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    «Accompagnare,

    discernere, integrare»

    Intervista a Bruno Forte

    a cura di Luciano Moia

     

    È giusto affermare che con questo Sinodo si delinea il volto di una Chiesa della tenerezza nei confronti di tutte le famiglie?

    Certamente emerge il volto di una Chiesa dell’accompagnamento, della misericordia e della tenerezza. Una Chiesa che, attraverso il discernimento della volontà e grazie alla bontà di Dio, vuole portare ciascuno a sentirsi integrato nella Chiesa, a trovare il suo posto in una pienezza di comunione, secondo tempi e momenti adatti a ciascuno. Direi che le parole chiave che emergono da questo Sinodo sono accompagnamento, discernimento, integrazione.

    Il Papa ha convocato questo 'doppio Sinodo' – con 'doppia consultazione' mondiale – perché giustamente preoccupato per la situazione della famiglia nei vari continenti. Le proposte della relazione finale consegnata a Francesco rappresentano a suo parere una risposta efficace ai motivi che stavano alla base di quelle preoccupazioni?

    Senza dubbio sì. Questo Sinodo è nato per volontà del Papa che ha voluto l’ascolto di tutte le Chiese. Io che ho partecipato a sei sinodi – tre come esperto e tre come padre sinodale – posso dire che questo è il primo Sinodo che sia tale, in cui davvero c’è stato un cammino insieme: le Chiese del mondo accanto a tutta l’umanità. Nulla è stato messo a tacere, nulla è apparso superfluo. Mi sembra che lo stile di questo Sinodo abbia dato dignità a tutte le periferie del mondo e che tutte le Chiese ne siano risultate arricchite. Da questa sinodalità anche alle Chiese sorelle può derivare nuova dignità. Possiamo dire che tutte le Chiese abbiano trovato nuova linfa per il proprio impegno una questa condivisione che ha indicato la strada della verità e della libertà.

    Nella relazione si sottolinea la necessità di far prevalere, nei casi più problematici, e in particolare per le coppie ferite, la valutazione della coscienza delle persone (il cosiddetto 'foro interno') in un cammino di discernimento guidato dai pastori. Quali ragioni stanno alla base di questa scelta?

    Innanzi tutto una forte affermazione della dignità della coscienza, un principio caro allo spirito del Vaticano II e, in particolare della Gaudium et Spes. Naturalmente parliamo di una coscienza rettamente formata, che non si limiti a un giudizio soggettivo della realtà, ma acquisisca gli strumenti per comprendere la volontà di Dio. In questa prospettiva l’indicazione del confronto con i pastori, in un cammino di discernimento, non diventa elemento di di controllo o di imprigionamento della libertà personale, ma contributo per l’ascolto della voce dello Spirito. In modo tale che ciascuno possa comprendere la voce di Dio. Il discernimento, che è un tema ignaziano, è determinante nelle situazioni difficili, per comprendere e realizzare il proprio progetto di vita.

    È questa la strada per comprendere il ruolo dei pastori in questo tentativo di far chiarezza nella propria vita?

    Certo, i pastori, le guide spirituali, non si sostituiscono alla coscienza, ma aiutano nella formazione di una coscienza rettamente intesa. Per questo obiettivo serviranno tutti i mezzi formativi, ma questo è uno dei contributi più belli che arrivano da questo Sinodo. D’altra parte la Chiesa ha sempre scommesso sul valore della coscienza personale, che non è una coscienza assolutizzata, ma dialogante, aperta a cogliere il contributo dei pastori in una prospettiva di libertà.

    Guardando il Sinodo dall’esterno, è sembrato in alcuni momenti che il confronto tra 'aperturisti' e 'rigoristi' fosse molto vivace, ma che poi con il trascorrere dei giorni queste diversità siano andate sfumando. Un’impressione corretta?

    Guardando dall’esterno, forse. Dall’interno non è stato assolutamente così. Siamo tutti pastori, abbiamo tutti dato la nostra vita al Signore per amore dei nostri fratelli. Questa è la certezza di fondo che ci unisce. L’accentuazione poi è risultata diversa, sulla base delle varie realtà culturali. Ma in comune c’è la ricerca del disegno di Dio. Questa non è divisione, è comunione, è ricchezza nella varietà che trova nella Trinità il suo modello di riferimento, tre persone un unico Dio.

    Quali i temi che hanno costituito maggior motivo di dibattito?

    Innanzi tutto il tema dominante: la bellezza e il valore della famiglia come grembo della della società e della Chiesa. Poi il tema delle situazioni difficili che ha trovato una soluzione nelle tre chiavi: l’accompagnamento, il discernimento, l’integrazione. Una via pastorale molto bella che il Sinodo ha voluto indicare in modo che nessuno si senta escluso, ma compreso nell’abbraccio dell’amore di Dio.

    Il confronto, si dice, è sempre motivo di reciproco arricchimento. Lei, come presule e come teologo, qualche ricchezza trae al termine di questo Sinodo?

    Ho vissuto una straordinaria esperienza di comunione pur nella diversità, un’esperienza di fede e amore. Il tutto vissuto alla presenza di papa Francesco, garante dell’unità. Un’esperienza indimenticabile che ha richiamato, cinquant’anni dopo, la, bellezza della comunione conciliare del Vaticano II.

    “Avvenire” del 25 ottobre 2015



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