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    "Ho perdonato le mie catene"

    L'intervista della Lettura

    a padre Gigi Maccalli *

    Fogli scritti a penna, sgualciti. Appunti nascosti agli sguardi rapaci dei carcerieri. È riuscito a portarli a casa, a Madignano, nel Cremasco, insieme a un anello della catena che gli stringeva le caviglie, il rosario di stoffa, una croce intagliata in segreto, gli ultimi pensieri prima della liberazione fissati sull'etichetta di una scatola di frutta sciroppata. Piccoli cimeli. E un'enorme fede. Così padre Pierluigi Maccalli, sequestrato il 17 settembre 2018 nella missione di Bomoanga, nel Sudovest del Niger, ha ricostruito i suoi due anni trascorsi nelle mani dei jihadisti del Gruppo di sostegno all'islam e ai musulmani (Gsim). Quasi 25 mesi - fino alla liberazione dell'8 ottobre 2020 - tra le savane del Sahel e le dune del Sahara. Li ha ripercorsi nel libro Catene di libertà, edito da Emi.

    Padre Gigi, il momento più duro?
    Ce ne sono stati due. Nei primi 17 giorni di sequestro, quando mi portavano in moto verso un ignoto orizzonte. Arrivati nel nord del Burkina Faso, non lontano dalla frontiera con il Mali, avevo la schiena a pezzi e mi chiedevo: dove mi stanno portando? Mi sciolsi in lacrime per un quarto d'ora, ero perso nel vuoto. Ricordo poi una data, il 5 ottobre 2018, quando arrivammo in un covo da cui speravo potesse partire la negoziazione per la mia liberazione e invece mi ritrovai legato a un albero, con una catena lunga un metro e 20. Mi sentivo, e me lo dissero anche, un cane. Per 22 giorni e altrettante notti rimasi così, mi liberavano solo per i bisogni corporali, scortato da due giovani armati (un sospiro, la voce si incrina).

    Ha messo in dubbio la bontà di Dio?
    Mi dicevo: mio Dio, perché mi hai abbandonato? La mia però non era una preghiera di disperazione, io gridavo lo stesso grido di Gesù sulla croce, non aggrappavo alle sue parole.

    La sua fede dunque non ha vacillato?
    Ci sono stati momenti turbolenti ma sentivo la presenza di Dio, la coglievo da alcuni particolari. Come durante il viaggio in moto con uno dei rapitori, quando vidi una piroga con la scritta sulla fiancata Dieu t'aime, Dio ti ama. L'ho colto come un messaggio, quel nonsenso mi ha dato conforto. Dio mi diceva: ci sono, fai fatica a percepirmi ma ti sto vicino.

    Ha temuto per la sua vita?
    Sì. Ovviamente il primo giorno è stato critico. Ma anche dopo. Un imprevisto poteva sempre accadere, continuavano a pulire i kalashnikov davanti a me... Una volta sola mi hanno minacciato in modo diretto, per colpa di una mia frase male interpretata. Un mujahidin mi disse: «Alla prima occasione ti pianto una pallottola in fronte». Da quel momento mi sono detto: preparati al peggio.

    Che cosa intende con il titolo «Catene di libertà»?
    Volevo tenere il termine "catene" perché mi hanno dato tanto fastidio, soprattutto nell'ultimo anno: dal tramonto all'alba ero costantemente legato. Non più a un albero, ma con i lucchetti alle caviglie: non sono cose simpatiche. Le catene simboleggiano quei due anni di dolore. Ma proprio in questa prova il mio spirito si è liberato. Mi dicevo: i piedi sono incatenati, il cuore no. Si è aperto uno spazio che mi ha portato a vivere la missione in modo nuovo. Il mio cuore camminava. E mi convincevo che tutta questa violenza, la guerra, le risposte armate anche da parte dell'Occidente non salveranno l'Africa, perché la pace nasce solo da uomini e donne che hanno fatto esperienza di sofferenza, che hanno portato le catene e capito il valore della libertà e del perdono. Fondamentalmente il titolo vuole dire questo.

    Ha perdonato i suoi carcerieri?
    I ragazzi che mi custodivano sono i veri ostaggi. Dell'analfabetismo, della propaganda diffusa dai loro telefonini. Sono indottrinati, c'è una storia ferita in quei popoli. Certo, le responsabilità ci sono, ma a livello più alto. Mi ripetevo: non voglio che la violenza che subisco posso oltrepassare me e colpire altri. Deve fermarsi con me, e questo è possibile solo con il perdono. Sì, ho gridato «Dio mio perché mi hai abbandonato?», ma anche un'altra frase di Cristo sulla croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».

    È stato un percorso difficile?
    Ho meditato a lungo sulla parole del Vangelo in cui è scritto «pregate per i vostri persecutori» e poi «amate i vostri nemici». Mi dicevo: come faccio? Amarli come amo i miei fratelli, i nipoti, la mia gente, i malati? E allora ho capito: Gesù chiede di non condannare, poi di non giudicare, poi di perdonare. Se non affronti questi livelli intermedi non puoi avvicinarti alla parola amore. Sono passaggi fondamentali del Vangelo.

    Lei conosce anche il Corano.
    L'ho letto due volte, una velocemente, una con più attenzione. E, non lo dico per fare paragoni, non vi ho trovato la misura alta del Vangelo che invita perdonare i persecutori ad amare i nemici. In quell'angolo del Sahara gli infedeli, kafir, impuri, sono destinati comunque all'inferno. E ucciderei un kafir è adempiere alla volontà di Allah.

    Odiare è molto più facile.
    Quando una persona è ferita e prova dolore ed è vittima innocente può avere certe reazioni. Ma l'odio lascia molta amarezza. Io ho dormito per due anni all'aperto: ci riuscivo perché ero in pace con me stesso e con la mia coscienza.

    Lo sogna mai il deserto?
    No, non mi è ancora successo. Però ogni tanto mi fermo, socchiudo gli occhi, rivedo quella grande distesa di infinito, di vento, di dune.

    Nel libro dice che pregava in silenzio e ha nascosto una croce...
    Avevo una paletta per difendermi dalle mosche. Si ruppe, i miei carcerieri spezzarono con rabbia il moncone che sembrava una croce. Una però riuscii a costruirla: due pezzi di legno levigati con il coltello. Pensavo: un giorno la poserò sull'altare. La nascosi anche ai miei compagni di prigionia.

    Luca Tacchetto (liberato il 13 marzo 2020 con Edith Blais, dopo una fuga) e Nicola Chiacchio. Vi sentite ancora?
    Si, c'è un legame di prigionia, di fratellanza, che continua. Ci scambiamo anche qualche foto.

    Non è più tornato in Africa?
    Il mio cuore è molto unito all'Africa, sento regolarmente i collaboratori della parrocchia di Bomoanga e vorrei tornare per abbracciare chi mi ha visto sparire all'improvviso. Speravo fosse possibile entro l'anno ma mi è stato detto che la zona non è sicura, la situazione è peggiorata. Il mio ritorno ora non è possibile, sarebbe capito male e male interpretato e forse metterebbe in pericolo la gente stessa, sarebbe visto come una provocazione. Quindi aspetto il giorno in cui potrò abbracciare i miei parrocchiani, scaricare i loro cuori da questa triste vicenda.

    Lei è nato nel 1961. Ha scritto che con questa esperienza è entrato nella sua terza età. Come la immagina?
    Intuisco che mi porta su strade su cui forse prima non camminavo quotidianamente: quelle del silenzio, dell'accoglienza, del perdono, dell'ascolto. Poi come sarà lo metto nelle mani di Dio.

    Durante i due anni di sequestro si è sentito una pedina nello scacchiere internazionale?
    Erano le congetture che facevamo con Luca e Nicola, io ero molto lontano da certe opinioni, ma mi chiedevo: cosa aspettano a liberarci? Il mondo è così veloce e tecnologico... Resta il fatto che qualunque sia l'interesse politico alla base di certe decisioni, non si devono prendere sulla testa degli innocenti. Lo ripeto: la gente che soffre tiratela fuori al più presto, non mettetele in mezzo ai vostri giochi. Perché la vita è sacra, non ha prezzo, va oltre tutti gli interessi.

    Tornato in Italia come si è sentito?
    Dopo avere riabbracciato la mia famiglia e risposto a tante domande, dopo aver ringraziato quanti hanno seguito la mia vicenda pregando per me, mi sono detto: ho bisogno di calma. Mi sono dato un ulteriore tempo di deserto per pacificare me stesso e rielaborare. Sentivo la necessità di camminare nella mia campagna. Di muovere i piedi dopo averli avuti per tanto tempo incatenati.

    * «Perché il Signore mi ha abbandonato?». È la domanda che spesso arrovella padre Gigi, in balia dei suoi sequestratori per oltre due anni tra le savane del Sahel e le dune del Sahara. Sempre dormendo, ogni notte, all’addiaccio, spesso con i piedi incatenati. Esperienza che per diversi mesi ha condiviso con altri ostaggi.
    Il Catene di libertà è un «quaderno dal carcere» che oscilla tra cronologia e introspezione. Senza l’ausilio di una Bibbia a tener viva la fede, sottoposto a un lunghissimo digiuno eucaristico, padre Gigi scopre in sé nuove risorse e una nuova dimensione del vivere e del credere: «È proprio in questa prova delle catene che il mio spirito si libera. Perché i miei piedi sono incatenati, ma il cuore no».
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