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    La legge della parola

    e la legge del desiderio

    Intervista a Massimo Recalcati

    a cura di Roberto Cetera e Rossella Barzotti


     

    La potenza dell’atto divino della Creazione coincide con quella della sua Parola», con queste parole Massimo Recalcati, nel suo ultimo saggio, si impegna a mostrarci un Dio della Bibbia che “parla”, cioè un Dio che si realizza pienamente solo nella parola, nella relazione. Nel suo ultimo libro La legge della Parola. Radici bibliche della psicanalisi (Einaudi, 2022) Recalcati riflette innanzitutto sul valore di una Legge che non sia al servizio della morte e della punizione ma una Legge effettivamente liberante da una visione sacrificale dell’esistenza. Lo psicoanalista conduce il lettore verso un punto di congiunzione, volendo demolire una contrapposizione storica tra logos biblico e psicoanalisi. La centralità del potere della parola che ritorna in modi diversi nei racconti biblici, costituisce per l’autore la radice più propria della psicoanalisi. Questo ultimo saggio di Recalcati non è un esercizio di lettura della Bibbia in chiave psicoanalitica, ma vuole evidenziare nel testo biblico quel tessuto antropologico-psicologico che caratterizza il centro delle riflessioni di Freud e Lacan. Nel farlo Recalcati si avvale, in maniera magistrale, di un duplice linguaggio, biblico e psicoanalitico, in continua dialogicità, dando voce a tutto ciò che ci caratterizza come esseri umani attraverso la rilettura di alcuni episodi biblici.

    Professor Recalcati: nello sviluppo della sua produzione letteraria, come si colloca questo libro, perché ha sentito l’esigenza di scrivere un libro tra ciò che è il discorso psicoanalitico e il discorso religioso?
    In realtà è da quasi vent’anni che ho ripreso lo studio delle Scritture. Precisamente dalla nascita del mio primo figlio. Libri come Cosa resta del padre? Le mani della madre, Il segreto del figlio e, soprattutto, Contro il sacrificio sono libri dove già le acque della psicoanalisi si mescolano con quelle della Bibbia. Più in generale io ho una concezione religiosa delle cose. Il materialismo della psicoanalisi non è in contraddizione per me con questo sentimento. La vita mi colpisce per il suo mistero che è simile a quello di un’onda potente. Al tempo stesso una pratica di cura com’è quella della psicoanalisi incontra regolarmente la sofferenza, la mancanza, la caduta del senso della vita, la sconfitta e il fallimento. Se ci pensa sono le due immagini con le quali la Torah descrive l’essere umano: splendore e polvere. La mia concezione religiosa delle cose mi porta a rintracciare in questo intreccio tra lo splendore e la polvere il senso più profondo dell’esistenza.

    Nel suo libro lei mostra un costante parallelismo tra il linguaggio psicoanalitico e quello biblico, quale potrebbe essere una definizione di fede nel logos psicoanalitico?
    Il tema della chiamata è ricorrente sia nel testo biblico sia in quello della psicoanalisi. Solo che nel primo chi chiama è Dio o, nei Vangeli, Gesù. È una bella definizione che del nazareno dà Marco: Gesù è “colui che chiama a sé”. Questa chiamata spinge l’umano verso una vita che non ha paura della vita, verso una vita che sa dare frutti, una vita generativa. Nella psicoanalisi la chiamata proviene invece dall’inconscio. Ma l’inconscio viene descritto da Lacan negli stessi termini - pressoché letterali - coi quali Agostino nelle Confessioni descrive il rapporto tra l’anima e Dio: l’inconscio è una trascendenza interna, una voce, una intimità straniera ci richiama… A cosa? A cosa ci richiama la chiamata dell’inconscio? A seguire con decisione la Legge del nostro desiderio. A non indietreggiare davanti al nostro compito più grande: quello di rendere la nostra vita generativa. È su questo punto che le due chiamate risuonano l’una nell’altra.

    La psicoanalisi può aiutare a purificare la fede e a farla pervenire ad una sua essenza? E in caso affermativo, ritiene che un tal processo presenti una coerenza con la figura di Gesù come decostruttore del “rito”, del “tempio”, del “sacerdozio”? E quanto di questa decostruzione sarebbe, oggi, necessaria per riscoprire l’essenzialità del cristianesimo?
    Alla figura di Gesù, alla sua predicazione raccolta nei Vangeli e al rapporto tra questo insegnamento e la psicoanalisi sto scrivendo un secondo volume che avrà come titolo La Legge del desiderio. Mentre nei Vangeli Dio si fa uomo, nella Torah Dio è l’Altro che parla all’uomo, che consegna nelle sue mani il senso della Legge. In questo senso Gesù incarna la Legge del desiderio mentre il Dio della Torah custodisce la Legge della parola. Ma entrambe queste Leggi non possono essere contenute dal regime cultuale della Legge, dalle sue ritualità e dalle sue prescrizioni. In particolare, la Legge del desiderio di cui Gesù è l’incarnazione non è una Legge formale. L’essenziale del cristianesimo incrocia l’essenziale della psicoanalisi: consegnare l’uomo al compito di essere fedele alla Legge del suo desiderio, ai suoi talenti, alla sua vocazione.

    Lei afferma che il padre, da un punto di vista psicoanalitico, permette di associare la vita al senso, ma oggi con il depauperamento culturale e il consumismo pervasivo che hanno provocato uno smarrimento esistenziale, può il discorso religioso recuperare in un certo qual modo una funzione paterna?
    Il padre del patriarcato è irreversibilmente evaporato, si è dissolto. Non dobbiamo averne nessuna nostalgia. Quel tipo di padre il cui simbolo è il bastone, implica una rappresentazione solo fustigatrice, sanzionatoria, patibolare e sadica della Legge. Diversamente nella Bibbia il padre è il simbolo di una Legge umana, di una Legge che conosce il perdono e la grazia, di una Legge che sa sospendere la Legge. Basti pensare a come il Dio ebraico interviene con Adamo ed Eva o con Caino. In entrambi i casi sospende la sentenza di morte per consentire alla vita di avere una seconda possibilità. Il nostro tempo ha invece smantellato la fede nei confronti del padre gettando via con l’acqua sporca - il carattere repressivo del padre del patriarcato - anche il bambino - non c’è vita umana che non abbia necessità di incontrare il principio paterno come quel principio che mostra che la vita può avere un senso -. Senza avere nostalgia per il padre-padrone noi dovremmo, come del resto indica la predicazione di papa Francesco, pensare il padre dai piedi, a partire dalla sua capacità di testimoniare. Cosa? Quale dovrebbe essere la testimonianza paterna nel tempo della dissoluzione della sua autorità simbolica? La testimonianza che il desiderio è una Legge e non è l’antagonista della Legge, che questa vita, in questo mondo non è un numero insignificante ma porta con se un valore immensamente sacro, che sebbene noi non possiamo sapere quale è il senso ultimo della vita è sempre possibile dare un senso alla vita.

    Lei evidenzia come nel testo biblico la nascita della donna coincida con la nascita della relazione, la figura femminile sembra giocare sulla scena della vita un ruolo centrale. Come secondo lei oggi il femminile può aiutare a riavvicinare l’uomo contemporaneo al discorso religioso?
    C’è una cattiva lettura del secondo racconto della creazione in Genesi che riguarda la nascita dell’umano: essa consiste nel concepire la donna come derivata dall’uomo, come un essere di serie B rispetto alla serie A del maschio. Questa lettura gerarchica della differenza sessuale ha seminato disastri inenarrabili nella storia dell’umanità. In realtà Adamo non definisce tanto il maschio, ma come indica la parola ebraica adam, esso simboleggia l’umano in quanto terrestre, terragno, fatto di polvere. Allora Eva non scaturirebbe dal maschio come la sua ombra degradata, ma sarebbe la risposta di Dio alla condizione di abbandono e di depressione in cui si trova l’umano di fronte allo splendore del creato ma senza un simile con il quale scambiare la sua parola. In questo senso Eva è il simbolo della relazione. Senza la relazione con l’eteros che Eva incarna non c’è alcuna possibilità che la vita trovi il suo respiro. In questo senso il femminile ha una attitudine particolare nel coltivare quella grazia dell’attenzione, come direbbe Simone Weil, dalla quale scaturisce il prendersi cura dell’Altro.

    Lei sottolinea il paradosso della lezione biblica dove l’uomo con la sua spinta a farsi padrone del mondo si rende servo dei suoi stessi strumenti di dominio, può aiutarci a capire se esiste oggi un limite da poter recuperare e come poterlo recuperare?
    Nella Torah la follia più grande dell’umano consiste nel desiderare di essere Dio. È questo il solo vero peccato che l’uomo può commettere: assimilarsi a Dio, deificare la propria natura, assimilarsi al creatore. Il che comporta il rifiuto dell’esperienza dell’impossibile, ovvero la negazione della propria condizione finita e mortale. Nel nostro tempo l’idolatria più diffusa riguarda proprio l’Io. È l’Io che ha preso il posto di Dio. È quella che Lacan ha definito una volta “io crazia”. Il riferimento alla potenza della bomba atomica attualizza oggi drammaticamente questa follia. Da una parte l’umano si pone come padrone dell’universo attraverso la straordinaria potenza della sua forza bellica, dall’altra sappiamo bene che l’uso di questa potenza coinciderebbe con il suo autoannientamento.

    (Osservatore Romano - 18 giugno 2022)


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