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    Amore in atto

    Martin Luther King

     

    Allora Gesù disse: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».
    Luca, 23, 34.

    Una delle grandi tragedie della vita è che gli uomini raramente colmano l'abisso tra azione pratica e professione di principi, tra il fare e il dire. Una persistente schizofrenia fa sì che tanti di noi siano tragicamente divisi in se stessi: da una parte noi orgogliosamente professiamo principi nobili e sublimi, ma dall'altra miseramente pratichiamo proprio l'antitesi di quei principi. Quanto spesso le nostre vite sono caratterizzate da un'alta pressione di principi e da un'anemia di azioni! Noi parliamo eloquentemente del nostro attaccamento ai principi del cristianesimo, e tuttavia le nostre vite sono sature di pratiche pagane; proclamiamo la nostra devozione alla democrazia, ma pratichiamo miseramente proprio l'opposto del credo democratico; parliamo appassionatamente della pace, e in pari tempo ci prepariamo assiduamente alla guerra; facciamo ferventi difese della via maestra della giustizia, eppure avanziamo senza pentimenti per le vie traverse dell'ingiustizia. Questa strana dicotomia, questo angoscioso abisso tra il dovere essere e l'essere, rappresenta il tema tragico del pellegrinaggio terreno dell'uomo.
    Nella vita di Gesù noi vediamo che l'abisso è colmato.
    [...]
    Gesù ammoniva i suoi seguaci anche ad amare i loro nemici e a pregare per quelli che li trattavano con disprezzo.
    [...]
    Viene il momento della prova. Cristo, l'innocente figlio di Dio, è steso in dolorosa agonia su di una croce alzata. Che posto c'è, ora, per l'amore e il perdono? Come reagirà Gesù? Che cosa dirà? La risposta a queste domande esplode con maestoso splendore: Gesù solleva la testa coronata di spine e grida, con parole di proporzioni cosmiche: «Padre, perdona loro, perché essi non sanno quello che fanno». Questa fu l'ora suprema di Gesù; questa fu la sua celeste risposta al suo terreno appuntamento col destino.
    Noi sentiamo la grandezza di questa preghiera se la contrapponiamo alla lentezza dell'uomo a perdonare.
    La bellezza potenziale della vita umana è costantemente deturpata dal sempre e ricorrente canto di vendetta dell'uomo.
    [...]
    Contrapponiamo quella preghiera alla società, che è ancora meno incline a perdonare. La società deve avere i suoi modelli, le sue norme e i suoi costumi; deve avere i suoi freni legali e le sue sanzioni giudiziarie: quelli che rimangono al di sotto dei modelli e quelli che disobbediscono alle leggi sono spesso lasciati in un nero abisso di condanna e non hanno speranza di una seconda occasione.
    Andate in qualsiasi prigione e domandate ai suoi abitanti, che hanno scritto linee vergognose nelle pagine della loro vita: da dietro alle sbarre essi vi diranno che la società è lenta a perdonare. Dirigetevi alle celle del 'braccio della morte' e parlate con le tragiche vittime della criminalità: mentre si preparano a compiere la loro patetica passeggiata verso la sedia elettrica, il loro grido disperato è che la società non perdonerà. La pena capitale è l'asserzione definitiva, da parte della società, che essa non perdona.
    Questa è l'invariabile storia della vita mortale. Gli oceani della storia sono resi turbolenti dai flussi sempre insorgenti della vendetta. L'uomo non si è mai sollevato al di sopra del comandamento della lex talionis: «Vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede». Ad onta del fatto che la legge della vendetta non risolve alcun problema sociale, gli uomini continuano a seguire la sua disastrosa guida. La storia risuona del frastuono della rovina di nazioni e di individui che hanno seguito questo cammino autodistruttivo.
    Gesù affermò eloquentemente dalla croce una legge più alta. Egli sapeva che l'antica legge dell'occhio per occhio avrebbe reso tutti ciechi, e non cercò di vincere il male con il male: vinse il male con il bene. Crocifisso dall'odio, rispose con amore potente. Che magnifica lezione! Generazioni sorgeranno e cadranno; gli uomini continueranno ad adorare il dio della vendetta e a prostrarsi dinanzi all'altare del taglione; ma sempre e poi sempre questa nobile lezione del calvario sarà un assillante ammonimento che solo la bontà può eliminare il male e solo l'amore può sconfiggere l'odio.
    Dalla preghiera di Gesù sulla croce ci viene una seconda lezione: la consapevolezza di Gesù e la cecità intellettuale e spirituale dell'uomo.
    «Essi non sanno quello che fanno», disse Gesù.
    La cecità era il loro male; la luce il loro bisogno. Dobbiamo riconoscere che Gesù fu inchiodato sulla croce non solo dal peccato, ma anche dalla cecità. Gli uomini che che gridavano: «Crocifiggilo» non erano cattivi, piuttosto erano ciechi. La folla schermitrice che costeggiava i margini della via che porta al calvario era composta non di gente cattiva, ma di gente cieca. Essi non sapevano quello che facevano. Che tragedia!
    La storia risuona di testimonianze di questa vergognosa tragedia.
    Molti secoli fa, un sapiente di nome Socrate fu costretto a bere la cicuta: gli uomini che lo spinsero alla morte non erano uomini malvagi, cui scorresse nelle vene sangue demoniaco, al contrario, erano sinceri e rispettabili cittadini della Grecia: essi pensavano sinceramente che Socrate fosse un ateo perché la sua idea di Dio aveva una profondità filosofica che andava oltre i concetti tradizionali. Non la malvagità, bensì la cecità uccise Socrate.
    Saul non era un malintenzionato quando perseguitava i cristiani: era un sincero, coscienzioso devoto della fede d'Israele, e pensava di essere nel giusto. Egli perseguitava i cristiani, non perché fosse privo di rettitudine, ma perché gli mancava la luce.
    I cristiani che si impegnarono in infami persecuzioni e vergognose inquisizioni non erano cattivi, erano in errore.
    Gli uomini di Chiesa che credevano di obbedire ad un comandamento divino nell'opporsi al progresso della scienza, e nella forma della rivoluzione copernicana, sia in quella della teoria darwiniana dell'essere naturale, non erano cattivi, erano male informati.
    E così, le parole di Gesù dalla croce sono scritte a lettere fortemente incise su talune delle più inesprimibili tragedie della storia: «Essi non sanno quello che fanno».
    Questa tragica cecità si manifesta in molte forme sinistre anche ai nostri giorni.
    Vi sono uomini che pensano ancora che la guerra sia la risposta ai problemi del mondo: non sono malvagi, al contrario, sono buoni, rispettabili cittadini, le cui idee si ammantano delle vesti del patriottismo. Parlano di essere sull'orlo di un precipizio e di equilibrio del terrore; pensano sinceramente che la continuazione della corsa agli armamenti porterà conseguenze più benefiche che malefiche, e perciò chiedono con veemenza bombe più potenti, maggiori armamenti nucleari e missili balistici più veloci.
    La saggezza che è figlia dell'esperienza dovrebbe dirci che la guerra è ormai inattuabile. Vi può essere stato un tempo in cui essa serviva come un bene negativo per prevenire la diffusione e la crescita di una forza malefica, ma il potere distruttivo delle armi moderne elimina anche la possibilità che la guerra serva come un bene negativo. Se ammettiamo che la vita è degna di essere vissuta e che l'uomo ha diritto alla sopravvivenza, allora dobbiamo trovare un'alternativa alla guerra. In un tempo in cui i veicoli si slanciano attraverso lo spazio esterno e missili balistici telecomandati aprono strade di morte attraverso la stratosfera, nessuna nazione può attribuirsi la vittoria nella guerra. Una guerra cosiddetta limitata lascerebbe poco più che una funesta eredità di umanità sofferente, di scompiglio politico e di delusione spirituale. Una guerra mondiale - Dio non lo permetta! - lascerebbe solo ceneri ardenti come muta testimonianza di una razza umana la cui follia ha portato inesorabilmente alla morte prematura. Eppure, vi sono quelli che credono sinceramente che il disarmo sia un male e i negoziati internazionali una detestabile perdita di tempo. Il nostro mondo è minacciato dalla spaventosa prospettiva dell'annientamento atomico perché vi sono ancora troppi uomini che non sanno quello che fanno.
    La verità di questo testo si rivela anche nelle relazioni razziali.
    La schiavitù in America fu perpetuata non solo dalla malvagità, ma anche dalla cecità umana. In verità, il fondamento causale del sistema della schiavitù deve essere in larga misura ricondotto al fattore economico: gli uomini si convinsero che un sistema economicamente così conveniente doveva essere moralmente giustificabile. Formularono quindi elaborate teorie di superiorità razziale: le loro argomentazioni ammantavano errori evidenti sotto le belle vesti della giustizia. Questo tragico tentativo di dare sanzione morale ad un sistema economicamente vantaggioso diede luogo alla dottrina della supremazia bianca. Si citarono la religione e la Bibbia per cristallizzare lo status quo; e si pretese che la scienza dimostrasse l'inferiorità biologica del negro; perfino la logica filosofica fu manipolata per dar credito intellettuale al sistema della schiavitù. Qualcuno formulò l'argomento dell'inferiorità del negro secondo lo schema di un sillogismo aristotelico: tutti gli uomini sono fatti a immagine di Dio; e Dio, come ognuno sa, non è un negro; dunque, il negro no non è un uomo.
    Così gli uomini intrecciavano convenientemente le nozioni della religione, della scienza e della filosofia per dar sanzione alla dottrina della supremazia bianca. In breve tempo quest'idea fu inserita in ogni libro di testo e predicata praticamente da ogni pulpito: divenne parte integrante della cultura. E gli uomini allora accettarono questa dottrina non come la razionalizzazione di una menzogna, ma come l'espressione di una verità definitiva. Arrivarono a credere sinceramente che il negro era inferiore per natura e che la schiavitù era voluta da Dio. Nel 1857, il sistema della schiavitù ricevette il massimo sostegno legale dalle deliberazioni della Suprema Corte degli Stati Uniti nella decisione Dred Scott: la corte affermò che il negro non aveva diritti che il bianco fosse obbligato a rispettare. I giudici che emisero questa decisione non erano uomini malvagi, erano uomini decorosi e attaccati al dovere: ma erano vittime di una cecità spirituale e intellettuale. Non sapevano quello che facevano. L'intero sistema della schiavitù fu in gran parte perpetuato da persone sincere, sebbene spiritualmente ignoranti.
    Questa tragica cecità si ritrova anche nella segregazione razziale, la cugina non troppo lontana della schiavitù. Alcuni dei più rigorosi sostenitori della segregazione sono sinceri nel loro credenze e onesti nei loro movimenti.
    [...]
    Le loro opinioni sulla segregazione, dicono, possono essere razionalmente spiegate e moralmente giustificate. Ricorrono a scritti pseudoscientifici e sostengono che il cervello del negro è più piccolo di quello del bianco: non sanno, o rifiutano di sapere, che l'idea di una razza inferiore o superiore è stata confutata con la massima evidenza dalla scienza dell'antropologia. Grandi antropologi, come Ruth Benedict, Margaret Mead, e Melville J. Herskovits, concordano nel sostenere che, sebbene vi possono essere individui inferiori e superiori in tutte le razze, non vi è razza superiore o inferiore. E i segregazionisti si rifiutano di riconoscere che la scienza ha dimostrato che vi sono quattro tipi di sangue e che questi quattro tipi si trovano in ogni gruppo razziale. Essi credono ciecamente all'eterna validità di una calamità chiamata segregazione e nella perenne verità di un mito chiamato supremazia bianca. Che tragedia! Milioni di negri sono stati crocifissi da una coscienziosa cecità. Con Gesù sulla croce, noi dobbiamo guardare con amore i nostri oppressori e dire: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno».
    [...]
    Noi abbiamo il duplice mandato di vincere il peccato e di vincere l'ignoranza.
    L'uomo moderno si trova attualmente ad avere un appuntamento con il caos non solo per colpa della malvagità umana, ma anche a motivo dell'umana stupidità. Se la civiltà occidentale continua a degenerare cadrà disperatamente in un vuoto senza fondo, la causa ne sarà non solo la sua innegabile iniquità, ma anche la sua terribile cecità. E se la democrazia americana si disintegra a poco a poco, ciò sarà dovuto non meno alla mancanza di illuminazione che alla mancanza di attaccamento alla giustizia. Se l'uomo moderno continua a giocare con la guerra e alla fine trasformerà il suo habitat terrestre in un inferno quale nemmeno la mente di Dante poteva immaginare, ciò sarà il risultato di una totale malvagità ma anche di una totale stupidità.
    «Non sanno quello che fanno», disse Gesù. Cecità era il male che li affliggeva. Il punto cruciale della questione è qui: la cecità intellettuale e morale è un dilemma che l'uomo infligge a se stesso col non usare la mente al massimo della sua capacità. Un giorno noi impareremo che il cuore non può mai avere completamente ragione se la testa ha completamente torto. Ciò non vuol dire che la testa possa avere ragione se il cuore ha torto: «Solo mettendo d'accordo testa e cuore - intelligenza e bontà - l'uomo potrà sollevarsi alla pienezza della sua vera natura». L'invito all'intelligenza è un invito all'apertura mentale, al giudizio sano e all'amore della verità: è un invito agli uomini a sollevarsi al di sopra del ristagno dell'angustia mentale e della paralisi della credulità. Non è necessario essere uno studioso profondo per avere la mente aperta, nè possedere una brillante cultura universitaria per impegnarsi in un'assidua ricerca della verità.
    La luce è venuta nel mondo. Una voce che grida attraverso la prospettiva del tempo invita gli uomini a camminare nella luce. La vita terrestre dell'uomo diventerà una tragica elegia cosmica, se egli non ascolterà quest'invito.

    (La forza di amare, cap. 4)



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