Educare i figli
secondo «Amoris laetitia»
La pedagogia di Papa Francesco
Diego Fares
Quando Papa Francesco solleva lo sguardo dal foglio, o lo consegna direttamente all’addetto, affinché poi lo distribuisca, e comincia a parlare guardando gli interlocutori e considerando ciò che sente nel cuore, si nota che ha l’animo del maestro. Un maestro attento a ciò che i suoi alunni possono assimilare, più che alla brillantezza del suo discorso. Da questa intenzione pedagogica scaturiscono non soltanto i suoi interventi spontanei, ma anche i suoi scritti più elaborati.
Una sintesi semplice della sua pedagogia si può scorgere nella raccomandazione che egli fa in Evangelii gaudium (EG) a proposito della predica: «Una buona omelia, come mi diceva un vecchio maestro, deve contenere “un’idea, un sentimento, un’immagine”» (EG 157).
Papa Francesco ama parlare per immagini, perché le immagini, diversamente dagli esempi, non si rivolgono soltanto al ragionamento, ma «aiutano ad apprezzare ed accettare il messaggio che si vuole trasmettere […] come qualcosa di familiare, vicino, possibile, legato alla propria vita» (ivi). È qualcosa di più profondo di un espediente pedagogico: è fiducia nella forza che il Vangelo possiede di per sé, in quanto seme che germoglia e cresce da solo (cfr Mc 4,26-29).
La nostra riflessione sul capitolo settimo dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia (AL) [1] - «Rafforzare l’educazione dei figli» - ha un presupposto: che nei consigli che il Papa dà ai genitori si possa trovare luce per comprendere tutta la sua opera magisteriale [2]. Diceva il cardinale Schönborn, nel presentare l’Esortazione: «Trovo che sia molto illuminante mettere in connessione questo pensiero sull’educazione con quelli che riguardano la prassi pastorale della Chiesa» [3].
In primo luogo, applicheremo all’intera Esortazione lo schema pedagogico di «un’immagine, un’idea, un sentimento»; quindi ci concentreremo su due aspetti della pedagogia di Francesco che a nostro parere hanno un ruolo chiave: la sua attenzione al contesto vitale dell’educazione e il carattere sapienziale dei suoi criteri pedagogici.
Un’immagine, un’idea, un sentimento
Come immagine-simbolo della pedagogia di Amoris laetitia viene messa in risalto «la felice scena del film Il pranzo di Babette [4], dove la generosa cuoca riceve un abbraccio riconoscente e un elogio: “Come delizierai gli angeli!”» (AL 129). La scena del ringraziamento finale degli invitati sintetizza un processo in cui i gesti di Babette vanno cambiando l’espressione dei volti dei suoi commensali.
Uno dopo l’altro, la cuoca serve loro i suoi piatti, preparati in modo squisito, e progressivamente provoca in loro il piacere di chi si sente amato in maniera così sovrabbondante da cambiarne l’umore e convertirne il cuore.
La pedagogia di Babette nei confronti di quella famiglia è la pedagogia della gioia dell’amore espresso in piccoli gesti. È la pedagogia che il Santo Padre stima già presente nella vita delle famiglie e ripropone come esempio da seguire e da coltivare. Le raccomandazioni del numero 7, di non fare una «lettura generale affrettata» dell’Esortazione, ma di «approfondirla pazientemente una parte dopo l’altra», o di «cercare quello di cui si avrà bisogno in ogni circostanza concreta», si capiscono bene se si ha in mente il modo di gustare gli alimenti presente ne Il pranzo di Babette. Anche i consigli sull’educazione dei figli si orientano ad «alimentarli» pazientemente, facendo sentire loro che sono «preziosi» (AL 263), come accade nel film.
L’idea pedagogica di Amoris laetitia può essere indicata con un verbo: «facilitare». Francesco la esprime contrapponendo due immagini: quella della «Chiesa dogana» e quella della «Chiesa casa paterna», dove tutti i figli trovano il loro posto (cfr AL 310). Parlando del compito di trasmettere la fede ai figli, il Papa precisa che trasmettere vuol dire «facilitare l’espressione e la crescita della fede» (AL 289). In questo modo lo sforzo dell’educare non si concentra nella formulazione di verità o nell’obbligare a comportamenti. Tutto il contrario: il Papa esorta a facilitare. «È bello quando le mamme insegnano ai figli piccoli a mandare un bacio a Gesù o alla Vergine» (AL 287). Riguardo agli adolescenti, il Papa consiglia di «stimolare le loro personali esperienze di fede» e, piuttosto che offrire loro molti consigli, avvicinarli a modelli di persone e di testimonianze «che si impongano per la loro stessa bellezza» (AL 288).
Facilitare non significa «faciloneria». Si possono facilitare anche le questioni oggettivamente più ardue. Se un argomento è difficile e complesso, è una facilitazione già il semplice fatto di non appesantirlo ulteriormente. Facciamo un esempio: il Papa tratta due temi difficili come quello delle sanzioni e quello della sessualità, dialogando con i genitori affinché essi approfondiscano questi temi con i loro figli. Così, la sanzione applicata da chi ci ama non mutila il desiderio, ma stimola a crescere in libertà (cfr AL 268-270) e l’educazione sessuale non viene promossa da chi si preoccupa soltanto di «proteggersi», ma da coloro che ci hanno dato la vita (cfr AL 283).
Il sentimento motivante è indubbiamente quello della gioia, sentimento di «allargamento del cuore». Sia il cardinale Schönborn sia i coniugi Giuseppina De Simone e Francesco Miano, nella Conferenza stampa per la presentazione di Amoris laetitia, hanno manifestato la «profonda gioia» [5] con cui hanno letto l’Esortazione. Gioia perché chi legge sente «che si sta parlando proprio di lui», diceva Giuseppina; gioia perché, come ha detto il cardinale Schönborn, «il continuo tono linguistico» di Papa Francesco trasmette la gioia del Vangelo «che Gesù concede a tutti»; gioia anche perché il discorso «supera l’artificiosa, esteriore, netta divisione fra “regolare” e “irregolare” e pone tutti sotto l’istanza comune del Vangelo».
Alla base di ogni pedagogia, di ogni relazione in cui qualcuno insegna qualcosa a qualcun altro, sono presenti questa immagine della bellezza dell’educazione, questa idea che anche quanto è difficile verrà facilitato il più possibile, e il sentimento che il ritmo e le tappe dell’apprendistato si potranno seguire con un animo gioioso, aperto e sereno. Come ben diceva il cardinale Martini: «Educare è difficile, tuttavia è possibile e infine è bello» [6].
La vita familiare come ambito pedagogico
Ci soffermiamo sulla parola «contesto», che appare nel paragrafo «La vita familiare come contesto educativo» (AL 274-279).
Nel pensiero di Papa Francesco, il contesto non è affatto una mera cornice esteriore: si tratta piuttosto di un «ambito vitale». Per Bergoglio - per dirla con parole sue degli anni Settanta - un «ambito» comprende un orizzonte e uno spazio di azione concreto dove si riversa un senso del tempo [7]. Detto con le immagini: gli sposi riversano il senso del tempo quando si danno «sempre un bacio al mattino», quando si benedicono «tutte le sere», aspettano l’altro e lo accolgono «quando arriva». Questi gesti, dice il Papa, creano «proprie abitudini, che offrono una sana sensazione di stabilità e di protezione» alla famiglia (AL 226). Le abitudini quotidiane, ritmate da gesti semplici di amore, «è bene interromperle con la festa, con la capacità di celebrare in famiglia» (ivi). È questo senso del tempo a trasformare un mero spazio fisico in una casa vera, in un «ambito vitale».
Rifletteremo dunque su quest’ambito vitale che fa della famiglia la prima educatrice, non soltanto in senso temporale, ma anche in quanto modello del «come educare», dal quale impara anche la Chiesa. E questo è un punto chiave: Papa Francesco ci parla di una Chiesa che impara non soltanto da Dio, ma anche dai suoi figli, dalle famiglie e dai popoli. «La Chiesa può essere guidata ad una intelligenza più profonda dell’inesauribile mistero del matrimonio e della famiglia […], può prestare attenzione alla realtà concreta» delle famiglie, dove risuonano «le richieste e gli appelli dello Spirito» (AL 31). E ancora più esplicitamente: «Gli sposi […] costituiscono una Chiesa domestica, così che la Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero, guarda alla famiglia cristiana, che lo manifesta in modo genuino» (AL 67, corsivo nostro).
L’orizzonte allargato dalla gioia dell’amore
Dietro i criteri pedagogici di Amoris laetitia ci sono un «sì» e un «no» radicali. Il «sì» dell’Esortazione è il «sì» alla gioia dell’amore, presentata come fondamento della famiglia e come orizzonte ideale che ci attira. La gioia allarga il cuore e dà il tono alla totalità dell’esistenza familiare.
Qual è la caratteristica di questo «sì»? Ai princìpi positivi appartiene la «gradualità»: si può sempre crescere e maturare nel bene.
«San Tommaso d’Aquino diceva della carità: “La carità, in ragione della sua natura, non ha un limite di aumento […], poiché col crescere della carità, cresce sempre più anche la capacità di un aumento ulteriore” (Summa Theologiae II-II, q. 24, a. 7)» (AL 134).
Il «no», invece, è l’orizzonte come limite. Ma mai come un limite assoluto; piuttosto, come limite di ciò che può danneggiare il «sì», come limite di ciò che può ingabbiarlo e impedirgli di crescere.
Nella vita e nell’amore il «no» è al servizio del «sì». Il «no» dell’Esortazione è fondamentalmente un «no» alla tendenza a «rinchiudersi nei no». I princìpi negativi aiutano la vita a non mutarsi in morte, ma la vita avanza e matura non a forza di «no» moltiplicati, bensì tramite la gradualità di molti «sì».
Il Papa modera l’uso dei «no», affinché non trasformino il linguaggio magisteriale della Chiesa, che è Madre e Maestra, in un linguaggio meramente giuridico, condannatorio e astratto. Questa pedagogia del «no ai no» si può scorgere nell’intera impostazione del capitolo ottavo, «Accompagnare, discernere e integrare la fragilità», che mette in chiaro ciò che «il Vangelo stesso richiede: di non giudicare e di non condannare (cfr Mt 7,1; Lc 6,37)» (AL 308).
Ecco qualche esempio: «Non condannare eternamente nessuno» (AL 296); «non catalogare» (AL 298); no a livellare la responsabilità in tutti i casi (AL 300); no a negare la misericordia a qualcuno (AL 300); no a fare sentire i divorziati risposati «scomunicati» (AL 299); no a identificare qualsiasi situazione irregolare con lo stato di peccato mortale (AL 301); infine, «un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta» (AL 302).
L’orizzonte finale, nella cui prospettiva viene sapientemente orientata la vita della famiglia, è quello del «sì» incondizionato di Dio: il «sì» della sua misericordia infinita e il «sì» della sua gloria definitiva.
È il «sì» di un Dio che «ama la gioia dell’essere umano» (AL 149) e di una Chiesa di cui la gioia delle famiglie è il «giubilo» (AL 1).
Lo spazio di azione esclusivo di ciò che si impara soltanto in famiglia
Questo «sì», che è orizzonte primo e ultimo, si concretizza nei «sì» (e nei «no») prudenziali. Il Papa lo mostra affermando che ci sono cose che soltanto la famiglia può insegnare, e che si possono imparare soltanto in famiglia. Questa è la prima lezione: la pedagogia di Amoris laetitia non tratta soltanto dei temi che bisogna insegnare e apprendere, ma privilegia le persone che possono insegnare in maniera profonda. Qui si manifesta la concezione che il Papa ha di ciò che è «artigianale»: «La famiglia è il luogo dove i genitori diventano i primi maestri della fede per i loro figli. È un compito “artigianale”, da persona a persona» (AL 16; cfr 221).
Il testo basilare e più significativo è quello in cui il Papa ci dice che «nella famiglia si insegna ad amare». Niente di meno. «La forza della famiglia risiede essenzialmente nella sua capacità di amare e di insegnare ad amare. Per quanto ferita possa essere una famiglia, essa può sempre crescere a partire dall’amore» (AL 53 e 208). Ai figli la famiglia insegna l’amore di sé - l’autostima -, l’amore dell’altro - sessualità e amore sociale -, e l’amore di Dio.
E poiché insegna ad amare, la famiglia apprezza e stimola la libertà: nella famiglia si impara «il buon uso della libertà» (AL 274), a essere «padroni di sé e a rispettare la libertà degli altri» (AL 275).
Quando parliamo di libertà, tutto ciò che diciamo della relazione con gli altri è importante, perché la libertà non si dà mai, né mai matura, in un contesto di natura pura o davanti al mondo tecnologico, ma davanti al volto dell’altro che mi limita con la sua libertà e mi obbliga a «rispondere» con i miei atti.
Nella famiglia, dice l’Esortazione, si apprende a «recuperare la prossimità e a collocarsi di fronte all’altro» (AL 276). Nella famiglia avviene la prima socializzazione: «s’impara l’esperienza del bene comune» (AL 70); «s’impara un’ecologia integrale» (AL 277); «s’impara la devozione» (AL 175) e si insegnano le ragioni e la bellezza della fede.
Così nella famiglia si vive «artigianalmente» la tensione basilare di qualsiasi pedagogia, quella di unire i princìpi universali alla vita concreta. «L’incarnazione del Verbo in una famiglia umana» fa sì che «l’alleanza di amore e fedeltà, di cui vive la Santa Famiglia di Nazaret, illumini il principio che dà forma ad ogni famiglia, e la renda capace di affrontare meglio le vicissitudini della vita e della storia» (AL 66). Il Papa sintetizza in tre parole semplici - permesso, grazie, scusa (AL 133) - la concretezza di un amore che, come dice san Tommaso, «non ha un limite di aumento» (AL 134), ma, per crescere e dare frutto, ha bisogno della «terra buona» della famiglia.
Il senso temporale della maturazione della libertà
Nella pedagogia di Amoris laetitia è essenziale il senso dei tempi opportuni: quelli in cui chi impara può fare un passo avanti nella crescita. La famiglia è maestra, perché ha questo senso del tempo dei suoi figli. La famiglia sa riversare un senso del tempo in tutti i «sì» e i «no» che va dicendo ai suoi figli. E lo fa a partire dalla qualità della sua incondizionata adesione al loro bene. Diceva Bergoglio: «Il tempo si struttura a partire dalla qualità dell’adesione al bene, e quanto più questo bene è universale e forte, stabile e duraturo (fedele), tanto meglio» [8].
Il concetto di maturazione che richiede tempo è presente in tutta l’Esortazione apostolica, e in particolare nel settimo capitolo. Nel n. 261 il Papa parla di «processi di maturazione della libertà» dei figli.
L’immagine dei genitori preoccupati di sapere dove sono i loro figli è un’immagine forte, in sintonia con l’animo dei papà e delle mamme.
Senza indugiare troppo sulla teoria, il Papa discerne il problema di come educare in un’epoca in cui i valori si sono liquefatti: non si tratta di formare a questo o a quel valore, ma di rafforzare il centro generatore dell’affezione ai valori, la libertà. Nel n. 267 Papa Francesco si sofferma su questa educazione morale, che definisce «un coltivare la libertà» con una pedagogia di proposta e di stimolo, piuttosto che di imposizione.
Educare nella libertà è il compito più complesso al mondo e, «in una famiglia sana, questo apprendistato si attua in maniera ordinaria attraverso le esigenze della convivenza» (AL 275) quotidiana.
Nella famiglia, l’orizzonte ampio è sempre un «sì», e tutti i «no» sono orientati ad esso. La famiglia è capace di convivere con la zizzania per non rovinare il grano, e di pagare gli ultimi quanto i primi.
Carattere sapienziale dei criteri pedagogici
Così come sono diventati famosi i quattro princìpi di Bergoglio - la realtà, il tempo, l’unità e il tutto -, nel campo pedagogico si possono sintetizzare i suoi «sì» e i suoi «no» nella formula: «farsi carico dei desideri e non maltrattare i limiti». Questa formula intuitiva e sintetica può aiutare a interpretare le sue riflessioni e i suoi consigli al momento di educare i figli (quelli di ogni famiglia, e il popolo di Dio nel suo insieme, come figlio della Chiesa). L’Esortazione Amoris laetitia si conclude con un’affermazione che ha questo significato: «Tutti siamo chiamati a tenere viva la tensione verso qualcosa che va oltre noi stessi e i nostri limiti, e ogni famiglia deve vivere in questo stimolo costante.
[…] Ci impedisce di giudicare con durezza coloro che vivono in condizioni di grande fragilità» (AL 325, corsivo nostro).
Farsi carico dei desideri
Farsi carico dei desideri è sempre stato un Leitmotiv del lavoro di Bergoglio formatore. Nelle sue «Riflessioni spirituali», raccolte nel 1987, c’è una riflessione intitolata «Farsi carico dei desideri» [9]. Vi si possono trovare alcuni elementi-chiave della pedagogia di Francesco, orientata al desiderio di formare la famiglia [10].
Il Papa dà valore a questo atteggiamento, lo incoraggia e spinge ed esorta i pastori ad accompagnare le famiglie, partendo dalla loro situazione reale, con tutte le loro imperfezioni. «Nella prospettiva della pedagogia divina, la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo imperfetto: invoca con essi la grazia della conversione, li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro e a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano» (AL 78, corsivi nostri). Questo «sostenersi l’un l’altro per la maturazione di entrambi e per la crescita dell’unione» (AL 218) è una specie di definizione esistenziale del matrimonio data dal Papa (cfr AL 291). L’educazione del bambino consisterà nell’aiutarlo a «sperimentare che può farsi carico di se stesso» (AL 275), maturando nella sua libertà e imparando a rispettare la libertà degli altri.
Papa Bergoglio scruta nei desideri più intimi dell’uomo di oggi, desideri che lo qualificano e mostrano chi egli sia. Contro ogni aspettativa, contro ciò che molti danno per scontato - il fatto che nel mondo attuale la famiglia sia in via di dissoluzione -, il Papa ci dice che a motivarlo è il desiderio profondo di famiglia, che resta vivo specie tra i giovani (cfr AL 1), e guarda a tale desiderio.
Un’immagine forte di ciò che significa «farsi carico dei desideri» è presente in «quello che ha fatto Gesù con la samaritana (cfr Gv 4,1-26): egli rivolse una parola al suo desiderio di amore vero, per liberarla da tutto ciò che oscurava la sua vita e guidarla alla gioia piena del Vangelo» (AL 294). In questo passo si mostra la pedagogia di Gesù, che Francesco vuole seguire: il dialogo che il Signore intavola con la samaritana, fino a quando lei stessa non «discerne» la sua situazione con mezze parole, che il Signore delicatamente accetta come confessione, consentendo pure che la donna esprima l’impulso missionario che la muove. Il desiderio di cui il Papa si fa carico non è un desiderio qualsiasi, ma l’ansia che «lo Spirito Santo […] effonda il suo fuoco sopra il nostro amore per rafforzarlo, orientarlo e trasformarlo in ogni nuova situazione» (AL 164).
Nel «Memoriale» della sua visita da Provinciale al nostro noviziato argentino, nel 1977 [11], Bergoglio ci diceva che come futuri pastori dovevamo apprendere a vivere bene la tensione tra «essere fedeli al Messaggio che va trasmesso, intatto e vivo, e agli uomini che ne sono i destinatari (cfr Evangelii nuntiandi, n. 4)». Ne troviamo il criterio, diceva, nella carne di Cristo: «È proprio in Cristo, Figlio di Dio incarnato, che il cristiano sperimenta in concreto, e non in teoria, come Dio possa manifestarsi al massimo in un uomo totalmente legato alla terra e al tempo; e come un fatto storico e particolare possa riguardare e riassumere in sé universalmente l’intera umanità e la storia degli uomini». E questo lo si scopre attraverso il discernimento, che «consiste nell’imitazione dinamica di Cristo seguendo le mozioni interiori dello Spirito» [12].
Dobbiamo notare che il discernimento non avviene mai «tra qualcosa di cattivo e qualcosa di buono». Il discernimento è sempre tra cose buone, per vedere quale di esse lo Spirito ci indichi come migliore in un dato momento. Il discernimento comporta che non si metta in discussione nessuna legge in quanto tale. «Tramite il discernimento riusciamo a individuare le vere ispirazioni (desideri) dello Spirito e, seguendole fedelmente, andiamo assomigliando - ci identifichiamo - sempre più a Gesù» [13]. In tutto questo farsi carico dei desideri, che è la caratteristica di coloro che formano una famiglia, c’è un discernimento, un «sì» allo Spirito che suscita tale desiderio e che può e deve maturare.
Bergoglio riprende un pensiero di sant’Ignazio, il quale dice che chi non ha desideri, almeno pensi se ha «desiderio di desiderare» [14], perché quella fiammella accesa basta a ravvivare un fuoco. Contro l’idealizzazione eccessiva che uccide il desiderio del matrimonio (AL 36; 270), il Papa richiama una pedagogia dolce e piena di tenerezza.
Cita Paolo VI, nel suo discorso a Nazaret (5 gennaio 1964): «Nazaret ci ricordi che cos’è la famiglia […], come è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia» (AL 66).
La speranza di questa pedagogia «implica accettare che certe cose non accadano come uno le desidera, ma che forse Dio scriva diritto sulle righe storte di quella persona e tragga qualche bene dai mali che essa non riesce a superare in questa terra» (AL 116). Si tratta di «dilatare e perfezionare il desiderio» (AL 149). «Il compito dei genitori comprende una educazione della volontà e uno sviluppo di buone abitudini e di inclinazioni affettive a favore del bene. Questo implica che si presentino come desiderabili comportamenti da imparare e inclinazioni da far maturare» (AL 264). In un processo che va dall’imperfetto al più valido. Per questo va incoraggiato persino il desiderio di desiderare.
Non maltrattare i limiti
Si domanda il Papa: «Come integrare disciplina e dinamismo interiore?» (AL 270). È la stessa domanda che egli formulava nei suoi anni di formatore in una lezione su «I limiti nell’educazione: zona di sicurezza e rischio» [15]. Bergoglio faceva notare che la nostra immagine di Dio Padre si costruisce nella tensione tra la sua misericordia, che ci fornisce una cornice di sicurezza indistruttibile, e la sua maggiore gloria, che ci spinge a rischiare. In Amoris laetitia definisce quella misericordia «immeritata, incondizionata e gratuita» (AL 297) e ci invita a «proporre piccoli passi» possibili di crescita (AL 271).
Questa è la pedagogia degli Esercizi di sant’Ignazio, che conducono a fondare la nostra vita sull’amore sempre più grande di Dio, la cui misericordia perdona tutto e dà sempre nuove opportunità.
Così è possibile crescere in quell’amore, passando dal mero compimento dei comandamenti alla scelta libera dei consigli evangelici: «Tale perfezione è possibile e accessibile ad ogni uomo» (AL 160).
In ordine alla carità evangelica, diceva Bergoglio, «la legge, come zona di sicurezza, è soltanto un polo. L’altro è quello di rischiare un passo in più: fuori dalla strada, come è accaduto al buon samaritano; fuori dal tempo legale, come ogni volta che il Signore tralascia di compiere il Sabato; fuori dai riti, come quando il lebbroso grato non obbedisce al comando di andare a presentarsi ai sacerdoti, o il Signore lascia che la peccatrice gli tocchi i piedi» [16].
Questa è la dinamica del Vangelo, dove le tensioni avvengono tra condanna-perdono e quel passo in più che si deve fare. «La condanna del Signore in generale va all’ipocrisia come processo di assolutizzazione della legge che, siccome non si riesce a compiere, corrompe il cuore e ingenera l’atteggiamento di compimento: compio-e-mento» (ivi). È la condanna che si manifesta in tutta l’Esortazione.
Il perdono del Signore comporta che non si maltrattino i limiti.
In Amoris laetitia il Papa dice che la tenerezza «si esprime in particolare nel volgersi con attenzione squisita ai limiti dell’altro, specialmente quando emergono in maniera evidente» (AL 323). Non maltrattare i limiti richiede che lo sguardo si approfondisca, si distolga dalla trasgressione e punti più in profondità: «Gesù allontana lo sguardo dall’infermità fisica - diceva Bergoglio - e lo punta sulla fede (“La tua fede ti ha salvato”); l’allontana dal rituale e lo fissa sulla gratitudine (cfr l’episodio dei dieci lebbrosi); l’allontana dalla colpa passata e lo fissa sul futuro, mettendo tutti sullo stesso piano (“Nessuno ti ha condannata… va’ e non peccare più!”). Quando il Signore perdona, allarga la zona di sicurezza all’infinito: la misericordia del Padre è inesauribile, e pertanto, per controllarla, non c’è bisogno di fingere» (ivi).
Andare al di là dei limiti implica sempre un processo di crescita nel quale coesistono una fiducia infinita nella grazia che cresce da sola e una cura attenta delle cose piccole. «Ricordiamo che “un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà”» (AL 305). «Ampliare la zona di sicurezza - non scandalizzare, non spegnere la fiamma smorta, essere pazienti con la zizzania, vegliare e pregare - comporta che si abbia cura dello spazio e che si lasci il tempo nelle mani di Dio. Una volta consolidata la grazia, si può estendere il rischio, come nell’invito a vendere tutto per seguirlo. Si tratta di un abbandono dello spazio, che non viene riempito di “cose”, per aprirlo all’azione di Dio. In sintesi: il Signore apre il limite quando questo corre il rischio di fossilizzarsi o di corrompersi (come nel caso del paralitico che giaceva da anni accanto alla piscina), o fa in modo che ci si alzi da soli (“Prendi il tuo lettuccio”); protegge il limite quando è fecondato dalla grazia, e fa andare oltre quando esso ha dato frutto» (ivi) [17].
È proprio nel momento di ricordare ai genitori la loro responsabilità di educare bene i figli che il tono del Papa assume il suo timbro più esigente. La loro influenza sullo sviluppo morale dei figli, nel bene e nel male, è fondamentale, quindi «la cosa migliore è che [essi] accettino questa responsabilità inevitabile e la realizzino in maniera cosciente, entusiasta, ragionevole e appropriata» (AL 259).
Pertanto la Chiesa non maltratta i limiti della fragilità dei coniugi, ma piuttosto incoraggia la loro libertà amorosa, che è capace di dare tutto per i figli.
NOTE
1. Papa Francesco, Esortazione apostolica Amoris laetitia, 19 marzo 2016.
2. «Il Magistero ordinario e universale del Papa e dei vescovi in comunione con lui insegna ai fedeli la verità da credere, la carità da praticare, la beatitudine da sperare (cfr LG 25)» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2034).
3. C. Schönborn, Intervento nella Conferenza stampa per la presentazione dell’Esortazione apostolica post-sinodale del Santo Padre Francesco Amoris laetitia, 8 aprile 2016.
4. Film danese di Gabriel Axel (1987), basato su un racconto di Karen Blixen.
Babette arriva in Danimarca nel 1871, fuggendo dalla repressione in Francia, e lavora come cuoca in casa di due anziane zitelle, orfane di un rigido pastore protestante che ha frustrato tutti i piani di felicità delle sue figlie. Un giorno Babette scopre di avere vinto alla lotteria e, anziché tornarsene in Francia, chiede il permesso di preparare una cena di festeggiamento nel centenario della nascita del pastore.
5. F. Miano - G. De Simone - C. Schönborn, Interventi nella Conferenza stampa per la presentazione dell’Esortazione apostolica Amoris laetitia.
6. C. M. Martini, Educare nella postmodernità, Brescia, La Scuola, 2010. Cfr Á. Rossi - D. Fares - H. Salaberry, Educar es dificil, posible y bello, Buenos Aires, Bonum, 2002.
7. Quanto segue, sull’ambito dello spazio d’azione e sul senso del tempo, è ripreso da appunti personali dell’autore tratti da conversazioni con p. Bergoglio e dal suo discorso come Provinciale all’apertura della XV Congregazione provinciale dei gesuiti di Argentina, l’8 agosto 1978. Cfr J. M. Bergoglio, Nel cuore di ogni padre, Milano, Rizzoli, 2014, 46.
8. Appunti personali dell’autore, presi da conversazioni con p. Bergoglio.
9. J. M. Bergoglio, Il desiderio allarga il cuore, Bologna, EMI, 2014, 97- 113. In questo libro, al ritorno dalla Germania e prima di essere inviato a Córdoba, Bergoglio riunisce lezioni, conferenze e corsi di Esercizi da lui dati e che erano stati «trascritti» (p. 24). Questa lezione appartiene certamente all’epoca in cui era Provinciale (cioè negli anni 1973-79), ed è una delle riflessioni che egli era solito pronunciare nelle riunioni dei superiori.
10. Ivi, 107 s.
11. Cfr J. M. Bergoglio, Memorial público de la visita al Noviciado, San Miguel, 27 agosto 1977.
12. Ivi.
13. Ivi.
14. J. M. Bergoglio, Il desiderio allarga il cuore, cit., 99 s.
15. Appunti personali dell’autore, tratti dalle lezioni di p. Bergoglio. Cfr Papa Francesco, Discorso agli studenti delle scuole gestite dai gesuiti in Italia e in Albania, 7 giugno 2013. In quella occasione Francesco, improvvisando, diceva: «Nell’educare c’è un equilibrio da tenere, bilanciare bene i passi: un passo fermo sulla cornice della sicurezza, ma l’altro andando nella zona a rischio».
16. Appunti personali dell’autore, cit.
17. Appunti personali dell’autore, cit.
© La Civiltà Cattolica 2016 II 356-368 | 3982 (28 maggio 2016)















































