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    La Provvidenza

    da Seneca a Manzoni

    Gavino Manca

    Secondo il pensiero filosofico cattolico, l'agire dell'uomo nella Storia, pur nel rispetto del "libero arbitrio", corrisponde ad un disegno divino di ordine superiore. Quello della Provvidenza è un tema centrale del pensiero cattolico che, nonostante le ambiguità assunte dal termine in questo secolo, resta di estrema attualità; basti pensare che il cardinale Carlo Maria Martini, pur senza usare il termine Provvidenza, ha fatto più volte riferimento nel suo magistero al «mistero della misericordia di Dio che ci guida attraverso vie incomprensibili», al «disegno nella storia umana che si compirà perché è un disegno del Padre», a »tutto ciò che Gesù ci ha rivelato del Padre, del mondo e della vita dell'uomo nel mondo».
    Storicamente, il tema della Provvidenza è antico come il mondo: esiste da quando si è posto il problema del rapporto tra Dio (o gli dèi) e gli uomini. Le tracce culturali più lontane di questo rapporto sono per noi reperibili nella mitologia greca e nel racconto biblico; sono immagini vive e affascinanti di vicende che pongono a contatto diretto, spesso "fisico", gli dèi e gli uomini. Nei poemi omerici è Giove stesso, o qualcun altro dei numerosi ospiti dell'Olimpo, che punisce o sovviene persone e popoli; nella Bibbia è Dio che ferma la mano di Abramo pronto a sacrificargli, per obbedienza, il figlio.
    Poi verranno Platone e il Nuovo Testamento. «Noi uomini non siamo come le piante della terra, perché la nostra patria è il cielo, dove fu la prima origine dell'anima e dove Iddio, tenendo sospesa la nostra testa, ossia la nostra radice, tiene sospeso l'intero nostro corpo che perciò sta eretto» (Timeo, 90 a-b). In Luca 12, Gesù sta educando i discepoli alla fede evangelica e fa il discorso sulla Provvidenza divina: il Padre sa ciò di cui abbiamo bisogno e ce lo darà se noi cercheremo anzitutto il suo Regno. Forse non si adempirà la promessa per cui l'uomo avrà senz'altro di che mangiare, bere e vestire: sarà la "prova", o ciò di cui abbiamo bisogno, anche se non lo sappiamo.
    Con Platone e il Nuovo Testamento il tema della Provvidenza, del rapporto Dio-uomini, segna una svolta sostanziale: diventa un rapporto interattivo, dove l'uomo non è più soltanto oggetto passivo, ma protagonista cosciente e consapevole del disegno divino. L'uomo è trascendente, dice Platone, la sua patria non è la Terra; è altrove che egli deve cercare l'origine e la giustificazione del suo essere, delle sue azioni. Più esplicitamente, Gesù non dice all'uomo di abbandonarsi al corso delle cose perché tutto andrà bene; lo invita ad accogliere il Regno, attraverso la sua capacità di credere, di amare, di rischiare.
    La Provvidenza è un "mistero", sul piano filosofico come su quello religioso, nel senso che non è possibile comprendere i mezzi e le vie attraverso cui Dio realizza il suo disegno della storia umana, negli uomini e con gli uomini. Ed è tanto più un mistero quanto più si pensi ad un Dio "personalizzato", che incute timore e a cui si possono chiedere favori. Meno misterioso – almeno sul piano filosofico – è certamente il "Dio di Spinoza", cui credeva Einstein, «che si rivela nell'ordine armonioso di tutto ciò che esiste, non un Dio che si interessa delle azioni e del destino degli esseri umani».
    Scrivendo, probabilmente nel 62 d.C., pochi anni prima della sua morte, il Dialogo sulla Provvidenza Seneca era lontanissimo da questa concezione spinoziana, mentre certamente risentiva dell'opera dello stoico Crisippo, opera ammirata, criticata e utilizzata da Cicerone quale fonte del suo trattato Sul fato. Il Dialogo di Seneca non tratta compiutamente della Provvidenza ma, come dice il suo titolo integrale, affronta il quesito del «Perché capitino delle disgrazie agli uomini buoni, se esiste la Provvidenza». È inopportuno tentare di riassumere qui le sue argomentazioni che sono imperniate su una risposta centrale: l'accettazione forte e cosciente delle sventure arricchisce l'uomo e ne fa l'equilibrato conoscitore di se stesso e della reale condizione umana.
    Il pensiero sulla Provvidenza tocca il suo vertice e raggiunge la sua compiutezza nell'opera di Alessandro Manzoni, di cui vogliamo ricordare alcuni fondamentali temi: il primo, presente anche nel Dialogo senecano, è quello riguardante la dialettica tra giustizia umana e giustizia divina. Quando Manzoni utilizza il termine giustizia riferito a uomini, governanti, istituzioni, leggi, è quasi immediato il richiamo all'ammonimento biblico:«Maledetto l'uomo che confida nell'uomo». Nel romanzo questa giustizia legale è trattata con pessimismo, ironia, pietà, derisione; da qui le due forme non legali di giustizia umana considerate: quella che l'individuo si fa da sé e quella della folla. Entrambe dimostrate insufficienti e velleitarie.
    Il fallimento della giustizia umana serve a Manzoni per preparare l'animo ad aprirsi alla giustizia divina. Il passaggio ha una splendida evidenza nell'incontro del padre Cristoforo con don Rodrigo: non appena il padre si accorge che non c'è nulla da sperare da don Rodrigo per quanto riguarda Lucia, cambia tono e diventa insieme profetico e più disinvolto: «Sapevo bene – dice – che quella innocente è sotto la protezione di Dio; ma voi, voi me lo fate sentire ora, con tanta certezza, che non ho più bisogno di riguardi a parlarvene». E spiega meglio questo concetto quando dà, dopo il drammatico incontro con don Rodrigo, un breve resoconto del dialogo ad Agnese e Lucia: «Non c'è nulla da sperare nell'uomo: tanto più bisogna confidare in Dio».
    Un altro tema della Provvidenza manzoniana che trova un parallelo nel Dialogo di Seneca è quello del bene che gli umili, i perseguitati, gli sventurati diffondono intorno a sé. Così come il filosofo latino sottolinea quanto le avversità tornino a vantaggio non solo di coloro cui capitano, ma di tutta l'umanità, altrettanto bene (possiamo dire, anzi, assai meglio) Manzoni dimostra la "ricaduta" di benedizione che i suoi protagonisti provati da Dio trasmettono al loro prossimo. Lucia, per esempio, induce una serenità nell'animo di Gertrude e accelera la conversione dell'Innominato; fra Cristoforo dà un nuovo tipo di gioia ai parenti di colui che ha ucciso; il cardinale Federigo porta una sensazione di festa nei paesi ove si reca in visita...
    Ma il vero messaggio manzoniano sulla Provvidenza sta nell'ultima pagina del romanzo, là dove i protagonisti tentano di trarre degli insegnamenti dalle loro vicende; quelli di Renzo sono tutti negativi: «Ho imparato a non mettermi nei tumulti; ho imparato a non predicare in piazza; ho imparato a non alzar troppo il gomito...». Sono gli insegnamenti di chi affronta la vita con sicurezza e superficialità, senza riflessione, e scopre che la vita gli ha preso la mano. Diverse sono le considerazioni di coloro che non vanno a mettersi nei pasticci ma che vi si trovano, spesso senza volerlo. E sono quelle che portano i due promessi (e finalmente) sposi a concludere che «i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore».
    Una convergenza assai significativa di idee e sentimenti sul tema della Provvidenza si ebbe fra Manzoni ed un altro grande pensatore cattolico a lui contemporaneo: Antonio Rosmini. Se un termine del linguaggio scientifico, quello di sinergia, può essere trasferito alla sfera dei rapporti personali, esso particolarmente si adatta alla vicenda che unì per quasi trent'anni due tra i nostri "maggiori" dell'Ottocento. Difficilmente è dato trovare nella,storia del pensiero un caso più emblematico di "affinità elettive" tra due uomini, dal cui scambio entrambi avrebbero trovato arricchimento e conforto.
    Nei Promessi Sposi il termine Provvidenza ricorre sovente e con accenti differenti, anche in relazione alle particolari circostanze, ma con alcuni motivi costanti. Dopo la fuga da Milano, uscito dall'osteria in territorio veneziano con ormai pochi soldi in tasca, Renzo Tramaglino incontra la mano tesa di persone più povere di lui. Allora, in un impeto di sincera commozione: «La c'è la Provvidenza, disse Renzo; e, cacciata subito la mano intasca, la votò di que' pochi soldi; li mise nella mano che si trovò più vicina, e riprese la sua strada». Un gesto di solidarietà e di fiducia in Dio. Un esempio illustrativo ben inquadrabile nella quarta massima rosminiana (Massime di perfezione cristiana): «Abbandonare totalmente se stesso nella divina Provvidenza».
    All'interno delle riflessioni sulla Provvidenza, un tema caro a Manzoni e Rosmini è quello della giustizia, tema complesso che si articola almeno sulle due dimensioni della giustizia umana e di quella divina. Dimensioni che, come abbiamo visto poc'anzi, nel Manzoni assumono valenze antitetiche: profonda disistima per la giustizia umana, quella dei governanti inetti, delle leggi inascoltate, delle istituzioni incapaci; assoluta fiducia nella giustizia divina, unica vera protezione per i deboli, i perseguitati, gli oppressi. Più sfumata, ma non meno precisa, la demarcazione tra giustizia umana e giustizia divina nel Rosmini, che vede nelle istituzioni, nelle leggi, nella democrazia, dei beni per se stessi, in quanto sono doni di Dio. È una visione più ottimistica del mondo, del quale non si ignorano peraltro le ombre e le contraddizioni, probabilmente legata anche alla diversa matrice di formazione culturale dei due: di stampo giansenistico (e quindi pessimista) quella del Manzoni, basata sui padri della Chiesa e su autori di chiara ortodossia cattolica quella del Rosmini.
    È però interessante e significativo il progressivo accostamento di queste due visioni che risulta evidente in un'altra opera di Manzoni, il Saggio dell'invenzione. Qui Manzoni spiega che i cristiani sanno che «l'utilità non può derivare che dalla giustizia. Ma sanno insieme che questa unione finale non si compisce se non in un ordine universalissimo, il quale abbraccia la serie intera e il nesso di tutti gli effetti che sono e saranno prodotti da ogni azione e da ogni avvenimento, e comprende il tempo e... quest'ordine ha un nome: la Provvidenza». Simmetricamente il Rosmini - nella Teodicea - scrive questa frase particolarmente felice: «Bisogna che noi immaginiamo tutto questo universo sia fisico che morale come un grande e sacro libro aperto da Dio innanzi agli occhi degli uomini e non iscritto dentro, se non tutto di quesiti e difficoltà proposte a risolvere alla umana intelligenza, acciocché con l'investigarne le risoluzioni e le risposte, essa venga accrescendo di cognizione e d'appagamento».
    Perché Provvidenza non significa, per Manzoni come per Rosmini, tanto e solo benedizione e doni di Dio, beni temporali, intellettuali, spirituali, ma anche e soprattutto capacità di disporre l'animo in senso cristiano verso le difficoltà, le sventure, i "guai" i quali, come ebbero a concludere Renzo e Lucia nel già citato episodio, «quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore». 



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