La morte di Rachele

    paradigma della Pasqua

    Bruna Costacurta


    Fra tutti i testi dell'antico testamento questo sembra proprio essere il testo più esplicitamente pasquale, se uno riesce a rendere esplicite le cose implicite. Il testo si trova al capitolo 35 del libro della Genesi.
    Ciò che è avvenuto prima è sicuramente da voi conosciuto. Rachele è la moglie amata di Giacobbe, il quale, dopo essersi innamorato di lei, accetta di lavorare per sette anni per Labano per sposarla, ma, al termine di questo periodo, Labano lo inganna e gli fa sposare Lia. L'amore per Rachele però è tale che Giacobbe è pronto a lavorare per altri sette anni pur di avere la donna che ama.
    Rachele è la moglie preferita di Giacobbe, che come tutte le madri del popolo era segnata da quella dimensione di morte, di maledizione e di vergogna che era la sterilità, e davanti alla quale Rachele recepisce la dimensione di morte che la sta toccando. Il figlio, per il mondo biblico, rappresenta per i genitori la possibilità di vivere al di là della loro morte. Poiché il figlio rappresenta la carne dei genitori, il prolungamento della loro carne, rappresenta anche la garanzia di prolungamento della loro vita. La loro vita e loro carne adesso è lì, incarnata al di fuori di loro, in questo figlio. Questo figlio vive in una carne che è quella dei suoi genitori e con una vita che è quella dei suoi genitori. Quando poi i suoi genitori moriranno la loro carne e la loro vita potrà continuare a vivere nella carne e nella vita del figlio, il quale poi avrà a sua volta un figlio e quindi quella carne continuerà a vivere anche dopo la morte di questo figlio e così di generazione in generazione, di modo che chi ha un figlio entra in qualche modo in una prospettiva di vita che dura per sempre.
    La sua vita non finisce, la sua vita continua dopo di lui nel figlio del figlio del figlio, fino a quando la generazione della carne non servirà più perché sarà venuto il Messia negli ultimi tempi ed allora ogni israelita sarà presente alla venuta del Messia, attraverso i figli dei figli dei figli e lì poi non servirà più la generazione della carne. Ed ecco che noi tutti, che siamo qui senza figli, riusciamo a capire in che senso il nostro essere senza figli non ci fa morire, ma ci fa vivere, dato che il Messia è venuto e noi siamo entrati in una dimensione diversa.
    Per Rachele, come per ogni donna d'Israele, questa sterilità è morte, vissuta in modo talmente drammatico che ad un certo punto c'è quella scena famosa, molto bella, di Rachele che si rivolge a Giacobbe, suo marito, e gli dice: "dammi dei figli, altrimenti muoio!". E Giacobbe risponde: “Non sono mica Dio che posso aprire e chiudere il grembo”. L’idea è: se io non ho dei figli, muoio e quindi dammi dei figli, altrimenti io muoio.
    Questo è ciò che precede questo testo. Finalmente Dio guarda alla desolazione di questa madre del popolo, apre il suo grembo e Rachele genera, partorisce un figlio che chiama Giuseppe, che in ebraico vuol dire "che lui lo faccia ancora", "che lui continui a farlo ". Questo nome ha una funzione augurale: si vuole mettere nella carne del primo figlio il desiderio e la speranza di un secondo figlio: "che Dio lo faccia ancora", "che Dio me ne dia un altro di figlio".
    Ebbene questa speranza e promessa di vita si adempie e Rachele di nuovo concepisce un secondo figlio.
    E adesso, eccoci al capitolo 35, che è il momento in cui il figlio nasce.
    "Poi levarono l'accampamento da Betel. Mancava ancora un tratto di cammino per arrivare ad Efrata, quando Rachele partorì ed ebbe un parto difficile. Mentre penava a partorire, colei che la faceva partorire le disse: non temere anche questo è un “ben” (figlio). Mentre esalava l'ultimo respiro perché stava morendo essa lo chiamò “ben oni” ma suo padre lo chiamò “ben iamin”. Così Rachele morì e fu sepolta lungo la strada verso Efrata (cioè Betlemme) e Giacobbe eresse sulla sua tomba una stele e questa stele della tomba di Rachele esiste fino ad oggi" (Gen 35,15-20).
    Questo, a mio avviso, è un testo pasquale. Apparentemente è una scarna annotazione su una donna che muore di parto e niente di più. Però se andiamo a vedere come il testo è costruito ci accorgiamo che volutamente nel testo si sottolineano alcuni elementi che bisogna prendere sul serio e far giocare per riuscire ad interpretare ciò di cui si sta parlando.
    Innanzitutto è il racconto di una donna che muore di parto: un evento che doveva essere abbastanza frequente a quei tempi, in quelle regioni e di cui, stranamente, nella Bibbia non si parla mai. Ci sono due sole donne che muoiono di parto nella Bibbia: Rachele e, nel primo libro di Samuele ( cap. 4) la moglie del figlio di Eli. Ricordate un episodio strano (I Sam 4): Israele sta combattendo con i Filistei ed i Filistei stanno vincendo la guerra, allora Israele prende una decisione disperata: portare l'arca dell'alleanza sul campo di battaglia, quasi a dire: portiamo Dio con noi e lui combatterà per noi e vincerà. Ed invece lì avviene l'impossibile: i Filistei vincono ed addirittura catturano l'Arca dell'alleanza. Dio, fatto prigioniero da degli incirconcisi, da dei pagani impuri. Allora vanno a portare la notizia ad Eli che stava aspettando e gli dicono: “la guerra è persa, i Filistei hanno vinto, i tuoi due figli sono morti e l'Arca è stata catturata. Eli cade a terra, sbatte la testa e muore. Si sente dire che l'Arca è presa, non regge e se ne va. Allora portano la notizia alla moglie del figlio di Eli. Adesso c'è una notizia in più, una brutta notizia in più. E allora vanno, c’è la cerimonia e incomincia l’elenco delle brutte notizie: la guerra è persa, i Filistei hanno vinto, tuo marito è morto, è morto anche Eli, tuo suocero e l'Arca dell'alleanza è stata presa. A questo punto la donna, colpita e sotto la spinta emotiva di quello che è successo, partorisce e chiaramente è un parto difficile che la uccide. Muore di parto, ma perché era un parto determinato dal trauma.
    Queste sono le uniche due morti: una tragica, questa della nuora di Eli, e però in qualche modo comprensibile, in quanto muore di parto, ma perché muore di dolore, e l'altra questa, di Rachele, che invece era volutamente incomprensibile (non c'è motivazione, non c'è spiegazione), muore perché muore, e ci lascia davanti all'enigma non solo di una morte in qualche modo insensata, senza spiegazione, ma con l'enigma terribile di dire: non solo questa morte non ha un motivo, ma se andiamo a vedere bene è terrificante: questa donna muore del dono di Dio. Questa donna era sterile e poi Dio è intervenuto con il suo dono ed ha riportato questa donna dalla morte alla vita: era morta, perché era sterile e Dio invece l'ha resuscitata, l'ha riportata alla vita. Quel suo grembo morto adesso è rifiorito, ora c'è qualche cosa della vittoria della vita. Dio fa sì che questa donna che era morta torni a vivere.
    E vive. E nasce il primo figlio. Ma il dono della vita non è sufficiente: Rachele desidera che il dono di Dio raggiunga la pienezza. Desidera avere un altro figlio. Dio non s'accontenta di dargli un solo figlio, gliene dà due, perché i doni di Dio sono sempre più grandi e sono generosi. E questo dono di Dio la uccide, perché questo secondo figlio, questa fecondità che è il dono di vita che Dio le fa, invece la porta alla morte. Si capisce che è una morte un po' particolare: non a caso poi questo testo viene ripreso da Geremia. Ricordate: “Il grido si ode in Rama ed è voce di pianto e di lamento e Rachele che piange sui suoi figli”. Geremia riprende la figura di Rachele che muore, la applica ad Israele che sta andando in esilio e questo poi viene ripreso da Matteo a proposito della strage degli innocenti: questi bambini che vengono uccisi e Matteo che dice: “Questo avveniva perché si adempisse la Scrittura: una voce si ode in Rama”.... Ed è la morte di Rachele.
    Dunque, è un testo paradigmatico, un testo che non racconta solo di una donna che muore. Qui le parole vogliono dire molto di più. Che cosa vorranno dire?
    Innanzitutto è da considerare il fatto che Rachele muore di parto: se si riflette un po’ su che cosa è il parto, ci si accorge che c'è sempre, comunque, nel parto, anche quando va tutto bene, una dimensione di morte che la donna deve attraversare; ed è importante anche per noi che non partoriamo, perché rivela qualcosa della struttura della paternità e della maternità. Quando una donna partorisce, di solito c'è la paura del dolore, di ciò che può succedere, c'è la percezione che il parto possa effettivamente far sfiorare la morte o addirittura provocarla. La donna sente molto bene questo, sa molto bene che potrebbe morire, anche se non lo dice, lo sa. Ma il suo partorire è anche sempre vissuto come un momento di grande liberazione perché la gravidanza negli ultimi mesi si fa sempre pesante, perché il peso del bambino è complicato da portare, tanti disturbi, tanta fatica e poi il desiderio di vedere questo bambino, di sapere se è sano, di sapere come è.
    Dunque, atteggiamenti contrastanti davanti al parto, dove però c'è un elemento che viene fuori in tutte le donne quando poi riflettono, quando riescono a rielaborare l’esperienza del parto: c’è tutto questo, la gran gioia perché il figlio nasce e insieme una percezione molto forte di una perdita, perché adesso questo figlio che è nato non appartiene più a loro. La donna per nove mesi ha portato questo figlio in grembo e il figlio era suo e solo suo, e completamente dipendente da lei, e lei lo possedeva e lei lo gestiva (è una gestante!). Adesso c'è una grande gioia: è nato il figlio; però c'è qualche cosa di particolare. È nato un figlio, e ora ho finalmente "acquistato un figlio", come dice Eva quando nasce Caino, perché questo adesso è veramente mio figlio, diventa un interlocutore, è mia la carne, al di fuori di me, e però io l'ho anche perso, non è più mio. Si vive nel parto simbolicamente quello che poi la donna deve continuare a vivere nella sua vita di madre, per es. nel momento dello svezzamento, dove c'è un distacco ulteriore dal figlio (la madre non è più colei che nutre il figlio), poi il momento in cui il bambino va a scuola, il momento in cui diventa adolescente e quindi c'è il passaggio anche iniziatico della pubertà, poi va con le altre donne perché si trova una moglie, e la madre lo perde, e se vuole che suo figlio viva la madre deve accettare di perderlo.
    Ciò avviene fisiologicamente, ma è segno e simbolo di ciò che dovrebbe avvenire in ogni rapporto di maternità o di paternità spirituale. Bisogna decidersi a partorirli questi figli; il che vuol dire che bisogna decidersi a lasciarli uscire da noi, a riconoscerli come diversi da noi, non più inglobati dentro di noi, e una volta che ci siamo decisi a lasciarli nascere, a partorirli, è necessario pure svezzarli e a lasciarli camminare per conto loro.
    È una vera perdita, è una specie di morte simbolica, che però in Rachele diventa una morte reale.
    Rileggendo il testo facciamo attenzione al martellamento delle parole:
    per i primi due versetti c'è un continuo martellamento sulla parola parto/partorire;
    partorì, parto difficile, partorire, quella che faceva partorire.
    Poi c'è un martellamento sulle cose che parlano di morte: morì e fu sepolta, c’è la tomba, e questa stele della tomba c'è fino ad oggi.
    In pochissimi versetti (5) è ripetuto frequentemente “parto”, all’inizio, e il parto è la vita, e tante volte si parla di morte/tomba, alla fine. All’inizio del testo si insiste sul partorire; nella seconda parte del testo troviamo quest’insistenza sulla morte e, in mezzo, volutamente in mezzo, c'è per 3 volte “ben ben ben”. Quella che la faceva partorire le disse: non temere questo è un “ben” e allora lei lo chiamo “ben oni” ed il padre lo chiamò “ben iamin”: ben ben ben.
    Quello che sta in mezzo di solito è la cosa più importante secondo le costruzioni stilistiche dell'AT. Allora questo “ben” che sta in mezzo è l'elemento focale e sta proprio in mezzo, perché è proprio questo “ben” che compie il passaggio dalla vita alla morte e poi dalla morte alla vita.
    È a motivo del “ben” che Rachele muore e che allora questa dimensione della vita che è espressa con il partorire, diventa invece "morì, stele, tomba". È a motivo del “ben” che la vita diventa morte e però è anche a motivo di questo “ben” che questa morte della madre diventa vita e cioè vita per il figlio. Rachele non muore completamente perché c'è questo “ben” che adesso vive per lei, perché la sua carne e la sua vita continuano a vivere nel “ben”. Allora il figlio è quello che fa il passaggio, è quello che unisce queste due realtà: la vita e la morte. Al punto che adesso non si capisce più se Rachele è morta o è viva: è morta, ma in realtà è viva, perché c'è il figlio vivo; ma questo figlio è vivo? Sì, è vivo, ma ha fatto morire sua madre, con i segni di una morte terrificante addosso.
    Quello centrale di questi tre “ben”, che non a caso sono tre e sono il centro di tutta la pericope, il centro del centro, è quello che pronuncia Rachele: lo chiama “ben oni”, che è un nome composto da “ben” (figlio) e “oni”, che vuol dire: mio dolore, mia disgrazia, mio lutto (in ebr. aben), dove la “i” finale è il pronome possessivo "mio"e allora vuol dire “figlio del mio dolore, della mia disgrazia, del mio lutto”. E allora, dice il testo, Giacobbe interviene, lo chiama “ben iamin”, dove sappiamo che “ben” vuol dire figlio e “iamin” vuol dire destra e nella cultura semitica il lato destro è il lato della fortuna, il lato della ricchezza; infatti è con la mano destra che si lavora, si combatte e si costruisce e dunque “destra” vuole anche dire forza, potenza, ricchezza.
    Lei dice “ben oni”, figlio della mia disgrazia, della mia morte e Giacobbe interviene e lo chiama figlio della potenza, figlio della ricchezza, figlio della forza.
    L'intento di Giacobbe si capisce bene: il nome, nel mondo semitico, non è solo un nome, non è solo il modo con cui si indica una qualche realtà, ma racchiude in sé, da una parte le circostanze della nascita di questo figlio, dall'altra uno sguardo futuro e quindi il nome racchiude il destino dell'uomo (nomen - omen).
    “Figlio della mia morte”, cioè il nome che avrebbe per tutta la vita segnato questo figlio con l'angoscia invincibile di essere stato la causa della morte di sua madre. Un nome che l'avrebbe ucciso.
    Allora interviene Giacobbe e lo chiama figlio della potenza, figlio della forza. Non figlio della mia forza, ma solo figlio della forza, senza pronome possessivo. Giacobbe sembra intervenire per strappare il figlio dal rimorso terrificante di aver ucciso la madre.
    Solo che così facendo Giacobbe uccide Rachele, perché a questo figlio adesso viene tolto ogni segno della memoria della madre; diventa figlio della fortuna, ma è come se venisse strappato alla madre: si elimina dalla carne di questo figlio ogni relazione con la madre, perché questa madre è morta e quindi l'unico modo che hai di salvare questo figlio dalla morte è che questa donna muoia, nel senso che muoia davvero, che venga cancellata, eliminata, che non esista più, che nessuno se ne ricordi, altrimenti questo figlio sarà portatore della memoria di una morte. È necessario che Giacobbe ammazzi Rachele simbolicamente e che simbolicamente la renda di nuovo sterile, strappandole questo figlio, lei che aveva detto dammi un figlio altrimenti muoio, ora muore sterile, con questo figlio che non le appartiene più e che Giacobbe gli ha strappato.
    Ed è terribilmente significativo quello che Giacobbe poi fa, cioè l'erigere la stele sopra la tomba, che è un gesto di affetto di Giacobbe, perché Rachele era la moglie che amava, e che insieme diventa una cosa terribile dal punto di vista simbolico, perché vuol dire che adesso la memoria di questa donna che è morta per partorire il figlio, non è più incarnata nella carne viva di suo figlio, ed è invece relegata alla pietra fredda e morta di una stele.
    La stele richiama quello che poi accadrà per Assalonne, quando il redattore mette la notazione: "Siccome Assalonne non aveva figli, aveva fatto erigere una stele in sua memoria, e la stele sta ancora lì, nella valle del Cedron”.
    Questa è l’idea: se tu hai un figlio, non hai bisogno della stele, perché è tuo figlio la tua memoria; ma se non hai figli, allora la tua memoria è in una stele. E adesso Rachele ha una stele, perché il figlio non c'è l’ha più, perché il figlio adesso si chiama in un modo, che non ha più niente a che vedere con la madre.
    Questo sarebbe allora un racconto di morte, in cui la morte trionfa, perché Rachele muore ed il suo morire è un morire definitivo, di una donna che non solo muore di parto, ma muore perché le tolgono il figlio e perché il marito interviene brutalmente nel cancellare la sua memoria dal figlio. La morte è l'ultima parola. Infatti anche nel testo l'ultima parola è “la stele della tomba”.
    Ma c'è nel testo una cosa, che invece apre una prospettiva diversa.
    Il “ben” centrale, “ben oni”, per un strano gioco della lingua ebraica, può essere un nome composto da “ben” e dalla parola “aben”, che con l'aggettivo possessivo diventa “oni”. L'ebraico è una lingua strana che quando dice una cosa usando l'aggettivo possessivo, questo aggettivo possessivo può cambiare il termine a cui si riferisce, oppure può lasciarlo invariato.
    Nel caso di questo termine, che vuol dire “disgrazia, lutto”, l'aggettivo possessivo cambia la forma del termine e allora “ben oni” vuol dire “figlio della mia morte”, ma c’è un’altra parola che, in ebraico, quando gli si mette l’aggettivo possessivo, invece rimane uguale, ed è la parola “on”, che quindi con aggettivo possessivo diventa “oni” ed è una parola che vuol dire ricchezza, potenza, forza, vigore.
    Che cosa sta succedendo in questo testo? Che quando Rachele dice “ben oni”, in realtà lei sta dicendo figlio della mia morte, ma contemporaneamente sta dicendo anche quell'altra parola, quella che non cambia, perché “ben oni” vuol dire figlio della mia morte ma “ben oni” vuol dire anche figlio del mio vigore, della mia ricchezza, della mia forza.
    “Oni” perciò ha doppio senso e quando Giacobbe interviene dicendo “ben iamin”, sta interpretando in quel senso le parole di Rachele. Con questo gioco bello: il padre dice solo “ben iamin”, figlio della ricchezza, Rachele era andata molto oltre, aveva detto: “figlio della mia ricchezza”. Solo che questo “figlio della mia ricchezza” vuol dire anche “figlio della mia morte”.
    Rachele, chiamando così questo bambino, sta dicendo che lei muore e lui si chiama “figlio della mia morte”, ma sta anche dicendo che, a motivo di questo figlio che nasce, la sua morte sta diventando anche la sua ricchezza. Questo bambino non si chiama solo “figlio della mia morte”, ma si chiama anche “figlio della mia ricchezza”, perché se io muoio perché mio figlio viva la mia morte diventa la mia ricchezza.
    Se è così, questo testo non è un testo in cui trionfa la morte, ma è un testo in cui trionfa la vita che, se è donata, è capace di trasformare la morte in vita.
    Non è Giacobbe che espropria Rachele del suo figlio, cancellando il suo ricordo dalla carne del figlio, è Rachele che liberamente assume la propria morte e rinuncia al fatto che il figlio faccia memoria di lei, e rinuncia a che il figlio sappia di averla uccisa, anche se inconsapevolmente, perché questo figlio possa veramente vivere. È una morte senza rivendicazioni, cioè una morte che riesce a portare il dono ad un tale livello di generosità e di dono pieno, da fare il dono rinunciando al fatto che colui che riceve il dono sappia che io glielo ho donato.
    C'è un dono che viene esplicitato come dono e perciò aspetta una risposta. Si possono fare dei doni, Rachele stessa avrebbe potuto donare al figlio la vita, ma condannandolo ad una vita che è peggio della morte, perché è una vita in cui si è sempre sotto quest'angoscia di aver ricevuto un dono al quale non si potrà più rispondere. Perché davanti ad una che dà la vita per te, tu come fai a rispondere? Il tuo grazie è sempre inadeguato, rimani sempre debitore. Non esci più da questo giro terribile di sensi di colpa, di angoscia, di essere portatore di un dono, che invece di farti vivere, ti uccide sotto il peso della necessità di una risposta, che peraltro è impossibile.
    Invece Rachele che cosa fa? Dice ‘figlio della mia morte’ perché è vero che Rachele muore e c'è già qualcosa che indichi il dono, ma appena il dono viene significato, subito il nome cambia senso e diventa ‘figlio della mia ricchezza’, in modo che questo dono possa lasciare libero il figlio, e non sia un nome che lo imprigiona, ma sia quel dono così totalmente gratuito, da rinunciare ad ogni riconoscenza perché colui che riceve il dono possa riceverlo nella libertà. Rachele accetta liberamente non di morire, ma di dare la vita per il figlio: allora la morte non è l'ultima parola, ma è la morte trasformata in positivo, è il dare la vita.Rachele è colei che liberamente assume la propria morte e la trasforma in vita. Rachele non muore, ma dà la vita a Beniamino; e gliela dà in tale pienezza da trasformare la sua morte nella sua ricchezza, così che la morte è davvero definitivamente vinta, ed è vinta anche nella carne di questo figlio, che ora può ricevere la vita in piena libertà, senza essere ucciso dal fatto di dover ricevere il dono della vita da qualcuno.
    Allora è chiaro in che senso Rachele è un paradigma pasquale.
    È la figura dell’Antico Testamento più vicina a Gesù che muore in croce (cfr Gv 17), a Gesù che muore trasformando la sua morte nel dono della sua vita, perché è Gesù che muore assumendo liberamente la propria morte, è Gesù che davanti a Giuda, che vuole tradirlo, gli dà il boccone e gli dice" fallo presto!", è Gesù che, quando vengono a prenderlo i soldati dice: "chi cercate... Gesù di Nazaret?.. sono io!" ed i soldati cadono e non possono toccarlo e lo possono toccare solo quando lui, in piena libertà, decide che è il momento di farsi prendere e quel momento lì coincide con il fatto che lui dice: "Sono io, prendete me, e allora lasciate andare liberi loro". È solo quando loro sono salvi, che allora Gesù, il sovrano, si lascia toccare ed è Gesù che entra liberamente nella morte, non rispondendo alle false accuse, in modo da non dover rispondere accusando a sua volta e condannando chi lo accusava falsamente. È Gesù che, assumendo liberamente la propria morte per amore di tutti, anche di quelli che lo stavano accusando e che quindi tentavano di provocare la sua morte è il re, il sovrano che sovranamente libero appeso al legno della croce decide, per così dire, il momento di andare.
    E c'è quella scena così chiara nel Vangelo di Giovanni con Gesù che ora che sa che tutto è compiuto (tetelestai), e dice: "ho sete", la sorgente che diventa assetata. Lui che è l'origine dell'acqua di vita, come aveva detto alla samaritana in Gv 4, come aveva detto nell'ultimo giorno della grande festa dei tabernacoli in Gv 7, è lui la sorgente, quello dal cui seno scaturiranno fiumi di acqua. È lui quello che dà un'acqua che si può bere e poi non si ha più sete, perché è l'acqua di vita, è lui la sorgente dalla quale scaturiscono i fiumi ed infatti arriva poi il soldato con la lancia che lo colpisce facendo scaturire sangue ed acqua, lui è la sorgente dell'acqua di vita, eppure questo suo dono dell'acqua lo fa dicendo "ho sete".
    Non lo fa dicendo “vi do l’acqua”, ed allora adesso ringraziatemi, mi siete debitori. E così non vivete più, perché come fate a restituirmi l’acqua di vita?
    Gesù non ha detto: io vi do l’acqua, l’ha detto alla Samaritana, l’ha detto alla festa dei tabernacoli, ma quando è il momento di darla Gesù invece dice “ho sete”, perché siano gli altri a darmi da bere, per liberarli così dal peso terribile del ricevere la vita, e quando ha detto questo, muore sovranamente, lui che dice tetelestai.Liberamente reclina il capo e dona lo spirito (paredoken to pneuma). È il dono definitivo. E’ il dono libero di chi assumendo la propria morte la trasforma in dono di vita, in dono di acqua viva, in dono di spirito, che ci fa figli e ci fa finalmente vivere della vita di Dio. E che possiamo dare noi in cambio di questo dono? E allora il dono è gratuito. Il dono è fatto dicendo: ho sete; il dono è fatto donando lo Spirito, che però sembra semplicemente che lui muoia. Dà lo Spirito, ma anche spira, perché il dono è enorme, ma dato attraverso delle modalità che sono piccole, nascoste, segrete, che non condizionano, che non costringono. Dio non obbliga, Dio chiede. Dio non costringe a prendere l’acqua; ti dice: ho sete. Dio è un mendicante che tende la mano, ma tende la mano e sembra che chieda e invece tende la mano per dare e sta dando con quella sovrabbondanza del dono che ti lascia libero e che ti apre alla vita, perché non ti schiaccia con il peso invincibile di un debito che non potrai mai estinguere, ma invece semplicemente ti ricolma di un dono, di una tale gratuità da liberarti persino dal debito del dono. Questa è la morte di Gesù e questo è il modo con cui muore Rachele, che quindi diventa figura e anticipazione di questa morte, che allora è la morte non subita, ma che diventando dono di vita non distrugge più, ma che diventa luogo di amore e di vita in pienezza. E allora adesso capite anche perché Geremia riprende la morte di Rachele per parlare degli esiliati che muoiono e opera questo gioco incredibile, per cui la visione è: gli esiliati che stanno andando in esilio, dunque i figli di Rachele che muoiono e lei che si alza viva dalla sua tomba per piangere i figli che muoiono. Vi accorgete del rovesciamento? In Genesi è il figlio che vive e la moglie che muore per far vivere questo figlio; in Geremia sono i figli che muoiono e la madre che diventa viva, lei che era morta, per poterli piangere. E allora c’è la risposta di Dio: per il tuo pianto i tuoi figli torneranno a vivere! Vedete che Geremia ha capito questa storia di Rachele? E mostra Rachele che torna su dalla sua morte per poter piangere i figli, di modo che questi figli che sono morti possono diventare vivi. Ed è la sua morte e il suo pianto che li fa vivi. E allora poi Matteo lo riprende per la morte degli innocenti. Per questo esilio, che è l’esilio di Gesù, che va in Egitto e questi bambini innocenti che muoiono mentre Gesù vive, ed è a prezzo di questa morte che Gesù viene messo in salvo, pur nella morte simbolica dell’esilio. E questi bambini che muoiono sono gli innocenti che muoiono perché qualcuno, che sarà il Salvatore, viva. Ma sono degli innocenti inconsapevoli, la cui morte è solo figura, che ancora non salva nessuno, ma è figura di quell’Innocente, che è Gesù, che morirà non più inconsapevolmente, ma nella piena libertà di cui abbiamo appena parlato. Lui, vittima libera, che morirà perdonando e dando la vita e allora ecco la strage degli innocenti giunge a compimento, allora l’Innocente adesso salva, allora adesso la vita ha trionfato.
    Questo è un modo molto bello per entrare nel mistero di Pasqua e Rachele, che muore così, diventa segno e promessa di ciò che noi ci accingiamo a celebrare nell’accoglienza di una vita che è una vita totale, perché è la morte che è stata trasformata in vita, e che è una vita che ci apre alla vita definitiva, perché è una vita che passa attraverso una morte senza rivendicazioni, ma che è una morte che diventa solo ed esclusivamente gratuità di dono e perciò vita per sempre e per tutti. Questa è la Pasqua in cui siamo chiamati ad entrare e questo è il mistero del dono della maternità e della paternità a cui il mistero pasquale ci apre e a cui noi siamo chiamati a rispondere.

    (Meditazione ai sacerdoti della Diocesi di Roma il 18 marzo 2002. Il testo è stato tratto direttamente dalla registrazione e non è stato rivisto dall’autore)