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    Il volo e il nido

    Ancora sull’onorare i genitori
    coltivando l’autonomia

    Piero Stefani

    Una favola piuttosto cruda raccontata da Glückel Hameln, mercantessa ebrea vissuta in Germania tra fine Seicento e primi del Settecento, ha come protagonista un uccello che doveva mettere in salvo i suoi tre piccoli trasportandoli a fatica al di sopra di un mare tempestoso.
    Li portò in volo uno per volta. A tutti e tre pose la stessa domanda: «Vedi quanto peno per te, cosa mi darai in cambio?». I primi due dissero che sicuramente quando fosse stato vecchio essi si sarebbero presi cura di lui. A queste parole l’uccello rispose con durezza, li tacciò di essere bugiardi e li fece cadere in acqua. Il terzo rispose diversamente; affermò che non sapeva se sarebbe stato in grado di prestare tutta la necessaria assistenza al suo vecchio padre, di una cosa però era sicuro: se si fosse trovato in circostanze analoghe a quelle avrebbe fatto per i propri figli quanto suo padre stava ora facendo per lui. Il volatile approvò la risposta e portò in salvo il piccolo. [1]
    In questo racconto si ode, attraverso molte mediazioni, l’eco del precetto antico in base al quale l’uomo (ma al giorno d’oggi il comandamento dovrebbe venir formulato in maniera più bilaterale) abbandonerà il proprio padre e la propria madre per unirsi alla sua donna ed essere con lei una carne sola (Gen 2,24). Perché ci sia una nuova unione prima deve darsi un distacco. A tal riguardo il compianto rabbino Giuseppe Laras ebbe occasione di scrivere «È (…) interessante osservare che il precetto del rispetto verso i genitori, per quanto non ancora esplicitamente definito e comandato, conosce, in origine, un ridimensionamento della sua obbligatorietà e una contraddizione nei suoi contenuti; solo, però, in considerazione del grande ed eccezionale dovere dell’unione coniugale, indispensabile ai fini del mantenimento e della prosecuzione della vita». [2]
    Con un linguaggio ben più faticoso (e pur tuttavia ancora maschilista) un pensiero simile torna in un paragrafo degli hegeliani Lineamenti della filosofia del diritto: «Lo scioglimento etico della famiglia consiste in ciò: che i figli, educati a personalità libere, sono riconosciuti, nell’età maggiore, come persone di diritto e capaci, in parte, di avere una particolare proprietà libera, di fondare famiglie proprie, – i figli come capi e le figlie come mogli –; una famiglia, in cui essi ormai hanno la loro destinazione sostanziale, di fronte alla quale la loro famiglia originaria è retrocessa come soltanto base prima e come punto di partenza». [3]

    Tra etica e affetto

    Il cuore della risposta dell’uccellino saggio sta nelle seguenti parole: «Questo posso prometterlo: quando un giorno avrò dei figli miei, farò per loro quello che tu hai fatto per me». Si tratta di un tema ancora attuale nell’Italia di oggi? Un piccolo fatto di cronaca: una signora sessantenne ha confidato di vergognarsi del fatto di avere tre figli nessuno dei quali sposato: «Nessuno capace di legami impegnativi. Dove ho sbagliato?». [4] Quanto in passato era certo oggi sembra non esserlo più. Una simile situazione produce sensi di colpa inediti legati al chiedersi dove si è sbagliato. Un tempo la coscienza era sottoposta alla mola del pentimento, lo era perché ci si sentiva peccatori; ai nostri giorni il linguaggio è più legato all’efficienza, si parla perciò di sbagli. Il senso di colpa nasce dal non essere stati all’altezza di quanto ci era richiesto. Si è, per così dire, diventati preda di una logica economicistica legata alle prestazioni. Si prosegue su questa linea fino ad arrivare letteralmente agli estremi; per annunciare un decesso è ormai comune affermare: «Non ce l’ha fatta!». Anche lì c’è l’idea di non essere stati all’altezza della situazione e di non aver fornito una prestazione sufficiente nel momento supremo in cui ci si è trovati a tu per tu con la morte.
    Anche a prescindere dalla dimensione linguistica, l’aneddoto della signora è comunque indicativo. I figli sono sicuramente adulti; la responsabilità dovrebbe essere prima di tutto loro; in quanto persone mature dovrebbero rispondere in proprio delle loro scelte e invece la mamma sessantenne continua a domandarsi dove ha sbagliato. Da questo episodio si è indotti in primo luogo a concludere che l’impotenza dell’educazione costituisce la faccia reale di una sua presunta onnipotenza efficientistica; in secondo luogo fa la sua comparsa, per converso, la prospettiva in base alla quale l’essere convinti che non tutto dipende da noi, riduce saggiamente i sensi di colpa scaturiti dalla nostra inadeguatezza. Quest’ultima affermazione esprime però una sapienza antica che stenta a riproporsi all’interno della società odierna.
    Si è più volte rimarcato che un eccesso di protezione rende insicuri i figli ostacolandone la crescita. Mamma e papà diventano in tal modo un «nido» ovattato che stempera le richieste di autonomia etica rivolte ai figli. Ecco un altro fatterello: una figlia torna a casa dai genitori dopo appena sei mesi di matrimonio, peraltro celebrato in chiesa; lo fa non perché avesse subito violenze – capitolo drammaticamente reale, specie se nascosto entro le mura domestiche – ma semplicemente perché, a suo dire, si stava annoiando. Per tutta risposta la madre le dice: «Stai con noi, cara, noi non ti manderemo mai via». Con il suo atteggiamento la mamma da un lato colpevolizza il genero – come se avere annoiato la figlia equivalesse sic et simpliciter a scacciarla di casa – mentre dall’altro lascia capire che la figlia non sarà mai mandata via perché d’ora in poi tutti i suoi desideri verranno soddisfatti in seno alla famiglia di origine. L’andamento qui è chiaramente regressivo.
    Altrettanto significativo è un episodio riferito da una coppia di pedagogisti. Marco, figlio unico poco più che adolescente, è critico e spesso sprezzante nei confronti dei genitori. Un giorno papà e mamma decidono di cambiare i mobili della sala; vanno a visitare varie esposizioni portando con loro il figlio. Finalmente giungono a una decisione: ecco il salotto che stavano cercando. Ma appena Marco si rende conto della scelta sbotta: «Non avete gusto, non capite niente, avete vedute ristrette, questo salotto fa letteralmente schifo». Il padre risponde calmo: «Ma Marco quando verrai con la tua morosa a scegliere il salotto, io non ci metterò becco...», ma la moglie lo interrompe: «Dai papi non dire così... E se dopo lui non sta più bene a casa nostra?». I pedagogisti non ci dicono come è andata a finire, si limitano ad affermare che la posizione del padre era etica e riguardava il futuro mentre quella della madre era affettiva, dettata dall’ansia di non saper reggere il conflitto. Nelle «famiglie nido» diventa sempre più arduo attuare il distacco legato alla crescita.

    Oltre gli stereotipi maschile-femminile

    Non corrisponde al vero sostenere che in senso generale l’atteggiamento affettivo sia materno e che quello etico prevalga invece nei padri. Una famiglia, padre e madre e due figli rispettivamente di 16 e di 18 anni, passano le vacanze in Toscana a casa dei genitori della mamma. Il padre di lei si ammala e ha bisogno di assistenza; in accordo con il marito, la moglie resta lì ad accudire il genitore. I tre maschi riprendono la via di casa, viaggiano di notte; il padre, medico di base, appena arrivato in città si reca al lavoro. A sera quando rientra, stanco e affamato, trova i due figli davanti ai rispettivi computer, in cucina avanzi di panini mentre non c’è niente di pronto per cena. Lui, senza lamentarsi, prepara da mangiare per sé e per i figli, i quali si mettono a tavola solo quando è tutto bell’e fatto. Così si va avanti per una settimana, fino a quando ritorna la mamma, e subito i due figli si lamentano con lei perché papà cucina male. Alla domanda del perché il padre non abbia chiesto ai figli almeno di aiutarlo, il medico risponde: «Sono abituati al fatto che la mamma fa tutto. Ovvio che la sera, quando rientro dall’ambulatorio, sono io che cerco di preparare qualcosa per tutti e tre!». All’interno della logica del «tutto è dovuto», la risposta paterna è coerente.
    Vi è un rovescio della medaglia ed è quello in base al quale genitori non ancora giunti alla vecchiaia e alla sua impotenza, esigono il contraccambio. Tipico al riguardo il lamento di una madre che disse: «Ho messo al mondo quattro figli a fare se poi sono qui sola come un cane!». I figli sanamente si occupavano delle loro famiglie e facevano solo delle «capatine» (per usare il suo linguaggio) per visitare la mamma la quale peraltro era sola... con il marito. Nell’Italia di oggi la favola degli uccellini conserva dunque una sua attualità, se non sul piano reale almeno su quello potenziale.

    NOTE

    1 Cf. Memorie di Glückel Hameln (1646-1724), Giuntina, Firenze 22015, 2s. Cf. anche Regno-att. 4,2016,123s.
    2 G. Laras, C. Saraceno, Onora il padre e la madre, Il Mulino, Bologna 2010, 12.
    3 G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto, trad. it. F. Massineo, Laterza, Bari 31965, § 177, 162.
    4 Questo aneddoto, al pari dei successivi, sono tratti da M. Zattoni - G. Gillini, «La famiglia oggi», in Horeb. Tracce di spiritualità. Il cammino cristiano nella famiglia (2017) 3, 5-12.

    (Il Regno Attualità, 2/2018, 15/01/2018, pag. 60)



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