Il cuore e la ragione:
oltre il mainstream culturale
PierAngelo Sequeri
Un “miracolo a Milano” decise l’intestazione dell’Università Cattolica al Sacro Cuore. La banca rifiutava il prestito necessario a confermare l’impegno, in effetti piuttosto ingente. Il quartetto dei sognatori – Agostino Gemelli, Armida Barelli, Francesco Olgiati e Vico Necchi – era al limite della desolazione (e del tempo fissato per la scadenza dell’impegnativa). Ma non al limite della speranza contro ogni speranza, di cui parla l’apostolo Paolo (Rm 4,18). «Promettiamo di dedicare l’Università Cattolica al Sacro Cuore, se ci concede di farla. Ma abbiamo bisogno di un miracolo per riuscirci». Il conte Ernesto Lombardo, ancora inconsapevole di essere la manodopera predestinata del miracolo, era pronto a offrire «il pranzo del funerale», a consolazione del sogno che affondava. Ma fu invece proprio l’ispirato conte Lombardo a cadere sulla sua via di Damasco, mentre scendeva le scale della sede di Vita e Pensiero in corso Venezia. «Da un’ora il tuo Sacro Cuore mi ha messo l’inferno in cuore! – scrisse in un biglietto per Ida – Voglio la mia pace, eccoti il milione!»
La devozione al Sacro Cuore, trovata in Svizzera, era un’intonazione esistenziale della fede, per la beata Armida Barelli: non occasionale, non sentimentale, non convenzionale. Il misterioso appuntamento che ha decretato la congiunzione dei simboli – l’Università Cattolica e il Sacro Cuore – può essere semplicemente risolto nella traccia nominale di una dedica devota, ormai uscita dallo spirito del tempo? Oppure, proprio questa congiuntura, nella luce della storia degli effetti che ne sono sortiti, impone a noi oggi un pensiero non convenzionale dei suoi potenziali generativi?
L’invocazione al Sacro Cuore per un’università?
La prima mossa che vi offro per avviare la riflessione che desidero proporre per onorare la centenaria ricorrenza di questo miracolo del Sacro Cuore, grato di esserne fatto partecipe con questo invito, è il suggerimento di guardare il legame dal punto di vista dell’intenzione e degli effetti da cui esso è nato.
Ci si appella al Sacro Cuore, qui, per dare vita a una università dei saperi. Non per la costruzione di una cattedrale, non per la dedicazione di un santuario. Neppure, propriamente, per l’edificazione di una speciale cappellania per gli allievi delle scuole universitarie, o un ordine religioso per vocazioni alla vita consacrata. Quello che deve nascere è un’università. Quello che ne è nato è un’università. Un luogo di coltivazione dell’intelligenza critica, del sapere formativo, del pensiero alto. La dedica non pone neppure una limitazione strettamente interna al sapere religioso. L’obiettivo dei Quattro (e di molti altri credenti, papi compresi) è quello di una istituzione del sapere che ha lo stesso diametro che la cultura umana gli attribuisce. Il Sacro Cuore è invocato per questo. Precisamente è per questo impegno che viene chiesta l’intercessione e promessa la dedicazione.
L’università che incomincia a nascere – e, a quanto pare, non ha ancora finito di nascere – è la giustificazione stessa della grazia richiesta e del dono ricevuto. Esiste una ragione plausibile, ossia cristianamente attendibile, per immaginare un qualche interesse del Sacro Cuore verso l’impresa di un’università dei saperi?
Potevamo immaginare che la simbolica religiosa e devota del Sacro Cuore accettasse di essere coinvolta nell’impresa di missione intellettuale e laica di questa portata? È forse facile, oggi stesso, immaginare un’impresa di questo genere nella forma di un impegno religioso che stabilisce nell’umana coltivazione del sapere un punto d’onore per la cristiana testimonianza della fede? Se consideriamo le proporzioni che oggi assume, anche nell’ambito ecclesiale, un diffuso antintellettualismo di marca squisitamente postmoderna, l’invocazione del Sacro Cuore a sostegno di un progetto culturale animato dalla convinzione dell’importanza del sapere e del pensare di alto profilo, il nesso ci appare ancora più paradossale. Quanti sono i credenti che, nella nostra stessa contemporaneità, pensano senza imbarazzo che la cura dell’intelligenza e la profondità della riflessione, a tutto campo, debbano rappresentare un “punto d’onore” per la testimonianza degli “affetti di Dio” nei confronti dell’umana creatura e della humana communitas? E quanti, pensando al “cuore di Gesù”, immaginerebbero una devozione coerente con la qualità cristiana di questo progetto?
Sono passati cento anni. Eppure, nonostante l’enormità degli effetti di questo legame, tutto lascia pensare che la profondità delle sue ragioni debba ancora riservare qualche felice sorpresa: per la cultura cosiddetta ecclesiastica, come per quella cosiddetta laica. Il progetto di una costruttiva alleanza della riflessione e della devozione, ossia del pensiero e degli affetti degni dell’umano, deciderà il destino dei popoli che dipendono dagli sviluppi della civiltà europea.
Logos anaffettivo: derive della ragione apatica
L’ambizione autonomistica dell’Illuminismo europeo, promotore di un ideale della ragione separata dalla fede (dalla fede di ogni genere, in primis quella religiosa), ha generato un mainstream culturale che non è solo anti-religioso, nell’ambito del pensiero critico: ma anche anti-devozionistico – ossia anaffettivo – nell’ambito dell’ethos civile.
La collocazione dogmatica della fede teologale nell’ambito di una grazia costitutiva dell’apprensione e dell’adesione intellettuale alla rivelazione soprannaturale ha notoriamente rappresentato la risposta immunitaria della dottrina cristiana. Una risposta che, pur con intenti opposti, sanciva la incomunicabilità e la separazione. La struttura antropologica del rapporto intrinseco del sapere e del credere, che ha guidato le civiltà per millenni, è stata rinviata al semplice allestimento delle premesse che rendono accettabile e raccomandabile la sua obbedienza. La cultura agnostica si è agevolmente accomodata in questa separazione, traendone giustificazione per la produzione di una cultura epistemologicamente ed eticamente estranea alla fede. In questo quadro, che è rimasto saldamente in campo per due secoli e mezzo (dal XVII secolo alla metà del XX secolo), la devozione affettiva ha rappresentato per l’ethos cristiano ciò che per la dottrina era stata l’apologetica razionale: una protesi. L’intensificarsi del cristianesimo come devozione – non privo di qualche vis polemica nei confronti delle politiche di secolarizzazione e di esculturazione della fede – suppliva anche alla generale disaffezione nei confronti delle pratiche e delle espressioni di attaccamento affettivo ai valori condivisi. Dal canto suo, la reazione romantica, che si proponeva di collocare gli assoluti affettivi di Eros nella sfera di una religione del cuore inattingibile al Logos, radicalizzava l’opposizione. E raccoglie ora i frutti della sua insensibilità all’amore della ragione.
L’incapacità del logos illuministico a restituire una giustizia degli affetti coerente con la sua emancipazione personale e la simmetrica incapacità del pathos romantico a riconoscere la qualità comunitaria dell’amore della ragione hanno prodotto nell’ethos contemporaneo una reazione a catena di reciproca decostruzione etica.
La massa critica accumulata dalla doppia inadempienza della nostra tarda modernità doveva infine produrre la sua deflagrazione. Il vuoto di senso delle affezioni doveva far impazzire il desiderio del cuore al quale non si comanda (niente etica, l’amore è sempre giusto). Il logos troppo distante dagli affetti doveva produrre il suo rigetto come presidio della libertà e servizio del bene comune (niente politica, il potere è sempre ingiusto). L’amore assume i tratti pulsionali di un comandamento dispotico, privo di giustificazione etica della sua destinazione spirituale; il pensiero assume i tratti della disillusione metodica, che consegna la sua devozione all’intelligenza artificiale. In questa prospettiva non c’è verità nella devozione, ossia nella giustizia dell’affezione per l’umano che è comune. Il pensiero senza devozione per la verità di una ratio hominis digna, dal canto suo, si separa dalla qualità spirituale della sua autonoma mediazione relazionale, sostituendola con l’ideale dei suoi automatismi combinatori.
Il “grembo affettivo” della ratio hominis digna
Il cristianesimo postconciliare, che si era proposto di prendere distanza da una fede puramente devozionale, sentimentale, affettiva, ha cercato in un primo momento di completare la sua omologazione politica nei confronti della ragione moderna. Ossia, la ragione alta del suo progetto umanistico, civile, democratico: quello che, in un primo momento, l’istituzione ecclesiastica aveva guardato con sospetto.
In quello stesso momento, però, la ragione moderna incominciava a essere attraversata da una potente reazione autocritica nei confronti del dispotismo ideologico del suo logos: burocratico, economico, bio-politico. Non ne è scaturita, tuttavia, a dispetto delle pretese liberatorie, una vera e propria conciliazione del sapere della decostruzione con l’ordine delle affezioni: ma soltanto, per ora, la critica di maniera ai residui cripto-metafisici e pseudo-assolutistici – “teologici” e “dogmatici”, appunto: perché questa è ormai la controfigura filosofica di un “dio apatico” nella quale il logos cristiano si è lasciato contaminare – della ragione moderna. Da questa inerzia decostruttiva, non viene nessun discernimento delle sregolate devozioni di eros; né alcun presidio di tutela per la custodia degli affetti del demos. In questo contesto, la generosa ed enfatica moltiplicazione della parola e della testimonianza cristiana a riguardo della verità e dell’amore non appare dotata degli affinamenti e delle competenze necessarie ad aprirle la strada del “procedere dialogico”, capace di modellare narrazioni accessibili dentro le attuali mediazioni e linguaggi del logos pubblico e delle “affezioni comunitarie”.
Il compito, per essere svolto da una cultura cattolica degna di questo nome, deve essere ispirato da una teologia cristiana all’altezza del kairos presente. Ossia, una teologia che parla una lingua comprensibile là dove «si formano i paradigmi» di una oikonomia affidabile – ossia casa e nomos, strutture affettive e persuasioni etiche – per «l’anima dei popoli» (Francesco, Discorso alla Facoltà Teologica dell’Italia meridionale, Napoli, 27 giugno 2019).
Una postura meramente polemica, come anche, all’opposto, una disposizione ingenuamente irenica nei confronti del difficile passaggio alla ricerca di un nuovo orientamento del pensare, in grado di onorare culturalmente l’indissolubile circolarità della riflessione e della devozione che la fede stessa ispira, non apre la strada. La chiude. Le ultime encicliche di Benedetto XVI (Deus caritas est, Caritas in veritate, Spe salvi) e la prima di Francesco (Lumen fidei, testualmente e idealmente collegata) si pronunciano esplicitamente a favore di un progetto dottrinale e pastorale – e con ciò stesso anche teologico e culturale – di restituzione della forma fidei all’ordo amoris. L’assunto è proprio questo: non c’è nessuna verità del sapere umano all’altezza del Logos divino, se il logos umano non è concepito come parte integrante dell’amore che genera la vita e ne orienta il sapere. Eros appare qui persino come categoria di accesso creaturale alla profondità dell’agape di Dio, che si dimostra capace di una sensibilità inimmaginabile per la vita e il destino dell’umana creatura. Il magistero cattolico non si era mai espresso con tanta esplicita determinazione.
La partecipazione di un “Dio sensibile” all’umano
La devozione al Sacro Cuore ha un suo percorso accidentato, eppure tenace all’interno della spiritualità cristiana. Si potrebbe dire che, più che una devozione che si è aperta la strada attraverso la teologia, essa appare come una devozione che ha aperto una strada alla teologia. E quale strada ha aperto alla teologia, la sua tenacia?
La strada, verosimilmente, sembra proprio quella che ora sembrano tutti impegnati a cercare. La strada dove il culto e la cultura mostrano di avere un loro punto geometrico di incontro: incomprensibilmente proiettato all’infinito del senso e caldamente irradiante sulla finitezza dei significati del mondo (P. Florenskij). La strada è quella di un Dio “sensibile” all’umano. Non solo umanamente sensibile, in ragione dell’incarnazione del Logos: bensì, “divinamente sensibile”, in virtù della partecipazione simbolica all’umano della generazione del Figlio (K. Rahner). La prima Parola, il radicale significato del Logos, il senso dello Spirito che vi corrisponde ab aeterno è indissolubile legame di riflessione e affezione. Nell’indissolubile legame dell’incarnazione di Dio in Gesù, questo legame che fa vivere Dio “nel cuore del mondo” (H.U. von Balthasar) appare come il principio di una destinazione della sensibilità che è fin dal principio destinata a far vivere l’uomo. Il Sacro Cuore è la realtà e il simbolo di questa sovrapposizione, e, al tempo stesso, la conferma che essa non arretra, nella libera disposizione di Dio, di fronte a nessun limite della natura e a nessuna contraddizione della storia.
Il Sacro Cuore è il luogo di polarizzazione della devozione riflessiva di Dio per la creatura chiamata alla vita e alla relazione con il pensiero infinito di ogni costellazione creativa dell’essere e di ogni felicità generativa del possibile, alla quale siamo destinati a partecipare. In nessuna cultura umana (nemmeno nella nostra) sono assenti le energie pensose e creative di questo riconoscimento e di questa passione, enigmaticamente alimentata dallo Spirito.
La nostra condizione mortale porta tutti i segni della insuperabile vulnerabilità dell’essere che non è Dio e della ripetuta frequentazione dei possibili che contraddicono le affezioni dello Spirito. In essa, tuttavia, si accende la nostra irrevocabile iniziazione alla riflessività e alla devozione di questo mistero: affinché l’eterna vitalità della generazione assoluta diventi nostra, non per via di costrizione, non per via di alienazione. Le opere dello spirito e dell’ingegno (comprese quelle della tecnica), come anche le tenerezze della dedizione e del riscatto che circolano fra noi (comprese quelle della legge) sono parte integrante del riconoscimento che onora la fede nella nostra origine e conferma la speranza della nostra destinazione. Dell’empatia e della simpatia di Dio per la dedizione generativa, per la cura compassionevole, per l’economia della casa, per gli abbandonati della comunità, non avevamo ancor sentito parlare, fino alle parabole di Gesù, come dei luoghi di germinazione della verità della signoria di Dio e della nostra corrispondenza alla sua giustizia.
Il “pensiero alto” che si lascia incalzare dalla sensibilità di Dio per la creatura è il tema di una passione degna di Dio e della creatura. Il suo ministero e il suo carisma sono presidio – oggi insostituibile – nei confronti di ogni religione e di ogni civiltà che coltivano devozioni e pensieri “senza cuore”. L’impensabile alleanza tra le polifonie del logos e il cuore sensibile di Dio, che l’Università Cattolica testimonia con la sua stessa esistenza, onora la singolarità di una fede il cui tesoro è nascosto e rivelato nell’umanità di Dio. E ha intelligenza e cuore bastanti per depotenziare elegantemente il pregiudizio contrario dei pensatori e dei devoti. Il rilancio di un umanesimo appassionato e creativo del sapere – nell’odierna congiuntura depressiva delle routines ecclesiali e civili – ha bisogno di una devozione di alto profilo e di solide affezioni. La Cattolica è ora chiamata in causa dalla storia – e dalla sua storia – per il kairos di un nuovo futuro, all’altezza della sua invenzione. Una Università Cattolica, degna di questo nome, si addice al Sacro Cuore.

