Il pane di vita

    Gesù il Cristo donato nella visione giovannea

    Cominciamo questa nostra riflessione con una citazione da un articolo di Filippo Gentiloni pubblicato sul Manifesto di domenica 9 novembre 2003. Gentiloni scrive a proposito del numero di «Testimonianze», la rivista fondata da Ernesto Balducci, allora appena uscito e dedicato al tema “ipotesi Dio all’alba del nuovo millennio”. La citazione.
    Oggi non la morte, ma «il silenzio è l’altro nome di Dio». Un silenzio che attraversa la riflessione cristiana e cattolica, sempre meno interessata a definire Dio, e sempre più interessata, invece, a Gesù Cristo. Viene in mente il famoso «Ateismo nel cristianesimo» di Ernst Bloch (Feltrinelli, 1971), che aveva, infatti, in copertina la risposta data da Gesù a chi gli chiedeva di parlare del Padre: «chi vede me, vede il Padre».
    Il Figlio più che il Padre, dunque; il fare più che il dire. Queste sembrano le direzioni prevalenti nel pensiero teologico odierno anche cattolico. Armido Rizzi (sempre su «Testimonianze») afferma: «chi ha fame di Dio non potrà placare la propria fame se non procurando pane a chi ha fame di pane; il senso della vita si trova quando si trascende la propria individualità dei bisogni e desideri verso l’universalità qualitativa di ogni atto che permette l’irruzione del Dio per l’uomo». Dio non è morto, dunque, ma ha cambiato volto.
    Un pensiero, quello attuale su Dio, che risente inevitabilmente anche dell’ermeneutica che ha preso largamente il posto di quella metafisica che per secoli ha dominato la riflessione su Dio.
    Non a caso la sociologia religiosa, con le sue analisi sull’esistente, sembra aver preso spesso il posto della riflessione teologica. Uno spostamento di grande interesse, anche perché accompagnato dallo spostamento a favore dell’etica. Dio, più che dirlo, bisogna «farlo».
    Ci sembra che questa citazione ci aiuti a vedere la nostra ricerca, il nostro tentativo di capire Dio, di parlare di Dio, come una ricerca volta, prima di tutto, a «fare» Dio cioè ad essere alla sequela del Cristo, piuttosto che alla ricerca di un’astratta comprensione di un discorso sul Cristo! e che l’affermazione di Armido Rizzi («chi ha fame di Dio non potrà placare la propria fame se non procurando pane a chi ha fame di pane») ci faccia comprendere che non possiamo parlare del Cristo – pane di vita, senza occuparci del pane da dare a chi è oggi affamato. Per questi motivi partiremo proprio dal pane, dal cibo per gli affamati, per cogliere il senso del pane di vita proposto dall’evangelo di Giovanni.
    Ci è stato spiegato il passo in cui l’apostolo Paolo scrive «Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell'unico pane». Ma è proprio vero che c’è un unico pane? No! Non c’è un unico pane. C’è il pane del ricco e le briciole che cadono dal suo tavolo e che Lazzaro raccoglie; c’è il pane del primo mondo e il non pane del terzo mondo; c’è il pane che diventa duro sulle nostre tavole e viene buttato via e il pane che manca su innumerevoli altre mense. C’è il pane sognato, come un miraggio, da milioni di esseri umani e il pane rifiutato, sprecato, il pane che diventa spazzatura per molti altri esseri umani. Succede nelle nostre case! No! Non c’è un unico pane! Addirittura non c’è pane in milioni di case! E forse, appunto, non c’è pane perché non c’è un unico pane. Non c’è pane per molti perché non c’è un unico pane per tutti. Sì, questa è la nostra esperienza: il pane divide, se non è unico, se non è lo stesso per tutti. Il pane divide l’umanità perché non c’è un unico corpo: c’è il corpo saziato e il corpo affamato, c’è il corpo ben pasciuto e il corpo scheletrito, il corpo superalimentato e il corpo denutrito. Allora dovremmo riscrivere il versetto tratto dalla prima lettera ai Corinzi, dovremmo scrivere: «Siccome non vi è un unico pane… non siamo un corpo unico».
    Ma può il pane diventare vincolo di unità anziché motivo di divisione? Sì, questo è possibile, anzi è la grande possibilità, la grande realtà dell’evangelo. Lo illustra bene l’episodio della moltiplicazione dei pani, l’unico miracolo narrato da tutti e quattro i Vangeli, forse la più grande e la più bella parabola vivente del regno di Dio, una delle più audaci e possenti evocazioni di comunione umana e cristiana contenute nel Nuovo Testamento. I cinquemila sono un corpo unico perché vi è pane per tutti e, per tutti, un unico pane. Quella che di solito viene chiamata «la moltiplicazione dei pani» in realtà, come dice il testo, è stata anzitutto uno «spezzare» il pane, cioè un dividere, suddividere e condividere il pane. La vera moltiplicazione è la suddivisione. Il pane unisce solo se lo si spezza con gli altri, solo se lo si divide. Rispetto ai cinquemila, il pane dei discepoli divideva questi ultimi dalla folla che non aveva pane. L’intervento di Gesù consiste nel dividere il pane dei discepoli con la folla e così quel pane diventa pane di unità tra i discepoli e la folla. Questo, molto concretamente, significa: il mio pane mi divide da te finché non lo spezzo con te. Ma bisogna che venga il Cristo a prenderlo dalla mia mano possessiva ed egoista che non vuole spezzare il pane e dividerlo con l’altro; bisogna che venga Cristo e prenda nelle sue mani il mio pane, lo spezzi e lo moltiplichi. È la moltiplicazione attraverso la divisione. Questa è l’aritmetica di Dio! Il pane non divide più dal momento in cui si comincia a condividerlo… «Siccome vi è un unico pane, noi, che siamo molti, - noi che siamo cinquecento, noi che siamo cinquemila - siamo un corpo unico, perché partecipiamo tutti a quell'unico pane.»
    Ed ancora Gesù, nell’ultima cena, farà un passo avanti e dirà ai discepoli: la comunione dell’unico corpo non è solo la condivisione del pane, ma anche la condivisione di Cristo. Per costituire l’unico corpo non basta l’unico pane, occorre anche l’unico Signore. Ma appunto non l’uno senza l’altro, non il pane senza il Cristo, né Cristo senza il pane. Due sono le figure di Cristo che, in questa linea, l’evangelo ci presenta: la prima è Cristo che distribuisce il pane, la seconda è Cristo che si distribuisce come pane.
    Dobbiamo stare molto attenti a non fare in modo da rimuovere la prima figura, quella del Cristo che distribuisce il pane, conservando solo la seconda figura, quella del Cristo che si distribuisce come pane. Perché altrimenti conserveremo solo un rito vuoto, privo di senso, privo di significato, perché avremo perso di vista i cinquemila affamati (i milioni di affamati!) che sono dovuti andare in giro a cercarsi il pane che non gli abbiamo dato, tutti presi dalla celebrazione del nostro rito.
    E dunque «Siccome vi è un unico pane …» il pane quotidiano ed il pane della cena del Signore sono un unico pane. E se, fino ad oggi, abbiamo soltanto saputo trasformare il pane quotidiano nel pane che ci serviva per celebrare la Cena, oggi dobbiamo imparare a trasformare il pane della Cena del Signore nel pane quotidiano da distribuire ai milioni di affamati che vi sono nel mondo.
    Quotidiano, il pane quotidiano è quello che chiediamo nel Padre Nostro, chiediamo il pane di tutti i giorni, il pane da mangiare, quello che ci nutre meglio di qualsiasi altro cibo. Forse dobbiamo fare mente locale a questa espressione, perché mi sembra che la usiamo ormai senza renderci più conto del significato delle parole che pronunciamo.
    Quando noi diciamo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano», il testo greco del Vangelo scrive, al posto di «quotidiano», epioùsion, una parola per noi incomprensibile. Essa non appariva in nessuno scrittore e filosofo greco: era soltanto qui, nel capitolo 6 dell’Evangelo di Matteo e nel capitolo 11 dell’Evangelo di Luca. Ho voluto fare una verifica e sul vocabolario di greco di mia figlia ho riscontrato che questi due passi evangelici sono gli unici esempi citati a proposito del termine epioùsion. Ebbene, questa parola ricorreva in un tardo papiro egiziano, insieme a un elenco di spese giornaliere: fave, ceci, olio, fegato, carni, fichi, sale, bietole. Mescolato tra queste parole che sembrano appartenere agli appunti d’una padrona di casa, abbiamo: «mezzo obolo (cioè una somma piccolissima) per epioùsion».
    Non conosciamo quale fosse l’originale parola aramaica, pronunciata dai primi discepoli di Gesù, che sta nascosta dietro il misterioso epioùsion. Possiamo limitarci a un’ipotesi. Quando, verso la fine del primo secolo dopo Cristo, un traduttore anonimo volle renderla in greco, impiegò un termine del linguaggio popolare, che non ricorreva nei libri di filosofia e di religione. Aveva bisogno di una parola unica, ignota ai sapienti, che suscitasse tra loro meraviglia e forse scandalo: appunto per questo, essa gettava luce su ciò che aveva di scandaloso la nuova religione predicata sulle rive del Giordano. «Il pane nostro, quello epioùsion, dà a noi oggi», così Gesù Cristo raccomandava di pregare. Insomma si tratta di una parola della spesa quotidiana, che forse tutte le massaie conoscevano, usata paradossalmente per definire ciò che aveva di particolare e quasi esclusivo la religione annunciata agli ebrei e ai cristiani. Il pane epioùsion, che secondo Gesù dobbiamo richiedere a Dio, è in primo luogo quello necessario alla nostra esistenza: il pane del bisogno e del sostentamento. Dobbiamo richiedere soltanto il pane che ci è indispensabile: nient’altro; il «pane della nostra ristrettezza», come dice la versione siriaca del Padre nostro.
    Gli Evangeli ricordano di continuo che l’uomo è una creatura effimera, fragile passeggera: che dipende dalle cose che lo circondano e dal paesaggio che Dio gli crea intorno. L’uomo manca di tutto. Come affermano le Beatitudini, egli è «afflitto», «ha fame e sete di giustizia», «è affaticato e aggravato»; e persino le sue qualità - «povero di spirito», «mite», «puro di cuore» - sono profondissime mancanze, assenze, privazioni e negazioni di sé, le quali, diceva Platone nel Simposio, costituiscono il suo dono supremo. Il Padre nostro ci ricorda che egli manca di pane. Se prega, Dio scende e gli dà il pane: la prima grazia della sua esistenza. Secondo l’Evangelo di Matteo, Dio gli dà oggi questo pane: giorno per giorno; non domani, non ogni giorno, non sino alla fine della vita, come invece chiede il Vangelo di Luca. La preghiera di Matteo è istantanea e invoca una grazia istantanea: domani invocheremo un altro pane con un’altra preghiera. Sullo sfondo di questa richiesta, sta il passo famosissimo dell’Esodo che abbiamo citato prima. Quando Jahvé fa scendere la manna dal cielo, gli ebrei devono raccoglierla «giorno per giorno»: nessuno può conservarla fino al giorno successivo, perché altrimenti genera vermi e imputridisce. Più tardi, sempre il Vangelo di Matteo ammonisce: «Non affannatevi per il domani», perché il domani avrà cura e sì preoccuperà di se stesso: «a ciascun giorno basta la sua pena». Così, all’inizio del secondo secolo, un rabbino dice: «Colui che ha da mangiare oggi e dice: “Cosa mangerò domani?” è un uomo di poca fede».
    Queste frasi ebraiche e cristiane rivelano il respiro della rivelazione cristiana. La nostra vita è fatta di assoluto presente: attimo effimero dopo attimo effimero, momento dopo momento, istante dopo istante, ora dopo ora, punto dopo punto, ognuno sufficiente a se stesso e benedetto da Dio. Viviamo nell’ispirazione della grazia che Dio infonde, goccia dopo goccia, nel cuore di ognuno di noi.
    Un’altra sfumatura. Abbiamo davanti a noi un rischio: quello di fare come le folle del nostro racconto, le folle che si interessano del pane ma non del Messia che dà il pane. Insomma le folle hanno letto il segno del miracolo secondo i propri schemi, non lo hanno capito secondo il suo vero significato. E così Gesù rispose loro: «In verità, in verità vi dico che voi mi cercate, non perché avete visto dei segni miracolosi, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati. Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna». E così, ancora, «Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo». Insomma la ricerca del nostro vantaggio, ma anche soltanto dei nostri piani e progetti impedisce di leggere il miracolo come segno rivelatore del Cristo e di aprirci alla fede.
    Il pane epiousios è quello indispensabile per il viaggio: il pane (o il viatico) necessario, come le fave, i ceci, l’olio, i fichi, il sale, le bietole, enumerati nel papiro egiziano. I cristiani sono dunque ospiti e stranieri sulla terra: anche quando sembrano immobili, compiono un viaggio, fatto di piccole tappe, che riprende ogni giorno, da un luogo a un altro luogo, sempre eguale e sempre diverso. Almeno nella preghiera, ogni tappa del viaggio è accompagnata dal dono celeste del pane.
    Pregare per il pane quotidiano, per il pane epiousios, è chiedere a Dio l’equipaggiamento che ci permette di impegnarci adeguatamente per la realtà che viene, per il Regno. L’equipaggiamento del credente non è quello del sazio, del potente, del ricco, ma del povero che ha solo la razione quotidiana di ciò che è necessario per la vita e per il suo viaggio. La domanda «dacci oggi il nostro pane quotidiano» non è un meccanismo che ci garantisce il mantenimento del nostro benessere individuale, ma è la preghiera di coloro che vogliono investire altrove la propria umanità, la propria speranza, il proprio futuro. È la preghiera di coloro che sono alla ricerca di una realtà nuova, del Regno di Dio di cui hanno chiesto la manifestazione nella domanda «venga il tuo Regno».
    Passiamo, adesso, al tema centrale che ci occupa questa sera, al tema del Cristo pane di vita. E scopriamo che il testo si dipana attraverso una serie di incomprensioni e di contrapposizioni, scopriamo che il tema dell’incomprensione sottolinea tutti i momenti cruciali del nostro brano. Proviamo ad elencare le incomprensioni e le contrapposizioni nelle quali ci imbattiamo.
    La prima contraddizione la abbiamo già incontrata, ma merita di essere qui ricordata, essa è contenuta nei versetti 14 e 15: «14La gente dunque, avendo visto il miracolo che Gesù aveva fatto, disse: «Questi è certo il profeta che deve venire nel mondo». 15 Gesù, quindi, sapendo che stavano per venire a rapirlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, tutto solo.» Le folle non hanno compreso il segno della moltiplicazione dei pani. Lo hanno letto coi loro occhi, prendendolo a conferma della loro parziale ed equivoca attesa messianica. Per questo Gesù si ritira.
    La seconda incomprensione è contenuta nei versetti 41 e 42: «41 Perciò i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: «Io sono il pane che è disceso dal cielo». 42 Dicevano: «Non è costui Gesù, il figlio di Giuseppe, del quale conosciamo il padre e la madre? Come mai ora dice: "Io sono disceso dal cielo?"». I giudei non riescono a convincersi dell’origine divina di Gesù: il suo aspetto terreno, fenomenico, sembra loro incompatibile con la sua proclamata origine celeste, sono sconcertati dal contrasto tra le affermazioni del Cristo e la sua realtà storica, non comprendono la manifestazione di Dio sulla terra, non comprendono la sua possibilità di inserimento nella storia.
    La terza incomprensione è contenuta nel versetto 52: «52 I Giudei dunque discutevano tra di loro, dicendo: «Come può costui darci da mangiare la sua carne?». I giudei non comprendono il significato di «sangue» e di «carne», non comprendono che la comunione con Cristo è l’unica strada di salvezza, ma soprattutto non comprendono che la strada tracciata da Dio per l’umanità è un progetto di donazione. Inoltre, c’è da chiedersi da cosa sia motivata l’insistenza e il realismo del «mangiare» e del «bere» del discorso contenuto nei versetti 53-55? È lecito pensare che l’evangelista abbia voluto polemizzare contro gli spiritualisti che tendevano a svuotare di ogni senso il gesto, la concretezza della vita umana ed, alla fine, la stessa incarnazione. Contro questo atteggiamento, l’evangelista parla, con estremo realismo, di «carne» e di «sangue», di mangiare e di bere. Non un vuoto sacramentalismo (badate bene!) alla ricerca del gesto materiale che rischia di diventare un gesto magico, che rischia di mettere in ombra la presenza del Cristo vivente e dello Spirito. Giovanni è attento al Cristo-Parola. Allo stesso tempo, però, bisogna dire che nel pensiero dei giudei le opere di Dio sono le cose esteriori, il culto, i sacrifici che Dio esige dai suoi adoratori. Gesù parla, invece, di un’unica opera: credere in colui che Dio ha mandato. Dunque per Giovanni al centro non c’è il culto, non c’è il sacrificio, non c’è il gesto concreto, non c’è una qualche forma di sacramento, ma la fede. Quale fede, però, che cosa significa questa parola in questo specifico contesto? Nel testo greco il verbo credere è «pisteuein» ed è costruito con «e„j» e l’accusativo: significa aver fiducia in Gesù, affidarsi a lui, accettare il cambiamento, superare le proprie attese, uscire dalla propria visione. Deve trattarsi, insomma, di una fiducia tanto grande da indurci a cambiare vita per metterci alla sequela del Cristo. E non basta cambiare concretamente, praticamente, vita e cioè fare cose diverse da quelle che si facevano, occorre invece soprattutto cambiare i motivi profondi che ispirano la nostra vita.
    La quarta, più che un’incomprensione, è una contraddizione, una contrapposizione che possiamo definire come l’opposizione fra l’antica e la nuova economia. Il pane di vita non è quello che mangiarono i progenitori dei giudei che Gesù ha davanti: quel pane, che pure proveniva da Dio, che era un «pane celeste», fu mangiato dagli ebrei che fuggivano dalla schiavitù d’Egitto, eppure essi sono morti, come dice il versetto 58. Il tema del contrasto col dono della manna era già presente nel miracolo della moltiplicazione dei pani: la manna periva e non poteva essere conservata, mentre il pane di Cristo rimane ed è abbondante tanto da riempirne dodici ceste dopo che tutti ne hanno mangiato. Nel discorso di Gesù sul pane di vita lo stesso tema ritorna in modo più esplicito: qui viene sottolineato il superamento ed il compimento. Il pane di vita non è un cibo materiale, ma la parola di Dio. Vi sono, nel discorso, riferimenti al banchetto della sapienza (Pr 9: 5-6 «5 Venite, mangiate il mio pane e bevete il vino che ho preparato!» 6 Lasciate, sciocchi, la stoltezza e vivrete; camminate per la via dell'intelligenza!» - Is 55:1-3 «1 O voi tutti che siete assetati, venite alle acque; voi che non avete denaro venite, comprate e mangiate! Venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte! 2 Perché spendete denaro per ciò che non è pane e il frutto delle vostre fatiche per ciò che non sazia? Ascoltatemi attentamente e mangerete ciò che è buono, gusterete cibi succulenti! 3 Porgete l'orecchio e venite a me; ascoltate e voi vivrete; io farò con voi un patto eterno, vi largirò le grazie stabili promesse a Davide.») ed al banchetto escatologico – messianico (Is 65:11-13 «11 Ma voi, che abbandonate il SIGNORE, che dimenticate il mio monte santo, che apparecchiate la mensa a Gad e riempite la coppa di vino profumato a Meni, 12 io vi destino alla spada e vi piegherete tutti per essere scannati; poiché io ho chiamato, e voi non avete risposto; ho parlato, e voi non avete dato ascolto; ma avete fatto ciò che è male ai miei occhi e avete preferito ciò che mi dispiace». 13 Perciò, così parla il Signore, DIO: «Ecco, i miei servi mangeranno, ma voi avrete fame; ecco, i miei servi berranno, ma voi avrete sete; ecco, i miei servi gioiranno, ma voi sarete delusi»). Ora Gesù, il Gesù storico, figlio del falegname, afferma di riassumere in sé tutte queste attese e di portarle a compimento. E se il pane di vita rappresenta il superamento della manna costituendo un primo scandalo, lo scandalo per tutti coloro che si aspettano ed esigono un Dio ripetitivo e si trovano di fronte un Dio che propone sempre cose nuove, il secondo e più grave scandalo è costituito da questo proporsi di Gesù come colui che porta a compimento tutte le promesse e le attese dell’Antico Testamento.
    Davanti alle tante interpretazioni sacramentali, «eucaristiche» del capitolo 6 di Giovanni ed in particolare dei versetti 51b-58, si ha l’impressione che il mangiare, il bere, il masticare un cibo particolare prendano il posto di quella che è l’essenza della Cena del Signore secondo i capitoli 10 e 11 della prima lettera ai Corinzi e cioè della proclamazione della morte del Signore, manifestata dall’amore per i poveri ed i deboli. Sembra quasi che la semplice assunzione materiale di una medicina miracolosa, purché il mangiare ed il bere siano ispirati dallo Spirito di Dio e compiuti nella fede, prendano il posto occupato (specialmente in Luca e Paolo) da una testimonianza missionaria al Cristo crocifisso. Le cose che altri testimoni neotestamentari hanno detto sulle caratteristiche di questo pasto di testimonianza, cioè sull’amorevole accettazione reciproca dei partecipanti, sul mutuo servizio e l’umiltà, in Giovanni 6 sembrano sostituite da un pesante individualismo: un semplice processo fisico, mangiare e bere, non viene forse dichiarato la condizione della salvezza individuale? Chi mastica e beve ha vita e sarà risuscitato; quelli che mangiano e bevono rimangono in Gesù e Gesù rimane in loro, chi non riesce a mangiare la sua carne e bere il suo sangue è escluso dalla vita che è il possesso, il privilegio e il dono di Dio e di Gesù Cristo.
    Insomma dobbiamo chiederci se Giovanni 6 contiene o non contiene il messaggio specifico che la fede in Cristo non può esistere senza la fede nel mistero dell’eucaristia. Non appena citavano il capitolo sesto di Giovanni, e specialmente i versetti 51 – 58 i sostenitori del sacramentalismo hanno sempre avuto partita vinta contro coloro che volevano sottolineare il carattere sociale ed etico della Cena, contro coloro che volevano porre l’accento sull’amore, sulla condivisione, sul servizio, sull’ordine di agire basato sulle parole «fate questo…». I più solidi argomenti biblici sembravano parlare in favore dell’interpretazione sacramentale.
    Agostino, il padre della chiesa, nei suoi scritti sul nuovo testamento e nei suoi trattati presenta una teologia fortemente sacramentale eppure, quando, nel suo commento all’Evangelo di Giovanni, esamina il capitolo 6, si astiene da una simile interpretazione. Egli, invece, interpreta i versetti 32-58 come una descrizione della relazione di fede con Cristo, ma in generale ritiene che l’intero capitolo sia un invito a credere in Gesù Cristo. Secondo Agostino il centro, il sommario del capitolo è costituito dal versetto 47: «in verità, in verità io vi dico, chi crede in me ha vita eterna». Agostino usa delle espressioni molto significative: «credi, e hai mangiato», «credere in lui, questo è consumare il pane vivente».
    Ma, come è normalmente accaduto nelle vicende del cristianesimo, il compromesso fra la voce di Agostino e la pratica sacramentale prese il sopravvento e così si pervenne alla soluzione seguente: Agostino non intendeva rifiutare l’interpretazione sacramentale del passo di Giovanni 6, ma intendeva soltanto dire che il mangiare nel corso dell’eucaristia deve esser fatto con fede. Così le due parti antagoniste venivano riconciliate ed il carattere sacramentale dell’eucaristia non solo era salvaguardato, ma addirittura era anche rafforzato e solennizzato dal riferimento alla posizione agostiniana.
    Un’altra possibilità interpretativa del cosiddetto capitolo eucaristico dell’Evangelo di Giovanni, una possibilità che riapre l’interrogativo se Giovanni 6 contenga o non contenga il messaggio specifico che la fede in Cristo non può esistere senza la fede nel mistero dell’eucaristia, è quella che possiamo definire esegetico – letteraria o delle interpolazioni.
    La critica letteraria ed esegetica ha individuato le fonti da cui l’Evangelo di Giovanni sarebbe costituito e, tra queste fonti, vi è un cosiddetto «redattore ecclesiastico» al quale sarebbero da attribuire l’inserimento, nell’opera ormai finita, di alcune interpolazioni. Le parti attribuite a questo «redattore ecclesiastico», queste interpolazioni, riguardano in particolare i sacramenti del battesimo (Giov 3:5 “Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d'acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio …»”) e dell’eucaristia (il passo dell’Evangelo di Giovanni contenuto nei versetti 51b-58), la resurrezione futura e il giudizio finale (per esempio Giov 5: 25-29 “25 In verità, in verità vi dico: l'ora viene, anzi è già venuta, che i morti udranno la voce del Figlio di Dio; e quelli che l'avranno udita, vivranno. 26 Perché come il Padre ha vita in sé stesso, così ha dato anche al Figlio di avere vita in sé stesso; 27 e gli ha dato autorità di giudicare, perché è il Figlio dell'uomo. 28 Non vi meravigliate di questo; perché l'ora viene in cui tutti quelli che sono nelle tombe udranno la sua voce e ne verranno fuori; 29 quelli che hanno operato bene, in risurrezione di vita; quelli che hanno operato male, in risurrezione di giudizio.”). Queste aggiunte, queste interpolazioni, resero accetto e rispettabile il Vangelo alla maggioranza delle chiese, poiché si può presumere che una gran parte delle comunità abbia inizialmente rifiutato di utilizzare un resoconto della vita, della morte e della resurrezione di Gesù in cui mancassero sia un testo d’istituzione dei sacramenti, sia l’annuncio del futuro giudizio escatologico e la resurrezione. Dunque il cosiddetto testo eucaristico di Giovanni 6 è definitivamente etichettato come un prodotto della chiesa post – apostolica e non considerato il resoconto di parole realmente pronunciate dal Gesù storico. Infatti l’epoca storica ed il fondamento relativo hanno poco a che vedere con la volontà e le parole di Gesù in persona, come sono state ricostruite dalla ricerca storica negli ultimi 250 anni.
    Un’ultima prospettiva di lettura, che può aiutarci a rispondere al nostro interrogativo se Giovanni 6 contenga o non contenga il messaggio specifico che la fede in Cristo non può esistere senza la fede nel mistero dell’eucaristia, è quella che si rifà al tema dei discorsi simbolici o metaforici.
    Nell’Evangelo di Giovanni Gesù inizia spesso un suo discorso simbolico con le parole «io sono». Nei suoi discorsi figurati, più che altrove, Gesù dichiara chi egli sia e quello che fa per il suo popolo e per il mondo. In questi passi egli annuncia che è lui il (buon) Pastore, la luce (del mondo), la vite (coltivata da Dio Padre), il vero cibo ed anche il pane di vita. Ma in questi stessi discorsi, in cui è contenuta l’auto – rivelazione di Cristo sotto queste metafore, sono descritte anche le azioni e gli atteggiamenti promessi ed attesi del popolo al quale il Figlio di Dio è stato inviato. Se Gesù Cristo è il Pastore, le persone sono le pecore o il gregge in quanto lo ascoltano, lo seguono e sono da lui protette contro il lupo. Se egli è la vite, gli esseri umani sono i tralci che sono accuditi e messi in grado di produrre molto frutto. Se egli è il pane gli esseri umani sono le persone che mangiano e per questo ricevono la vita. Se egli è la porta, invita le persone ad entrare per essa, invece di scavalcare il recinto. Se egli è la via, le invita a venire ed a seguirlo, anziché voltargli le spalle ed andare per altre strade.
    Insomma le descrizioni degli atteggiamenti e delle azioni delle persone che ascoltano la rivelazione della persona e dell’opera del Messia sono altrettanto simboliche e figurate quanto l’auto – descrizione di Gesù. Una interpretazione letterale di questi discorsi simbolici sarebbe assurda sia per quanto riguarda l’auto-descrizione di Gesù, sia per quanto riguarda la descrizione dell’azione e degli atteggiamenti degli esseri umani: coloro ai quali Gesù si rivolge non hanno bisogno di belare per appartenere al suo gregge; non si insegna loro a fare il bagno di sole quando Gesù si proclama la luce del mondo; entrare varcando le porte delle chiese anziché scavalcare le staccionate non li rende meglio veri credenti. Le parti figurative dei discorsi simbolici si riferiscono ad atteggiamenti ed azioni spirituali e non a forme di comportamento fisiche ed esteriori. Ed, anche quando il discorso poetico e simbolico include parole ed espressioni che si riferiscono ad eventi ed azioni fisiche, la loro interpretazione non è mai completamente letterale: il buon Pastore in effetti muore, ma non sbranato da un lupo, bensì appeso ad una croce; entrare nel suo ovile significa, in realtà, unirsi ad una delle comunità che si riuniscono nel nome di Gesù per il culto.
    Ebbene queste osservazioni devono essere applicate anche all’esposizione di Giovanni 6:51b-58. Intesi letteralmente, svuotati del linguaggio per immagini e da significati figurativi, questi versetti vorrebbero dire che o il cannibalismo o la teofagia (mangiare la divinità nella forma in cui essa si presenta) sono precondizioni, mezzi esclusivi per ottenere la vita eterna. Dobbiamo essere grati all’evangelista per il fatto che presenta la reazione degli ascoltatori ebrei alle parole di Gesù. Se interpretassimo letteralmente quelle parole, la nostra reazione sarebbe identica alla loro, chiunque ci pensasse con un minimo di buon senso rimarrebbe perplesso, imbarazzato e scandalizzato da questo «parlare duro» di Gesù (versetto 60) specialmente per quanto riguarda le parole che si riferiscono all’uso della sua carne e del suo sangue come cibo e bevanda. Ci sarebbe da prendere in seria considerazione l’eventualità di abbandonare la compagnia di Gesù come fece la maggior parte della più vasta cerchia dei discepoli. E non soltanto per un senso di comprensibile ribrezzo davanti alla prospettiva di mangiare carne umana, ma soprattutto perché avvertiremmo come incoerente questo invito con il complesso delle indicazioni che Gesù stesso ci ha rivolto in tutto il Nuovo Testamento. Il capitolo 6 dell’Evangelo di Giovanni non può essere separato da tutto ciò che viene detto nel Nuovo Testamento circa l’unicità o la completezza della salvezza recata dal Messia d’Israele e Salvatore del mondo. Quale bene potrebbe venire dal masticare una persona o un Dio e dal berne il sangue, insieme con (oppure al posto di) vero pane e vero vino? È evidente che i versetti 51b-58 (assurdi ed inspiegabili se intesi come discorso chiaro, non figurato) sono presentati come linguaggio simbolico. Carne e sangue, mangiare e bere sono elementi di un discorso figurato e sono la chiarificazione e la spiegazione dei versetti 32-51a. Il procedimento di interpretazione di un discorso simbolico e figurato con un altro discorso altrettanto simbolico corrisponde al procedimento di spiegazione di una parabola nei vangeli sinottici. In realtà i versetti 51b-58 allargano ed approfondiscono, illustrano e chiarificano l’intenzione del discorso sul pane. Altrimenti anche noi saremmo condotti all’incomprensione esemplificata dall’obiezione giudaica: «come può costui darci da magiare la sua carne?» contenuta nel versetto 52.
    Dunque il pane di vita che Gesù dona all’umanità (il contenuto dei versetti 32-51a) viene spiegato da «la sua carne» e «il suo sangue». In altre parole la domanda: «in che modo Gesù è il pane di vita che può essere mangiato?» trova risposta nell’affermazione: «dal momento che egli divenne ed è carne, che può essere mangiata, e sangue, che può essere bevuto».
    E qui è necessaria una precisazione: se il testo facesse riferimento alla sola carne di Cristo ci porterebbe a pensare alla sola incarnazione, ma carne e sangue in due versetti separati, ma strettamente collegati, e il sangue versato si riferiscono alla morte violenta di una persona o di un animale oppure alla morte sacrificale di un agnello, di una giovenca, di un bue. Dunque, se esaminiamo il nostro testo alla luce di queste avvertenze, possiamo concludere che Gesù è il pane di vita soltanto con la sua morte, soltanto dando la sua vita egli dà vita eterna agli altri. Il capitolo 6 dell’Evangelo di Giovanni parla dell’incarnazione e del sacrificio di Cristo e non dell’eucaristia. E per quanto riguarda le persone, gli esseri umani ed il loro dover mangiare la carne e bere il sangue di Gesù non c’è altro significato che quello cui accennavamo più sopra: se egli è il pane gli esseri umani sono le persone che mangiano e per questo ricevono la vita. Come recita il versetto 14 del capitolo 1 dell’Evangelo di Giovanni, “e la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità”, quella Parola, divenuta carne, dobbiamo mangiare, e la vita di Gesù (il suo sangue!) offerta per noi dobbiamo accogliere (bere!) per ricevere come dono la grazia del Signore.
    Noi sappiamo che la parola «vita» è l’espressione che Giovanni usa per indicare la salvezza. Ma quali sono le caratteristiche di questa vita eterna, di questa salvezza? Proviamo, anche qui, ad elencare queste caratteristiche per scoprire la ricchezza di comprensione che ci viene dal discorso di Gesù.
    Essa è una vita dono, che viene da Dio e di fronte alla quale l’essere umano è impotente. Un tale dono può provenire da Dio soltanto, è frutto della grazia e questo è spiegato in tre modi: essere dato a Gesù (vv. 37.39), essere attirato dal Padre (v.44), essere istruito da Dio (v. 45). Nessuno, dunque, può far scattare in sé il movimento della fede senza la chiamata del Padre. Credere nel Cristo non è in potere dell’essere umano. Questi si limita ad acconsentire alla grazia che gli viene offerta, si apre alla grazia, si mostra disponibile alla grazia, pur avendo la possibilità di rifiutarla. Infine è una vita che, come abbiamo già sottolineato, supera le attese dell’essere umano e le contesta, costringendo l’essere umano a superare le proprie concezioni, i propri piani e progetti. Per questo a molti appare deludente. Questa vita, questa salvezza esige la comunione con Cristo e in essa si esplica. Essa è una vita universale, per tutti, non solo per alcuni. Essa è una vita simultaneamente presente e futura. E così siamo arrivati al punto centrale del nostro brano, all’affermazione del Signore Gesù che dice ai discepoli: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà mai più sete.» Via via che sgraniamo il rosario dei significati, il panorama della mente cristiana, in apparenza, si capovolge. Nella Bibbia, come abbiamo visto, il pane condiviso reca con sé una promessa, un annuncio, una benedizione, è il segno del banchetto del Regno, cioè della nuova realtà di comunione, è il segno dell’attesa della partecipazione dell’umanità all’abbondanza della grazia di Dio. Il pane quotidiano diventa il pane dell’attesa di una nuova realtà di comunione e di sazietà per tutti. Insomma il pane ™pioÚsioj, il pane quotidiano, il pane di oggi, diventa il pane di domani, diventa quello del futuro: «Il pane per domani - così Gesù suggerisce di invocare il Padre - daccelo già oggi». In ogni istante della sua esistenza, il cristiano attende il pane del tempo della salvezza, della fine degli anni, del Regno che deve venire. Forse il Regno è già qui, senza che noi lo sappiamo: forse verrà prestissimo, forse in un futuro che non possiamo né anticipare né prevedere; in qualsiasi caso, malgrado ogni rinvio, ogni ritardo, ogni posticipazione, esso scenderà luminosamente o segretamente tra noi. Ma l’attesa può non essere completa. Il pane dell’attesa! Quando preghiamo: «dacci oggi il nostro pane quotidiano» ci impegniamo per il futuro. Infatti l’attesa non può essere passiva, l’attesa non può essere soltanto aspettare che il pane sia dato a tutti, oppure, peggio ancora, che la salvezza ci arrivi senza che noi mostriamo la nostra disponibilità ad accoglierla. Se l’attesa è passiva dire «nostro pane quotidiano» (nostro, stiamo attenti, non mio!) diventa una terribile ipocrisia. Invece un’attesa attiva vuol dire che tutto ciò che facciamo deve essere fatto nella prospettiva del Regno, che tutto ciò che facciamo deve essere fatto e vissuto in uno spirito di convivialità e di comunione e non di egoismo e di interesse e di profitto. Il problema della fame, della mancanza del pane deve essere pensato non solo in termini di pietà, di offerta, di obolo, ma appunto nello spirito di convivialità e di comunione. Ricordiamoci che quando pronunciamo le parole «dacci oggi il nostro pane quotidiano» ci assumiamo di fronte al Padre una responsabilità che non ci è consentito poi di delegare ad altri. Ed allora, care sorelle e cari fratelli concludiamo questa nostra riflessione dicendo che il nostro oggi non è mai pieno. Se Dio ci dà, oggi, il «pane della nostra ristrettezza», esso è soltanto un anticipo. Il pane assoluto lo avremo soltanto nel Regno di Dio; e perciò, quando mangiamo ciò che ci è necessario, dobbiamo ricordare (perché ricordiamo anche il futuro) la rivelazione piena e definitiva alla fine dei tempi.