Il giorno delle relazioni

    Scoprire che non siamo soli

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    «Dio creò gli esseri viventi secondo la loro specie» (cfr. Gen 1,20-25).
    Siamo davvero noi stessi quando siamo completamente soli?
    È una domanda strana, soprattutto oggi. Abbiamo più possibilità che mai di comunicare, parlare, scrivere, condividere. Possiamo raggiungere qualcuno dall'altra parte del mondo in pochi secondi. Eppure non è detto che essere sempre connessi significhi essere davvero in relazione.
    Possiamo avere centinaia di contatti e sentirci soli. Possiamo parlare molto e sentirci poco ascoltati. Possiamo essere circondati da persone e avere comunque la sensazione che nessuno ci conosca davvero.
    La creazione raccontata dalla Genesi, invece, non è una realtà fatta di elementi isolati. È un mondo nel quale ogni cosa entra in relazione con un'altra. La vita nasce dentro una trama di rapporti. Nessuno esiste completamente da solo.
    Forse anche questo abbiamo bisogno di riscoprire: l'uomo non è un individuo chiuso in se stesso, ma una persona che diventa se stessa nella relazione.
    È un punto decisivo nell'ecologia dell'uomo di Ratzinger. La persona non può essere compresa soltanto a partire dalla propria autonomia. La sua dignità nasce anche dalla sua capacità di entrare in relazione, di ricevere, di donare, di amare. Non siamo soltanto ciò che facciamo da soli. Siamo anche ciò che riceviamo dagli altri e ciò che scegliamo di donare agli altri.
    Pensiamoci per un momento.
    Il nostro nome ci è stato dato. La lingua che parliamo l'abbiamo ricevuta. La nostra storia è fatta anche di persone che ci hanno preceduto. Molte delle cose che sappiamo non le abbiamo inventate. Perfino il modo in cui guardiamo il mondo è stato influenzato da qualcuno: una persona incontrata, un insegnante, un familiare, un amico, un libro.
    Siamo molto più “ricevuti” di quanto immaginiamo.
    E questo cambia anche il modo di pensare la libertà.
    Essere liberi non significa non avere legami. Significa poter scegliere come vivere i propri legami. La libertà non cresce quando eliminiamo ogni relazione, ma quando impariamo ad abitare le relazioni senza possedere l'altro.
    È una differenza importante.
    Possedere significa pensare: “Sei mio”. Custodire significa dire: “Mi sei affidato”.
    Anche qui l'ecologia dell'uomo incontra l'ecologia del creato. Quando pensiamo che tutto sia a nostra disposizione, prima o poi trasformiamo anche le relazioni in qualcosa da usare. Le persone diventano utili o inutili, interessanti o noiose, capaci di darci qualcosa oppure da lasciare indietro.
    La stessa logica può essere applicata alla Terra.
    Se la natura è soltanto una materia disponibile, la sfruttiamo. Se è una realtà con cui siamo in relazione, impariamo a rispettarla.
    Per questo la crisi ecologica non è soltanto una crisi di comportamenti. È anche una crisi del nostro modo di concepire la realtà. Quando dimentichiamo che tutto è collegato, rischiamo di vivere come se le nostre scelte non avessero conseguenze.
    Ma ogni scelta entra in una rete di relazioni.
    Quello che compro può avere conseguenze su chi lo produce. Quello che spreco riguarda qualcun altro. Il modo in cui utilizzo la tecnologia influenza il mio tempo, le mie relazioni e persino il modo in cui guardo me stesso. Le scelte di una generazione possono condizionare la vita di quelle successive.
    Ecco perché, nel pensiero di Benedetto XVI, la questione ecologica è profondamente legata alla giustizia e alla pace. Custodire il creato significa anche riconoscere che non siamo gli unici abitanti del mondo e che le nostre decisioni devono tenere conto degli altri, soprattutto dei più fragili e di chi verrà dopo di noi.
    La cura del creato diventa così una forma concreta di responsabilità verso l'altro.
    Non si tratta soltanto di essere “bravi” o di seguire una lista di comportamenti corretti. Si tratta di cambiare prospettiva: dal possesso alla responsabilità, dall'uso alla cura, dall'indifferenza alla solidarietà.
    E questo comincia dalle relazioni più semplici.
    Da come ascoltiamo un compagno. Da come trattiamo chi è diverso da noi. Da come reagiamo davanti a qualcuno che sta attraversando un momento difficile. Da quanto siamo capaci di accorgerci di chi rimane ai margini.
    Anche qui possiamo imparare qualcosa dalla natura. In un ecosistema niente vive completamente per se stesso. Ogni elemento ha una funzione e contribuisce, in modo diverso, alla vita dell'insieme.
    Non significa che tutti dobbiamo essere uguali. Al contrario. La ricchezza nasce proprio dalla differenza.
    Fare spazio all'altro, come abbiamo imparato nella seconda puntata, non significa perdere noi stessi. Significa scoprire che la nostra identità non è minacciata dalla presenza dell'altro. Possiamo essere diversi senza diventare nemici. Possiamo avere idee differenti senza smettere di ascoltarci. Possiamo appartenere a storie diverse e costruire qualcosa insieme.
    Questa è una forma concreta di ecologia umana: imparare a vivere in un mondo che non abbiamo costruito da soli e che non possiamo pretendere di possedere da soli.
    Forse è anche questo il significato più profondo della parola “comunità”: non un gruppo di persone che semplicemente stanno insieme, ma persone che riconoscono di avere qualcosa da ricevere e qualcosa da donare.
    In questa prospettiva, prendersi cura del mondo non è un compito aggiunto alla nostra vita. È un modo diverso di vivere la vita.
    Quando impariamo a riconoscere l'altro come un dono e non come un ostacolo, cambia anche il nostro rapporto con il mondo. Quando comprendiamo che non siamo padroni assoluti di nulla, diventiamo capaci di custodire. Quando scopriamo che abbiamo ricevuto molto, nasce anche la gratitudine.
    E dalla gratitudine può nascere una responsabilità nuova.
    Non siamo soli. E proprio per questo ciò che facciamo conta.

    PROVIAMO A FARLO
    Pensiamo a tre persone che hanno lasciato qualcosa nella nostra vita. Non necessariamente qualcuno che ci ha fatto un grande regalo: può essere una persona che ci ha ascoltato, incoraggiato, insegnato qualcosa, dato fiducia o aiutato in un momento difficile.
    Scriviamo per ciascuna una parola: che cosa ho ricevuto?
    Poi scegliamo una persona della nostra vita alla quale, questa settimana, possiamo restituire qualcosa di ciò che abbiamo ricevuto: tempo, ascolto, attenzione, gratitudine, aiuto.

    UNA DOMANDA DA PORTARE CON SÉ
    Da chi ho ricevuto ciò che sono e a chi posso restituire qualcosa?
    Forse custodire il mondo comincia proprio da qui: riconoscere che la nostra vita non è soltanto nostra. È una storia di relazioni, di doni ricevuti e di responsabilità da assumere.