Quaresima e tempo pasquale

    come «terapia»

    Anselm Grün

    termpoliturgicoterapia
    LA QUARESIMA

    Il ciclo pasquale è introdotto dalla Quaresima, che dura quaranta giorni e inizia con il Vangelo delle tentazioni di Gesù nel deserto e con il suo sermone: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15). Questi sono i temi centrali della Quaresima. Affrontiamo il nostro deserto e le tentazioni che vi incontriamo e cerchiamo di convertirci e di far entrare Dio nella nostra vita.
    Il deserto è il luogo in cui viene a mancare ogni difesa. Siamo soli di fronte a noi stessi, al nostro vuoto interiore, alla nostra impotenza, alla nostra solitudine, alla devastazione intorno a noi e nel nostro cuore. Nel deserto incontriamo i nostri limiti, scopriamo che non possiamo farcela da soli, ma dipendiamo dall'aiuto divino. Nel deserto siamo indifesi, abbiamo tanta sete e fame di ciò che potrebbe mascherare le nostre mancanze.
    Cristo ha digiunato nel deserto. Per i cristiani della Chiesa primitiva il digiuno era un modo per affrontare il proprio deserto e attraversarlo con Cristo, per giungere alla fine, come Israele, alla Terra Promessa. Per Israele, i quarant'anni nel deserto furono un periodo di prova, ma anche un periodo in cui era particolarmente sentita la vicinanza di Dio. Un periodo a cui Israele si è dovuto assoggettare per poter entrare maturato e purificato nella Terra Promessa. Cristo ha portato a compimento la permanenza di Israele nel deserto dimostrandoci che anche per noi esiste una legge di vita, che anche per noi il cammino verso la Terra Promessa passa per il deserto.
    La Pasqua come attraversamento del Mar Rosso, delle porte della morte, e come ingresso nella «terra della vita nuova», come meta del nostro pellegrinaggio. Durante la Quaresima osiamo addentrarci nel deserto con Cristo. Il digiuno sostiene la nostra esperienza del deserto [1]. Ci toglie tante cose con le quali solitamente riusciamo ad arginare il vuoto e a soddisfare i nostri desideri e le nostre esigenze. Siamo costretti ad affrontare la nostra nudità. E allora sentiamo che non bastiamo a noi stessi, che in noi c'è una fessura attraverso la quale il nulla ci fissa. È da questo nulla che vogliamo proteggerci tappando la fessura con il mangiare e il bere.
    Se, con il digiuno, la lasciamo consapevolmente aperta, dal profondo dei nostri abissi affiora ogni sorta di pensieri minacciosi, di sentimenti repressi, di paure. Ci troviamo ad affrontare la nostra realtà più intima, che cioè siamo creature di Dio, che dobbiamo a Dio il nostro essere e che senza di lui sprofonderemmo nel nulla. Chi affronta questa realtà acquista la libertà interiore, supera la paura e può gioire del proprio essere, che Dio gli dona giorno per giorno.
    Il digiuno rimuove l'involucro che copre i nostri pensieri e sentimenti, cosicché prendiamo coscienza di tutta la rabbia che c'è in noi, delle nostre esigenze e dei nostri desideri insoddisfatti. Il digiuno ci mostra il fondamento della nostra vita e del nostro benessere. Siamo in pace con Dio e di buon umore soltanto quando abbiamo abbastanza da mangiare e da bere? La nostra devozione è soltanto una proiezione del nostro benessere su Dio, o la nostra vita ha altre basi, attinge ad altre fonti? Il digiuno ci guida a quelle fonti in cui lo Spirito di Dio sgorga in noi. Ci conduce alla nostra impotenza, cosicché non ci aspettiamo nulla da noi stessi e tutto da Dio. Non possiamo colmare da soli le nostre lacune, soltanto Dio può farlo.
    La Chiesa antica attribuisce però al digiuno anche altri effetti. Rende l'uomo permeabile a Dio. Libera il corpo da ogni inutile zavorra, cosicché dimagrisce. Elimina le cellule troppo vecchie o malate e stimola la formazione di nuove. Rigenera il corpo e quindi anche l'anima. Non per nulla la Quaresima è collocata all'inizio della primavera. Si elimina il grasso accumulato nel periodo invernale. Così come la natura, in inverno, riduce al minimo ogni attività vitale per potersi rigenerare e sbocciare di nuovo in primavera, così anche l'uomo, con il digiuno, deve lasciar morire tutto il superfluo per poter rinascere giovane e fresco.
    I cristiani collegano quest'effetto puramente naturale del digiuno all'opera di Cristo. Cristo si reca nel deserto e digiuna per poi mettersi al lavoro con maggior vigore e comunicare agli uomini la vicinanza di Dio. Compiuta la sua opera, scende nel sepolcro, nella morte, per riprendersi e risorgere trasformato. Il digiuno intende prepararci alla vita nuova di Cristo. Lavora il campo del nostro corpo per la semina di Dio.
    La liturgia definisce la Quaresima un tempo di grazia: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2Cor 6,2). Dovremmo vivere più vigili e consapevoli del solito, liberarci da ogni negligenza e attendere la santa Pasqua nella gioia dello Spirito Santo, come dice Benedetto nella sua Regola. La Quaresima vuole rendere il nostro corpo, la nostra anima, la terra intera ricettivi alla vita divina che irromperà a Pasqua. Perciò l'inno della vigilia canta:

    Ascoltate il monito delle Scritture:
    questo è il tempo della grazia!
    Paolo ci dice:
    questa è l'ora della nostra salvezza,
    non ricevete invano la grazia divina.
    Viva sobriamente il corpo,
    sia vigile e puro lo spirito,
    perché questo tempo
    ci introduca alla risurrezione.
    Per sanare il mondo, Dio creò questi giorni.
    Ora noi ne vediamo i segni,
    la Terra ne diviene immagine qui;
    perché, l'anno seguendo il suo corso
    dopo il gelo e la notte dell'inverno,
    la primavera prepara la terra per Pasqua. [2]

    Nelle prime settimane di Quaresima, al centro c'è l'uomo, che nel digiuno affronta le proprie mancanze e nella rinuncia vuole verificare la propria libertà interiore. Nel sacramento della riconciliazione si concretizza la sua volontà di conversione ed espiazione; esprime tutto quanto è affiorato in lui. Questo fa bene alla sua anima e lo libera da ogni zavorra interiore.

    LA PASSIONE DEL SIGNORE

    Nelle ultime due settimane prima di Pasqua, lo sguardo si sposta sulla Passione di Gesù. I motivi per cui la Chiesa ci esorta a contemplare la sofferenza di Gesù sono tre. Il primo è che gli uomini sono inclini a sfuggire la sofferenza. È proprio tuttavia dell'essere uomini soffrire per la propria esistenza effimera, per i propri limiti e debolezze, per la propria mortalità. Molti però non vogliono ammettere di essere mortali. Si comportano come Dio. È proprio questo il peccato originale: voler essere come Dio, onnipotenti, autosufficienti, indiscutibili. Da questo peccato originale deriva ogni male. Ora devono nascondersi gli uni alla vista degli altri perché in realtà non sono Dio, bensì nudi. Ora devono provare invidia l'uno per l'altro e cercare di sbarazzarsi del prossimo, per poter affermare la propria grandezza, come Caino [3].
    Durante la Settimana santa la Chiesa ci mostra il Dio sofferente affinché desistiamo dalla nostra mania di grandezza di voler essere come Dio. Questa mania di grandezza non comporta soltanto sempre nuovi peccati, bensì la malattia. Chi non vuole affrontare la sofferenza per la propria esistenza mortale, cerca sofferenze sostitutive. C.G. Jung descrive la nevrosi come un sostituto della necessaria sofferenza dell'uomo per la propria esistenza. Chi crede di dover essere sempre il migliore e il più grande, di dover fare sempre tutto alla perfezione, sviluppa una nevrosi d'ansia. Oggi è possibile osservare svariate sofferenze sostitutive. Uno soffre di mal di stomaco perché non sopporta che il mondo non vada secondo i suoi desideri e perché si tiene dentro la rabbia per questa delusione. Un altro , ha un infarto perché fugge se stesso rifugiandosi in un'attività frenetica. Tutte le vie di fuga dalla sofferenza portano a nuove sofferenze, a sofferenze sostitutive.
    Durante la Settimana santa contempliamo la sofferenza di Gesù per riconciliarci con il fatto di essere deboli e mortali, osteggiati e minacciati da altri, destinati a morire. Ciò ci rende umani e ci libera dal timore profondo di non poter essere uguali a Dio, come pure dalle sofferenze sostitutive che non ci aiutano interiormente.
    Il secondo motivo per cui la Chiesa ci mette di fronte alla Passione di Cristo è che in essa possiamo ritrovarci. Ripercorriamo la sua Via crucis e scopriamo che sono le stazioni della nostra stessa vita. Nella sofferenza di Gesù diventa ammissibile anche la nostra; non dobbiamo più reprimerla, non dobbiamo più sprecare energie per apparire forti quando invece stiamo male. Non dobbiamo più muoverci accuse se siamo in conflitto con noi stessi. Possiamo avere dei problemi, possiamo essere malati. Non siamo costretti a essere sani e normali. In Gesù vediamo che c'è spazio presso Dio per la nostra sofferenza.
    C'è un ultimo motivo che induce la Chiesa a celebrare la Passione di Cristo. Ci mostra che nella nostra sofferenza non siamo soli, bensì in compagnia di Cristo. Il dolore ci lega a lui. Chi soffre spesso si sente solo, escluso dalla cerchia dei sani, isolato. È un'esperienza comune a chiunque abbia un male incurabile. La gente lo evita e lui stesso ha paura di essere di troppo, perché turba il benessere altrui. La celebrazione della Passione ci mostra che la nostra sofferenza ci avvicina a Cristo, anzi è la via per incontrarlo, per essere un tutt'uno con lui. La comunione con Cristo ci dà la forza di sopportare la nostra situazione. Non dobbiamo sentirci esclusi dalla vita o falliti a causa della nostra sofferenza, bensì ci sperimentiamo come persone toccate da Dio, che ci crede capaci di soffrire con Cristo, per essere anche glorificati con lui.

    IL TRIDUO SACRO

    Nel Triduo sacro, ossia nei giorni di Giovedì, Venerdì e Sabato santo, e poi a Pasqua ci è mostrata la legge fondamentale della nostra vita. Questi giorni sono i più importanti dell'intero anno liturgico, perciò dovremmo celebrarli con grande consapevolezza, trovando il tempo non soltanto per la liturgia ma per l'approfondimento personale. Potremmo meditare sui simboli della liturgia, come il pane, il calice, la lavanda dei piedi, la croce, il sepolcro, tutte immagini della nostra vita e, al contempo, della nostra salvezza. Se in questi giorni camminiamo con Gesù, percorriamo al tempo stesso il cammino della realizzazione del nostro Sé, un cammino che si compie in quattro fasi: accettazione (Giovedì santo), abbandono (Venerdì santo), unificazione (Sabato santo), rinnovamento (Pasqua).
    Il Giovedì santo tratta dell'«accettazione». Celebriamo l'istituzione dell 'eucaristia. Nell'Ultima cena Cristo ci accetta in un modo molto intenso. Consumare un pasto insieme era già per gli ebrei un segno di accettazione dell'altro, di riconciliazione con lui. Se mangio insieme a qualcuno non posso avercela con lui. Mangio dello stesso pane, bevo dallo stesso calice e così divento un tutt'uno con l'altro. Cristo riprende questo simbolismo, ma si dona nel pane e nel vino. Come il pane diventa un tutt'uno con chi lo mangia, e il vino permea chi lo beve, così Cristo diventa un tutt'uno con noi nell'eucaristia. Non c'è più nulla in noi che lui non abbia accettato.
    Il Giovedì santo, ciò che accade nell'eucaristia è illustrato in un rito particolare: la lavanda dei piedi. Nella lavanda dei piedi Gesù spiega ai suoi discepoli la propria morte, che diventa presente nell'eucaristia. Nella morte Gesù si china fino ai nostri piedi, nella polvere. Nella morte assume le sembianze di uno schiavo. E come uno schiavo ci lava i piedi. Lava via la nostra sporcizia, cosicché ora siamo puliti e in comunione con lui. La lavanda dei piedi ci mostra efficacemente ciò che accade in ciascuno di noi nell'eucaristia: siamo accettati con la nostra colpa, che è lavata via, ed entriamo in comunione con Cristo. Quando mangiamo il suo corpo, egli si china fino ai nostri piedi e ci accetta.
    Questo è un aspetto della «accettazione» che celebriamo il Giovedì santo. L'altro si manifesta sul Monte degli Ulivi, quando Gesù, lasciato solo dagli apostoli, lotta con il Padre, che pretende da lui la passione, la morte sulla croce. Gesù ha paura e lo prega di allontanare da lui quel calice, ma si rimette alla volontà di Dio. Qui accettazione significa acconsentire alla volontà divina, a ciò che Dio pretende da noi, riconciliarci con il nostro destino. Tutti prima o poi incontriamo nella nostra vita difficoltà che non possiamo evitare.
    Il Giovedì santo la Chiesa ci invita a vegliare insieme a Gesù, per giungere come lui all'accettazione della volontà di Dio. E dobbiamo vegliare con lui per non cadere in tentazione. Le tentazioni che Gesù ha vinto nel deserto si ripresentano nella lotta sul Monte degli Ulivi. Vegliamo con Gesù per resistere a queste tentazioni, per non cedere al fascino del potere, dell'apprezzamento altrui, dell'accecamento, bensì per arrenderci alla volontà di Dio, sperimentando in ciò la nostra vera liberazione. Ma non serve che facciamo gli eroi. Vediamo Gesù nella sua paura e solitudine, perciò anche noi possiamo sentirci soli e spaventati. Guardando a Gesù, dobbiamo accettare la nostra paura e la nostra solitudine. Una solitudine nella quale nessun essere umano può accompagnarci, ma nella quale Cristo già ci aspetta.
    La liturgia del Venerdì santo è una vera e propria rappresentazione sacra. Non si predica, non ci sono spiegazioni a parole, si compiono invece dei riti così intensi da non sopportare sermoni verbosi. Lo psicodramma ha inizio con un profondo silenzio. Il sacerdote si getta a terra. Deve inchinarsi dinanzi al mistero. Noi non possiamo far altro che celebrare il mistero della nostra redenzione con muto stupore. Il silenzio ci prepara all'ascolto delle parole misteriose del profeta Isaia: «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori [...] per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,4-5).
    E questa la chiave per contemplare la Passione di Gesù: il disprezzo e lo scherno di cui è fatto oggetto, le sue debolezze e i suoi fallimenti, il suo abbandono e la sua disperazione sono le nostre ferite. Ma sono al tempo stesso anche le ferite attraverso le quali siamo guariti. La storia della Passione è un'unica storia di guarigione, la storia della guarigione delle nostre ferite interiori.
    Perciò queste ferite sono impietosamente rivelate, le nostre ferite personali, ma anche l'immagine malata del nostro mondo, in cui ci si incolpa a vicenda, ci si tradisce, in cui l'uomo è schiacciato dalle necessità materiali, in cui ci si fa gioco dell'altro, lo si schernisce e infine si gioisce della sua morte straziante. Nella storia della Passione, Giovanni descrive questo mondo, ma al contempo ne descrive la redenzione. Ci vuole dimostrare che Cristo si è calato in tutte queste situazioni malsane e le ha redente. Ha portato sulla croce le nostre ferite e quelle del nostro mondo, eliminandole. Il cammino della Passione è per Giovanni al tempo stesso il cammino della glorificazione. La croce non è soltanto uno strumento di martirio, bensì il trono dal quale Cristo regna sul mondo intero. Sulla croce, là dove prendono corpo le nostre ferite e difficoltà, Cristo regna come colui che ha sconfitto ogni sofferenza.
    Perciò la Chiesa reagisce all'annuncio della Passione con le grandi invocazioni nelle quali prega per il mondo intero. Attraverso la sua preghiera la redenzione giunge al mondo d'oggi. La liturgia non è priva di valore. Dà voce al mondo dinanzi a Dio. Menziona tutte le sfere del nostromondo: i governanti e quanti soffrono sotto di loro, i credenti e i non credenti, i pellegrini e i profughi. E ogni volta rispondiamo con un gesto. Ci mettiamo in ginocchio e, inginocchiandoci in silenzio, diveniamo un tutt'uno con le persone per le quali preghiamo. Ci liberiamo dei nostri pregiudizi e delle nostre antipatie e diveniamo solidali con loro. Ci sentiamo in comunione e auguriamo loro di percepire la redenzione attraverso la croce di Cristo.
    Alle invocazioni fa seguito l'adorazione della croce. Il crocifisso velato viene portato in processione per la chiesa e scoperto in tre fasi. Il sacerdote canta: «Ecco il legno della croce, al quale fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo». E tutti si prostrano dinanzi alla croce adorandola. Con questi gesti la redenzione penetra nel corpo per farci sentire fin nelle ossa che siamo redenti, che in questo segno di umiliazione si fonda anche la nostra speranza. Dinanzi a questa croce come simbolo di vittoria la Chiesa intona il venerabile canto del trisagio. In greco, latino e italiano Dio è cantato come il Dio santo, forte e immortale che ha pietà di noi. E poi ci si inginocchia uno per uno davanti alla croce e la si bacia come segno dell'amore di Dio per noi, come segno che Dio sulla croce si è chinato su di noi e ci ha lavato i piedi.
    Per C.G. Jung la croce è simbolo di salvezza perché è un simbolo molto efficace della realizzazione del Sé. La croce è simbolo del sacrificio dell'Io a favore del Sé. L'uomo deve sacrificare il suo Io, al quale si aggrappa spasmodicamente, deve lasciarlo andare per progredire verso il Sé. Deve sacrificare la propria istintività per dirigere la sua libido, la sua energia vitale, verso una realtà spirituale. Secondo Jung il sacrificio richiede

    una dedizione di tutto l'essere umano; non si tratta quindi soltanto di domare i propri istinti animali, bensì di rinunciarvi totalmente e, oltre a ciò, di disciplinare le proprie funzioni specificamente umane, spirituali, per il raggiungimento di un fine spirituale soprannaturale. Questo ideale comporta un duro addestramento... e nel corso dei secoli ha prodotto uno sviluppo della coscienza che sarebbe stato assolutamente impossibile senza questo esercizio [4].

    Per Jung la croce è anche simbolo della sofferenza. Ogni passo sulla via della coscienza lo si compie soltanto attraverso la sofferenza. L'uomo è pieno di contrasti, non è univoco, non è soltanto buono né soltanto cattivo, ma sempre le due cose insieme. E non può sbarazzarsi semplicemente di tali contrasti né con l'ascesi né con la preghiera. Per tutta la vita sarà sempre combattuto sulla via della realizzazione del Sé, dovrà sopportare i contrasti fino alla fine. Jung ritiene che chiunque «voglia anche solo avvicinarsi alla propria interezza sa perfettamente che ciò implica portare la croce» [5]. L'uomo sarebbe ben contento di sottrarsi alla sofferenza. In Occidente molti cercano di reprimere il dolore con le droghe, mentre in Oriente vogliono sbarazzarsene distaccandosene. Jung respinge entrambi questi tentativi di evitare la sofferenza ed esorta: «La sofferenza deve essere superata e la si può superare soltanto sopportandola» [6].
    Lo scopo della sofferenza è la deificazione dell'uomo, che soffrendo entra nella sfera divina. Partecipa così all'antitesi di Dio e uomo, 

    è ricolmo del conflitto divino... Proprio nel conflitto più estremo e minaccioso il cristiano sperimenta la libertà di divenire divino, purché non crolli sotto il peso di essere un segnato, bensì l'accetti. Così e soltanto in questo modo si realizza in lui l'imago Dei, l'incarnazione di Dio [7].

    In quanto simbolo dell'unità dei contrasti, la croce simboleggia anche l'interezza dell'uomo e quindi la sua guarigione. L'uomo infatti può diventare intero e sano soltanto se accetta e integra in sé i contrasti. Nei riti del Venerdì santo non veneriamo la croce perché è un archetipo ma perché, attraverso la morte di Cristo, è diventata per un noi un simbolo di salvezza. Nei riti è però sempre presente anche la funzione archetipica dei simboli. Ci accade qualcosa, diventiamo diversi. Siamo tutti recalcitranti a lasciarci andare. Il rito fa scattare qualcosa nel nostro intimo; per dirla con Jung convoglia l'energia vitale nella giusta direzione, cosicché improvvisamente siamo capaci di quanto razionalmente avevamo riconosciuto come un passo necessario della realizzazione del Sé: lasciarci andare, abbandonarci al Padre per essere nuovamente creati da lui.
    Anche il Sabato santo ha una funzione importante sulla via dell'interezza. La liturgia prevede che meditiamo per tutto il giorno su Cristo morto nel sepolcro. E ci esorta a scendere nella nostra tomba, nel profondo di noi stessi, per essere un tutt'uno con il fondo del nostro essere, con le radici della nostra vita. Cristo non è soltanto morto della nostra morte, è rimasto effettivamente morto per tre giorni. Non poteva fare più niente, non sentiva più niente, era esanime, isolato da ogni comunicazione. Nel sepolcro Cristo ha sperimentato la morte come solitudine radicale, nella quale nessuna parola d'amore può più penetrare. Il Sabato santo ci vuole dire che nella nostra solitudine, nel nostro freddo, nella nostra rigidità è entrato Cristo. E là dove altrimenti regna la morte, là vive ora il suo amore. Là dove siamo isolati dalla vita, là ci raggiunge con la sua parola d'amore [8].
    Cristo è sceso nel regno dei morti, nell'Ade, nello Sceol, come dicono gli ebrei. Lo Sceol è il regno delle ombre. Dal punto di vista della psicologia potremmo quindi interpretare così questa immagine: Cristo è sceso nelle nostre ombre, nel nostro inconscio, per liberare tutto ciò che vi è sepolto. Jung parla di inconscio collettivo, che racchiude molte forze positive, ma anche forze distruttive e caotiche, che possono divorarci. Cristo non ha affrontato soltanto il male che viene alla luce, ma è penetrato anche in quello che è nascosto sotto la superficie ed è assai più caotico e distruttivo di quello che si manifesta apertamente. Spesso siamo spaventati dai pensieri e desideri malvagi e disumani che affiorano in noi, dalla distruttività di cui siamo capaci. Cristo è penetrato anche lì.
    Perciò possiamo scendere insieme a lui nella nostra tomba, nel nostro inconscio, ma soltanto nella misura in cui siamo consapevoli del legame con Cristo. Altrimenti pretenderemmo troppo da noi stessi. Dobbiamo quindi osservare le paure che affiorano in noi. Se la paura è troppo grande, non possiamo spingerci oltre nell'inconscio. E meglio che alziamo gli occhi a Cristo. Abbiamo bisogno della sua luce per rischiarare le nostre tenebre. Se non percepiamo più il suo raggio di luce, dobbiamo fermarci. Qualunque altra cosa sarebbe arroganza.
    Jung non conosce soltanto un inconscio collettivo, ma anche un inconscio individuale, dove abbiamo represso molti desideri ed esigenze che abbiamo escluso dalla vita. Abbiamo represso capacità e potenzialità perché ci facevano paura. Abbiamo stipato nell'ombra tante cose degne di essere vissute, impedendoci di viverle. Ci trasciniamo dietro tante cose morte, che giac- ciono nel sepolcro e ci costringono a una vita grigia. Lo scopo del Sabato santo è quello di farci scendere con Cristo nell'ombra dentro di noi per farvi riemergere e vivere le potenzialità che Dio ci ha donato.
    La morte nella nostra vita l'avvertiamo in molti campi. L'avvertiamo nel nostro corpo, dove alcune parti sono come morte. Non le sentiamo, è come se non esistessero. Viviamo soltanto con la testa, vale a dire a livello razionale, abbiamo bloccato la nostra vitalità. Oppure abbiamo il dorso, le spalle, il collo contratti, siamo rigidi, senza vita. Ci portiamo dietro alcune parti del nostro corpo come se non ci appartenessero. Ma noi siamo il nostro corpo. Se una parte del nostro corpo è morta, lo è sempre anche una parte del nostro cuore, della nostra essenza più intima. Il Sabato santo dovremmo far penetrare la vita di Cristo in tutti i punti morti del nostro corpo.
    Cristo giace nel sepolcro. Anche questo è un simbolo della nostra vita. Anche noi spesso giacciamo nel sepolcro della nostra autocommiserazione, della nostra rassegnazione, del nostro orgoglio. Ci compatiamo perché tutto è così difficile, perché va tutto così male, perché non sappiamo prendere le distanze da noi stessi e cambiare. E così rimaniamo nella nostra tomba. Ciò che ci trattiene sono spesso le nostre attese esa-
    gerate nei confronti della vita, il nostro perfezionismo e la nostra paura della sconfitta, di «fare brutta figura». Siccome non vogliamo perdere, non combattiamo neppure. Siccome non vogliamo fare brutta figura, non ci avviciniamo all'altro, non apriamo bocca quando siamo in mezzo a più persone. Siccome abbiamó paura che le nostre attese rimangano deluse, preferiamo restarcene nella nostra tomba. Il Sabato santo dovremmo prendere coscienza di questa situazione e affrontare la nostra paura con la fede nella risurrezione. Credere nella risurrezione significa alzarci dalle nostre debolezze, nel mezzo di esse, senza timore che alzandoci la debolezza ci resti addosso e gli altri la vedano.
    Il Sabato santo interessa anche la guarigione della propria storia, la guarigione dei ricordi. I monaci egiziani conoscevano un esercizio che potrebbe aiutarci a guarire il nostro passato, con le sue ferite. Dobbiamo immaginarci di giacere per tre giorni nella tomba... dopo di che dobbiamo chiederci che cosa lasceremmo nel sepolcro, che cosa si staccherebbe da noi. Quali pretese esagerate che ci rovinano la vita, quali paure, quali ricordi, quali motivazioni sbagliate? Quali macigni ci trasciniamo dietro, che potremmo lasciare nella tomba? Quante cose morte ci portiamo dentro, nel nostro corpo, nei nostri sentimenti? Quanti irrigidimenti ci pesano sullo stomaco come pietre? Dovremmo lasciare tutto quanto nella tomba. Allora potremmo rialzarci più sereni, più liberi, più sinceri.
    Dovremmo abbandonare anche le nostre ferite. Spesso non siamo capaci di vivere, di essere presenti, perché portiamo in noi le ferite del passato, perché ce ne occupiamo troppo e ci offuscano lo sguardo per il momento presente. Simili ferite richiedono spesso molto tempo per guarire, ma dovremmo chiederci quali sono le ferite per le quali continuiamo a soffrire impedendo che si rimarginino. Delusioni, insuccessi, figuracce, fallimenti personali, offese da parte di altri, paure? Cosa affiora se scruto nel mio passato? Dove spuntano rabbia e rancore, dove monta l'aggressività, perché improvvisamente mi rendo conto che mi è stato fatto del male, che sono stato preso in giro, che altri sono stati preferiti a me, che i miei desideri più profondi di tenerezza e amore, di sicurezza e comprensione non si sono realizzati, perché i miei genitori erano troppo presi da se stessi? Cosa mi ha ferito da bambino, a cosa penso ancora oggi con furore e rabbia?
    Dovremmo semplicemente ripercorrere tutta la storia della nostra vita alla ricerca delle esperienze che ci hanno fatto male, delle offese, delle ferite che gli altri ci hanno inferto, e chiederci come abbiamo reagito. Forse non volevamo percepirle in tutta la loro dolorosità, perché facevano troppo male. Così abbiamo stretto i denti, ci siamo chiusi in quel punto per non provare troppo dolore. Ma così facendo tutti quei punti sono morti e adesso ci mancano, ce li portiamo appresso come parti rigide e morte, che non ci appartengono davvero.
    Ci sono molte persone che rifiutano la guarigione interiore. Magari scopriamo anche noi di non essere incondizionatamente disposti a lasciarci guarire da Dio. Non vogliamo rinunciare alle scuse con le quali abbiamo evitato dí cambiare. Il rifiuto di lasciarci richiamare in vita da Gesù dipende, secondo Hans Beihringer, da quattro giuramenti con i quali già nell'infanzia abbiamo reagito alle ferite inferteci dalla vita e con i quali impediamo ogni sorta di guarigione [9].
    Il primo giuramento recita: i dolori che ho dovuto sopportare da bambino sono stati così grandi da aver già colmato la misura. Non voglio soffrire più, non mi serve altra sofferenza. Mi basta essere stato abbandonato da bambino. Non voglio correre il rischio che accada di nuovo. Perciò preferisco rinchiudermi in me stesso. Mi basta essere stato deriso da bambino, non essere stato preso sul serio allora. Adesso sono aggressivo, cosicché devono prendermi sul serio. Il giuramento per cui il dolore già sofferto è sufficiente per tutta la vita significa che mi aggrappo al mio stato attuale rifiutandomi di cambiare. Ogni cambiamento comporterebbe infatti nuove sofferenze. Io però non voglio più soffrire, non voglio più che mi si faccia del male. Così mi costruisco una corazza che mi protegga da nuovi dolori e mi impedisca di avvertire quelli vecchi.
    Ne consegue il secondo giuramento: Ir i gli occhi davanti a me stesso, non voglio riflettere su di me. Ho paura di scoprire in me cose spiacevoli, perciò preferisco non guardarmi dentro. Il rifiuto di riflettere su se stessi è alla base di ogni sviluppo interiore sbagliato.
    Il terzo giuramento recita: posso e voglio risolvere i miei problemi da solo, non ho bisogno dell'aiuto di nessuno, nemmeno di Dio. Posso farcela da solo. Perché dovrei affliggere altri con i miei problemi? Nonostante abbia sperimentato che non riesco a venirne a capo da solo, tengo fede al giuramento.
    Ne consegue il quarto giuramento: ho bisogno di questa posizione di forza di saper risolvere da solo i miei problemi per compensare le mie mancanze. Ho bisogno dell'orgoglio di farcela da solo per poter vivere, altrimenti l'intero edificio della mia vita crollerebbe. Voglio proteggermi da questo e quindi mantengo il mio giuramento. Non accetto che nessuno mi renda insicuro, né un essere umano, né Dio.
    Il Sabato santo ci invita a mettere a nudo le nostre ferite di nostri giuramenti, a scoprire tutte queste soddisfazioni sostitutive, le difese e le consolazioni che ci siamo costruite per compensare le nostre offese, l'amarezza e l'odio che abbiamo nutrito finora. Dovremmo deporre tutto questo nella tomba e lasciarcelo, permettere che Cristo lo guarisca, lui che nella risurrezione è guarito dalla morte, la ferita più dolorosa e stato
    profonda, e vuole guarire anche noi.

    LA PASQUA

    Chi vive davvero il Sabato santo può festeggiare anche la Pasqua con maggiore intensità. La celebrazione della notte di Pasqua inizia ancora una volta nell'oscurità. Sedere nella chiesa buia rappresenta le nostre tenebre. E poi, nel mezzo dell'oscurità della notte, nel mezzo dell'oscurità del cuore, si accende una luce. Il cero pasquale è portato in processione per la chiesa buia. La luce di Cristo passa di candela in candela. E ciascuno porta questa luce nelle tenebre del proprio cuore. Se noi, il Sabato santo, abbiamo affrontato la nostra oscurità, ora la luce di Cristo può penetrare in ogni recesso e illuminare ogni punto oscuro presente in noi, le nostre paure, il nostro vuoto, il nostro freddo, le nostre zone morte. Teniamo il cero pasquale dinanzi a noi e ascoltiamo l'Annuncio pasquale, che inneggia alla luce. Con immagini piene di forza e di vita il cantore ci spiega il significato di questa luce, l'effetto che ha operato e che ancora oggi opera in noi.

    Esulti il coro degli angeli,
    esulti l'assemblea celeste:
    un inno di gloria saluti il trionfo
    del Signore risorto.
    Gioisca la terra inondata
    da così grande splendore;
    la luce del Re eterno
    ha vinto le tenebre del mondo.
    Questa è la notte in cui Cristo,
    spezzando i vincoli della morte,
    risorge vincitore dal sepolcro.
    Nessun vantaggio per noi essere nati,
    se lui non ci avesse redenti.
    O immensità del tuo amore per noi!
    O inestimabile segno di bontà:
    per riscattare lo schiavo,
    hai sacrificato il tuo Figlio!
    Davvero era necessario
    il peccato di Adamo,
    che è stato distrutto
    con la morte del Cristo.
    Felice colpa, che meritò
    di avere un così grande redentore!
    [..]
    Il santo mistero di questa notte
    sconfigge il male,
    lava le colpe,
    restituisce l'innocenza ai peccatori,
    la gioia agli afflitti.
    Dissipa l'odio,
    piega la durezza dei potenti,
    promuove la concordia e la pace.
    O notte veramente gloriosa,
    che ricongiunge la terra al cielo
    e l'uomo al suo creatore!

     

    E, alla luce delle candele pasquali, ascoltiamo per intero la storia del nostro mondo e della nostra redenzione. Ascoltiamo la storia della creazione. Nella risurrezione di Cristo, Dio si è dimostrato Signore del mondo, colui che dal nulla crea la vita e può crearla anche in noi. Ascoltiamo la storia dell'esodo dall'Egitto, dalla terra della schiavitù, dell'attraversamento del Mar Rosso, dove i nemici sono stati annientati. Tra i flutti sono rimasti i carri corazzati di cui ci circondiamo, le armi con le quali ci difendiamo. Non abbiamo più bisogno di corazzarci e di difenderci, possiamo vivere. Però viviamo soltanto se, come Abramo, siamo disposti a sacrificare nostro figlio. Può trovarsi soltanto chi si perde, chi si sacrifica a Dio. Chi lo fa si vede restituire un se stesso trasformato.
    E poi, dopo quaranta giorni, può risuonare di nuovo l'Alleluia. Si deve cantare l'Alleluia per capire cosa significa la Pasqua. Nel canto la risurrezione pervade il nostro corpo. Nel canto il Risorto penetra attraverso la pietra che sta davanti al nostro cuore e ci blocca. Mentre cantiamo, possiamo avvertire in noi la vita e l'amore, perché l'amore vuole e deve cantare. L'intelletto può soltanto parlare, ma nel canto cresce in noi l'amore e davanti ai nostri occhi si forma l'immagine di colui che cantiamo, l'immagine dell'amato. Sentiamo che il Risorto è davvero tra noi, anzi in noi. La risurrezione riguarda anche noi. Mentre cantiamo, sentiamo che la pietra viene spostata, non ci blocca più. Il sepolcro è aperto. Cristo è risorto, si alza insieme a me, esce con me dalla mia tomba. Ora posso varcare la mia soglia, posso uscire da me stesso, avverto in me la vita. Qualcosa sta fiorendo in me e non devo far altro che cantare per fare spazio a questa vita dentro di me.
    È un canto nuovo quello che cantiamo, l'Alleluia, che abbiamo taciuto durante la Quaresima. Nelle sue omelie, Agostino ha parlato ripetutamente del canto pasquale come espressione della nuova vita:

    Siamo esortati a cantare al Signore un canto nuovo. L'uomo nuovo conosce il canto nuovo. Il cantare è segno di letizia e, se consideriamo la cosa più attentamente, anche espressione di amore. Colui dunque che sa amare la vita nuova, sa cantare anche il canto nuovo. [...] Cantate con la voce, cantate con il cuore, cantate con la bocca, cantate con la vostra condotta santa. [...] Siate voi stessi quella lode che si deve dire [10].

    La Pasqua è la festa della vita. Festeggiamo la vittoria della vita sulla morte. Cristo ha vinto la morte, ma ciò significa anche che in noi la vita è più forte della morte, diventa immortale. Nell'eucaristia mangiamo e beviamo della nuova vita della risurrezione. In noi c'è ora una vita che spezza tutte le catene e che deve trovare espressione. Potremmo esprimerla con la danza. Nel medioevo, per Pasqua si organizzavano balli e spettacoli di danza, nel chiostro o nella navata della chiesa [11]. In occasione dei nostri corsi pasquali, i giovani continuano a festeggiare dopo la notte di Pasqua. Sono sollecitati a lasciar entrare nel loro corpo la gioia pasquale e a esprimerla nella danza. Fanno girotondi, danzano tra loro intorno al falò. Non si può ballare da soli così come non si può festeggiare la Pasqua da soli, ma soltanto insieme. Sarebbe perciò opportuno se anche una comunità parrocchiale dopo la notte di Pasqua continuasse a festeggiare insieme, consumando insieme il pasto pasquale o accendendo un falò e danzandoci intorno. La vita del Risorto, che supera tutti i limiti, a Pasqua dovrebbe abbattere anche le barriere tra di noi, unendoci nella festa.
    Un'altra possibilità di proseguire la celebrazione della Pasqua con un rituale personale è la passeggiata per Emmaus, ancora praticata in alcune regioni la mattina di Pasqua. Ci si reca tutti insieme a una cappella isolata o in un luogo di pellegrinaggio e alla fine si pranza tutti insieme. E un rituale che porta la storia di Emmaus nella nostra vita. Camminando insieme si può sperimentare che il Risorto cammina con noi e ci spiega ciò che già abbiamo vissuto come un percorso verso la gloria. Nel pasto comune si rende testimonianza del fatto che ogni pasto ci lega al Risorto.
    La passeggiata in mezzo alla natura ci mostra la Pasqua non soltanto nei nostri cuori, ma tutt'intorno a noi nel creato che rifiorisce. Il fatto che la Pasqua si festeggi la prima domenica dopo la luna piena di primavera ha un significato profondo. Per gli antichi la natura era il simbolo dell'opera di Dio in noi. Il risveglio della vita in primavera ci mostra che in Cristo la vita ha vinto la morte. Osservare la natura ci aiuta a credere alla vita del Risorto. Intuiamo con tutti i sensi che ora la vita ha davvero sconfitto la morte. Questo stretto legame tra la Pasqua e la primavera lo ritroviamo negli scritti dei Padri della Chiesa. In un'omelia pasquale Cesario di Arles dice:

    Questo è il giorno che ha fatto il Signore, come avete sentito. È il giorno più festoso e lieto di tutti. In esso il Signore è risorto, in esso ha risvegliato i corpi dei santi, in esso, come vedete, ha acquistato un popolo nuovo con lo spirito della rinascita; in esso il cuore di ognuno è colmo di gioia e giubilo; in esso ha abbellito il volto della gloria con la leggiadria della primavera e una varietà di fiori dagli splendidi colori. Questo giorno della risurrezione preannuncia la risurrezione eterna [12].

    La vita che sboccia di nuovo in primavera tornerà a morire in autunno. Ma in questo rifiorire si cela la promessa di una vita che non morrà, la promessa di un'eterna primavera, di una Pasqua perenne.

    L'ASCENSIONE

    La Chiesa festeggia la Pasqua per cinquanta giorni, affinché la vita prenda sempre più possesso di noi. Il Tempo dí Pasqua culmina con due feste: l'Ascensione e la Pentecoste. L'Ascensione ci indica lo scopo della nostra vita. Gesù è salito in cielo con il suo corpo umano ed è ora presso Dio, siede alla sua destra. In tal modo una parte di noi è già presso Dio, una parte di noi è già giunta alla meta, è già oltre la soglia della morte. Così Agostino descrive il mistero dell'Ascensione di Cristo:

    Oggi il nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. Ascoltiamo l'apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, non quelle della terra» (Col 3,1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso. [...] Cristo, infatti, pur trovandosi lassù resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui [13].

    La festa dell'Ascensione vuole farci rivolgere lo sguardo alla nostra meta, al cielo. Non dobbiamo dedicarci anima e corpo alle faccende terrene, bensì levare lo sguardo a Cristo, che è già presso il Padre. Quello che a prima vista può apparire un appello morale è in realtà un messaggio liberatorio. Per chi infatti può vivere del cielo come della propria patria, molte cose della vita si relativizzano: il successo, il possesso e la salute non sono più al primo posto nella scala dei valori, ed egli può affrontare tutto più serenamente e senza paura. Chi nel suo cuore è già arrivato alla meta, trova meno arduo il cammino e affronta con distacco interiore ciò che incontra sulla sua strada, senza aggrapparcisi. Nel suo cuore è già altrove.
    Jung ritiene che lo sguardo rivolto a Gesù, che ha gíà varcato la soglia della morte, giovi all'uomo e lo mantenga sano psichicamente. Ora può scorgere nella morte uno scopo positivo e questo lo mantiene vivo, perché «dalla mezza età in poi rimane vitale soltanto chi vuole morire da vivo» [14]. Per Jung la religione è una scuola che ci educa alla seconda parte della vita. Nell'ambito di questa scuola, l'Ascensione è la festa che ci conduce oltre l'affermazione personale nel mondo, in una sfera dove diventiamo davvero uomini.
    L'Ascensione vuole elevare a un livello spirituale il nostro rapporto con Gesù Cristo. Il Gesù storico è asceso al Padre. Non è più tra noi come un uomo in carne e ossa, bensì come il Cristo glorificato, il Cristo nello Spirito. Così san Leone Magno spiega questo mistero:

    Allora la fede, con più consapevolezza, cominciò ad accostarsi con la mente al Figlio uguale al Padre, facendo a meno di sperimentare in Cristo la sostanza corporea che è minore del Padre. [...] Ecco perché il Signore, dopo la sua risurrezione, a Maria di Magdala che rappresentava la Chiesa e si affrettava a toccarlo, disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre» (Gv 20,17). Significa: non voglio che ti avvicini a me corporalmente, né che mi riconosca con i sensi corporei, ti riserbo cose più sublimi, ti preparo cose più grandi. Quando sarò asceso al Padre, allora mi toccherai con più perfezione e verità, perché raggiungerai ciò che tocchi, e crederai ciò che non vedi [15].

    Non tocchiamo più il Cristo storico, bensì il Cristo nello Spirito. Però lo tocchiamo davvero, perché è in noi. Anzi, ci è addirittura più vicino di prima. Allora, infatti, stava accanto agli uomini, tra di loro. Adesso invece è dentro di noi. Fino a quando una persona ci vive vicino, ci concentriamo su ciò che vediamo, trascurandone spesso il mistero. Cristo è dovuto ascendere al Padre perché non rimanessimo aggrappati alla sua figura storica. Quando va via, possiamo interiorizzare tutto ciò che ha vissuto. Cristo può prendere forma in noi. Perciò il senso dell'Ascensione è che non dobbiamo cercare Cristo lassù in cielo, bensì dentro di noi. Ora è nel nostro cuore, nel nostro intimo, là dove siamo davvero noi stessi. Ora è diventato il nostro Sé, come direbbe Jung. Oppure, per dirla con Agostino, ci è più vicino di quanto lo siamo noi stessi.
    Potremmo far penetrare ancora di più in noi il mistero dell'Ascensione di Cristo con vari esercizi, per non dimenticarcene troppo in fretta. Un esercizio è riflettere sulla frase: la nostra patria è in cielo. Avvertiremo che con ogni passo ci avviciniamo a Dio. E strada facendo possiamo intuire qualcosa della meta, della patria, dove una parte di noi è già giunta. Se ci mettiamo in cammino per andare a trovare una persona cara, l'eccitazione ci rende incuranti della fatica. Perciò ci farebbe bene percorrere la nostra strada consapevoli della meta.
    L'altro esercizio si riferisce al nuovo rapporto con Cristo che è in me. Me ne sto seduto fermo e mi ripeto: «Cristo è in me», inspirando quando dico «Cristo» ed espirando quando dico «in me». Cristo penetra nel mio corpo. È in me. Attraverso la sua Ascensione sono entrato in un rapporto nuovo con lui.

    LA PENTECOSTE

    Tra l'Ascensione e la Pentecoste la Chiesa fa una novena, nove giorni di preghiera, per la discesa dello Spirito Santo, dal quale si aspetta che lavi ciò che è sporco, risani ciò che è ferito, riscaldi ciò che è freddo, sciolga ciò che è indurito e raddrizzi ciò che è sviato. La Chiesa definisce lo Spirito consolatore nell'abbandono, padre dei poveri, luce dei cuori, ospite gradito dell'anima, balsamo e ristoro per gli uomini. E crede che senza l'opera dello Spirito di Dio nell'uomo niente possa esistere né essere integro e sano. Lo Spirito Santo è descritto con immagini sempre nuove nella sequenza e nell'inno di Pentecoste. Soltanto le immagini sono in grado di illustrare un concetto così astratto. Le affermazioni dogmatiche non ci toccano e oggi molti non sanno che farsene di questa festa perché lo Spirito Santo appare loro così inafferrabile. Forse le immagini della liturgia possono aiutarci a capire.
    Un'immagine con la quale già la Sacra Scrittura cerca di spiegare il mistero dello Spirito Santo è quella del vento:

    Una delle creature più misteriose è il vento, quest'entità invisibile, inafferrabile, volubile e imprevedibile; impetuoso come un guerriero, spavaldo come un ragazzo e delicato come un innamorato, a volte tempesta, a volte alito lieve. Ulula sui monti, sferza il mare, sradica alberi, piega ciò che è elastico, spezza ciò che è rigido.
    Sì, misterioso è il vento. Una presenza che non si vede ed è riconoscibile soltanto dalla voce e dall'effetto: da come sibila, mugghia, ulula, infuria, canta e sussurra, dall'alito che ci rinfresca fronte e guance, dallo stormire di foglie e fronde, dalla polvere che fa mulinare, dalle nuvole che scaccia. Esso però rimane nascosto alla vista, anche se lo sentiamo: «un muoversi e fluire dell'aria che spinge e agita ciò che può» (Agostino).
    In vari modi la forza vitale del vento si trasmette al creato. Che la nostra vita terrena dipenda da quell'elemento che fluisce e soffia, noi esseri umani lo apprendiamo fin dal primo respiro, molto prima che lo sappia il nostro intelletto. Aria e vento sono il nostro elemento vitale indispensabile, nel quale respiriamo e ci muoviamo, di cui neppure i nostri sensi e il nostro spirito possono fare a meno. Il vento e l'aria, infatti, ci portano le onde della luce, del suono e dell'odore; ne abbiamo bisogno per parlare, ascoltare e capire. L'aria è davvero il nostro «alito vitale».
    Nel linguaggio dell'Apocalisse, però, «vento» o «alito» stanno a indicare lo Spirito onnipotente di Dio; è questo il significato primario di ruah, pneuma, spiritus. Già nell'Antico Testamento il vento e la tempesta sono indicati come anelito di JHWH, e ancora più decisamente come alito che respira nell'uomo. Ogni vento o anelito che percorre il mondo proviene da JHWH, il soffio del vento nelle vastità del creato è il vento tempestoso, lo sbuffo del suo naso che sotto forma di vortice sferza i flutti del mare e sotto forma di vento caldo brucia i raccolti. Ma l'aria e il vento sono anche il soffio vitale di l'alito benefico della sua bocca, che fa vivere e anima tutto, al cui ritmo si muove tutto il creato.
    Non a caso, quindi, il giorno di Pentecoste lo Spirito Santo si manifesta ai discepoli con il rombo di un forte vento; quello Spirito che già all'inizio soffiò sulla creazione neonata come alito generatore di vita, come respiro potente di Dio, quello Spirito che invochiamo quando cantiamo: «Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra» (Sal 104,30) [16].

    Per sentire in sé a Pentecoste qualcosa dello Spirito Santo può essere utile esporsi semplicemente al vento, chiudere gli occhi e percepirlo con tutti i sensi, come ci accarezza le guance, ci soffia contro o ci fa oscillare. Chi concepisce il vento come un simbolo dello Spirito di Dio, riesce ad avvertirlo immediatamente nel soffio del vento. Non è un'illusione, ma una realtà. Lo Spirito di Dio è nel vento e nel momento in cui avverto il vento su di me è anche in me, mi purifica e mi ritempra, mi accarezza e mi coccola. Nel vento intuisco la vita della natura, ma sperimento anche la vita dello Spirito Santo, anzi, lo Spirito Santo stesso.
    Un'altra immagine dello Spirito Santo è il fuoco. Lo Spirito scende sugli apostoli in lingue di fuoco. Il fuoco è simbolo di vitalità. Se diciamo dí una persona che ha un fuoco interiore intendiamo dire che è vivace, piena di forza, che i suoi occhi scintillano ed emana vita, amore, gioia. La Pentecoste è la festa della nostra vitalità. Aneliamo a essere davvero vivi, a saper amare davvero. Troppo spesso ci sentiamo sfiniti, vuoti, annoiati, senza emozioni né slancio. E sentiamo di non avere in noi sufficiente forza trainante. Se ammettiamo questa esperienza, avvertiamo in noi anche il desiderio di una fonte vitale che non si esaurisca, di una forza che non si indebolisca, di un ardore che non si spenga. E intuiamo così che deve esserci qualcosa come lo Spirito Santo, uno spirito che proviene da Dio eppure è in noi, che partecipa alla pienezza della vita e ce la comunica. Intuiamo che accanto allo spirito primigenio che percepiamo fin troppo spesso in noi ci deve essere anche uno spirito santo, uno spirito puro e limpido, che accanto al cuore intrigante che è in noi e ci spaventa, ci deve essere anche un cuore nuovo, che si lascia guidare dallo Spirito di Dio.
    H. Nouwen parla del fuoco interiore dell'esperienza religiosa, che è per lui la vita dello Spirito Santo. Abbiamo il compito di preservare in noi questo fuoco:

    Soprattutto coloro che desiderano rendere testimonianza della presenza dello Spirito di Dio nel mondo, devono preservare attentamente il fuoco che arde in loro. Non meraviglia che tanti sacerdoti appaiano esauriti, persone che parlano tanto e comunicano tante esperienze, ma nelle quali il fuoco dello Spirito di Dio si è spento e dalle quali non escono altro che pensieri e sentimenti insignificanti e meschini [17].

    Nouwen ritiene che sia possibile mantenere vivo in noi il fuoco dello Spirito Santo proprio tacendo, che sia possibile avvertirlo dentro di noi se sediamo in silenzio e prestiamo attenzione al nostro respiro, che simboleggia anch'esso lo Spirito Santo. Il respiro va e viene. Proviene dall'esterno e penetra in noi. Respirando avvertiamo la vita in noi. Se ci concentriamo sul nostro respiro e quindi sullo Spirito Santo, intuiamo qualcosa del fuoco che lo Spirito di Dio accende in noi e abbiamo un diversa percezione di noi stessi. Ci sentiamo vivi, «spiritualizzati», entusiasti, come pervasi di Spirito Santo. Avvertiamo in noi un «fuoco interiore».
    Il giorno di Pentecoste gli apostoli hanno ricevuto il coraggio di uscire da se stessi e andare verso gli altri per parlare loro. Improvvisamente parlavano una lingua comprensibile. Lo Spirito Santo è anche lo spirito della missione. Non esistiamo soltanto per noi stessi, per la nostra realizzazione personale, bensì abbiamo il compito di diffondere il messaggio divino. Abbiamo il compito di trasmettere la vita, di risvegliarla. Lo Spirito ci vuole incoraggiare a uscire da noi stessi per incontrare gli altri. Ci rende fiduciosi che troveremo una lingua che ci unisce, una lingua che gli altri comprendono, perché hanno i nostri stessi desideri, le nostre stesse idee.
    Lo Spirito Santo non è uno spirito di saccenteria, che vuole ammaestrare gli altri. Non possiamo identificarci con lo Spirito di Dio, non sta a noi dire a tutti come devono vivere. Corriamo anche il rischio di sentirci apostoli e profeti prima di esserlo realmente. Jung lo definisce il rischio dell'inflazione. Ci «gonfiamo» dello Spirito Santo. Ma non è questo il senso della Pentecoste. Non dobbiamo gonfiarci, ma farci pervadere dallo Spirito, lasciando che ci unisca agli altri. Dobbiamo farci trascinare fuori dal nostro guscio per andare verso gli altri non perché ne sappiamo più di loro, ma perché abbiamo sentito il gusto della vita, abbiamo nel naso il profumo dello Spirito e desideriamo scoprire e risvegliare questa vita anche negli altri.
    Sarebbe un buon proseguimento della celebrazione liturgica se il giorno di Pentecoste ci accostassimo consapevolmente a una persona dalla quale ci dividono delle barriere, fiduciosi che lo Spirito le abbia già abbattute unendoci nel più profondo. Si realizzerebbe allora concretamente ciò che accadde quel giorno: uomini di diversa provenienza e razza erano in grado di comunicare, la babele delle lingue era annullata e nasceva una comunità, la Chiesa di Gesù Cristo.

    NOTE

    1 Cfr. A. Grün, Digiunare. Per il corpo e lo spirito, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2003.
    2 Dal cosiddetto Breviario di St. Ottilien a uso dei monasteri di lingua tedesca, di cui non mi risulta esista una traduzione ufficiale in italiano (ndt).
    3 Cfr. E. Drewermann, Strukturen des Bösen, II parte, Monaco 1977, p. 561 ss.

    4 C.G. Jung, Gesammelte Werke, vol. V, Olten 1973, p. 549 (trad. it.: C.G. Jung, Opere, vol. V, Bollati Boringhieri 1993).
    5 C.G. Jung, Gesammelte Werke, vol. XI, p. 195 (trad. it.: C.G. Jung, Opere, voi. XI).
    6 C.G. Jung, Briefe I, Olten 1972, p. 300.
    7 C.G. Jung, Gesammelte Werke, vol. XI, p. 447 ss. (trad. it.: C.G. Jung, Opere, vol. XI).
    8 Cfr. J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2003.
    9 Le seguenti considerazioni si rifanno a una conferenza di Hans Whringer.
    10 Cfr. U.M.I.L., L'ora dell'ascolto, p. 642 ss. 
    11 Cfr. H. Rahner, L'homo ludens, p. 78 ss.
    12 Cesario di Arles, citato in Lektionar zum Stundenbuch, II, 3, 51, Einsiedeln-Freiburg 1980. La traduzione di questo brano è mia perché l'omelia non compare nel breviario ufficiale italiano, né, a quanto mi è stato detto, ne esiste una traduzione ufficiale italiana (ndt).
    13 Cfr. U.M.I.L., L'ora dell'ascolto, p. 811.
    14 C.G. Jung, Gesammelte Werke, vol. VIII, Zurigo 1967, p. 466 (trad. it.: C.G. Jung, Opere, vol. VIII, Bollati Boringhieri, Torino 1994).

    15 Cfr. U.M.I.L., L'ora dell'ascolto, p. 802.
    16 Ph. Rech, Inbild des Kosmos, vol. II, Salisburgo 1966, p. 9 ss.
    17 H.J.Nouwen, La via del cuore. La spiritualità del deserto, Queriniana, Brescia 1999 (20074). La traduzione è mia dall'edizione tedesca, Feuer, das von innen brennt, Friburgo 1981, p. 52 (ndt).

    (da: L'anno liturgico come terpia, Paoline 2007, pp. 51-90)