Il muro che cade
Cronaca di una fraternità possibile a Manouba (Tunisia)
Bashir Souccar

(QUI IL FILE PDF CON IMMAGINI)
«Sono entrato tre anni fa all'oratorio, sentivo allora come ci fosse un muro che ci separa noi e voi.
Oggi dopo tre anni mi accorgo che questo muro è caduto e mi sento fratello in mezzo a voi.»
– un giovane musulmano di Alessandria d'Egitto, oratoriano
Questa frase me la disse, anni fa, un giovane musulmano di Alessandria d'Egitto, dove ho lavorato per quarantadue anni prima di essere inviato come missionario a Betlemme e poi, infine, in Tunisia. L'ho portata con me attraverso il Mediterraneo, come una piccola reliquia di verità, e oggi, a Manouba, la vedo confermarsi ogni giorno sotto altri cieli e altri volti. È da questa frase, in fondo, che vorrei far partire il racconto di ciò che viviamo qui.
Sul bordo del Mediterraneo
Chi attraversa il Mediterraneo da nord a sud approda in una regione che i romani chiamavano Afriquia, dando il nome a un intero continente: il Maghreb. Non è, come pure qualcuno crede, la parte periferica o sbagliata del grande mare, bensì una delle sue culle più antiche, un luogo dove classicità romana, civiltà araba e islamica si sono sedimentate per secoli in un'unica terra feconda. È una regione giovane: quasi la metà della popolazione ha meno di venticinque anni, il che significa che è una terra più carica di futuro che di passato, per usare un'espressione cara a don Egidio Viganò.
È in questo orizzonte che, alcuni anni fa, la Congregazione Salesiana ha eretto una nuova circoscrizione, dedicata a sant'Agostino d'Ippona – non a caso, un santo nato proprio su queste coste africane – comprendente Tunisia, Marocco e Algeria. Il nostro attuale Superiore, don Domenico Paternò, ama definire questa nascita come una “nuova frontiera missionaria”, ricordando che i Figli di Don Bosco, presenti oggi in quasi tutti i Paesi del bacino mediterraneo, hanno scelto di sviluppare qui, tra i giovani musulmani, il sogno del loro fondatore: che i lupi possano diventare agnelli, non soltanto pacificati, ma costruttori essi stessi di pace.
Una scuola centenaria, una Chiesa minoranza e amata
La Chiesa cattolica, in Tunisia, è una presenza piccola per numero e grande per fiducia ricevuta. I fedeli cattolici sono per lo più migranti subsahariani o lavoratori europei, raccolti attorno a due parrocchie affidate ai salesiani: quella dedicata a Santa Giovanna d'Arco, a Tunisi, e quella di Hammamet, più a sud, che accoglie soprattutto la comunità italiana ed europea. Eppure questa Chiesa minoritaria gestisce, in tutto il Paese, nove scuole cattoliche frequentate complessivamente da cinquemilacinquecento, forse seimila allievi musulmani. Don Faustino García, che per anni ha diretto la nostra scuola di Tunisi, lo spiega con parole semplici e definitive: la gente si fida di noi, dice, perché sa che rispettiamo la sua religione, che non facciamo proselitismo, e che teniamo fermi i valori che contano davvero nella vita e nell'educazione di un figlio.
A Manouba, cittadina a soli otto chilometri dalla capitale ma governatorato a sé, questa fiducia ha una storia lunga più di cent'anni. Nel luglio del 1923 il vescovo di Tunisi, monsignor de Lattre, aprì qui una scuola con quattro suore, dentro un edificio che il Bey turco aveva fatto costruire nel 1859 e che oggi è monumento del patrimonio nazionale tunisino. Da allora, senza interrompersi mai – nemmeno negli anni della guerra – quell'edificio ha continuato a formare ragazzi e ragazze: prima riservato agli stranieri d'Europa, poi aperto a tutti, musulmani compresi, molto prima che il Concilio Vaticano II lo raccomandasse alla Chiesa intera. Da circa trent'anni la scuola è affidata a noi salesiani, e nel 2023 ha festeggiato il secolo di vita.
È qui, in questa Casa Madre dei salesiani di Tunisia, che oggi lavoro io, insieme a confratelli venuti da Spagna, Italia, Libano, Ciad e Repubblica Democratica del Congo: una comunità che, per età, va dai venticinque ai settantatré anni, e che io, arrivato da Aleppo dopo una vita spesa ad Alessandria d'Egitto, ho l'onore di rappresentare come il più anziano. Accanto alla scuola primaria, che accoglie circa novecento bambini – appena due dei quali cristiani – vive il nostro oratorio: un centinaio di ragazzi e ragazze, tutti musulmani, che il sabato e la domenica riempiono i nostri cortili di voci e di corse.
Un cortile, un ritmo, un popolo di ragazzi
L'oratorio ha un suo respiro settimanale, quasi liturgico nella sua regolarità. Il sabato e la domenica pomeriggio, dalle 14.45 alle 17.15, e ogni mattina d'estate e di vacanza scolastica, dalle 8.45 alle 12.00, i ragazzi varcano il nostro cancello. Ogni incontro si apre con un'invocazione a Dio e si chiude con la parola del giorno – quella che Don Bosco chiamava la “buona notte” – accompagnata da una preghiera cantata che musulmani e cristiani possono innalzare insieme. Il sabato la corale si raduna per imparare canti nuovi, alternando un gruppo di ragazzi e uno di ragazze; la domenica un incontro formativo attraversa, settimana dopo settimana, le quattro età della crescita – primaria, medie, liceo, oltre i diciotto anni – intorno alla strenna dell'anno, raccontata attraverso storie vere e sciolta sempre in un dialogo aperto a tutti.
Ogni cinque settimane si riuniscono gli Animatori e i pre-Animatori del Gruppo Domenico Savio; ogni due mesi si incontra il Consiglio dell'Oratorio, composto dai salesiani e da sei animatori veterani; due volte l'anno organizziamo la giornata dei genitori, che intreccia una riflessione educativa a un pomeriggio di giochi condivisi con i figli. Il mese di gennaio è interamente dedicato a Don Bosco e si chiude con la sua festa. Durante l'estate, ai giochi di squadra e alle danze si aggiungono i tornei, i concorsi culturali sulla vita del nostro fondatore, le tombole: un sistema di punteggi e di presenze premia, alla prima settimana dell'estate, i centoventi ragazzi più assidui dell'anno. Prima di quella stagione, organizziamo per i nostri animatori un campo formativo di quattro giorni, e più volte l'anno li raduniamo insieme a quelli degli altri tre oratori della Tunisia – due nostri e due delle Figlie di Maria Ausiliatrice – per condividere formazione e fraternità: così è accaduto, ad esempio, nella giornata dedicata all'arte della comunicazione che ci ha visti riuniti lo scorso febbraio, o nella Giornata della Gioventù Salesiana che nel 2025 ha portato più di novanta giovani a incontrarsi a Menzel Bourguiba, alla presenza dell'arcivescovo di Tunisi, monsignor Nicolas Lhernould.
Durante l'anno la frequenza oscilla tra novanta e cento giovani; in estate sale a centoquaranta o centocinquanta, sei ragazzi su dieci maschi e quattro femmine, dai dieci ai sedici anni per l'iscrizione, mentre i veterani arrivano oggi ai venticinque. Sono, in maggioranza, figli di famiglie povere, studenti delle scuole statali. Ci sostengono sei volontari adulti della nostra scuola e, ogni estate, cinque volontari laici italiani che per due settimane condividono con noi il lavoro, accompagnati da un confratello salesiano.
Questa è l'ossatura visibile dell'oratorio. Ma un'ossatura, da sola, non cammina: le do carne raccontando ciò che, in essa, ho imparato a riconoscere come l'anima del nostro lavoro quotidiano.
Il muro che cade: l'accoglienza come teologia
Ricordo – se la memoria non m'inganna – che Don Bosco diceva che ogni ragazzo che varca la soglia dell'oratorio è mandato dalla Madonna, quale che sia la sua appartenenza. Noi accogliamo i nostri ragazzi e le nostre ragazze con questo medesimo spirito: come doni preziosissimi, mandati da Dio e affidati alle nostre cure. Penso spesso, in questi anni, al tempo di Gesù, e a quanti miracoli e guarigioni Egli abbia compiuto senza mai esigere, come condizione, una fede esplicita in Lui. Il Regno di Dio che ha fondato è assai più vasto dei confini della Chiesa, e la sua salvezza raggiunge tutti gli uomini. È in questa convinzione che affonda, per me, la radice teologica dell'accoglienza: non una tolleranza organizzativa, ma il riconoscimento che quel muro di cui mi parlava il giovane di Alessandria non è mai stato, in realtà, voluto da Dio.
Una preghiera senza pronunciare un nome
Quando preghiamo insieme, credo che sia lo stesso Dio a essere invocato, anche se ciascuno lo vede diversamente: per i nostri ragazzi musulmani Egli resta più un Dio arcano, per noi cristiani è soprattutto un Dio misericordioso; eppure li vedo sensibilissimi proprio a questo volto misericordioso, come se già lo intuissero velato dentro il proprio credo. Tocca a noi rivelarlo. Nella “buona notte” parliamo di Dio senza mai nominare Gesù Cristo – ma quanto dobbiamo essere pieni di Lui, per riuscire a rivelarlo tacendone il nome. Non facciamo sincretismo: abbiamo un grande rispetto reciproco dei credi differenti. Non discorsi dogmatici, ma un patto semplice – io rispetto il tuo libro e la tua fede, tu rispetti il mio libro e la mia fede – e nella fede comune nell'unico Dio creatore, amante degli uomini, costruiamo insieme cose grandi, fondate sulla carità vicendevole. La diversità non è una maledizione: è un dono nel quale Dio si rivela e ci chiede di accoglierci come fratelli e sorelle. La nostra evangelizzazione, qui, si compie nella testimonianza della vita e nelle opere di carità.
Il sole che si alza ogni mattina: la ragione tradotta
Ogni mattina ci svegliamo per un giorno nuovo. Chi ci ha svegliati? Molti, tra i nostri ragazzi, non sono affatto passati “dalla notte a una vita nuova”: eppure è Dio che regala loro quel giorno, come nuova offerta del suo amore, come nuova possibilità di scoprire il mondo e gli altri, come occasione di vita migliore, di perdono, di riavvicinamento dopo un dissenso. Sono discorsi che circolano, quasi naturalmente, nei nostri incontri giovanili: non possiamo costruire nulla senza la fede in Dio, ed è lo stesso, unico Dio che ci unisce, ci assiste, ci illumina: cristiani e musulmani insieme ne sentiamo la presenza, senza forzature e senza intenzioni occulte, come il Trascendente che guida ciascuno di noi sulle vie che a Lui conducono.
A Manouba non ho incontrato attriti su questo terreno. Fu diverso ad Alessandria d'Egitto, dove esplodevano di tanto in tanto scontri religiosi a livello cittadino, e dove alcuni nostri giovani musulmani si opponevano ai nostri simboli cristiani (le croci, le immagini sacre appese ai muri). Spiegavamo, allora, che ci presentavamo come Chiesa al servizio della società, e che non potevamo né negare né abolire quei segni della nostra identità: il problema, spiegato così, si spegneva sempre, e le relazioni tornavano pacifiche. È un'esperienza che porto con me come una misura di ciò che è davvero in gioco quando due fedi condividono lo stesso cortile.
Corresponsabilità: animatori e famiglie
Il motto di Don Bosco lo traduciamo, qui, in “buoni credenti e onesti cittadini”: buon credente con i valori che ho appena raccontato, e onesto cittadino che sente la propria responsabilità e appartenenza, mantenendo una coscienza retta nella vita personale, familiare e collettiva. Non è una formula astratta, ma un cammino che si vede crescere negli anni, animatore dopo animatore: sono a Manouba da sei anni e mezzo, e in questo tempo ho visto animatori allontanarsi per lo studio o per il lavoro, portando altrove ciò che qui hanno ricevuto; quelli che sono rimasti portano dentro un forte senso di appartenenza, e sono fieri di continuare il loro servizio, spesso proprio verso i ragazzi più piccoli che un tempo furono, come loro, timidi arrivati alla porta dell'oratorio. È una catena silenziosa di consegna, di fratello maggiore a fratello minore, che nessuna organizzazione potrebbe imporre dall'alto: nasce solo dalla gratitudine di chi ha ricevuto, e vuole restituire.
Questa corresponsabilità non si ferma alla soglia dell'oratorio: la ritrovo, intatta, nelle famiglie che ce lo affidano. Una cosa buona, tra le tante, è che le iscrizioni non mancano mai, ed esigiamo sempre la presenza di un genitore al momento dell'iscrizione: i genitori arrivano, generalmente, entusiasti. Ciò che più colpisce è la mixité, la compresenza di ragazzi e ragazze in un ambiente educativo a cui si aderisce per libera scelta: una cosa rara, in questo Paese, dove le famiglie musulmane restano, in generale, piuttosto conservatrici. Due volte l'anno li invitiamo a una giornata pensata apposta per loro: una riflessione educativa, discussa insieme, e poi un pomeriggio di giochi condivisi con i propri figli, dove il genitore stesso torna, per un'ora, bambino tra i bambini.
Eppure, finora, non abbiamo incontrato resistenza né sospetto in nessuna famiglia, ma piuttosto riconoscenza e gratitudine: è, forse, la fiducia più ammirevole che ci sia dato di ricevere, ed è essa, più di ogni discorso, a dirci che il nostro lavoro sta portando frutto.
Il cortile e la crescita di un ragazzo
Purtroppo, tutti i nostri oratoriani frequentano le scuole statali, dove il cortile, di fatto, è la strada. Per loro, trovarsi nei nostri cortili spaziosi è un piccolo paradiso: li vedo felici, esuberanti, liberi di correre senza il pericolo che la strada porta sempre con sé. Ciò che distingue lo stile salesiano, in questo spazio di gioco, è l'assistenza vigile e oculata, quella presenza discreta che non sorveglia dall'alto ma cammina in mezzo ai ragazzi, e li aiuta, quasi senza che se ne accorgano, a trattare gli altri con modi corretti ed educati. Il sistema dei punteggi e dei premi, va detto, vige soltanto nei periodi di vacanza prolungata, non nel tempo ordinario dell'oratorio: serve a creare entusiasmo, non a sostituire la gratuità del gioco, che resta, per noi, il cuore vero del cortile.
Ed è proprio in questo spazio di gioco gratuito, più che nelle parole, che vedo compiersi la crescita più vera. I ragazzi e le ragazze nuovi entrano, quasi sempre, un poco timidi, attaccati a uno o due amici soltanto, quasi temessero di occupare troppo spazio. Col tempo si emancipano, allargano la cerchia delle proprie amicizie, scoprono a poco a poco le proprie qualità migliori, quelle che a casa o a scuola nessuno aveva ancora avuto il tempo di notare. Col tempo, semplicemente, non s'incontrano più ragazzi appartati o chiusi: è come se il cortile stesso, con la sua gratuità, insegnasse loro che possono essere accolti senza doverselo meritare. È anche, e soprattutto, il lavoro paziente degli animatori e delle animatrici, che in questo cortile non sono soltanto arbitri di un gioco, ma testimoni discreti di una crescita.
Domande aperte, l'ultima frontiera
Le vocazioni salesiane, e le presenze salesiane, nella nostra Circoscrizione del Nord Africa restano scarse. Ci vuole molta preghiera, e molta passione apostolica. Questa esperienza ci chiede, semplicemente, di essere aperti a tutti: è un peccato, mi dico spesso, che il Vangelo vissuto, e Don Bosco stesso, non possano ancora raggiungere tutti i giovani del mondo. Ripenso, a volte, al lungo cammino che mi ha portato da Aleppo, la mia città natale, ad Alessandria d'Egitto, poi a Betlemme, e infine qui, a Manouba: ogni tappa mi ha insegnato che il carisma di Don Bosco non appartiene a una sola lingua né a una sola fede, ma che chiede, ogni volta, di essere di nuovo tradotto, di nuovo incarnato in un popolo diverso. Apertura, dunque: molto coraggio, e molta speranza.
Analisi e profezia
Se la mia testimonianza racconta il giorno per giorno di Manouba, due voci più larghe permettono di leggerlo dentro un orizzonte più ampio.
Don Faustino García, per anni direttore della nostra scuola di Tunisi, riassume così la ragione profonda per cui, in un Paese a grandissima maggioranza musulmana, migliaia di famiglie continuano ad affidarci i propri figli: le nostre scuole, dice, sono apprezzate da tempo perché danno valori, sicurezza, disciplina; le famiglie si fidano di noi perché sanno che rispettiamo la loro religione, che non cerchiamo il proselitismo, e che teniamo fermi i valori importanti della vita e dell'educazione di un figlio, di una figlia.
Don Domenico Paternò, Superiore della nostra Circoscrizione, allarga ancora lo sguardo, fino a farne quasi una profezia: la presenza attuale dei Figli di Don Bosco, scrive, vuole concretizzare il sogno del nostro fondatore, e far sì che i lupi possano diventare agnelli: non soltanto pacifici, ma costruttori essi stessi di pace e di sviluppo. Ed ecco che, aggiunge, pur con religioni diverse, cristiani gli uni e musulmani gli altri, ma tutti discendenti di Abramo, ci si ritrova a camminare insieme per il bene dei giovani e delle famiglie che vivono attorno alle nostre comunità e con loro: la scuola, l'oratorio, il cortile, la formazione umana e religiosa, la condivisione di gioie e di dolori, la conoscenza reciproca e la dignità che ciascuno riconosce nell'altro, lo spirito di famiglia e di collaborazione – tutto questo, conclude, aiuta a camminare insieme, e a fare concretamente del bene a tutti.
Forse è proprio qui, in questa doppia voce – quella di chi custodisce da anni la fiducia quotidiana delle famiglie, e quella di chi guarda al futuro dell'intera regione – che si può leggere per intero il senso di ciò che a Manouba viviamo ogni sabato e ogni domenica: un muro che continua a cadere, un poco alla volta, ogni volta che un ragazzo attraversa il nostro cancello.

