Famiglia ed educazione
della persona
Giuseppe Riconda
Il significato di persona che è alla base del mio discorso è quello che è stato formulato dal personalismo ontologico.
Esso definisce la persona per la sua individualità irripetibile e profondità inesauribile, qualificazioni che possono essere giustificate solo se la si intende come non semplicemente un modo d'essere, ma come un modo dell'essere. La persona è definita per la sua individualità incarnata e per il suo rapporto all'essere, alla verità, come prospettiva sull'essere e la verità, prospettiva dinamica indefinitivamente approfondibile perché passa attraverso la libertà.
Sulla base di questo concetto di persona passo ora ad una interpretazione personalistica dell'amore e a una lettura delle relazioni famigliari in termini di amore così inteso.
Nella famiglia interferiscono, in rapporti complessi che spesso sfuggono all'analisi, legami di sangue, caratteri istituzionali e forme specifiche di comunità spirituale. Mi pare però di potere dire che nel suo significato più profondo è quello d'essere una comunità d'amore, e da esso tutti gli altri sono avvalorati e prendono luce, sicché su di esso convenga accentrare il discorso.
Vorrei qui partire della definizione della famiglia che ha dato un filosofo francese, Gabriel Madinier: "l'istituzione di un centro d'amore in cui, attraverso il dono reciproco di se medesimi e in una comunità personale di destino, gli sposi si compiono e chiamano all'esistenza altri esseri di cui dovranno fare degli uomini".
Diciamo subito che l'amore può essere inteso ed è stato inteso nella storia dell'Occidente in due maniere fondamentali. C'è la concezione che intende l'amore come soppressione dell'alterità in un'unità presupposta o da instaurare: questa concezione applicata alla famiglia ovviamente non va al di là dalla sua concezione come fusione affettiva.
C'è poi la concezione personalistica, che vede invece l'amore come l'accesso ad un'alterità che deve essere mantenuta e rispettata come tale, anche nei momenti di più intima unione con essa. Amare vuol dire cogliere l'altro nella sua individualità irrepetibile e profondità inesauribile, viverlo non solo in quello che è, ma nelle possibilità ideali che porta seco e, donarsi all'altro in una disponibilità assoluta perché possa giungere alla piena realizzazione di sé in quell'orizzonte di verità in cui come si diceva entrambi vivono: nell'amore in un certo senso faccio vivere l'altro e avverto l'altro come quello che mi può fare vivere. Abbiamo detto che la persona più che essere si fa, si costruisce alla luce della verità. Anche della famiglia si può dire lo stesso: essa è un processo vivo di formazione sempre aperto. Gli atti d'amore hanno questa capacità rivelativa, di rivelare all'altro quei valori di cui è portatore e che solo lui in quel contesto può dare, la cui realizzazione costituisce quell'arricchimento dell'essere che solo lui può dare: i mancati atti d'amore, prima ancora dell'odio, portano questa opacità nelle realizzazioni dei rapporti interpersonali che è asfissia di una vita diretta alla realizzazione del valore; ma non si tratta solo d'una capacità rivelativa, il disvelamento dei valori che avviene nell'atto d'amore suona come appello, incentivo a realizzarli e incarnarli. In linguaggio religioso si potrebbe forse dire che, come lo sforzo d'autointerpretazione e autocostruzione è un tentativo di indovinare l'idea che Dio ha di me, così l'amare altri è vedere il suo volto in Dio, sforzarsi di cogliere quell'idea che Dio ha di lui e che definisce la sua personalità nell'aspetto più profondo.
Dico subito che nel sostenere questa idea dell'amore e nel leggere i rapporti famigliari alla luce di questa idea mi allontano da gran parte della filosofia e della cultura contemporanea che s'è fatta costume. Ci sono forti tendenze non solo a riassorbire l'amore nel sentimento o, più in generale, a risolvere la spiritualità nell'affettività, un sentimento e un'affettività destituiti di ogni intenzionalità o portata ontologica. Ora, su queste basi, la famiglia è generalmente concepita come luogo più o meno stabile di mutuo appoggio e soddisfazione di bisogni elementari, per ridurla sul piano spirituale a luogo di fusione affettiva, in un contesto per lo più dominato da forti spinte individualistiche (la famosa "realizzazione di sé"), che, quando nella famiglia siano frustrate, possono portare alla sua negazione o disfacimento. Luogo più o meno stabile dicevo, perché all'idea di una scelta irreversibile, che unisce due destini, sempre più si va sostituendo quella di un accordo spontaneo che vive, finché questa spontaneità non cessa, e che comunque è sempre suscettibile di essere abbandonato o messo in discussione, quando questo clima sentimentale gratificante venga meno. Indubbiamente si è avuto un trasferimento dall'etico all'affettivo, o meglio un riassorbimento della spiritualità nell'affettività, come dicevo. Si è giunti al punto di domandarsi se non sia meglio parlare di famiglie piuttosto che di famiglia, perché questi bisogni potrebbero essere soddisfatti anche al di fuori dei quadri della famiglia tradizionale, che è quella definita nei termini di cui sopra: si è parlato così di famiglia monoparentale, di famiglia ricomposta, di Pacs (Patto di solidarietà civile), di famiglia omosessuale. Ora, a parte che molte volte (ciò vale per la famiglia monoparentale e la famiglia ricomposta almeno), come è stato osservato dal filosofo Xavier Lacroix, si tratta, più che d'invenzioni di nuove forme di vita, d'adattamenti e aggiustamenti nei confronti di situazioni di scacco, ritengo sia sul piano culturale della massima importanza mettere in luce il significato della famiglia tradizionale, enucleandone i tratti sulla base di una corretta interpretazione dell'amore, che non lo riduca a sentimentalità instabile o a fusione affettiva. Si potranno allora riconoscere anche altre forme di comunità possibili, ma ci si dovrà pur sempre chiedere se esse, come forme di vita comunitaria programmate, siano in grado di garantire quel rispetto della persona (vissuta sempre come fine e mai solo come mezzo, nel linguaggio kantiano), che è l'esigenza minima ma irrinunciabile al di fuori della quale non credo si possa parlare di moralità; e ancora se siano in grado di produrre quella vita intensa e generosa che è l'intenzionalità segreta a cui la famiglia obbedisce, la sua finalità ultima, che ne fa veramente la cellula della società, in un senso che va ben al di là di quanto questa espressione convenzionalmente suggerisce: cioè nel senso che in essa e soltanto in essa si possano costituire individualità forti e in essa e soltanto in essa si esercita e si apprende quell'apertura all'altro che è la base di ogni vita sociale. La domanda sarà allora, se pur ammettendo altre forme di comunità, il modello tradizionale di famiglia non debba essere non solo mantenuto e difeso, ma incoraggiato in tutti modi, mostrando come chi lotta per esso lotta per l'uomo. Aggiungo ancora che quanto alla vera novità del nostro tempo, la famiglia omosessuale, è da chiedersi se essa possa svolgere la funzione educativa che svolge la famiglia tradizionale e la risposta negativa emergerà da quanto dirò in seguito.
I tratti irrinunciabili della famiglia tradizionale sono l'eterosessualità, la durata e la fecondità, ed affermare ciò può sembrare avere dell'ovvio dato che la famiglia da sempre è stata concepita come organo preposto al ricambio generazionale. Ma, a parte che oggi lungi dall'essere ovvio ciò è divenuto estremamente problematico, si risolve la famiglia in questo suo compito? E si risolvono questi tratti nella loro funzionalità a questo compito? È qui che può esercitarsi la riflessione filosofica nell'enucleare il senso profondo che essi convogliano.
Cerchiamo allora di leggere i legami famigliari alla luce dell'idea personalistica di amore che si è detta.
Si può partire dalla coniugalità, che è l'atto fondatore della famiglia, sebbene l'esperienza prima e veramente universale della famiglia è quella che si ha come figli: essere uomo (sinora almeno!) ha sempre significato essere figlio, ed è alla nostra esperienza di figli che attingiamo il significato della famiglia, per cui essa può essere benissimo compresa a livello vissuto e non soltanto astratto anche da chi non è sposo o padre o fratello o sorella.
La coniugalità è un darsi reciproco, che certo ha una base affettiva naturale e immediata, ma che già allora è movimento che tende ad oltrepassare la propria immediatezza e naturalezza in una prospettiva che ne accoglie i movimenti spontanei in un reale processo di indefinito approfondimento etico. Eros e agape, desiderio e dono, in essa si fondono e coesistono, nel senso che l'agape e il dono risultano la verità del desiderio e dell'eros. Alla base della famiglia c'è un atto di generosità, un possente sì alla vita, ma ad una vita tutta percorsa da un'esigenza di valore e mirante alla realizzazione del valore, un atto con cui ci si costituisce collaboratori attivi di un'opera universale di creazione di destini individuali e della loro comunità che può compiersi in questo mondo e anche oltre di esso. Di nuovo è qui che la dimensione naturale sociale spirituale della famiglia si annuncia. Un atto di generosità, un sì, che ha qualcosa di spontaneo nel suo sorgere, ma che, man mano che la vita procede, acquisisce sempre più un carattere esplicitamente intenzionale nei confronti di ragioni che potrebbero portare al suo abbandono, sino, in certi casi, all'eroismo.
Già questo mostra come la coniugalità da un lato non possa non inscriversi in un orizzonte più ampio e comprensivo che col il suo stesso esercizio assume a suo sfondo, e, dall'altro, come essa , e qui di
nuovo so di oppormi a molta cultura contemporanea, non possa andare disgiunta dalla parentalità.
La coniugalità implica un reciproco dono totale e una promessa: il dono totale distingue il rapporto coniugale da altri tipi di rapporti (come l'amicizia che, per quanto possa spingersi in intimità, non giunge mai sino al dono totale) e la promessa è implicita nel dono totale, che se è veramente tale, non può non distendersi nel tempo, sfidandolo, ed è richiesta dall'amore come avvertimento non solo di un'individualità insostituibile ma di una profondità inesauribile dell'altro.
Solov'ëv ha insistito con grande energia su questo tratto dell'amore coniugale, facendo vedere come ogni amore che non si rivolga alla totalità si degradi a una sorta di feticismo idolatrico: amare l'altro nella sua totalità e darsi all'altro nella propria totalità significa per lui amarsi in Dio, anche se ovviamente ciò non vuol dire che l'amore coniugale sia accompagnato da questa consapevolezza esplicita.
Questo darsi reciproco totale sarebbe certamente ingiustificato se non vi fosse alla base il riconoscimento che quel che dono e che ricevo come dono è già qualcosa che è stato donato e che il darsi reciproco e totale dei coniugi non è altro che l'aiuto reciproco alla costruzione della propria personalità: il dono divino è anzitutto un legato da mettere a frutto, e l'amore vero è l'aiuto che si dà all'altro e che dall'altro si riceve all'esplicitazione piena della propria persona, intesa non come realizzazione egoistica ma come realizzazione di quell'arricchimento dell'essere che solo essa e nessun altro al posto di essa può dare.
Il sapere costituire un'unità rispettosa dell'alterità è il segreto della vita famigliare. E questa costruzione è possibile perché ogni individualità è un'individuazione di quell'essere che vive nelle sue realizzazioni molteplici senza mai esaurirsi in esse e che stimola ciascuna di esse ad una realizzazione sempre più piena e profonda, che è realizzazione dell'essere in sé e di sé nell'essere. Amare è partecipare a questa vita dell'universo.
Il sì alla vita di cui parlavo ha già una valenza religiosa e il senso etico della famiglia è senso etico religioso. Per questo penso che la difesa della famiglia tradizionale, la proposta di essa come modello, non possa andare disgiunta dall' affermazione e difesa di una dimensione etico-religiosa dell'uomo. Nel linguaggio sobrio di uno psicanalista, della cui laicità non si può dubitare, Jacques Lacan: "perché la coppia tenga sul piano umano bisogna che un Dio sia presente".
Nella famiglia si ha una personalizzazione del sesso, che ne svela il significato profondo, al di là di ogni sua banalizzazione o riduzione ad un gioco erotico. Guardando a questo lato del problema si potrebbe dire che nella famiglia e solo nella famiglia l'umanità giunge veramente ad un'espressione vivente di se stessa. Mascolinità e femminilità appartengono certo a quel che Marcel chiama il mistero, hanno una densità di significati che difficilmente si lasciano catturare: quel che può trarsi dall'idea di famiglia indicata è che la sessualità deve essere vissuta personalisticamente, nel cerchio di un'interpretazione aperta a trarne forme di realizzazione non mistificanti, al di là di ogni mortificante sacrificio dell'una e dell'altra delle sue dimensioni, rompendo ogni nesso fra sesso e potere, sia come ripetizione del passato, sia in forme nuove, che per la loro novità sono meno evidenti ma non meno pericolose.
Quanto all'atto sessuale, esso è, come come dice Scheler, un mezzo d'espressione come le carezze e i baci, e la coniugalità è arte di saper coltivare il desiderio e la tenerezza carnale, di trovar loro delle risorse nuove, a ciascuna tappa della vita comune, oltre gli slanci degli inizi. Ma esso è anche atto generativo ed è una singolare congiunzione quella che si stabilisce fra questo grande gesto di tenerezza e intimità e il rito della creazione. Si tratta di un mistero che ancora una volta deve farci riflettere, riflettere sul significato profondo della sessualità.
Se il darsi reciproco totale della persona anima e corpo importa il progetto dell'una caro, tale progetto non può essere inteso nei termini di una complementarità che sarebbe di nuovo l'aspirazione ad un'impossibile fusione affettiva, ma piuttosto, com'è stato suggerito, in termini di reciprocità simmetrica, di unità nella dualità polare. La sessualità è non soltanto indice della nostra finitezza ma inscrizione nella carne della nostra apertura all'alterità. Mascolinità e femminilità sono le due forme in cui l'umanità vive se medesima, ciascuna delle quali, prendendo atto di sé, prende atto della sua limitatezza e contingenza, si apre all'altra nella sua alterità irriducibile, sentendola non solo come limite ma come possibilità di integrazione. Tanto è vero che il culmine dell'estasi amorosa non è la ricostruzione di un'androgino originario, come suggerisce l'Aristofane del Convivio platonico, ma la procreazione, come generazione di un'alterità nuova da amare e servire. La sessualità prende così il suo significato dall'amore; essa, quando sia vissuta nella sua significanza e serietà, è già un esercizio all'alterità che ci introduce ad essa. L'amore qui appare come amore integrale per la personalità, che può certo avere una base immediata, ma che è già allora un movimento che tende ad oltrepassare la propria immediatezza e naturalezza in una prospettiva che ne accoglie i movimenti spontanei in un reale processo di indefinito approfondimento etico.
Con ciò ho già toccato il secondo punto di cui volevo parlare, l'indissolubilità di coniugalità e parentalità. Nella concezione tradizionale della famiglia i due momenti sono legati e si sa quante discussioni siano sorte circa il primato dell'uno o dell'altro. Penso che valori di intimità e i valori di fecondità entrino a costituire la famiglia e debbano essere coltivati entrambi, lasciando all'inventività della coppia il modo di coordinarli.
Certo mi pare di potere dire che una coppia che s'inscriva contro l'atto generativo, compie un atto contro l'amore consumandolo e rattrappendolo in una sorta di egoismo a due che alla lunga non può avere che effetti banalizzanti o paralizzanti.
Ma non solo la coniugalità non deve andare disgiunta dalla parentalità, anche la parentalità non deve andare disgiunta dalla coniugalità. La psicologia contemporanea è unanime nel riconoscere quel che valga crescere su uno sfondo d'amore stabile e il mondo è pieno di bambini martiri, privati dei loro genitori, delle loro madri o dei loro padri, che per quanto spesso trovino persone generose che con le loro risorse possono venire loro in aiuto, portano su di loro sempre le stigmate dell'abbandono. Ed è da domandarsi se al di fuori di quel dono di sé totale che è alla base della coniugalità questa stabilità possa essere raggiunta. Si aprirebbe poi qui anche un discorso che per mancanza di tempo non posso svolgere sul rapporto fra parentalità biologica e parentalità sociale, sui problemi dei bambini non riconosciuti obbligati a vivere la monoparentalità e in istituzioni sociali, sui pro- blemi dell'adozione, dei bambini nati da inseminazione artificiale per donazione, etc... Quel che mi sembra importante comunque sottolineare è che quello che spesso è correzione necessaria a una situazione di scacco o situazioni negative fattuali (la morte di uno dei genitori) non possa essere preso come principio programmatico di organizzazione sociale.
La parentalità si esercita come maternità e paternità , amor materno e amor paterno che debbono essere individuati nella loro unità polare. Quel che caratterizza la parentalità è la procreazione di un essere nella sua intimità e secondo l'idea della sua natura comune: la parentalità non è solo una generazione carnale, è anche un appello verso un eguaglianza e un'unità fra colui che genera e coloro che sono generati. Il che vuol dire che c'è una stretta correlazione fra parentalità e educazione. L'amore della madre comincia prima di quello del padre, ma poi si ritrovano nuovamente uniti quando alla filiazione succede l'educazione. Anche qui è indice della nostra finitezza umana che non solo sul piano della creazione, ma anche su quello della educazione che la continua, la parentalità sia distribuita nella forma della paternità e della maternità. Questo duplice modo di sentire è quello che permette al figlio di evitare la fusione affettiva con la madre (anche qui la sessualità è strumento, indice, capacità di promozione d'alterità), e appare il più appropriato all'educazione del figlio che, ripeto, non è altro che la continuazione della filiazione. Ci si può domandare allora con tanta psicologia contemporanea se proprio la parentalità eterosessuale non costituisca una garanzia contro la deviazione sempre possibile dell'amore in fusione affettiva.
C'è nell'educazione un momento di autorità ineliminabile, di dipendenza del figlio dai genitori, che può anche essere sentito dolorosamente, e il nostro tempo ha espresso questo momento nella teorizzazione della rivolta contro il padre, pure questo momento (che nella famiglia deve essere vissuto innanzi tutto personalisticamente come modello che invita alla sequela) non è legato ad una sola persona e l'autorità parentale è pur sempre soffusa dalla dolcezza della madre, che apre il figlio alla comprensione che essa è rivolta al superamento della dipendenza sino all'istituzione di un'eguale, paradosso dell'amore parentale che mira a formare delle personalità libere, capaci di accogliere ma anche di rifiutare l'opera dell'amore che intorno ad esse si costituisce. E qualora si pensi che questa unione di durezza paterna e dolcezza materna sia uno stereotipo, ci si può domandare se non si esprima una profonda saggezza naturale nell'affidare l'educazione del figlio, questo momento difficilissimo della vita famigliare in cui sboccia nel seno della coppia una nuova libertà, a due persone, capaci di correggersi nella misura, di sorreggersi vicendevolmente portando la specificità dei loro caratteri, i loro particolari modi di vivere valori comuni (in effetti più che di valori femminili e maschili penso si debba parlare di modi femminili e maschili di vivere valori universalmente umani).
Solov'ëv distingue tre specie di amore: l'amore fra eguali (quello fra i coniugi e i fra i fratelli), l'amore discendente (quello dei coniugi verso i figli), l'amore ascendente (quello dei figli vero i genitori). Circa l'amore dei genitori per i figli si è insistito molto sulla sua non perfetta reciprocità: il figlio è amato fin da prima che cominci ad essere come soggetto d'amore, la capacità d'amare è suscitata in lui dai suoi genitori, per quanti sforzi faccia il fiume non riuscirà mai a risalire alla sorgente e fare uno con essa, è proverbiale l'eccedenza dell'amore materno che non potrà mai esser colmata. Pure c'è una maniera in cui questo amore se non può giungere alla reciprocità piena con quello parentale può almeno soddisfarlo, ed è l'amore fraterno, quando i fratelli si amano come i genitori vogliono che si amino. L'amore fraterno è di nuovo un amore fra eguali, ma, a differenza dell'amore coniugale, non ha qui parte il sesso. Infatti l'unità che i coniugi cercano di instaurare non ha senso fra fratello e sorella, che la diversità sessuale hanno già superata con l'essere sangue dello stesso sangue, carne della stessa carne. E ancora col tempo il rapporto genitori figli si rovescia, non più i genitori debbono badare ai figli, ma i figli ai genitori che invecchiando sono ridiventati bambini, una cura difficile da assumere e che nella società contemporanea è spesso devoluta ad altre persone, ma che per quanto povera è pur sempre un'eco inestinguibile d'amore; finché fratelli e sorelle si ritrovano uniti accanto alla bare dei genitori, a celebrarne non tanto la memoria personale, quanto quegli atti d'amore che sono stati fucina di vita Donde il carattere, che spesso è sentito soffusamente sacrale di questi incontri, i momenti di pace, di purificazione interiore che li accompagnano.
La famiglia sembra allora chiudere il suo ciclo, come ciclo d'amore.
Ma proprio l'amore fraterno per il superamento della sessualità, di cui dicevo, è quello più capace di essere spiritualizzato, di essere universalizzato, e giustamente si può vedere in esso l'apertura della famiglia alla società civile come quella in cui potrebbe diffondersi quel tipo d'amore che s'apprende nel seno della famiglia, che avrebbe allora la funzione non solo di aprire a modi d'amore come rapporti d'amicizia, ma di aprire ad un amore universale. In effetti il pericolo di richiudersi su se stessa della famiglia, il familismo, è cosa fin troppo nota: che esso si iscriva contro l'amore al pari del rifiuto della generazione è evidente; è indubbio che, se si guarda l'aspetto per cui la famiglia può contribuire alla società civile, questo è proprio da ricercare nella fraternità.
La famiglia è veramente come l'ha chiamata Gentile un "vivaio di umanità". Nella famiglia e solo nella famiglia è possibile che si istituiscano relazioni umane forti capaci di investire la persona sin dall'infanzia, in un progetto di comunità di vita che si pone al di là di ogni durata provvisoria. Nella famiglia è in gioco la persona nella sua umanità. Essa è il luogo primo di affermazione conservazione e trasmissione di significati etico-religiosi.
Debbo comunque riconoscere che la vita famigliare così descritta non ha forse la corposità che si è soliti ascriverle: gli incontri profondi di cui ho parlato hanno qualcosa di frammentario, emergono spesso in momenti rivelativi di cui non siamo padroni che hanno la loro vita e il loro sviluppo, solo se si sa edificare su di essi con un impegno etico costante, ciò che in essi emerge può sempre andare perduto e dimenticato e anzi siamo sempre sul punto di perderlo e di dimenticarlo, secondando le tendenze ad appiattire il rapporto con noi stessi e gli altri sui suoi aspetti superficiali, a disconoscere tutto ciò che rompe quotidianità rassicuranti, impegnando la profondità del nostro essere. L'appello alla famiglia si configura come appello ad un impegno etico dei suoi membri, che tenga conto che essa è luogo di possibili deformazioni di rapporti umani che tanto costo umano richiedono poi per essere vinti nella negatività delle loro conseguenze. Corruptio optimi pessima :si potrebbe descrivere una fenomenologia in negativo della famiglia . La famiglia ha in sé queste ambiguità che sono radicate nel paradosso della libertà, della libertà di cui essa ineliminabilmente vive, cosa che bene appare quando si consideri che quegli stessi atti che mirano a formare un'anima individuale e darle il potere di accettare la famiglia le danno anche il potere di rifiutarla. Da questo p. di v. la famiglia appare un organismo fragile: si potrebbe parlare di forza e di fragilità insieme della famiglia. Per questo occorre spendere tutto il nostro impegno per opporsi a quelle forze che la minacciano dall'esterno e che finiscono col promuovere quelle che dal p. di v. di chi vuol far valere l'immagine tradizionale della famiglia non possono apparire altrimenti che sue degenerazioni.
A questo proposito c'è però infine da esplicitare un aspetto della famiglia su cui a mio parere anche in una prospettiva personalistica come quello che ho avanzata va sottolineato per rompere l'idea di un certo esagerato intimismo che potrebbe suggerire (l'intimismo è il grande pericolo del personalismo!). L'affermazione che inscrive la famiglia in un atto anzi in atti di libertà e d'amore non vuol certamente essere negazione di un suo tratto fondamentale. L'impegno fondativo dei coniugi, di cui dicevo all'inizio, ha un carattere pubblico, e la famiglia si caratterizza come istituzione giuridica contrattuale. Il direin pubblico la parola di fedeltà che dicono a se stessi non è certo privo di significato. Non ho dimenticato questi tratti e non intendo certo diminuirne il valore, ma la famiglia come istituto giuridico mi sembra obiettivazione di questa realtà vivente personale a cui in fondo rimanda, obbiettivazione in cui si raccolgono e sedimentano esperienze personali, ponendosi nei confronti di essa semplicemente come strumento atto a proteggerla, a garantirla, contro troppo facili sbandamenti, a limitare gli effetti nocivi che ad essi sono legati; si potrebbe addirittura interpretare l'insieme delle norme giuridiche che la riguardano, non come qualcosa di puramente esterno, ma come qualcosa che noi stessi abbiamo istituito, per difenderci anzitutto da noi stessi e dal male che dalle nostre azioni può derivare ad altri. Ma il senso ultimo della famiglia mi pare essere oltre ad esse e a questa realtà personale di base mi pare debba riferita per penetrarne il senso. Certo le iniziative volte a difenderla da prendersi sul piano giuridico non sono indifferenti, ma non bisogna dimenticare quello che è il fine ultimo di una società politica, mettere la persona in condizione di lottare con successo contro il male, di fare il bene. In nessun modo è possibile sostituire la persona in questa lotta in questo fare. Perciò ho insistito sull'impegno etico-religioso alla base della famiglia e concluderei ribandendo quanto ho già in qualche modo suggerito che il successo della sua difesa è legato alla possibilità di una riaffermazione dei valori etico religiosi oggi gravemente minacciati che ritengo sia il grande problema del nostro tempo. Ciò presuppone ovviamente una interpretazione della crisi del nostro tempo in termini etico-religiosi che qui non posso che enunciare ché la semplice impostazione del problema richiederebbe un nuovo lungo discorso. Dirò soltanto che a mio parere questa riaffermazione dei valori etico-religiosi si pone come una vera e propria conversione, di cui la considerazione del fallimento (almeno nel senso che non ha saputo mantenere le sue promesse) sempre più appariscente che travaglia una società che si è costituita prescindendo da essi può essere occasione, ma che come tale non è garantita: la fine dell'umanità per un suo progressivo indebolimento fino all'estinzione non è una impossibilità né logica né reale.
(Mario Signore, a cura, RIPENSARE L'EDUCAZIONE, Pensa 2013, pp. 201-211)















































