Il mistero del tempo è il mistero di Dio

    Carlo Molari



    Ogni anno che si aggiunge alla storia umana per il credente in Dio ripropone l’interrogativo: quale passo avanti nella ricchezza interiore ci sarà donata in questo nuovo anno? La risposta non può essere anticipata, ma deve essere attesa ed essere riproposta all’inizio del nuovo anno. Che si cominci dalla creazione, (in qualsiasi modo essa venga calcolata) o da Abramo o da Cristo o dall’ègira di Maometto dalla Mecca a Medina (settembre 622 ma fissato il 16 luglio 622), o da altri eventi particolari è secondario. La domanda ha un significato concreto, indipendente dai calcoli umani e rinnova ogni anno la responsabilità della risposta. Per chi crede in Dio come principio o fondamento dei processi evolutivi la risposta implica un particolare atteggiamento di fiducia nella azione creatrice e conferisce un corrispondente significato alla sua preghiera.
    Credo sia opportuno richiamarli all’inizio del nuovo anno.

    Azione divina

    Il modo di intendere l’azione divina nella storia varia secondo le culture e, al suo interno, secondo le fasi della crescita delle singole persone. Credo che sia utile ricordare come essa venga coniugata nella prospettiva evolutiva, oggi sempre più diffusa.
    Pure con la consapevolezza che il modo di intendere l’azione divina sarà certamente modificato nei secoli che verranno, per il momento è urgente purificarlo per adeguarlo alla convinzione di coloro che vivono la fede in Dio e lo pregano.
    Fino a qualche decennio fa in ambito cattolico si pensava che la realtà fosse creata già perfetta. Il ragionamento soggiacente a questa convinzione era abbastanza semplice. Si pensava: se Dio, il creatore, è perfetto e onnipotente le realtà che egli pone in essere devono avere tutte le componenti già realizzate in modo compiuto. Oggi crediamo che questo ragionamento non sia esatto.
    Siamo convinti che la perfezione non sta agli inizi, bensì alla fine del processo, che si sviluppa nel tempo. In prospettiva evolutiva si deve affermare che la creazione non sia ancora tutta realizzata e che ancora avviene. Noi, creature, siamo nel tempo e diventiamo perfette attraverso un continuo divenire. Mentre l’azione creatrice di Dio si svolge in un istante eterno, la creatura che l’accoglie è in grado di interiorizzare la perfezione solo a piccoli passi nella successione continua di una serie di esperienze attraverso le quali la creatura diventa se stessa e giunge al compimento.
    Quello che spesso si dimentica è il fatto che le situazioni intermedie tra l’inizio e la fine fanno parte del processo stesso come sua causa intrinseca. Per questo motivo non possono essere saltate ma devono essere vissute in tutta la loro estensione temporale.
    Papa Francesco ha espresso molto bene questa condizione delle creature attraverso il richiamo alla presenza divina «nel più intimo di ogni cosa» (Lettera enciclica Laudato si’ § 80). Citando poi Tommaso d’Aquino, egli aggiunge: «Questa presenza divina, che assicura la permanenza e lo sviluppo di ogni essere, «è la continuazione dell’azione creatrice» (Summa theologiae I q.104 art. 1 ad 4)». Papa Francesco con le proprie parole continua: «Lo Spirito di Dio ha riempito l’universo con le potenzialità che permettono che dal grembo stesso delle cose possa sempre germogliare qualcosa di nuovo» (Id ivi). A questo punto per chiarire l’autonomia delle creature nel contribuire ai processi evolutivi il Papa riporta un’altra affermazione di Tommaso d’Aquino che commenta Aristotele (In octo libros Physicorum Aristotelis espositio, L. II lectio 14): «La natura non è altro che la ragione di una certa arte, in specie dell’arte divina iscritta nelle cose, per cui le cose stesse si muovono verso un determinato fine. Come se il maestro costruttore di navi potesse concedere al legno di muoversi da sé per prendere la forma della nave»» (Id ivi). Con la terminologia medioevale di Tommaso Papa Francesco esprime l’attuale convinzione che le creature si muovono da sé per raggiungere la propria forma compiuta. Dio concede alle creature di tendere al proprio fine e di scegliere la modalità del proprio compimento senza aggiungere nulla o modificare ciò che esse fanno.
    L’unica riserva che si potrebbe avanzare alla sua riflessione è che il Papa attribuisce la condizione imperfetta delle creature ad una libera scelta del Creatore. Scrive infatti all’inizio del paragrafo: «In qualche modo Egli ha voluto limitare se stesso creando un mondo bisognoso di sviluppo, dove molte cose che noi consideriamo mali pericoli o fonti di sofferenza fanno parte in realtà dei dolori del parto, che ci stimolano a collaborare con il Creatore» (Id., Laudato si’ § 80). In realtà dobbiamo chiederci se sia possibile creare in altro modo. Da parte mia credo che, per quanto possiamo capire, non sia possibile altro modo di creare.
    La natura stessa della creatura, in quanto tale, esige il tempo e la successione del divenire. Quello che in Dio è eterno, cioè definitivamente compiuto e perfetto fin dall’inizio, nella creatura, essendo temporale, è sempre imperfetto e bisognoso di compimento.
    Anche il Catechismo italiano per gli adulti, quando affronta il problema del male si richiama ai «limiti naturali» delle creature e all’inserimento dell’uomo nei processi evolutivi della vita creata: «Partecipando a un processo evolutivo globale, l’uomo nasce, si trasforma e muore come gli altri esseri della natura. Può ricevere la vita solo a frammenti» (Cei, La verità vi farà liberi, Libreria Vaticana, 1995 n. 372 p. 190).

    Preghiera umana

    In tale prospettiva la preghiera si inserisce come atto necessario della creatura. Essa consiste nell’accogliere l’azione divina perché in noi diventi novità di vita, pensiero inedito, azione efficace.
    Gli effetti della preghiera cambiano in continuità. Non preghiamo per comunicare a Dio che cosa debba fare per noi o quali desideri noi abbiamo, ma per diventare nuovi e per crescere.
    Finché non giungiamo a questa convinzione ci sarà sempre più difficile pregare. Ci appare inutile ripetere le stesse formule, ci stanchiamo a inseguire le stesse parole, ci sembra una perdita di tempo invocare la presenza di Dio. L’urgenza fondamentale della nostra esistenza è raggiungere l’identità filiale, o come diceva Gesù, acquisire il nome scritto nei cieli (Lc, 10,20).
    Non basta un semplice atto, ogni giorno si deve crescere e più cresciamo più ci è chiesto e ci è concesso di accogliere.
    La preghiera quindi è l’esercizio che rende possibile l’accoglienza della energia vitale che scaturisce da Dio e in noi diventa capacità di forme nuove di giustizia, di fraternità e di pace. Pregare nelle sue varie forme è accogliere l’azione di Dio per crescere come figli suoi e rispondere alle necessità della vita. La preghiera può assumere molte forme ma in tutte è sempre accoglienza dell’azione di Dio che crea.
    Preghiamo per rendere visibile nella storia l’amore di Dio creatore. In noi diventa lode, gratitudine, riconoscimento della sua grazia, invocazione della sua presenza, e sostegno nel cammino.
    Nella prospettiva evolutiva si comprende come l’azione divina possa esercitarsi solo dispiegandosi nel tempo. La creatura infatti può accogliere l’azione con cui Dio comunica la sua perfezione, solo nella successione degli eventi temporali, e quindi in modo provvisorio, inadeguato e imperfetto.
    L’umanità non è ancora pervenuta a quella vita piena, che il progetto di Dio contiene e che la sua parola ha promesso. Le potenzialità contenute nella parola creatrice di Dio non si sono ancora interamente manifestate.
    La storia umana può essere ancora il luogo di sviluppi inediti della salvezza e l’umanità può pervenire a quella compiutezza che in Gesù ci è stata indicata, ma non ancora pienamente manifestata.
    Noi siamo attori di questo processo perché l’avventura non si svolge al di sopra delle nostre teste.
    L’azione divina è efficace nella storia umana solo quando diventa azione di uomini; ma non può diventare azione di uomini se non ci sono persone, famiglie, popoli che si aprono alla forza creatrice così da poterla esprimere in modo nuovo e da saperla tradurre in qualità di vita, in forme inedite di condivisione, di giustizia, di fraternità e di pace. Questa urgenza oggi è diventata drammatica, perché l’umanità può autodistruggersi.
    Nessuno ha garantito che la storia umana sulla terra non finisca in modo prematuro e violento. Ci è stato promesso solo che noi possiamo vivere tutte le situazioni in modo da crescere come figli di Dio, così da raggiungere quella pienezza di vita a cui siamo chiamati.
    Là dove il messaggio di Gesù viene tradito, sono necessarie presenze che rendano possibile un mondo nuovo. Quando i tempi sono tristi e il Vangelo sembra improponibile; ci è chiesto almeno di vivere fiduciosamente in modo da rendere visibile la speranza per il futuro.

    FONTE: “Rocca” n. 2 - 15 gennaio 2020