva ragione? È sotto gli occhi di tutti come la società contemporanea incoraggi le persone a concentrarsi solo su se stesse favorendo l’indebolirsi dei legami con la comunità ed esacerbando le ossessioni identitarie, politiche o chirurgiche che siano. La nostra cultura tende a produrre immagini di sé fragili che si traducono in paura dei rapporti duraturi, terrore di invecchiare o di imbruttire, ricerca di facile apprezzamento (i likes) e presenzialismo iterativo (i selfie).
    Non che sia un male coltivare l’autostima e concentrarsi molto su di sé, ma corriamo il rischio che la nostra società sempre più social-tecnologica consacri il cellulare a nuovo specchio di Narciso (tra l’altro anche letteralmente, grazie alla telecamera frontale).
    Il problema – ed è qui lo spartiacque tra il narcisismo sano dell’ambizione e dell’assertività e quello patologico della grandiosità e dell’insensibilità – è se questa ricerca è fatta insieme con gli altri o a loro discapito. Oggi forse più di ieri.
    Una domanda sorge spontanea: le patologie del narcisismo sono in aumento? Stando alla cronaca (politica e nera) e alla ricerca psicologica sul campo sembrerebbe di sì.
    Ma attenzione: se ogni disturbo della personalità è l’esito di un modello bio-psico-sociale, sociale è solo un terzo del problema.
    Rimangono il temperamento e le relazioni familiari. La vita deve mettersi d’impegno per farci superare la soglia che separa il comune, anche benefico, narcisismo della vita quotidiana da quello maligno che intossica, di volta in volta, l’ambiente di lavoro, le relazioni amorose, la vita politica.
    Perciò, ammettendo pure di ritrovarci in una cultura (sempre più) narcisista, ciò non comporta per forza essere alla deriva in un mare dove l’Ego ha ormai monopolizzato il nostro narcisismo. Infatti, anche se l’egocentrico, per definizione, mette al centro dell’attenzione l’Io, l’Io non è, con buona pace di Gadda, sempre così concentrato su se stesso.
    Anzi, nella tradizione psicoanalitica, l’Io dovrebbe essere una funzione che regola il rapporto tra interno e esterno, desiderio e realtà, legge e pulsione. Un servitore della casa, si potrebbe dire. Una casa che, nella sua complessità, potremmo, con un’altra parola che ha fatto la storia della psicoanalisi, chiamare il Sé. I monoteisti della psiche lo scrivono maiuscolo, noi che siamo più inclusivi lo preferiamo minuscolo e plurale. Come direbbe Winnicott, è la continuità dell’esistere.
    Il nucleo auto-propulsore, aggiungerebbe Kohut, che dà direzione e sostegno alla personalità e al senso della vita. Un cuore autentico, ma duttile; capace di adattarsi senza perdere la sua originalità. E se dovessi riassumere il problema di molti, oggi, direi così: poca fiducia nell’Io, troppa nell’Ego; poco impegno nel Sé, troppo nei selfie.


    (FONTE: Notiziario della Banca Popolare di Sondrio - n. 151 aprile 2023 - pp. 124-129)


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