Evangelizzazione come

    servizio di testimonianza

    Walter Kasper

    Una parola di conclusione deve essere qualcosa di più che soltanto un epilogo. Essa deve ancora una volta andare in profondità e dire: può evangelizzare soltanto una chiesa che è essa stessa evangelizzata e si sforza per un rinnovamento spirituale interno ed esterno. Può trasmettere la fede soltanto chi è personalmente forte nella fede. «Io ho creduto, perciò ho parlato», dice Paolo (2 Cor 4,13).
    Non si tratta dunque, in prima linea, di nuove organizzazioni e istituzioni, di istituire nuovi posti in organico e perciò liberare a tal fine mezzi finanziari, di convocare organismi e simposi e organizzare attività pubblicamente efficaci. Tutto ciò può essere utile. Tuttavia di queste cose ne abbiamo già abbastanza, talvolta perfino più di quanto sia necessario. Il comando missionario parla di testimoni (mdrtyres), che sono pieni di Spirito Santo (Lc 24,48s.; At 1,8). Il testimone non parla soltanto con la bocca, bensì con tutta la sua esistenza, egli rischia qui persino la sua esistenza terrena. Tuttavia, morire per il vangelo non è la fine della evangelizzazione. Il corpo torturato a morte cade piuttosto come un seme nella terra e porta molto frutto (Gv 12,25). Il sangue dei cristiani può diventare seme di nuovi cristiani [1].
    Lo Spirito di Dio, come evidenzia soprattutto Luca, è il vero promotore e l'anima dell'evangelizzazione. Secondo Giovanni è lui che ricorda, che interiorizza e universalizza Gesù Cristo e il suo messaggio (Gv 14,26; 15,26; 16,13). La nuova evangelizzazione perciò è, in prima linea, un compito spirituale; essa è il compito di cristiani santi. Laboratori sperimentali liberali agiscono qui piuttosto in modo controproduttivo. Occorrono cristiani che, come gli apostoli, si lascino chiamare dal Signore e si lascino assumere al servizio del regno di Dio. Essi devono essere disponibili a lasciarsi inviare e a rinunciare a tutto il resto per dedicare la loro vita totalmente a questo grande compito (cf. Mc 6,6-13; Le 10,1-12).

    Un nugolo di testimoni

    Per avere coraggio e forza per una nuova evangelizzazione non occorrono tanto maestri di dottrina, ma maestri di vita. Abbiamo bisogno di modelli vissuti. Della vergine e madre di Dio Maria come tipo, patrona e interceditrice di una chiesa evangelizzante si è già parlato. A lei specialmente dovremmo affidare la nuova evangelizzazione. Per il carattere spirituale della missione è significativo che la patrona della missione sia una santa che nella sua vita non è stata mai in missione, la quale però ha offerto la sua vita a Dio nel Carmelo e ha promesso di far piovere, dopo la sua morte, rose dal cielo: la santa Teresa di Lisieux. Ella non è la dolce figura che spesso viene rappresentata. Nella fede sperimentò aridità spirituale e prove. Perciò è molto più vicina di quanto noi pensiamo alle difficoltà nel credere di molte persone d'oggi.
    Se facciamo nostra la sfida e il compito della nuova evangelizzazione, ci poniamo in una lunga e grande tradizione. Essa risale indietro fino all'età apostolica, agli evangelisti come Filippo e Barnaba e alle donne che nel Nuovo Testamento ci sono presentate come missionarie. A questa tradizione appartengono i molti missionari e missionarie santi, di cui la storia della chiesa è piena: Agostino, che papa Gregorio Magno inviò in Britannia; Bonifacio, che lasciò l'Inghilterra sua patria per diventare missionario dei tedeschi; gli apostoli degli slavi Cirillo e Metodio, il missionario scandinavo Ansgar; Francesco Saverio missionario in India, Cina e Giappone; Daniele Comboni missionario in Africa; il fondatore dei missionari di Steyl Arnold Janssen; il missionario tra i lebbrosi Damiano de Veuster, come anche Charles de Foucauld, che operò tra i Tuareg musulmani con la sua sola presenza, le missionarie dell'amore del prossimo come Madre Teresa di Calcutta e molti altri.
    Non mancano neppure modelli per la nuova evangelizzazione. Già nel passato ci sono stati santi che hanno scosso e rinnovato la cristianità stanca, indolente e troppo adagiata: nella chiesa medievale Bernardo di Chiaravalle, Francesco e Chiara d'Assisi, Hildergarda di Bingen e Brigida di Svezia; nella crisi dell'età successiva alla Riforma protestante Francesco di Sales, Carlo Borromeo, Pietro Canisio; come precursori di una nuova evangelizzazione Filippo Neri, che con il suo apostolato di strada divenne il secondo apostolo di Roma, Alfonso de' Liguori che fondò l'ordine dei redentoristi per dedicarsi alla missione al popolo, Vincenzo Palloni che segnò gli inzi dell'apostolato dei laici, Jean Marie Vianney che da semplice parroco del villaggio di Ars rinnovò una comunità corrotta, il carismatico apostolo della gioventù Giovanni Bosco, il fondatore della pastorale degli emarginati a Roma don Luigi Orione e molti altri. Si può anche pensare a figure come Madeleine Delbrêl e alla sua esperienza pionieristica nell'ambiente ateo di lavoro oppure a scrittori come Reinhold Schneider, Gertrud von Le Fort, Paul Claudel, Charles Péguy e altri.
    Soprattutto non possiamo dimenticare i numerosi martiri del XX secolo in tutte le chiese e in tutte le parti del mondo. Spesso essi dovettero trascorrere molti anni in carceri e in campi penali, qui soffrire in modo disumano e sovrumano, finché molti di loro hanno subito una morte violenta per esaurimento fisico, fucilazione o nelle camere a gas. Il sangue di questi martiri del XX secolo diventa, così speriamo, seme per molti nuovi cristiani del XXI secolo.

    Speranza in una rinnovata Pentecoste

    L'evangelizzazione è iniziata a Pentecoste. Il discorso di Pietro ha colpito le persone «nel loro cuore» (At 2,37). Nel corso di una generazione l'evangelizzazione ha raggiunto tutto il mondo allora conosciuto. Lo Spirito di Dio è stato attivo anche nei secoli successivi ed è attivamente presente anche oggi. Possiamo dunque sperare in una rinnovata Pentecoste.
    La rinnovata Pentecoste non deve essere un incendio pentecostale. Gesù ha paragonato la crescita del regno di Dio a un poco di lievito, che fa lievitare tutta la pasta (Mt 13,33). In un altro passo egli ha paragonato il regno di Dio a un seme, persino a un piccolissimo granello di senape, il più piccolo di tutti i semi. Esso è del tutto non appariscente, ma quando cresce diventa un grande albero tra i cui rami fanno il loro nido gli uccelli del cielo (Mt 13,31s.). Nel linguaggio della Bibbia ciò significa soltanto che in esso tutti i popoli trovano posto.
    La legge del granello di senape può darci coraggio e fiducia quando noi guardiamo ai nuovi inizi, ancora piccoli e poco appariscenti, e alle nuove aperture nella chiesa attuale. Essi hanno dalla loro parte la promessa del vangelo. Sarà decisivo che noi stessi accogliamo il fuoco e l'entusiasmo pentecostale. Allora il vangelo si diffonderà inarrestabilmente, in maniera quasi spontanea, come un cespuglio che prende fuoco. Allora si avvererà ciò che Paolo dice: «La parola di Dio corre» (2 Ts 3,1).


    1 Cf. TERTULLIANO, Apol. 50, 13 [trad. it., Apologia del Cristianesimo - La carne di Cristo, Rizzoli,Milano 2000, 311].

    (da: Il Vangelo di Gesù Cristo, Queriniana 2012, pp. 291-294)