Il vescovo di Torino
ai giovani
I giovani
Essi hanno attualmente poche opportunità lavorative rispetto a un tempo, le carriere nel pubblico impiego sono bloccate, le imprese private assumono con il contagocce.
Si sente il bisogno di riforme radicali che tolgano qualcosa ai troppo garantiti per darlo ai giovani precari.
È anche importante lavorare a livello formativo per l’orientamento sia dei giovani che delle loro famiglie, sostenere le concrete possibilità di avviarsi, anche attraverso il credito agevolato, sulla via di “costruire impresa” e non solo a gestirla, ridare dignità e valore al lavoro manuale con oculate scelte politiche e culturali che favoriscano, ad esempio, l’imprenditorialità associata dei giovani. Occorre che i giovani siano disponibili a stare comunque dentro al mercato del lavoro usando al meglio le opportunità che offre, adattandosi senza remora alcuna a qualsiasi prospettiva venga loro offerta o si trovi. Non vorrei tuttavia che il tema dei giovani si riducesse al “trovare lavoro”.
La loro fragilità ha svariate cause: ruoli familiari materni e paterni indeboliti, merito disconosciuto, cultura nichilista e consumista che elimina il senso del limite, assenza di una dimensione religiosa.
Credo che sia necessario riannodare i fili del dialogo fra le generazioni, a cominciare dalla famiglia, con il contributo determinante della scuola pubblica, statale e paritaria. È un impegno anche per la nostra Chiesa diocesana, che ha bisogno di lasciarsi interpellare dalla loro “estraneità” al nostro mondo culturale, sociale e pastorale.
Forse dovremmo davvero aprire i nostri oratori anche nei centri commerciali e nei luoghi di divertimento, o proporre servizi educativi realizzabili in forma cooperativa anche presso locali di oratori o di congregazioni religiose.
Occorre dimostrare in forme efficaci ai giovani che si crede nelle loro capacità e creatività, che il mondo degli adulti ha fiducia in loro non solo a parole ma con mirate scelte politiche, economiche e culturali.
Questa è anche l’unica via per richiamarli alla loro responsabilità sul futuro, perché vivano da protagonisti e non assumano il disagio generazionale o la precarietà di vita e occupazionale come alibi per il disimpegno.
(Da "Il futuro di Torino nelle nostre mani". Lettera dell’Arcivescovo per il nuovo anno 2012)
















































