Il tempo nel cammino spirituale e nella storia
    Carlo Molari


    La discussione sulla natura del tempo continua. Anche tra i fisici si levano voci autorevoli contro la convinzione di Albert Einstein e degli altri che ispirandosi a Immanuel Kant hanno difeso l'illusorietà del tempo e la sua soggettività. «Per noi che crediamo alla fisica, scriveva Einstein il 21 marzo 1955, la divisione tra passato, presente e futuro ha solo il valore di una ostinata illusione» (Lettera alla moglie e al figlio di Michele Besso in Opere scelte, Bollati Boringhieri, Torino 1988, p. 707). La concezione del tempo opposta alla tesi soggettivista è stata difesa da Newton che considerava il tempo esistente in sé, indipendente dalle cose in divenire, anzi condizione necessaria del loro processo. La visione attualmente più diffusa vuole superare sia il soggettivismo kantiano di Einstein che l'oggettivismo realista di Newton. Il tempo non esiste in sé ma è costituito dalle creature stesse in processo: il loro divenire crea il tempo in modo vario e relativo.
    Già Heidegger, in certo modo, aveva espresso questa convinzione quando scriveva: «l'esserci nella sua estrema possibilità d'essere è il tempo stesso non è nel tempo» (Il concetto di tempo, (1924) Adelphi, Milano 1998, p. 40) e quando qualche anno dopo si chiedeva: «Il tempo si rivela forse come l'orizzonte dell'essere?» (Essere e tempo, 1927, a cura di P. Chiodi, Longanesi, Milano 1976, p. 520).
    Anche fisici autorevoli cominciano ad accogliere l'interpretazione oggettiva. Sintomatico è quanto scrive il fisico Lee Smolin nella prefazione al suo recente volume La rinascita del tempo (Einaudi, Torino novembre 2014, l'originale è della fine del 2013). «In passato credevo nella fondamentale irrealtà del tempo. In verità ho intrapreso la carriera di fisico poiché da adolescente desideravo scambiare il mondo umano, che mi appariva brutto e inospitale, con un mondo di verità pura, atemporale. Più in là negli anni scoprii che la condizione umana è piuttosto gradevole e la necessità di una fuga trascendente venne meno. Il punto importante è che oggi non credo più che il tempo sia irreale. Di fatto sono passato a nutrire la concezione opposta: non solo il tempo è reale, ma nulla di ciò che sappiamo e di cui facciamo esperienza si avvicina al cuore della natura più della realtà del tempo. Le ragioni di questo mio voltafaccia sono legate alla scienza e in particolare agli sviluppi contemporanei della fisica e della cosmologia» (o. c. p. VIII). A p. XII della stessa prefazione Smolin osserva: «pensare nel tempo non è relativismo, è una forma di relazionismo, la concezione filosofica secondo cui la descrizione più vera di qualunque cosa si ottiene specificandone le relazioni con le altre parti del sistema di cui fa parte. La verità può essere sia legata al tempo sia oggettiva quando riguarda oggetti che esistono una volta creati dall'evoluzione o dal pensiero umano».
    Anche il fisico Carlo Rovelli, che dedica un intero capitolo del suo recente libro La realtà non è come ci appare (Cortina, Milano 2014) per mostrare che Il tempo non esiste (pp. 153-169) o che «a livello fondamentale il tempo non c'è» (p. 159), di fatto sostiene la realtà del tempo. Anch'egli perciò critica Kant perché «pensava che lo spazio e il tempo newtoniano potessero essere forme a priori della conoscenza» (p. 168). Egli vuole però chiarire che il tempo «non è quello che pensiamo» (pp. 154 ss.), perché «lo scorrere del tempo è interno al mondo, nasce nel mondo stesso, dalle relazioni fra eventi quantistici che sono il mondo e generano essi stessi il proprio tempo» (pp. 155 s.). Vuole insegnarci «a pensare il mondo non come qualcosa che cambia nel tempo, ma in qualche altro modo» (p. 159) perché «il tempo nasce dai processi» del campo quantistico, le «entità discrete elementari... tessono spazio e tempo con le loro relazioni» (p.169). «Le cose cambiano solo in relazione l'una all'altra» (p. 159). Per lui il mondo è «fatto solamente di campi quantistici in interazione il cui pullulare di quanti genera, attraverso una fitta rete di interazioni reciproche, spazio, tempo, particelle, onde e luce» (p. 230). Come la luce, le onde e le particelle anche lo spazio e il tempo generati dalle interazioni dei campi quantici sono reali e non semplici nostre proiezioni interpretative. Egli chiama questo modo di pensare: «relazionalismo» (p.109). L'ostinata illusione di cui parlava Einstein non è più considerata tale perché il tempo, pur non esistendo in sé, costituisce una reale ed oggettiva qualità delle cose. In questo stesso senso qualche anno fa il fisico e filosofo Rocco Vittorio Macrì, terminava un denso articolo sulla natura del tempo con le parole: «dopo un secolo di annientamento il tempo torna finalmente reale» (Che cosa è il tempo. Bergson, Maritain, Dingle a confronto con Einstein, in Sapienza LXI (2008) 1 pp. 1-51).

    Il tempo come creatura: conseguenze teologiche

    I teologi cristiani hanno solidi motivi per considerare l'oggettiva realtà del tempo come qualità intrinseca delle creature. Esse sono temporali nel senso che dipendono continuamente dalla forza creatrice, ma non possono accogliere in un solo istante tutta la ricchezza offerta a loro. Le creature per accogliere tutta la perfezione esigono lo sviluppo progressivo di strutture accoglienti e di informazioni corrispondenti. Il tempo è reale in quanto ritmo di questo flusso vitale.
    In tale modo la storia umana può essere vissuta e interpretata quale storia di salvezza. Il tempo è un reale fattore di crescita perché alla complessità delle strutture corrisponde una emergenza più ricca e profonda dell'azione creatrice. In questo senso Dio viene (Ap. 1, 4, 8) nella storia perché con il tempo la creatura può accogliere la Parola creatrice in modo più efficace e sa leggere la Storia in modo più ricco e profondo. Il tempo rende possibile l'espansione della perfezione divina man mano che le creature la accolgono secondo la loro complessità. Si può dire che Dio si fa presente in modo più intenso e che il tempo è gravido della presenza attiva di Dio. In questo senso il tempo non è in Dio perché l'offerta divina è sempre piena, anche se non può essere accolta in un istante. Perciò il tempo non ha realtà in sé ma nella creatura è il ritmo dell'accoglienza della perfezione divina. In prospettiva statica anche in teologia il tempo veniva considerato come un ambito neutro nel quale le creature potevano svolgere le proprie azioni, queste non erano connesse o dipendenti dal tempo poiché la qualità delle creature dipendeva dalle risorse della loro natura, che si sviluppava nel tempo ma senza una diretta connessione con il tempo. In prospettiva evolutiva invece il tempo è una componente strutturale delle creature stesse, è un dato emergente dalle loro stesse azioni. Il tempo offre possibilità nuove, gravido come è della potenza creatrice di Dio. In questo senso le creature sono intrinsecamente temporali, mentre Dio è pienezza compiuta, le creature sono frammenti che nella successione delle situazioni possono accogliere perfezioni nuove.
    Si può dire quindi contro l'interpretazione oggettivista che il tempo non esiste in sé, distinto cioè dalle creature. Come lo spazio anche il tempo è costituito dalle creature in processo e in relazione fra di loro. Analogamente contro l'interpretazione soggettivista si può dire che il tempo è una qualità o dimensione reale delle creature, che diventano secondo il grado di accoglienza della perfezione divina. Nella prospettiva evolutiva perciò il tempo è una qualità inerente alle creature e corrisponde al ritmo di accoglienza delle offerte vitali che rendono possibili modalità inedite di esistenza e di attività. Secondo il ritmo del tempo la presenza creatrice introduce informazioni nuove corrispondenti al livello raggiunto dal cosmo in processo.
    Diverse conseguenze derivano da questa impostazione. Ne elenco alcune brevemente. La prima è che la creazione non può essere perfetta fin dall'inizio ma che essa si sviluppa in una successione di situazioni e di esperienze. Lo stesso vale per la rivelazione che consiste in una serie di esperienze storiche condizionate dai modelli culturali degli attori e degli interpreti.
    La seconda conseguenza è che i cambiamenti sono necessari per lo sviluppo della storia salvifica.
    Le strutture create non possono fermarsi, ma sono sollecitate ad accogliere continuamente l'offerta divina. Le tappe di crescita possono essere accelerate o ritardate secondo l'accoglienza delle creature. I ritmi del tempo perciò non sono identici per tutti, ma variano secondo le condizioni di ciascuno e il coinvolgimento vissuto. Anche nella stessa persona sono possibili variazioni di ritmo.
    La terza conseguenza è il possibile fallimento del divenire: la creatura può non giungere al compimento e smarrirsi lungo la strada. Può esaurire le possibilità di essere e rifiutare il futuro.
    La quarta conseguenza è che con il passare del tempo le qualità umane possono e devono crescere.
    Oggi ad esempio all'umanità è chiesta una più profonda capacità di amare, perché le è affidata una nuova responsabilità e le è offerta una grazia inedita. Tutti i popoli devono realizzare rapporti più intensi e gratuiti per portare insieme il molto male e superare i numerosi disordini ancora presenti nel piccolo pianeta che è la loro casa.

    FONTE: “Rocca” n. 2 - 15 gennaio 2015