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    Arturo Paoli:

    piccolo fratello

    del Vangelo

    Sabino Chialà

    Mi è stato chiesto, per introdurre chi dopo di me parlerà (Silvia Pettiti, ndr) con ben altra competenza di Arturo Paoli, di soffermarmi sull’identità religiosa di fratel Arturo, piccolo fratello del Vangelo, discepolo di Charles de Foucauld, “monaco” sui generis.
    Cercherò dunque di mettere in luce, molto brevemente, alcuni tratti di quel cammino originalissimo che Arturo Paoli ha percorso e che ne ha fatto quello che tutti noi abbiamo conosciuto e apprezzato; alcuni tratti che mi sembra di poter riconoscere come costanti, fili rossi persistenti nella sua esperienza, pur movimentata e varia, e che hanno plasmato il volto proprio del suo essere religioso. Mi soffermerò su tre aspetti, che definisco con tre parole: itineranza, solitudine e comunione.

    1. Itineranza

    Il primo tratto che emerge dalla biografia di Arturo è l’itineranza. Per rendersene conto basta rievocare i tanti luoghi in cui ha soggiornato: Lucca, Roma, l’Argentina, l’Algeria, la Sardegna, ancora l’Argentina e poi il Venezuela e il Brasile, per ritornare alla sua Lucca. Non tutti luoghi scelti.
    Arturo è un pellegrino, diremmo oggi a distanza dai fatti e con un tocco di romanticismo; ma spesso è stato – mi si passi l’espressione in italiano scorretto – “reso pellegrino” da altri e da situazioni anche dolorose: l’allontanamento dalla sua Lucca, cui tornerà solo alla fine della sua vita, e poi da Roma e dall’Italia, e ancora dall’Argentina.
    Questi continui sradicamenti, spesso dolorosi, hanno fatto esperire ad Arturo quello che è il primo tratto dell’esperienza religiosa, e prima ancora cristiana: la xeniteia, l’essere e il considerarsi straniero; straniero, non estraniato.
    Straniero e dunque capace di scoprire in ogni luogo il proprio luogo, il luogo dell’incontro e il luogo della propria crescita umana e spirituale. Ha imparato il salutare esercizio del fare le valige, per apprendere così a legarsi a ciò che solo vale, a lasciare continuamente ciò che appesantisce, ad alleggerirsi dai pesi che inutilmente ci si trascina dietro.
    Appare per questo innanzitutto un uomo libero: da sé e dunque libero da ogni condizionamento. Libero di essere pienamente fedele al qui e ora che ogni volta si presentava sul suo cammino.
    E libero, Arturo è stato anche da quei condizionamenti ecclesiastici che pure lo hanno minacciato, in particolare durante gli anni dell’impegno in AC. Ha ricoperto varie cariche all’interno della sua comunità, ma sempre in libertà, senza attaccamenti alle cariche e ai posti di potere.
    Sempre fedele ma sempre libero. Un tratto questo che, a suo dire, gli aveva consegnato uno dei suoi maestri, quel Giovan Battista Montini che tanto lo aveva apprezzato e stimato durante i suoi anni romani, ma che un giorno gli avrebbe detto: “Entra in basilica, inginocchiati davanti all’altare del Santissimo e dì al Signore: ‘Non voglio diventare vescovo’” (p. 44) [1].

    2. Solitudine

    Il secondo tratto è quello della solitudine, che è un’intima conseguenza dell’itineranza. Pur essendo, come qualcuno lo avrebbe definito, un “uomo cosmico” (p. 115), è stato capace di grandi amicizie. Eppure è uno di quegli esseri che restano fondamentalmente dei solitari, e anche dei “soli”. Cioè non solo solitari per scelta, ma anche soli per destino. Altro tratto tipicamente “monastico”. Soli per vocazione, essendovi in queste esistenze uno spazio di non comunicabilità, un ambito di non coniugabilità, da vivere unicamente da solitari. Si tratta di un’esperienza a volte anche dolorosa, ma ineluttabile.
    Una dimensione, questa, di cui Arturo aveva fatto una prima intensa esperienza durante il suo periodo di formazione nella neonata famiglia dei piccoli fratelli ad El-Abiodh in Algeria, dove aveva avuto come maestro dei novizi un’altra figura di riferimento per lui molto importante: fr. Milad, tra i primi membri dei piccoli fratelli. Un uomo che Arturo descrive come persona silenziosa e discreta, di poche parole, tutta presenza.
    Dice di lui: “Se avessi registrato tutte le parole che mi ha rivolto in tredici mesi di noviziato, non arriverei a riempire una cartella dattiloscritta. Il solo vederlo, ascoltare la sua lettura del Vangelo, mi faceva scoprire quanto io fossi complicato, barocco, uomo ‘vestito di splendide vesti’ anche se ridotto al silenzio” (p. 78).
    Maestro di solitudine gli fu anche il deserto fisico, dove egli dice di aver sperimentato il “baratro”, per trovare lì la sorgente. Dice infatti: “…affidarsi al baratro. Guardandolo negli occhi, si scopre infine che il nulla contiene la ricchezza dell’origine. In principio era in nulla … Bisogna avere la pazienza del nulla, non scacciarlo come un demonio, non affrontarlo con il nostro coraggio, ma accettarlo, rispettarlo nella sua qualità di nulla” (p. 81)
    E quando progetta un viaggio da El-Abiodh a Beni Abbès a piedi, dice:” Il deserto, con la sua durezza e la sua povertà, può costringere l’anima a mettersi davanti a Dio e a se stessa” (p. 82).
    Ma l’esperienza del deserto e della solitudine non finiranno in Algeria, sono dimensioni che lo accompagneranno, sebbene trasformandosi nella loro forma esteriore. Molte altre volte Arturo dovrà confrontarsi con questa realtà, declinata variamente, in particolare come “incomprensione”. E allora le basi messe nel deserto gli saranno di aiuto nel portare e vivere quell’altra forma di deserto, il deserto dell’incomprensione.

    3. Comunione

    Itineranza e solitudine si compongono però con un terzo tratto di questa personalità complessa, la sua capacità di comunione vera (anche perché quando itineranza e solitudine sono autentiche portano alla comunione profonda). Ecco dunque un altro tratto della sua vocazione religiosa: comunione con Dio e con l’uomo. Una comunione non facile, a volta contraddetta, ma sempre ricercata.
    Innanzitutto con colui che egli chiama “l’Altro”, nella cui intimità è stato come catturato, a volte malgrado lui. É questa l’esperienza che emerge da una sorta di parabola che Arturo amava raccontare, relativa ai suoi anni trascorsi nel deserto, e che vorrei qui riprendere. Racconta: “Tutte le mattine, immancabilmente, uno dei cammelli della truppa fuggiva lontano sottraendosi al suo lavoro quotidiano. I nomadi ci avevano avvisati di non corrergli dietro, di non gridare, di lasciarlo andare rispettando la sua decisione di allontanarsi. Passato il mezzogiorno si scorgeva un puntino all’orizzonte che si avvicinava al gruppo: era il fuggitivo che tornava. Quando era abbastanza vicino, un arabo lo affiancava dolcemente, senza recriminazione, senza grida, senza agitazione, e cominciava a camminargli accanto cantando sommessamente. Il giorno dopo il transfuga era quello che offriva per primo il suo dorso, e un altro fuggiva” (p. 82). Si sente un riacciuffato dal Padre, dolcemente riacciuffato da un Dio che gli cammina accanto e che canta per non farlo sentire troppo in colpa per i suoi smarrimenti. Una sorta di riscrittura della parabola del padre misericordioso e dei due figli (Lc 15).
    Dio comincia allora a diventare un “tu” cui rivolgersi e della cui voce Arturo ritiene queste parole fondamentali: “Non ti chiedo di essere buono, perché non lo sarai mai. Non ti chiedo di essere puro, perché le tue labbra resteranno sempre impure. Ti chiedo una cosa sola: fidati di me” (p. 84).
    Il cammello riacciuffato, però, non solo si presta docile a ritornare con il suo padrone, ma – dice ancora la parabola – l’indomani del suo ritorno sarà il primo a porgere il dorso per servire. La comunione con Dio si invera in una grande capacità di prossimità e di servizio all’umanità intera.
    Non tanto un fare per… ma un essere con… Qui Arturo è stato radicalmente fedele alla vocazione di piccolo fratello, in quell’essere “Come loro”, secondo una felice traduzione del libro di René Voillaume Aux coerus des masses, che possiamo considerare il manifesto-regola della famiglia dei Piccoli fratelli.
    Stare con e innanzitutto ascoltare. La capacità di ascolto l’aveva appresa dall’altro suo maestro, René Voillaume, del quale Arturo apprezzò soprattutto il suo saper dare tempo all’ascolto; racconta infatti: “Non mi ha dato mai l’impressione di avere fretta, di volermi concedere il minor tempo possibile”. Un ascolto che sapeva farsi anche discreto e rispettoso: “Portava in sé un grande calore umano, ma non potevo attendere da lui quell’accoglienza rumorosa che si manifesta in esclamazioni enfatiche” (p. 75); e lo paragona a Montini: “Anche lui mostrava la sua affettività nell’essere tutto per te ad ascoltarti” (p. 76).
    In questo ascolto fedele, Arturo ha dovuto confrontarsi con l’ingiustizia, “l’incontro fondamentale nella vita di ogni uomo” come lui lo chiama (p. 70). Un’ingiustizia che spesso appariva più grande delle povere forze di cui lui e i suoi disponevano. Ha tentato di reagire, ma innanzitutto ha portato con l’altro il suo peso, facendo di quel cammino condiviso l’esperienza più grande della comunione.
    Non è mai fuggito di fronte all’ingiustizia, consapevole di quel cuore del cristianesimo che è l’incarnazione e consapevole del fatto che, come dice: “Il Regno di Dio comincia in questo mondo e non ha altro terreno in cui manifestarsi e incarnarsi se non quello della storia e della società politica” (p. 48).
    Ha sempre preso sul serio quella massima di Lévinas, da lui tanto amato: “É compito dell’uomo salvare l’uomo” (p. 35).
    Una comunione che egli ha saputo vivere anche con e nella Chiesa, nonostante tutto; una Chiesa che egli credeva abitata da un’utopia raggiungibile. Dice infatti: “Ritengo che il Cristo abbia fondato l’utopia che guida la Chiesa, una utopia che non è al di fuori o al di sopra della struttura ecclesiale reale, ma che vi sta dentro come un futuro raggiungibile” (p. 71). Questa la Chiesa in cui ha creduto, che ha servito e cui è rimasto fedele sino alla fine, nonostante tutto.

    4. In conclusione

    Come definire dunque Arturo Paoli? Al di là delle etichette che gli possiamo appiccicare, con un linguaggio caro a papa Francesco (ricordiamo il loro recente incontro), possiamo ritenerlo un bell’esempio di “monaco in uscita”. L’espressione potrebbe suonare come un ossimoro o una contraddizione in termini e invece non lo è, essendo ogni monaco, a suo modo, un marginale.
    Peraltro mi piace ricordare che a Olmos in Argentina quando si trattò di intitolare la cappella, insistette per dedicarla alla Trasfigurazione, sfidando il parere del vescovo che vedeva quel mistero troppo intellettuale per la gente semplice del villaggio (p. 100). E noi sappiamo quanto questa festa sia cara ai monaci, soprattutto orientali.
    Piccolo fratello del Vangelo, uomo universale, itinerante, solitario e pienamente solidale con il destino di ogni uomo: ecco, in parte almeno, quelli che mi paiono essere i fili rossi di una vita lunga e sensata, una vita di cui lui stesso ebbe a dire: “Ne valeva la pena”, forse citando il grande poeta portoghese Fernando Pessoa che, in una sua celebre poesia (Mare portoghese), si chiede: “Valeu a pena?”; e risponde: “Tudo vale a pena, se a alma nao é pequena”. E l’anima di Arturo era tutt’altro che piccola.


    NOTA

    1 Tutte le citazioni sono tratte da: S. Pettiti, Arturo Paoli. “Ne valeva la pena”, San Paolo, Cinisello Balsamo 2010.

    (20 novembre 2015 - Ostuni BR - Centro di Spiritualità Madonna della Nova. Incontro per ricordare ARTURO PAOLI con SILVIA PETTITI, segretaria personale e sua biografa e SABINO CHIALÀ, monaco del Monastero di Bose in Ostuni)


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