Accrediti per una reciproca apertura di fiducia

    Sulla relazione

    (stima, fiducia, scambi reciproci)

    Patrizia Cazzaro



    Dalla riflessione fin qui presentata si comprende come i giovani non chiedano alla Chiesa nuove attività o rivoluzioni nei servizi e compiti, ma chiedano un diverso stile, «più fraterno e partecipativo, dialogico ed empatico, più relazionale ed ospitale»[1], praticamente una rivisitazione delle relazioni:
    «è nelle relazioni – con Cristo, con gli altri, nella comunità – che si trasmette la fede. Anche in vista della missione, la Chiesa è chiamata ad assumere un volto relazionale che pone al centro l’ascolto, l’accoglienza, il dialogo, il discernimento comune in un percorso che trasforma la vita di chi vi partecipa»[2].
    Non è sufficiente, per una vera riforma, fermarsi alle strutture e formare i soggetti sul piano delle idee se non si passa ad un cambiamento delle relazioni ecclesiali tra soggetti[3], ma è proprio nelle relazioni che, nell’attuale momento storico, c’è una forte criticità le cui cause sono molteplici. Anzitutto le relazioni sono alterate per la novità dei linguaggi che in questi ultimi anni sono nati e veicolano le comunicazioni, e che non sempre conducono alla comprensione reciproca.
    L’ascolto è una dimensione fondamentale dello stile di Dio, ma stiamo vivendo un tempo di fatica dell’ascolto:
    «L’ascolto è un incontro di libertà, che richiede umiltà, pazienza, disponibilità a comprendere, impegno a elaborare in modo nuovo le risposte. L’ascolto trasforma il cuore di coloro che lo vivono, soprattutto quando ci si pone in un atteggiamento interiore di sintonia e docilità allo Spirito. Non è quindi solo una raccolta di informazioni, né una strategia per raggiungere un obiettivo, ma è la forma in cui Dio stesso si rapporta al suo popolo. Dio infatti vede la miseria del suo popolo e ne ascolta il lamento, si lascia toccare nell’intimo e scende per liberarlo (cfr. Es 3,7-8). La Chiesa quindi, attraverso l’ascolto, entra nel movimento di Dio che, nel Figlio, viene incontro a ogni essere umano»[4].
    Nella prima fase del nostro lavoro gli operatori pastorali si erano definiti una Chiesa che non ascolta i giovani; in particolare si erano espressi con la fatica e la paura dell’ascolto. Sono due sfumature diverse: la prima indica probabilmente un requisito del mondo degli adulti più portati a insegnare, a dare risposte preconfezionate, che esercitare questa dimensione di «apparente passività» come è l’ascolto. La paura invece mette in risalto la reticenza di cambiare e di dare spazio a pratiche o riflessioni che non siano secondo il «si è sempre fatto così» oppure secondo il tradizionale modo di vivere la fede.
    Così un giovane intervistato sottolinea la mancanza di ascolto:
    «la Chiesa istituzione non riesce a rispondere alle domande dei giovani perché non li conosce a fondo e non fa lo sforzo di conoscere il loro mondo di riferimento… che i giovani sono sempre meno educati a formulare domande chiare e significative. In tutto questo non c'è nessuno che si chini ad ascoltare un grido inespresso, ma non per questo meno presente» (G7).
    È esplicita la fatica dei giovani di esprimere se stessi e i propri interrogativi, ma anche la mancanza di persone (adulti) che «perdano tempo» ad ascoltare i giovani, anche in quello che non sanno esprimere[5], evitando di dare per scontato la conoscenza di un mondo giovanile che, in realtà sfugge loro[6]. Sicuramente l’insistenza di papa Francesco non solo sull’ascolto, ma anche sul discernimento, apre una strada da intraprendere per una Chiesa che desidera essere significativa «nella» e «per» la vita dei giovani.
    Un’altra criticità che ostacola le relazioni è la pervasiva incapacità di essere adulti che caratterizza il nostro mondo: quella di una generazione di adulti che non assolve al suo ruolo verso le nuove generazioni[7]. Si tratta di una situazione che chiama in causa la capacità generativa della Chiesa perché «l’ascolto è condizione necessaria, ma non ancora sufficiente per generare. Occorre farsi grembo, accettare di essere trasformati, senza paura di “perdere” o di “tradire”. Non è restando uguali a se stessi che si è fedeli, ma accogliendo e lasciandosi attraversare dalla vita»[8]. Nella «generazione» assumono un’importanza fondamentale la singolarità della persona e l’incontro che può avvenire con l’altro, la gratuità e la reciprocità che si instaura[9]. Inoltre «generare» coinvolge una serie di azioni che partono dal dare inizio per passare poi al prendersi cura, far crescere e poi lasciare andare, liberando così energie che aprono al futuro di una vita adulta[10]. A questo proposito Theobald propone la «pastorale generativa di coscienze»[11] sottolineando l’importanza di un modo di essere in relazione e di agire, ispirato al Vangelo, che permette a Dio di generare delle persone alla sua stessa vita. Secondo il suo pensiero questa pastorale si traduce, nei giovani, nell’abitare i loro territori, vivere l’ospitalità, scoprire i loro carismi, cercare di accompagnarli nel loro impegno di crescita e di incontro con Dio.
    Oltre ad essere generativa la Chiesa ha bisogno quindi di essere intergenerazionale e inclusiva, un luogo dove si può incontrare uno stile umano e fraterno: i giovani all’interno della Chiesa dovrebbero trovare delle logiche relazionali diverse rispetto a quelle che si incontrano in molti altri ambiti della vita sociale[12]. Una Chiesa che valorizza le relazioni prima che l’organizzazione, che usa la tenerezza anziché la legge[13].
    «solo una pastorale capace di rinnovarsi a partire dalla cura delle relazioni e dalla qualità della comunità cristiana sarà significativa e attraente per i giovani. La Chiesa potrà così presentarsi a loro come una casa che accoglie, caratterizzata da un clima di famiglia fatto di fiducia e confidenza»[14].
    È a partire da questo stile che si può arrivare anche alla fraternità e a una nuova umanità. Senza questo passaggio all’umano e all’umanità, che è la pedagogia del Vangelo, non ci può essere possibilità di interagire e di comunicare la fede con i giovani.

     
    NOTE

    [1] Bozzolo, Sinodalità missionaria, 20; cf. Currò - Scarpa, Giovani, vocazione e sinodalità missionaria, 77.
    [2] DF 122.
    [3] DF 128, «comprendere un'istituzione e pensarne la riforma comporta chiedersi come le persone creino i significati attraverso esperienze comuni, attraverso interpretazioni di storie, rituali, simboli, miti, e attraverso pratiche individuali e collettive, e implica l'interrogarsi su come gruppi e persone acquisiscano e re-interpretino tali significati in base al contesto socio-culturale di cui sono parte e che è in permanente divenire» Noceti, Quali strutture per una Chiesa in riforma, 104.
    [4] DF 6.
    [5] «I giovani sono chiamati a compiere continuamente scelte che orientano la loro esistenza; esprimono il desiderio di essere ascoltati, riconosciuti, accompagnati», DF 7; «Senza relazioni, comunque, non si può vivere: i giovani ne sono convinti, loro che sperimentano una grande solitudine, che li disorienta e li fa soffrire. Si sentono soli soprattutto perché patiscono tutta la distanza di un mondo adulto che sembra non accorgersi di loro», Bignardi, Metamorfosi del credere, 171.
    [6] Avogadri - Carrara, Nel terreno dell’inestimabile. La pastorale giovanile tra realismo e determinazione. II, 29.
    [7] «Oggi tra giovani e adulti non vi è un vero e proprio conflitto generazionale, ma una “reciproca estraneità”: gli adulti non sono interessati a trasmettere i valori fondanti dell’esistenza alle giovani generazioni, che li sentono più come competitori che come potenziali alleati. In questo modo il rapporto tra giovani e adulti rischia di rimanere soltanto affettivo, senza toccare la dimensione educativa e culturale», IL 14.
    [8] C. Giaccardi, Abitare il presente, Messaggero, Padova 2014, 53.
    [9] cf. Currò - Scarpa, Giovani, Vocazione e sinodalità missionaria, 75-100.
    [10] Cf. Giaccardi - Magatti, La scommessa cattolica, 79-80.
    [11] Theobald, Urgenze pastorali, 261.
    [12] Cf. Avogadri - Carrara, Nel terreno dell’inestimabile. La pastorale giovanile tra realismo e determinazione. II, 32.
    [13] «è la cura delle relazioni che può sfondare il muro dell’indifferenza e incontrare quel germe di interesse che spesso si annida nel cuore delle persone. La quantità delle iniziative e delle opere è importante, anzi essenziale, ma deve essere sempre proporzionata alla qualità delle relazioni ed esserne come un’espressione; altrimenti il rischio dell’attivismo e della demotivazione, il pericolo di “bruciarsi”, è molto concreto», E. Castellucci, “Non temere piccolo gregge”. La “piccole comunità” per la nuova evangelizzazione, Cittadella, Assisi 2013, 51. Cf. G. Zanchi, Rimessi in viaggio. Immagini da una Chiesa che verrà, Vita e Pensiero, Milano 2018, 218-219; cf. Becquart, Lo Spirito rinnova ogni cosa, 53-72.
    [14] DF 138.


    RUBRICA DI RIFERIMENTO:
    https://www.notedipastoralegiovanile.it/rubriche-on-line/ripartenze-per-un-dialogo-fiduciale-tra-giovani-e-chiesa