Nelle tue origini

    è il tuo futuro

    Che cosa dice la vita comune alla Chiesa?

    Pierpaolo Triani - Diego Mesa

    Ormai molti anni fa, [1] il teologo W. Kasper nel suo volume Introduzione alla fede (Kasper, 1972) metteva in luce come vi fosse il rischio di separare lo studio sulla Chiesa, sulla sua identità e la sua funzione, dalla riflessione sullo Spirito Santo, definita negli studi teologici "pneumatologia".
    Così scriveva: «L'ecclesiologia è una funzione della pneumatologia. Nella teologia moderna invece si ha sempre più l'impressione che la pneumatologia diventi una funzione dell'ecclesiologia; che lo Spirito diventi il garante della Chiesa e la pneumatologia una sovrastruttura ideologica dell'ecclesiologia» (Kasper, 1972, p. 148). Quando accade questa separazione si perde di vista il senso complessivo della vita della Chiesa. Proseguiva lo studioso:

    Una considerazione della Chiesa che poggia su se stessa valuterà la Chiesa più o meno come una formazione politica o giuridica di potere. Questo è in fondo possibile vuoi in una versione conservatrice vuoi in una versione progressista. L'evangelo, la salvezza, lo Spirito diventano un possesso della Chiesa e sono da essi amministrati. L'evangelo e lo Spirito passano quasi sotto la regia della Chiesa. Essa allora non ha più nulla che le stia di fronte con funzione critica. Una simile ecclesiologia si è già a priori immunizzata da ogni possibile messa in questione. E diventata un sistema chiuso. (Kasper, 1972, pp. 148-149)

    Non siamo teologi e quindi non intendiamo entrare nel merito specifico di questa riflessione del teologo tedesco sul rapporto tra pneumatologia ed ecclesiologia. Ci sembra tuttavia di scorgere nelle parole di Kasper la necessità di quella Chiesa aperta, che Papa Francesco richiama costantemente. Per non chiudersi in se stessa, per non restare bloccata da preoccupazioni semplicemente organizzative, la comunità ecclesiale ha bisogno sempre di lasciarsi interpellare dalle sue ragioni originarie (ossia dal Vangelo), dalla vita concreta delle persone, di leggere e interpretare le dinamiche che essa vive al suo interno e nei contesti nei quali essa opera e abita. Non basta perciò chiedersi che cosa la Chiesa può fare per i giovani; è necessario ascoltare ciò che essi vivono, ciò che desiderano, ciò che fanno anche all'interno delle trame della vita pastorale.
    È in quest'orizzonte che trova senso la domanda che è alla base di questo capitolo. La vita comune di alcuni giovani cattolici lombardi rappresenta un'esperienza sociale ed ecclesiale di indubbio interesse, ma che cosa può dire di specifico alla Chiesa di oggi, soprattutto alla Chiesa italiana, invitata anche di recente dal Papa a imboccare in modo píù deciso un percorso sinodale?
    Alla luce di quanto descritto dai curatori della ricerca nei capitoli precedenti riteniamo che si possa articolare una possibile risposta in quattro passaggi. L'esperienza di vita comune realizzata dai giovani invita la comunità ecclesiale a:
    1) ascoltare la domanda di una Chiesa credibile, capace di creare contesti di vita buoni, presente anche nelle giovani generazioni;
    2) riconoscere la generatività di cui è ancora capace anche in un contesto cosiddetto secolarizzato;
    3) valorizzare la forza della vita comune;
    4) crescere nel rinnovamento delle forme pastorali.
    Proveremo a tracciare brevemente questi quattro passaggi con la consapevolezza che il tema della vita comune non è uno dei tanti per la Chiesa, ma che esso chiama in causa una delle sue istanze originarie, che da sempre, fin dalle origini, hanno ispirato le comunità cristiane (cfr. Atti degli apostoli 2, 42-47).

    1. Ascoltare la richiesta di una Chiesa credibile, capace di costruire contesti di vita buoni

    I dati raccolti in questi anni, attraverso le indagini del Rapporto Giovani (Istituto Giuseppe Toniolo, a cura di, 2013; 2014; 2017), hanno evidenziato una progressiva erosione della percentuale dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni che si dichiarano cattolici (ormai sotto il 50%) e un aumento di coloro che si dichiarano atei o agnostici. Cresce nei confronti della vita cristiana ed ecclesiale una sorta di indifferenza, accompagnata da un basso livello di dichiarazione di fiducia nei confronti della Chiesa cattolica. Ha colpito al riguardo quanto emerso nel campione dei giovani coinvolti nel Rapporto Giovani 2021. Le loro risposte, raccolte durante l'emergenza pandemica, hanno indicato una crescita di fiducia (in alcuni casi anche forte) verso le diverse realtà istituzionali, ad eccezione proprio della Chiesa (Istituto Giuseppe Toniolo, a cura di, 2021).
    La diminuzione dei giovani (ma non solo) che riconoscono nella vita ecclesiale un punto di riferimento significativo non significa automaticamente perdita del senso religioso. Possiamo certamente parlare anche nei giovani di tensione e ricerca spirituale; sono presenti in diversi giovani l'esperienza religiosa, la preghiera, il rapporto con il mistero di Dio (Bichi - Bignardi, a cura di, 2015). Da molti, però, l'aspetto ecclesiale e comunitario sono considerati come accessori rispetto al proprio percorso di fede.
    Questo quadro, che va ben oltre lo scenario italiano, è stato ben sintetizzato dai giovani, provenienti da diverse parti del mondo che hanno partecipato alla Riunione pre-sinodale, in vista del Sinodo dei vescovi dedicato ai giovani, che si è tenuta a Roma dal 19 al 24 marzo 2018. Nel documento finale così i partecipanti scrivevano:

    Per molti giovani la fede è diventata qualcosa di inerente alla sfera privata, piuttosto che un evento comunitario. Le esperienze negative che alcuni di loro hanno avuto nella relazione con la Chiesa hanno certamente contribuito a che ciò avvenisse. Molti giovani si relazionano con Dio ad un livello meramente personale, essendo "spirituali ma non religiosi" oppure si concentrano solamente su una relazione personale con Gesù Cristo. Alcuni giovani pensano che la Chiesa abbia sviluppato una cultura in cui si presta esageratamente attenzione ai membri impegnati nel suo aspetto istituzionale piuttosto che alla persona di Cristo. Altri ritengono che le guide religiose siano distaccate dal resto delle persone e preoccupate della dimensione amministrativa più che della costruzione di comunità; altri ancora considerano la Chiesa come un'entità irrilevante. (XV Sinodo dei vescovi, 2018b, n. 7)

    La lucida descrizione dei giovani rivela nei confronti della Chiesa una domanda di coerenza, di credibilità; un'attesa verso una vita ecclesiale più nitritisi a dare forma ad esperienze concrete dove sperimentare l'intreccio tra l'incontro con il Vangelo e l'incontro significativo con gli altri; una ricerca di contesti di vita buoni. A questo proposito, sempre il documento finale della Riunione pre-sinodale richiamava espressamente a uno stile ecclesiale più accogliente, comunitario, relazionale, empatico. Così scrivevano ancora i giovani:
    I giovani di oggi desiderano una Chiesa autentica. Con questo vogliamo esprimere, in particolar modo alla gerarchia ecclesiastica, la nostra richiesta per una comunità trasparente, accogliente, onesta, attraente, comunicativa, accessibile, gioiosa e interattiva. [...]
    Desideriamo anche vedere una Chiesa empatica e protesa verso coloro che lottano nelle periferie, verso chi è perseguitato e chi è povero. Una Chiesa attraente è una Chiesa relazionale. (XV Sinodo dei vescovi, 2018b, n. 11)
    Occorre ascoltare attentamente questa domanda, che si rinnova anche nelle nuove generazioni, di un'esperienza di Chiesa segnata da relazioni buone, attenta all'altro, capace di seguire l'invito evangelico dell'amore fraterno.
    Le esperienze di vita comune attive nelle diocesi lombarde dicono alla Chiesa innanzitutto che questo desiderio di relazioni buone è presente nei giovani e che la dimensione relazionale rappresenta per loro un riferimento imprescindibile. È significativo, al riguardo, riscontrare che la ragione principale, tra coloro che hanno partecipato alla vita comune o hanno intenzione di parteciparvi, è stata proprio «per il piacere di stare insieme ad altri giovani» (scelta dal 51,1%), seguita da «per fare una significativa esperienza di discernimento» (34,6%) e «per fare una significativa esperienza di fede» (28,6%).
    Tali esperienze raccontano alla Chiesa la disponibilità di alcuni giovani a mettersi alla prova, nella misura in cui però non vengono considerati solo "destinatari", ma protagonisti in prima persona nel poter costruire contesti reali di condivisione e di comunione. Al Convegno ecclesiale di Firenze i giovani presenti avevano scritto una lettera a tutti i partecipanti, dove in un passaggio si legge:

    Non intendiamo cedere alle litanie del lamento, né rifugiarci nell'alibi della precarietà. Siamo invece qui, oggi, per rinnovare con umiltà e fierezza la nostra disponibilità a scendere dalle gradinate dello stadio e giocare la partita in attacco. Vi chiediamo di metterci alla prova, anche se potremmo sbagliare e incassare qualche sconfitta. Sentiamo di dover essere i primi a uscire sulle strade del mondo, nella curiosa esplorazione di chi sa di aver tutto da scoprire e vede in ogni volto e in ogni storia una nuova possibilità. (Convegno ecclesiale nazionale, Firenze, 2015)

    Ci sembra che le pratiche di vita comune parlino alla Chiesa proprio in quest'ottica; raccontano di giovani capaci di uscire, desiderosi di prendere sul serio la proposta di vivere la propria vita e la propria fede in maggiore profondità, attenti a porre al centro la costruzione di una società più fraterna, come richiamato con forza da Papa Francesco anche nella sua ultima enciclica Fratelli tutti (2020c).

    2. Riconoscere la generatività della Chiesa

    Le esperienze di vita comune all'interno delle diocesi lombarde non nascono improvvisamente, ma fioriscono sul terreno della vita ecclesiale. Sono pratiche che crescono dal di dentro della Chiesa. Quest'aspetto risulta con chiarezza nelle sette esperienze attentamente descritte nella prima parte di questo studio.
    La Rosa dei 20 trova il suo contesto di riferimento principale nell'Azione Cattolica Ambrosiana e nella ricchezza della vita pastorale della diocesi milanese. Essa riconosce espressamente le sue radici in quanto indicato dal cardinal Martini che, nel 2002, alla fine del Sinodo diocesano dei giovani, invitava a costruire forme nuove di vita fraterna. Questa linea pastorale, che fa da sfondo a tutte le esperienze della diocesi di Milano, veniva così significativamente espressa nel testo Attraversava la città:

    Abbiate la gioia di una casa comune: una domus ecclesiae. Prima che un edificio ci sia un contesto, un luogo permanente di incontro, giorni di vita insieme in cui si respiri uno stile di fraternità, di lavoro e di preghiera; tempi comuni dentro la vita ordinaria, per imparare a fare bene le cose di tutti i giorni e per interpretare insieme la Parola e la cultura contemporanea, con l'intelligenza della fede e con il desiderio di dialogare con tutti. (Martini, 2002, p. 22)

    L'esperienza di Casa Giovani è frutto della progressiva tessitura di legami di comunione fraterna tra laici, presbiteri e suore del decanato di liaggio (MI) e della presenza sul territorio della vita di oratorio; ma vede il suo punto di slancio, come ricordato nel capitolo ad essa dedicato, in un viaggio in Terra santa, che nei giovani ha fatto emergere in modo dirompente il desiderio di vita comunitaria, nella forma del Vangelo.
    La Comunità Efraim (Olgiate Olona - MI) è gemmazione della realtà comunitaria Sichem, nata da nove famiglie milanesi che, in stretta continuità con la loro esperienza ecclesiale all'interno di diverse realtà associative e pastorali, hanno scelto, anche ispirate dalla realtà comunitaria di Villapizzone (MI), di dare vita a forme di vita comune dove condividere spazi e tempi della vita quotidiana. La Comunità Efraim si presenta perciò come un'esperienza di giovani che hanno "respirato" negli anni il valore della vita comunitaria
    Il Centro giovanile Stoà (Busto Arsizio - MI) avvia proposte di vita in comune grazie al percorso di fede e impegno pastorale di giovani e sacerdoti del decanato, nei quali cresce la consapevolezza di individuare forme pastorali nuove, soprattutto per i giovani universitari.
    La Casa Legàmi e la Casetta Legàmi, nella diocesi di Como, hanno il loro contesto di origine nel Gruppo Legàmi, nato in ambito oratoriano e animato, anche su ispirazione delle unità di strada dell'associazione Papa Giovanni XXIII, dal desiderio di "uscire", di farsi prossimo nella strada. Queste due esperienze di vita comune sono alimentate dalla stretta connessione con la vitalità del gruppo che le ha originate, con la vita diocesana, la realtà oratoriana, la Caritas.
    Punto Giovani San Leonardo, nella diocesi di Mantova, costituisce un progetto che ha la sua origine nell'intenzione di un gruppo di giovani sacerdoti, accomunati dall'impegno nella Pastorale giovanile, di trovare nuovi modi per incontrare i giovani e proporre ad essi esperienze significative.
    Nessuna delle esperienze prese in esame nasce dunque separata dal contesto ecclesiale; potremmo dire invece che tutte nascono su un terreno reso fertile, negli anni, da: linee pastorali attente a coltivare la vita comune; azione delle parrocchie, delle unità pastorali, dei decanati, degli oratori; collaborazione tra sacerdoti, religiosi e religiose, giovani, associazioni ecclesiali, uffici pastorali; esempio e testimonianza di forme precedenti di vita comunitaria.
    Le forme di vita comune dei giovani, in quanto esperienze che sorgono nel contesto della vita ecclesiale, restituiscono così alla Chiesa un messaggio di generatività e un invito ad avere fiducia nella propria creatività pastorale. Le comunità cristiane sono ancora capaci di generare esperienze belle, e significative, purché esse sappiano collaborare, costruire legami, andare oltre l'apparente sicurezza di ciò che c'è già, nella consapevolezza che «i giovani, oggi, più che mai, hanno bisogno di formazione intelligente e affettiva, per appassionarsi al Signore, alla comunità cristiana e ai fermenti evangelici disseminati tra i loro coetanei nel mondo» (Martini, 2002, p. 23).

    3. Valorizzare la forza della vita comune

    La vita comune sperimentata dai giovani delle diocesi lombarde restituisce inoltre alla Chiesa un dato pedagogico che la caratterizza da sempre, ma verso il quale occorre che essa rinnovi costantemente l'attenzione. Per crescere nella fede e nell'amore fraterno occorre fare esperienza dell'incontro con la Parola e con l'altro, vivere contesti concreti di confronto, di dialogo, di cura, di condivisione. Per educare alla vita cristiana e accompagnare nella fede non basta proporre concetti oppure organizzare eventi, piuttosto è necessario coltivare contesti, ambienti, dove i fattori fondamentali della vita secondo il Vangelo sono praticati e dove lo sguardo evangelico sulla realtà è sperimentato nei gesti, negli incontri, nelle parole.
    Ci sembra di trovare nelle esperienze descritte proprio questa intenzione di fondo: permettere ai giovani di sperimentare la forza formativa che la vita comune vissuta secondo lo stile cristiano possiede, la sua capacità di aprire la mente e il cuore, di allenare lo sguardo. Contemporaneamente, ci sembra altresì di cogliere nei giovani che vivono queste esperienze l'invito rivolto alla Chiesa di custodire e valorizzare al meglio la forza che ha il cercare di vivere insieme come figli, fratelli, salvati, accrescendo gli sforzi di proporre esperienze di vita comune, in rapporto alle diverse culture e ai diversi contesti.
    La ricerca mette in luce molto bene che esistono diversi modi di attuare forme di vita comune tra i giovani. Esistono pratiche pastorali che propongono esperienze temporanee (l'unità minima è quella di una settimana), altre che propongono forme più permanenti (in un caso addirittura fino a tre anni). Vi è differenza anche nella conformazione dei gruppi che vivono l'esperienza, nella presenza più o meno stabile di figure più adulte, nella collaborazione con altre esperienze ecclesiali.
    In modo altrettanto chiaro però la ricerca evidenzia come vi sia una struttura di lume, una forma comune, che caratterizza ogni esperienza e che riprende "in piccolo", i fondamentali del vivere insieme "da cristiani".
    Senza alcuna pretesa di esaustività, possiamo sintetizzare i "fondamentali" attorno a questi aspetti.
    Innanzitutto, l'esperienza della vita comunitaria a cui i giovani partecipano è caratterizzata da una ordinarietà non rigida, ma scandita da due punti fermi. Un primo punto fermo è rappresentato, in tutte le realtà considerate, dal ritmo mattutino e serale della preghiera personale e comunitaria. E questa dimensione orante a fare da cornice agli impegni di studio e di lavoro di tutti. Un secondo punto fermo è quello del ritagliarsi nella giornata e nella settimana momenti specifici per stare insieme (nella quotidianità è solitamente la cena), sia nella semplicità del mangiare e del chiacchierare sia attraverso momenti di ascolto reciproco, di confronto, di studio, di impegno.
    Accanto all'ordinarietà non rigida ma ritmata della vita comunitaria, un secondo aspetto fondamentale risulta essere quello del vivere l'incontro con l'altro nel segno della fraternità. Cercare di vivere insieme "da fratelli" è ben di più che mettere in comune spazi, tempi, costi; è andare oltre l'indifferenza verso l'altro, e l'interazione strumentale, per aprirsi invece all'incontro; è interessarsi all'altro; è sentirsi interpellati da esso e, in un certo qualche modo, corresponsabile del suo bene, della sua "salvezza". K. Rahner, diversi anni fa in una significativa riflessione dal titolo Chi è tuo fratello?, notava:

    Nella nostra vita di cristiani ordinari sembra che in fondo ci si debba procurare la propria salvezza solo con la preghiera, l'accostarsi ai sacramenti, la partecipazione all'Eucarestia, l'evitare o l'eliminare i peccati; e a tale scopo bisogna naturalmente impedire pesanti mancanze contro l'impegno morale che si ha nei riguardi del prossimo. Non apparirebbe però del tutto diversa la vita cristiana se noi intendessimo spontaneamente la massima "salva la tua anima" nel senso "salva il tuo prossimo"? (Rahner, 1984, p. 24)

    Vivere con l'altro nello stile della fraternità è sicuramente l'aspetto più complesso della vita comune cristiana, perché la cura della relazione richiede sempre energie nuove e i rapporti umani comportano sempre resistenze, incomprensioni e conflitti. Non è un caso che i giovani, coinvolti nella ricerca, considerino, saggiamente, la vita comune difficile, piuttosto che facile, e ruvida, piuttosto che liscia. La vita comune vissuta fraternamente, che mette di fronte ai propri limiti, ai limiti altrui, fa toccare con mano la forza dell'aiuto reciproco, del sostegno, si configura come esercizio "spirituale" quotidiano che ha al centro l'incontro e l'ascolto dell'altro. Significativamente D. Bonhoeffer, nel suo indimenticabile testo La vita comune, inseriva tra gli elementi costitutivi del servizio fraterno l'ascoltare il fratello come ascoltiamo la Parola di Dio e annotava: «Il primo servizio che si deve agli altri nella comunione consiste nel prestar loro ascolto. L'amore per Dio comincia con l'ascolto della sua Parola e analogamente l'amore per il fratello comincia nell'imparare ad ascoltarlo» (Bonhoeffer, 2017, p. 75).
    Un terzo aspetto, che accomuna le esperienze prese in considerazione dalla ricerca (accanto all'ordinarietà ritmata e la logica fraterna), e che può essere annoverato tra i fondamentali della vita comune cristiana, è dato dal fatto che la vita comune chiede di essere sostenuta da figure di riferimento, capaci di esercitare un accompagnamento, come sottolinea Francesco nella Christus vivit, che non imponga percorsi ma susciti processi in persone che «sono sempre uniche e libere» (2019, n. 297).
    Il rapporto tra "pari" è indispensabile, ma esso diventa più significativamente formativo per il singolo e fonte preziosa di discernimento, se è sostenuto dal confronto con figure che hanno percorso più strada nel cammino della vita di fede. Questo accompagnamento, come si è visto, può assumere forme diverse (a volte gli adulti di riferimento portano avanti con i giovani l'esperienza comunitaria; altre volte sono presenti solo in alcuni momenti del percorso), ma costituisce sempre un fattore di grande rilevanza per aiutare i giovani a coniugare l'esperienza quotidiana con la riflessività, a rileggere i propri vissuti, ad affrontare gli ostacoli, a ricollocare sempre quanto accade nell'orizzonte di senso che è alla base della vita comune.
    Un quarto aspetto comune alle esperienze considerate e che rinvia ad un altro dei "fondamentali" della comunità cristiana è il realizzare forme di vita insieme non chiuse in se stesse, ma attente alle situazioni di povertà e fragilità, disponibili a diventare risorsa per il contesto territoriale in cui vivono, mosse dalla tensione ad essere fattore (li trasformazione. Scriveva D. Mongillo: «Ci si lascia trasformare quando ci si impegna a trasformare; tra queste gravitazioni sussiste una distinzione di formalità, non di tempo. La Chiesa è tutta generata e tutta generatrice: è generata feconda, generante; più si lascia accogliere più è in condizione di accogliere; più cresce, più accresce» (Mongillo, 1984, p. 23).

    4. Crescere nel rinnovamento delle forme pastorali

    L'esperienza della vita comune dei giovani sostenuta da diverse realtà ecclesiali rappresenta un invito alla Chiesa tutta a intensificare gli sforzi di rinnovamento pastorale, per costruire, nell'oggi, contesti di vita buona segnati dallo stile evangelico, dove le persone possono incontrare e respirare la forza liberante del Vangelo.
    Tutti sembrano concordare sul fatto che ci sia urgente bisogno di una Chiesa sempre più capace di accompagnare, di esercitare il discernimento, di sinodalità, di fraternità. Ma da dove partire per dare forma concreta a queste parole-guida?
    Sono molti gli aspetti che debbono essere considerati, molteplici i campi di intervento e le forme di azione. Tuttavia, ci sembra che il tema del rilancio della vita comune tra i giovani sia da prendere attentamente in considerazione, per la sua concretezza e per la sua pregnanza. Il fare esperienza di vita comunitaria permette di cogliere dal "vivo" il valore del camminare insieme, del cercare insieme il bene, dell'accoglienza reciproca, del perdono, dell'interdipendenza, dell'ascolto dell'altro come "Parola di Dio".
    Non basta però che la Chiesa intensifichi nei confronti dei giovani la proposta delle esperienze di vita comune. Esse – così sembra emergere dalla ricerca – sono infatti contesti che chiedono motivazioni e consapevolezze specifiche, che intercettano solitamente giovani con grado alto di studio, provenienti, non poche volte, già da esperienze ecclesiali in sé significative. Sono "esperienze forti" che tendono per loro natura ad essere selettive. Si tratta invece di inserire questo tipo di proposte all'interno di un'intenzionalità pastorale più ampia che abbia a cuore il rendere sperimentabile per tutti lo stile di fraternità.
    Ancora Rahner, nel testo già ricordato, osservava come la Chiesa osi pensare che l'invito a vivere nella fraternità riguardi tutti, qualunque sia la loro condizione di vita. Egli scriveva:

    La teologia cristiana è convinta che una infinita comunicazione di due soggettività illimitata, ossia una fraternItà avvolta e sorretta dal mistero assoluto del Dio infinito, sia possibile a tutti gli uomini, anzi che per tutti un impegno santo e inesorabilmente richiesto. Dunque, anche per gli uomini normali, per coloro che faticosamente si arrabattano per vivere e i cui orizzonti sembrano penosamente ristretti presi come sono dalle anguste preoccupazioni del vivere quotidiano. L'antropologia cristiana non esclude neppure costoro, bensì, con incredibile ottimismo, afferma che anche in questi può e deve attuarsi, anzi di fatto si attua, quell'amore che l'antropologia più sublime esalta e che mai però può scandagliare. (Rahner, 1984, p. 25)

    Una Pastorale che intende rinnovarsi nella logica della fraternità è chiamata perciò sia ad accrescere gli sforzi per rendere l'esperienza di vita comune tra i giovani una forma praticabile da tanti, diversificandone modalità e forme sia ad affiancare a queste esperienze altri modi di dare concretezza all'ideale della vita fraterna secondo il Vangelo.

    NOTE

    1 La presente riflessione fa seguito all'indagine "Giovani e vita comune", promossa da ODI. (Oratori Diocesi Lombarde), realizzata dall'Osservatorio Giovani, con il contributo economico di Regione Lombardia (Introini - Pasqualini, a cura di, 2021).

    (Paola Bignardi - Fabio Introini - Cristina Pasqualini, Oasi di fraternità. Nuove esperienze di vita comune giovanile, Vita e Pensiero 2021, pp. 233-243)