Culti e liturgie
tra inganni e dis-inganni
Svelare ciò che appare per individuare ciò che è
Manlio Sodi
Il modo più sicuro per restare imgannati
è credersi più furbi degli altri!
Culti e liturgie: due termini che possono apparire ambivalenti a seconda di come vengono interpretati, presentati, usati e soprattutto vissuti. È possibile che anche nel contesto liturgico ci si debba muovere tra inganni e disinganni? Le situazioni – più frequenti di quanto non si immagini – sono tali da meritare una riflessione e un confronto, per non essere ingannati e per non ingannare.
Si apre dinanzi a noi un vero e proprio “laboratorio” che tiene conto delle complesse problematiche che si intrecciano nell’odierna società ormai globalizzata, ma anche dell’esperienza del limite e insieme del bisogno di spazio per fermarsi a riflettere sui grandi temi dello spirito. Nel nostro specifico la domanda: cosa c’è dietro a ciò che appare?
1. Liturgia, culto e inganno: termini da precisare
Liturgia è una parola dalla valenza originaria decisamente laica. Deriva dal greco classico, e indicava una prestazione pubblica che il cittadino doveva offrire gratuitamente allo Stato. Da questa connotazione di “opera pubblica” attuata “gratuitamente” a servizio di una “comunità” è derivato il naturale passaggio del termine nel linguaggio biblico.
È in questa linea che quando coloro che dovevano tradurre la Bibbia ebraica e aramaica in greco – i famosi LXX – si trovarono di fronte al bisogno di esprimere la realtà del culto non esitarono ad usare il termine leitourgía. Da qui il passaggio del termine nel contesto cultuale cristiano per esprimere con la parola liturgia l’insieme dell’azione cultuale che celebra il memoriale della Pasqua.
Ma il termine in tempi recenti è passato a significare anche in ambito laico – politico e ludico – una realtà caratterizzata dalla ripetitività (non escluso l’atteggiamento di noia!).
Culto invece è un termine che proviene dal contesto della latinitas classica, ma con radice indo-iraniana e greca. Cultus-colere è usato per esprimere il concetto di abitare e coltivare la terra (= agricola), venerare, onorare una persona o una divinità, e anche coltivare una virtù o una dote (da cui per contrapposizione il termine in-colto).
Il frequentissimo uso del termine nella religione pagana spiega il motivo per cui i primi scrittori cristiani esitarono molto nell’adottare il termine per il nuovo culto. Questo spiega il raro uso di esso sia nelle antiche fonti liturgiche sia nell’odierno Messale Romano dove il verbo è usato 13 volte e il sostantivo 10.
Nel contesto del linguaggio ordinario il termine esprime l’atteggiamento di venerazione nel confronti di Dio e, subordinatamente, nei confronti della Madre di Dio e dei Santi; tutto questo accanto all’espressione: coltivare una virtù, un hobby, una disciplina…
Precisati i termini essenziali, rimane da individuare il senso relativo al termine dis-inganno.
Derivato da gannire – termine tecnico e popolare insieme – che nel latino indica “fare dei versi, gagnolare (come fanno i cagnolini), cinguettare”, ma anche “brontolare, borbottare, mugolare”, il termine (nel tardo latino diventa ingannāre, sec. VIII) si è caricato dell’illativo in- che ha la funzione di condurre verso un significato o riconfermarlo; da qui il senso di “indurre in errore, frodare, truffare, tradire, deludere, giudicare falsamente”. L’ulteriore prefisso dis- (anch’esso di origine indoeuropea) denota il contrario, l’opposto, per esprimere un valore negativo e indicare “dispersione, separazione” ma anche “alterazione, anomalia, malformazione”. Da qui, appunto, dis-inganno e un numero elevato di termini composti (dis-ordine, dis-eredare, dis-mettere, dis-sentire, dis-onorare, dis-ancorare, dis-obbedire, dis-connettere, dis-carica, dis-pari…).
Dis-inganno è dunque l’atteggiamento di contrapposizione nei confronti di una realtà; è l’atteggiamento-situazione del “togliere dall’errore”, che richiede perciò informazione e formazione per poter cogliere l’oggetto (o anche il soggetto) nella sua essenza e consistenza.
2. Ma la Bibbia ha qualcosa da dirci?
Nello specifico la realtà è costituita da ciò che è racchiuso nel culto, da ciò che si attua in esso, da ciò che comporta partecipare ad esso. E qui abbiamo bisogno di ricorrere al contenuto e al linguaggio del Libro che racconta e annuncia nel tempo l’esperienza dell’uomo aperto al soprannaturale; della persona capace e desiderosa di rapportarsi con il soprannaturale, con un Dio non considerato in astratto, ma con un Dio che si è fatto storia, che si è fatto conoscere nella storia: il Dio della Bibbia!
Due passaggi emblematici aiutano a far comprendere il significato del culto-liturgia nell’Antico Testamento, per giungere poi al Nuovo Testamento che presenta Gesù Cristo, il Liturgo, la Persona nel cui Nome va attuato il culto della Chiesa nel tempo che va dalla prima Pentecoste fino al ritorno ultimo nella parousia.
– Ogni volta che Mosé si presenta al Faraone per domandare di poter uscire con tutto il popolo dall’Egitto, la motivazione che accompagna la richiesta è sempre la stessa: “… lascia uscire il mio popolo perché deve fare un sacrificio, deve celebrare un culto…”. Una motivazione dunque puramente cultuale anima l’Esodo? No! La motivazione di indole cultuale è un indice che il popolo ha abbandonato l’idea del vero Dio, e il culto – in particolare il sacrificio – viene a costituire l’elemento per ritrovare il senso di un rapporto con il proprio Dio e il significato di appartenenza ad un popolo.
– Quando anche nel popolo dell’Alleanza l’espressione cultuale del Tempio diventa di routine e soprattutto senza rapporto con la vita, i profeti si scagliano contro le vuote forme cultuali in quanto non esprimono la realtà della vita di chi offre il sacrificio, ma sono solo un inganno; ed ecco perché parlando a nome di Dio osano dire: “… che me ne faccio dei voltri culti…?”. Il rapporto tra culto e vita, tra espressione rituale e atteggiamenti coerenti di vita nel quotidiano, nel sociale, nei rapporti con gli altri costituiscono l’elemento essenziale per dis-ingannare il culto e le sue forme.
Stimolante è rileggere in questa linea l’inizio del cap. 35 del Siracide: «Chi osserva la legge moltiplica le offerte; chi adempie i comandamenti offre un sacrificio di comunione… chi pratica l’elemosina fa sacrifici di lode… sacrificio espiatorio è astenersi dall’ingiustizia… Il sacrificio dell’uomo giusto è gradito; il suo memoriale non sarà dimenticato…».
Nel Nuovo Testamento abbiamo una situazione emblematica che aiuta a cogliere l’essenza del culto e insieme a superare l’inganno che può sorgere non dal culto in sé, ma da come esso viene gestito (celebrato).
Nel dialogo con la Samaritana – interessantissimo per tanti aspetti – emergono per il nostro contesto due aspetti importanti:
– “Viene l’ora in cui i veri adoratori adoreranno non su questo monte o a Gerusalemme…”: si parla dei veri adoratori; dunque di coloro che attuano un culto al Dio della vita. In quale luogo si compie questo culto? Non si dà un luogo più sacro di un altro; le parole di Gesù giungono a desacralizzare perfino il Tempio di Gerusalemme, luogo della presenza del Dio dell’Alleanza! Questo per confermare che il luogo essenziale del culto è in prima istanza nel cuore della persona.
E qui si ricongiunge il messaggio con quanto prefigurato nella voce dei profeti. Altare su cui si compie il vero culto è la coscienza dell’uomo, il suo intimo, la persona nella sua unitotalità ed essenzialità…
– “… i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità”: ecco la chiave del vero culto, della vera liturgia. Qui è la sede per cogliere il vero disinganno che può sorgere di fronte ad un culto celebrato fine a se stesso, senza rapporto con la vita, senza essere accompagnato da una coerenza, senza una spiritualità che partendo dall’esperienza stessa del culto permei ogni momento della vita, tanto nel pensiero che nell’azione.
Tutto questo fa comprendere meglio quanto la liturgia esprime, con il suo linguaggio orante e poetico insieme, quando “dedica” una nuova chiesa o un altare ed esclama (nei prefazi): «L’universo è tempio della tua santità… ma tu non rifiuti che noi ti dedichiamo una dimora… segno del tuo santo tempio, immagine della celeste Gerusalemme… In questo luogo santo tu ci edifichi come tempio vivo… Alle sorgenti di Cristo, pietra spirituale, attingiamo il dono del tuo Spirito per essere anche noi altare santo e offerta viva a te gradita».
Il luogo pertanto diventa un segno e un simbolo: un segno di richiamo a ciò che vi si compie, e un simbolo in quanto ciò che esso esprime rinvia alla totalità della persona chiamata ad essere lei tempio in quanto è nel suo cuore che si compie il vero culto!
3. Il culto, tra inganno e disinganno
A questo punto è possibile formulare un duplice contrapposto interrogativo per cogliere finalmente qualche risposta: quando culto e liturgia sono un inganno? E quando allora possono costituire un vero dis-inganno?
Culti e liturgie sono un inganno quando
• sono praticati come un’azione da compiere per abitudine;
• sono ritenuti come uno dei tanti linguaggi della società perché “si è soliti fare così…”;
• sono presentati come una bella esperienza che non ha alternative o confronti quanto a bellezza coreografica e coinvolgimento estetico;
• sono ritenuti come un gesto consolatorio rispetto al tumulto o ai vuoti della vita;
• sono vissuti passivamente senza un coinvolgimento interiore e profondo, per cui la semplice assistenza fisica garantisce e tacita la coscienza;
• sono ricercati come uno di quei linguaggi che tendono a confondersi con espressioni di new age;
• non hanno alla base una formazione biblica che dia senso e consistenza ad un’azione che è sempre umana e divina insieme;
• gli elementi formali del linguaggio (abiti, oggetti, musiche, addobbi, movimenti…) prevalgono sull’obiettivo mettendolo in secondo ordine…
• il rito appare come un linguaggio sciamanico capace di incantare o peggio di plagiare la persona, ma non di coinvolgerla interiormente e vitalmente;
• non aprono alla meditazione, all’ascesi, all’agonismo interiore.
Culti e liturgie sono un dis-inganno quando
• esprimono un’esistenza donata e offerta al Dio della vita;
• pur nello sforzo di comprendere un linguaggio impegnativo qual è quello biblico, sono vissuti come momento essenziale del quotidiano;
• non si considera il rito fine a se stesso, ma come linguaggio per cogliere il Mistero e farne esperienza;
• la partecipazione è sollecitata con l’attivazione di tutti i linguaggi che parlano, nella fede, alla persona (testi, riti, canti, musiche, ornamenti…);
• la celebrazione costituisce un momento forte – e pertanto essenziale – per l’equilibrio della persona e per la costruzione della comunità di fede;
• la comunicazione è assicurata in modo tale che l’insieme della liturgia sia quello che effettivamente e radicalmente è: il paradigma di ogni autentica comunicazione;
• il linguaggio musicale non è attivato come un contorno per assecondare il sentimento, ma come espressione di fede e di cultura;
• l’attenzione al codice della bellezza, che deve caratterizzare anche il luogo del culto, rinvia nelle sue forme e stili alla Bellezza assoluta celebrata nei santi misteri;
• il rito catalizza la persona, perché esso è capace di completare nel non-verbale ciò che il verbale non riesce ad esprimere;
• sono celebrati in Spirito e verità!
4. È dunque finito il tempo degli incensi?
Nel vero cultus, nell’autentica liturgia risiede il più radicale disinganno, cioè la liberazione dall’Ingannatore, per un incontro sempre più pieno con la Vita. È il culto cristiano, rettamente inteso e decorosamente celebrato, il vero disinganno dei popoli, perché in esso ogni persona e cultura ha la possibilità di esprimersi secondo il proprio genio.
È finito il tempo degli incensi? C’è chi pensa che un segno come l’incenso sia un elemento fuorviante o inutile rispetto all’essenza del culto. In un tempo di secolarizzazione e di desacralizzazione, si scopre e si constata, per contrapposizione, un ritorno al sacro e un bisogno di esso quanto mai illuminante. Il riferimento all’incenso è emblematico per evidenziare un segno capace nella sua unicità di sottolineare il valore imprescindibile della persona investita di una dignità altissima e per questo unica: quella di essere tempio di Dio. Per questo il fedele è incensato, anche al momento dell’addio a questo mondo!
Quali domande scaturiscono pertanto in chi come noi si è posto in discussione dinanzi a queste sottolineature? L’incontro e il confronto permane aperto, soprattutto per anestetizzare o meglio per eliminare quella “voglia di essere ingannati” (come titolava il Corriere della Sera di martedì 22 u.s.) in cui talvolta si può cadere per ignoranza o per abitudine.
Qui si incontra la risposta a quel bisogno di spiritualità, a quel desiderio recondito in ognuno di noi di vivere l’ineffabile… che dà senso alle sfide del quotidiano qualora derivino dall’esperienza dello Spirito Santo, quale si attua nella liturgia. È coltivando l’interiorità, dunque, che si può smascherare l’inganno ed educare la coscienza a saper cogliere tutto ciò che sta dietro a quello che appare!

