Il denaro e il suo uso
nella Scrittura
«Date e Cesare quel che è di Cesare!»
Gianfranco Ravasi
Il tema è talmente vasto e complesso, che non può essere certo perlustrato in tutte le sue dimensioni. Perciò vorrei proporre cinque principi di riflessione che costituiscono, potrei dire, cinque stelle di riferimento all’interno di un orizzonte molto più ampio e articolato. Inizieremo con una frase di un importante scrittore cattolico inglese, Gilbert Keith Chesterton, il quale faceva una considerazione a prima vista apparentemente strana.
Due estremi da superare
Scriveva che l’iconografia cristiana rappresenta i Santi con gli occhi aperti sul mondo, mentre l’iconografia buddhista rappresenta ogni essere con gli occhi chiusi.
Questa diversità è significativa,anche se non è radicale. La concezione religiosa come quella buddhista è tendenzialmente intimistica e interioristica, procede all’interno dell’essere considerato come un’unica realtà, l’immensa realtà divina, in cui siamo immersi e in cui quasi ci dissolviamo. Il cristianesimo invece è per eccellenza aperto anche all’esterno dell’io, è aperto alla storia, il cristianesimo non si racchiude nell’interno dello spazio consacrato di un tempio, tra volute d’incenso, tra il baluginare dei ceri , tra il salire al cielo delle preghiere e delle invocazioni di tanti.
Il cristianesimo è una porta spalancata sulla piazza là dove si consumano anche le apostasie, là dove si incontrano il riso e le lacrime, i commerci, persino le bestemmie e gli interrogativi dell’umanità. Per questo motivo parlare anche del denaro non è assolutamente una questione estrinseca; essa fa parte per certi versi del grande mistero della religione biblica e soprattutto del cristianesimo che è fede nell’incarnazione, cioè la celebrazione dell’incrocio tra la trascendenza e la realtà finita, tra l’assoluto e il relativo, tra il divino e l’umano; è come dice Giovanni nel suo celebre prologo del quarto Vangelo, l’unione tra il logos, la parola eterna perfetta di Dio e la sarx, la carne fragile degli uomini.
Nei confronti di questa unità tante volte si è consumato nella storia della cristianità, un comportamento non coerente, per certi versi fondamentalista secondo due angolazioni antitetiche. Da una parte ci si è fissati su alcune parole, su alcune pagine della Bibbia, soprattutto dell’Antico Testamento. Si è considerato il possesso del denaro, la ricchezza, automaticamente come segno di benedizione divina secondo quella che veniva chiamata la “teoria della retribuzione”, che era facilmente comprensibile per tentare di spiegare il male, ossia il legame delitto-castigo, giustiziapremio.
Con questa teologia morale, con questo meccanismo rigido, si giustificava una ricchezza opulenta, considerandola semplicemente benedizione divina senza scavare ulteriormente nell’interno di essa. Dunque c’era una lettura fondamentalista di certe pagine sacre, considerando la ricchezza come benedizione.
Da questo eccesso si è passati altre volte all’eccesso opposto altrettanto fondamentalista, ossia al rigetto assoluto dei beni materiali con una sorta di pauperismo radicale in cui tutte queste realtà erano considerate soltanto diaboliche e quindi antitetiche rispetto alla dimensione dello spirito. Due eccessi che a volte hanno pervaso - pensiamo al primo - una certa corrente della teologia calvinista e dall’altra parte invece una linea che ha attraversato certe correnti, appunto pauperiste, che alla fine spingevano a lasciare la terra e a scegliere l’ingresso nel mondo dello spirito dove cadono tutte le scorie terrene e si ha la vera religiosità.
Ecco, noi cercheremo ora di individuare alcuni principi per conservare un equilibrio nell’interno della realtà economica che è al tempo stesso positiva e negativa, che ha due volti, per cui bisogna essere capaci di giudicarla senza idolatrarla e senza esorcizzarla. È l’atteggiamento caratteristico, come dice la cultura greca, dell’uomo sapiente, il quale sta sulla frontiera, sta sul crinale dei monti e capisce che ci sono due versanti, l’uno magari in penombra e l’altro illuminato dal sole. Versanti entrambi necessari, che sono da tenere insieme e da controllare ma non da assolutizzare.
I cinque principi che indicherò sono in realtà non fissi solo sul denaro in quanto tale, un elemento che anzi vorrei un po’ smitizzare, come fa anche la moderna economia.
Purtroppo tante volte vediamo che si considera l’economia solo come un fenomeno finanziario. Due premi Nobel, l’indiano Amartya Sen e l’americano Joseph E. Stiglitz, hanno invece continuamente ripetuto la necessità assoluta di considerare l’elemento “finanza” e l’elemento “economia” all’interno di un quadro antropologico e sociologico molto più vasto, più complesso. Scriveva Amartya Sen che “la finanza è solo un comparto tecnico di un orizzonte più umanistico”. Il denaro perciò fa parte di un concerto che è suonato da tante voci, ivi compresi coloro che il denaro non hanno e che sono nella miseria o che non sono produttori e consumatori ma restano ai margini della società, e che però nell’interno di un orizzonte umanistico hanno un senso.
Primo principio, quello dell’autonomia
E’ facile formularlo sulla base di una frase di Gesù che è incastonata nella memoria di tutti, anche di coloro che non sono credenti. E’ l’unico pronunciamento chiaro politico-economico di Cristo in senso stretto, anche se altre sue dichiarazioni hanno rilievo nella gestione della città della polis e della economia.
Marco 12,13-17, scegliamo questa versione rispetto a quella degli altri due evangelisti che pure la conservano: al centro della scena c’è proprio una moneta, Gesù stesso chiede di presentarla e la moneta, ha un’“immagine”. Gesù chiede: “Di chi è l’immagine, l’icona di questa moneta e l’epigrafe, l’iscrizione?”. Si noti questa parola “icona” “l’immagine”. La risposta è: “Di Cesare”. E allora ecco la dichiarazione di Cristo – con un primo principio che ci permetterà di passare subito al secondo – la quale suona così: “Quello che è di Cesare datelo a Cesare, quello che è di Dio datelo a Dio”. Cristo pone una linea di demarcazione indubbia.
C’è un orizzonte che è rappresentato dalla moneta in sé, dotato di una sua autonomia.
Con il linguaggio moderno diremo che c’è nell’interno dell’economia un ambito segnato da una sua autonomia, da norme proprie. Non è perciò accettabile una concezione come quella che tante volte affascina gli integralisti. La dobbiamo citare perché è un fenomeno che si manifesta in alcuni Stati oltre che in una concezione della shariyya, cioè la visione della legge islamica. Questa concezione è stata praticata non soltanto nel passato. Ci sono anche oggi movimenti che tendenzialmente si orientano verso quella via secondo la quale anche tutto l’orizzonte dei meccanismi economico-finanziari e politici deve essere retto da una carta costituzionale che è il Testo Sacro, Corano o Bibbia. Cristo ci ricorda che esistono leggi, che esistono opzioni rette da una loro grammatica, quella che si chiama la scienza dell’economia.
Affermato questo principio contro ogni tentazione teocratico-sacrale , Gesù però con quella frase ha enunciato anche un altro elemento. Per questo si diceva che è importante tener conto di quella parola, “immagine”, perché Cristo facendo quella dichiarazione ammiccava anche ad un altro elemento che i suoi ascoltatori avevano spontaneamente nella memoria.
Secondo principio, quello personalista
Nel libro della Genesi al capitolo 1, versetto 27 si ha questa dichiarazione sulla creazione dell’uomo: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò”. Esiste, quindi, un’altra “immagine” che non è solo quella della moneta ma è quella di colui che ha in mano la moneta, che usa la moneta, che con quella moneta vive, ed è la persona umana.
E’ curioso che in quella frase il parallelo con l’immagine di Dio, sia la coppia umana, maschio e la femmina: non perché Dio sia sessuato, o abbia una Dea accanto. Anzi, la Bibbia sempre condannerà questa tentazione che era quella delle popolazioni circostanti. Allora perché c’è questa immagine di Dio nell’essere maschio e femmina? Proprio perché maschio e femmina in se rappresentano l’amore fecondo che è analogo all’amore del Creatore, il quale ha creato la meraviglia del mondo nella sua ricchezza. L’uomo e la donna attraverso la generazione, attraverso il loro amore, continuano l’opera della creazione a immagine del Creatore.
Per questo idealmente Cristo dice: “La persona umana ha su di sé il timbro stesso di Dio, il sigillo di Dio”, per cui dobbiamo assolutamente riconoscere che esiste un primato rispetto alla moneta che ha il suggello di Cesare. E’ il primato della persona.
La moneta, l’economia, la politica non potranno mai prevaricare sui valori della persona. Il primato della persona, la trascendenza dell’uomo e della donna che sono immagine di Dio, non potrà mai essere conculcata e violata. Un filosofo austriaco del secolo scorso Wittgenstein nell’introduzione ad una sua opera molto ardua, il Tractatus logico-philosophicus, scriveva che l’uomo è come un’isola: la nostra pelle è finita, il nostro tempo è limitato, il nostro stesso spazio è compresso. Ma quello che alla fine si scopre sono le frontiere dell’oceano. Se si cammina sulla battigia di un’isola e si guarda solo l’isola, si ha una realtà finita. Ma se lo sguardo vuole essere completo, si deve guardare anche dall’altra parte della battigia, del litorale, e si scopre che là arrivano anche le onde dell’oceano cioè dell’infinito.
Sulla nostra pelle batte quest’onda che viene da lontano. Noi diciamo che è il divino, chi non è credente dirà che è qualcosa di trascendente: è la “iconicità” dell’essere, cioè l’essere immersi in un orizzonte infinito. L’uomo perciò non è riducibile alla moneta, quindi principio di autonomia sì, ma principio di personalità.
Terzo principio, quello della giustizia e della solidarietà
Se è vero che tutti gli uomini hanno un tessuto comune e hanno tutti un’uguale dignità, ossia il tessuto comune “adamico”, dell’essere tutti figli dell’uomo, scattano allora nell’economia e nella società la giustizia e la solidarietà sociale. L’avventura della moneta acquista, allora, alcune caratteristiche. Ne vogliamo ricordare alcune come esemplificazioni.
C’è l’impegno nei confronti della moneta, cioè la moneta è un simbolo di valori ed è un simbolo convenzionale. Prendiamo Matteo nel capitolo 25 nei versetti 14-30. Una parabola che tutti, credenti e non credenti, conosciamo. E’ la parabola dei talenti: 5 talenti ad uno, 2 talenti all’altro e 1 ad un altro ancora. In questa parabola troviamo soprattutto due considerazioni. La prima è l’impegno: in greco noi abbiamo due verbi che messi insieme, esaltano l’opera di chi ha ricevuto cinque talenti; costui si è dato da fare molto e ha guadagnato. Invece quando il padrone rimprovera colui che non ha lavorato, colui che ha preso la moneta e l’ha sepolta nella terra, colui che l’ha usata egoisticamente per se stesso, dice: “Perché non hai preso il denaro e non l’hai dato ai banchieri perché lo facessero fruttare?”.
Nella parabola di Cristo si introduce la funzione della moneta come realtà fruttifera.
Essa è il simbolo di realtà che devono essere commerciate, che devono essere finalizzate al benessere dell’uomo. Ecco quindi una prima lezione, la giustizia vuol dire l’impegno sociale; non si deve compiere la mera operazione finanziaria fine a se stessa, oppure arricchimento cieco e bieco, come fa colui che prende il suo talento e lo tiene per sé, proteggendolo.
Dall’altra parte però in questa parabola gli esegeti fanno notare che l’elemento fondamentale paradossalmente non è prima di tutto l’impegno ma è il dono. Infatti i talenti vengono da quel signore che li affida in maniera diversa ai suoi servi. Alla base del benessere nostro c’è un dono, non solo dal punto di vista storico, perché magari il più delle volte lo si è ricevuto in eredità, ma anche perché noi nel mondo riceviamo i beni, che non sono generati da noi, noi li elaboriamo soltanto.
L’uomo fu posto sulla terra, dice la Genesi (2, 15), perché “la coltivasse e la custodisse”; ma il giardino c’è già, le materie prime ci sono già. Ecco allora un altro tema importante per la giustizia e per la solidarietà, la destinazione universale dei beni. Il primato non è quello della proprietà privata. Essa è al massimo una delle vie, come la democrazia per la politica, che sono state scelte nell’interno della storia per cercare di raggiungere quella verità primaria che è la destinazione universale dei beni.
S. Ambrogio, vescovo di Milano, in una sua opera scrive queste parole : “La terra è stata creata come un bene comune per tutti, per i ricchi e per i poveri. Perché allora, voi ricchi, vi arrogate un diritto esclusivo sul suolo? Quando tu aiuti il povero, tu o ricco, non gli dai del tuo, ma gli rendi il suo. Infatti la proprietà comune, che è stata data in uso a tutti tu solo la usi; la terra è di tutti, non solo dei ricchi. Dunque, quando tu aiuti il povero, restituisci il dovuto, non elargisci il non dovuto”.
Ecco un tema che dal punto di vista concreto è di attualità. Pensiamo al problema del debito delle nazioni povere o a quello della fame. Noi siamo assisi nel mondo a una tavola nella quale abbiamo tutto, anzi, siamo con problemi di linea e di dieta.
Dall’altra parte della tavola ci sono tantissime persone, molte più di noi, che ricevono soltanto le briciole. C’è, allora, bisogno di ricordare a questo punto anche un’altra componente, quella della giustizia, che deve reggere non soltanto le scelte politiche ma anche le scelte sociali.
Evochiamo, al riguardo, la voce dei profeti, che incidono nelle coscienze e artigliano le nostre abitudini. Così il profeta Amos, al capitolo 2, dice: “Hanno venduto il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali”. Gli archeologi, facendo degli scavi negli anni ’30 del secolo scorso nella città dove aveva vissuto e predicato Amos, hanno trovato una sorta di calmiere dei prezzi di quella città, Samaria. Si è visto così che un povero schiavo costava come un paio di sandali femminili di lusso. Il profeta ha fatto, quindi, un atto di accusa preciso.
Una poetessa ebrea fuggita dal nazismo e rifugiata in Svezia, Nelly Sachs, scrisse una ballata sui profeti che ha un’antifona veramente necessaria ai nostri giorni distratti ed egoisti che non ascoltano le voci che inquietano. Diceva: “Se i profeti irrompessero per le porte della notte, incidendo ferite nei campi della consuetudine, se i profeti irrompessero per le porte della notte, cercando un orecchio come patria, orecchio degli uomini, ostruito d’ortiche, sapresti ascoltare?”.
Il dramma del nostro tempo è questo: la nostra superficialità, la nostra banalità fa sì che si vedono tutti quelli che muoiono di fame, si vedono le ingiustizie, si sentono ma esse vengono poi omologate in una immensa chiacchiera televisiva. Le nostre orecchie sono ostruite di ortiche e non ascoltano più la voce del principio della solidarietà e della giustizia che vuol dire impegno e riconoscimento di un dono, ma anche amore per gli altri.
Quarto principio, quello dell’utopia
E’ una parola che gode di cattiva fama ai nostri giorni, purtroppo. Un grande moralista del ’600 La Rochefoucauld, diceva: “Chi si applica troppo alle piccole cose diventa incapace delle grandi”. Ai nostri giorni c’è una piccolezza d’orizzonte, in politica, nella società, nella cultura, forse certe volte anche nella Chiesa. Ci si accontenta del piccolo cabotaggio. Una figura come il Vescovo biellese Losana era certamente una persona che andava oltre il buonsenso del tempo, tendeva verso progetti che erano oltre il suo stesso tempo. Il Vangelo di sua natura è continuamente tensione, mai tranquillità specifica, mai quieto vivere.
Uno scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry, autore del celebre Il piccolo principe, in un’altra sua opera scriveva: “Quando voi dovete formare un vero marinaio non dovete insegnargli soltanto come si costruisce una barca con le doghe, la pece, con l’antenna, con le vele, con le mappe ecc. Voi dovete instillare in lui la nostalgia del mare spazioso infinito. Solo così si crea un vero navigatore”.
Noi non possiamo soltanto gestire il denaro secondo interessi immediati. Cristo ci ricorda qualcosa che è utopico, quando per esempio, nel Vangelo di Matteo, sul monte dice: “Beati i poveri in spirito”. “In spirito” non vuol dire coloro che hanno semplicemente un distacco interiore, perché nel linguaggio biblico lo “spirito” è il principio radicale della persona nelle sue decisioni. Beati perciò coloro che sono poveri nelle loro scelte, tanto vero che l’evangelista Luca poi trascrive la stessa beatitudine in maniera diretta, rivolgendosi semplicemente ai poveri.
Ricordiamo, poi, tutta la scena che c’è nel capitolo 19 di Matteo, nei versetti 16-26, quando si presenta quel giovane ricco: “Se tu vuoi essere perfetto va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli, poi vieni e seguimi…”. Il giovane, però, quella scelta non la fa: forse può essere anche portato a fare qualche gesto, ma non è pronto a consacrarsi totalmente per il bene degli ultimi della terra destinando tutti i suoi beni. Questo è l’“essere perfetto”, espressione appunto della tensione verso la pienezza dell’utopia.
Quinto principio, quello della fede
Nei Vangeli la ricchezza è talora chiamata mamonah. Ora, questa parola ha al suo interno una radice aramaica ed ebraica che è la stessa radice di una parola ebraica che diciamo quando concludiamo le nostre preghiere: amen! In ebraico il termine vuol dire letteralmente “fondarsi su”, avere fiducia, cioè la fede. Credere vuol dire avere fiducia in Dio e Gesù dice, al riguardo, una cosa molto suggestiva: ci sono due fedi, e noi uomini siamo ininterrottamente divisi tra queste due divinità. Da una parte c’è il Dio vivo, che ci chiama, ci interpella a quei principi sopra formulati, e dall’altra parte c’è anche sicuramente anche il dio-idolo, il vitello d’oro che ci affascina, al quale offriamo il nostro granello d’incenso.
Ricordiamo la parabola del ricco stolto, Luca cap. 12: “Demolirò i miei magazzini, ne costruirò di più grandi”. Per lui la vita è solo lì, nel possesso. Ed ecco all’improvviso la linea di demarcazione: “Anima mia, hai a disposizione molti beni per molti anni… Stolto questa notte stessa ti sarà chiesto conto della tua vita”. E’ una idolatria che illude. Si dimentica la fragilità fondamentale della ricchezza e della stessa vita, ricchezza che tante volte si dissolve e vita che si consuma, magari da una malattia.
Leonardo Sciascia diceva “Gli uomini si dividono in due categorie: ci sono quelli che dicono che la ricchezza è bella, anche se è morta e gli altri che dicono invece che la ricchezza è morta, anche se è bella”.
Ecco la differenza fondamentale, credere che la vita e la bellezza siano nelle ricchezze, mentre in realtà queste ultime sono cose caduche. E’ ciò che Paolo chiama “l’idolatria dell’avarizia”. C’è un’immagine che la letteratura di tutti i tempi ha formulato dell’avaro: egli non ha più sentimenti, egli pensa di poter comprare l’amore, ma in realtà si compera il sesso non l’amore. L’avaro che è convinto che si possa comperare la salute ma la morte poi lo attende.
Vorrei concludere con una riflessione. Sono partito con un rimando al mondo indiano, che ci offriva una diversità di prospettiva. Voglio finire ancora con il mondo indiano per allargare un po’ i nostri orizzonti. Si tratta di una frase che è costruita su un settenario di Gandhi, un uomo che ha conosciuto molto anche l’Occidente, anche nel suo volto trucido, cioè il colonialismo, ma che ha vissuto anche una grande spiritualità.
Meditiamo per la nostra coscienza su queste parole: “L’uomo si distrugge con la politica senza principi.
L’uomo si distrugge con la ricchezza senza lavoro.
L’uomo si distrugge con l’intelligenza senza carattere.
L’uomo si distrugge con gli affari senza morale.
L’uomo si distrugge con la scienza senza umanità.
L’uomo si distrugge con la religiosità esteriore senza fede.
L’uomo si distrugge con la carità senza il sacrificio di sé”.
Con questo settenario proviamo un po’ a guidare e illuminare il nostro cammino lungo le strade del mondo.
(5 dicembre 2006 – Duomo di Biella)

