Coltivare

    la dimora interiore

    Luigina Mortari

    Educare ad aver cura della vita della mente è dunque educare a essere aperti al mondo, alle relazioni di cui questo è tessuto e quindi alle emozioni che tali relazioni offrono. L'importante è evitare che l'apertura alla relazione non sia altro che emorragia gratuita di energie; perciò l'apertura all'altro va bilanciata con la pratica del pensare in solitudine tra sé e sé per coltivare una dimora interiore, in cui sia possibile situarsi per ritrovare la giusta direzione del nostro essere con gli altri quando questo si fa troppo problematico. C'è necessità di declinare il pensiero anche nella forma della riflessione silenziosa, cioè del raccolto rimanere della mente presso i suoi vissuti più intimi. Ritagliarsi tempi di raccoglimento, in cui vivere in intimità con sé stessi, è essenziale per trovare una propria originale dimensione esistenziale. L'aver cura delle reti relazionali è generativo quando all'apertura all'altro fa da contro-canto lo stare in ascolto di sé, l'aver cura degli spazi più intimi. Così come il partecipare alla vita politica implica il poter ritrarsi nello spazio custodito della vita privata, così l'aver cura delle relazioni sta in una relazione codipendente con l'aver cura della propria vita interiore.
    Una delle funzioni essenziali del pensare è quella di sottrarre l'esperienza a quell'asfissia spirituale che viene dalla mancanza di respiro interiore. È il configurarsi di uno spazio interno a consentire che tra noi e le cose ci siano delle distanze, senza per questo rimanere assenti di mondo. Se non c'è spazio interiore non c'è neppure relazione con l'altro, perché l'intersoggettività si nutre, nutrendola a sua volta, dello spazio soggettivo dell'interiorità.
    Lo spazio interiore non è, però, qualcosa che preesiste al pensare, ma prende forma nel momento stesso in cui ci si dedica a quel pensare che è un meditare su di sé. Esso si costituisce come forma emergente dalla pratica del dialogo silenzioso che la mente intrattiene tra sé e sé, praticando quel pensare introriflessivo che mira alla conoscenza della propria forma di vita. Il dialogo interiore è una mossa esistentiva originaria perché attualizza la pluralità nell'essente singolare; si esercita per acquisire conoscenza su sé stessi ed è proprio tale pratica conoscitiva che, nel suo accadere, disegna lo spazio interno. Aver cura della vita interiore risponde, dunque, all'intenzione eticamente orientata di disegnare un luogo dove pensare al proprio esistere così da annodare in un disegno sensato i fili dell'esperienza. Quando s'impara a ritagliarsi uno spazio per riflettere, se da una parte si dilata la percezione della problematicità dell'esperienza umana dall'altra si può comprendere come dare ordine al proprio esistere.
    Noi siamo fatti di tempo, la nostra materia è il tempo. Il rischio maggiore consiste dunque nel vivere perdendo tempo. E il tempo lo perdiamo quando ci lasciamo trasportare da quanto accade o da quanto altri hanno deciso. Questo esser-ci nella forma del lasciarsi trasportare accade perché ci dimentichiamo il compito essenziale cui il nascere irrevocabilmente ci lega: disegnare di senso il proprio tempo. Ritrarsi nello spazio interno significa pensare il proprio tempo, ossia lavorare a disegnare la trama del proprio esistere. Il tempo sospeso per raccogliersi a pensare la forma del proprio esistere non è perdita del reale, ma un bisogno essenziale dell'anima. «Penetrare in sé stessi e per ore non incontrare nessuno, questo si deve poter raggiungere. Essere soli come s'era soli da bambini» (Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi, Milano 1980).
    Lo spazio interiore è il luogo dove si esercita quel pensare che va alla ricerca delle misure non apparenti necessarie a imprimere ordine alle nostre mosse esistentive. Quando si manca di queste misure la mente abbraccia ora un orientamento ora un altro, senza un principio d'ordine; accade così che la vita della mente diventi caotica e con essa l'esistenza. Non c'è libertà laddove i movimenti della mente sono reazioni indotte dall'esterno senza una regia interiore; le direzioni del pensiero e del sentire hanno necessità di trovare la propria origine in un principio interiore, perché la libertà si nutre di mosse esistentive conseguenti a prese di posizione che scaturiscono da quel lavoro mediativo che si attua nel proprio orizzonte interno. Cercare un orizzonte entro il quale coltivare la ricerca della misura non apparente dell'esistere è essenziale per dar forma al proprio abitare il mondo partendo da sé.
    La pratica dell'indagine interiore non va però sopravvalutata. È facile, infatti, smarrire uno sguardo di verità su di sé, sulle proprie dinamiche più intime; per questo la facoltà introriflessiva ha necessità di essere vigilata attraverso l'attivazione continua di uno sguardo metariflessivo e soprattutto attraverso il confronto continuo col pensiero di altri, quelli con i quali stiamo in una relazione di affidamento magistrale. Si può scivolare in una situazione di uso abitudinario delle grammatiche interpretative acquisite; il confronto dialettico con altri può aprire lo sguardo ad altre grammatiche, a partire dalle quali azzardare altri modi di indagine dei propri vissuti interiori.
    C'è poi un'altra ragione che rende necessario vigilare il discorso interiore impegnato a conoscere sé stessi: è la natura poietica, performativa dell'attività cognitiva, cioè il fatto che il pensare non è un disvelare ma un dar forma alla nostra identità. Nel processo di autoindagine la mente forma e plasma sé stessa. Solo al riparo della gnoseologia realista si poteva ritenere che il conoscere portasse alla luce una realtà preesistente; non potendo oggi sottrarsi alla problematizzazione imposta dall'ipotesi costruttivistica, non si può non preoccuparsi del fatto che il conoscere è un fare e, quindi, un dare forma al proprio sé. Il fatto che il conoscere sia un creare continuamente le condizioni della propria esistenza rende necessario un automonitoraggio continuo degli atti mentali.
    Pur difficile e rischiosa, l'indagine interiore va dunque praticata. Chi rinuncia ad addentrarsi senza esitazione nella propria vita è come se vivesse a metà. L'andare con il pensiero presso di sé può far trovare il proprio sentiero; indagare la propria geografia concettuale ed emozionale aiuta a raccogliere le proprie esperienze spesso sfilacciate in molte direzioni di cui si è smarrito il senso. Impegnarsi a cercare le direzioni di senso del proprio esistere è tutt'uno con l'aver cura di sé. Una cura mai conclusa, poiché le misure di verità che consentono di autenticare l'esistenza sono accessibili sempre in modo parziale. Perciò l'autoeducazione dura tutto l'arco della vita [1].
    Due però sono i rischi connessi alla pratica del coltivare la vita interiore: incorrere in un approccio manageriale e scivolare entro un ripiegamento intimistico.
    La ricerca di una dimora interiore va conciliata col principio di evitare accuratamente di cadere in certe visioni manageriali della vita cognitiva ed emotiva. Prospettive, queste, che vengono divulgate da certi pseudo-manuali della vita interiore che, ossessionati tacitamente dal mito di un'esistenza in cui il soggetto sarebbe pienamente padrone di sé, sponsorizzano l'ideologia di una mente che si fondi totalmente ed esclusivamente su sé stessa, fino ad arrivare attraverso una serie di esercizi ad essere padrona di ogni sua mossa.
    Innanzitutto un approccio manageriale alla vita interiore rischia di occultare il fatto che non esistono tecnicismi da imparare secondo modalità proprie della ragione strumentale: il tempo dell'ascolto interiore è un tempo lento, un tempo in cui anziché cercare risposte facili alle domande di significato, chiede alla mente di prendersi cura delle domande stesse dandosi il tempo richiesto da una disamina che sia la più larga e profonda possibile. Inoltre è necessaria la consapevolezza che la logica della prensione autosufficiente su una vita interiore atomistica-mente intesa è un'illusione. La realtà è che noi siamo esseri plurali, che portano dentro di sé l'impronta dell'altro, siamo cioè esseri protensivi ontologicamente in relazione; di conseguenza la nostra dimora interiore non può essere cercata se non come spazio intersoggettivo, nel senso di un'interiorità aperta all'altro. In questo non essere bastevoli a sé stessi sta tutta la fragilità dell'essere umano, una fragilità che va accettata e radicalmente vissuta in quanto statuto di realtà. Di conseguenza costruire quel "castello interiore" in cui coltivare e custodire le misure non apparenti che si vanno faticosamente abbozzando non significa ritrarsi in un sé atomisticamente inteso e controllare ogni proprio movimento a partire dalla conquista di un fantomatico centro. L'immagine di una "cittadella interiore', concepita come baluardo inviolabile rispetto alle influenze del mondo esterno (Hadot, La cittadella interiore. Introduzione ai "Pensieri" di Marco Aurelio, Vita & Pensiero, Milano 1997, p. 104), è una rappresentazione fantasmatica, legittimata da un'ontologia atomistica che non vede come all'essere umano non sia possibile ritagliarsi uno spazio chiuso.
    Si vorrebbe guardare-ascoltare-pensare stando accomodati in quel luogo immaginario che sarebbe il centro ben perimetrato della propria coscienza; invece la coscienza non è un luogo ben definito con un suo centro raggiungibile attraverso precise pratiche spirituali, ma è un divenire acentrico di stati cognitivi intersoggettivamente condivisi che evolvono continuamente secondo una logica co-costruttiva. È questa costitutiva apertura all'altro che fa dell'esistenza una coesistenza che infrange ogni illusione manageriale. La vita interiore non è un luogo chiuso negli spazi intraindividuali, che la ragione cartesiana vorrebbe controllabili attraverso gli strumenti della ragione, ma è una rete di nodi decentrata nella pluralità delle relazioni affettive e cognitive attraverso le quali si va tessendo la nostra esistenza. Per questa ragione l'educare ad aver cura del cuore della vita della mente deve avere come idea guida non di guadagnare sovranità su una vita interiore solipsisticamente intesa, ma di coltivare quelle relazioni che si sente capaci di nutrire la mente di orientamenti positivi. Ciò non significa stare dispersi fra gli altri, piuttosto è concepire in modo differente la ricerca di un proprio centro, perché il centro interiore in cui si va cercando la cifra della propria consistenza prende forma nell'annodare i significati emergenti dagli scambi relazionali, significati mediati dal dialogo tra sé e sé, ma pur sempre negoziati con altri.
    È dunque essenziale che la scuola educhi i giovani ad avere cura delle relazioni e specificatamente a coltivare l'apertura agli altri nella forma del dialogo costruttivo. Non solo perché è nella sfera del confronto intersoggettivo che si costruisce sapere su di sé e su come ordinare la propria vita, ma anche perché è l'ascoltare e l'essere ascoltati che aiutano a vivere. È l'attraversare "insieme con altri" gli spazi dell'esperienza che consente di trovare frammenti di senso. Ci sono esperienze dolorose che fanno sentire forte il bisogno di dialogo, ma accade di non saper manifestare tale bisogno per timore di mostrare le proprie debolezze, così come accade di non saper cogliere l'appello dell'altro a essere accolto in una relazione di cura perché si sta troppo ripiegati su di sé. Cercare sé attraverso le relazioni che strutturano un campo intersoggettivo è essenziale perché è stando in relazione con gli altri che si comprende sé stessi. A fare da sfondo a questa concezione intersoggettiva del processo di autocomprensione è la concezione di autoriflessività batesoniana, dove il comprendere sé è tutt'uno col comprendere la rete di processi interattivi, dal momento che siamo soggetti che costituiscono il proprio essere co-strutturando il campo intersoggettivo.
    Quella corrente della psicoanalisi che assume come riferimento l'epistemologia dell' intersoggettività distingue tra "interpretazione" e "comprensione" (Orange, La comprensione emotiva, Astrolabio-Ubaldini, Roma 2001, p. 30). Nell'interpretazione agisce solo un punto di vista: anche se in esso risuonano più sguardi – dal momento che ogni processo cognitivo è culturalmente situato – è comunque un monologo; la comprensione presuppone il confronto di almeno due sguardi, l'incrociarsi di più punti di vista. È il dialogo con altri che consente di comprendere sé stessi. Nel dialogo si ampliano le singolari prospettive soggettive attraverso il confronto con quelle del proprio interlocutore. La vita interiore si nutre stando in una relazione dialettica con figure autorevoli, che sappiano prendersi cura del punto di vista dell'altro.
    Ciò che qualifica in termini educativi un contesto dialogico è l'essere mossi dall'intenzione di trovare-insieme-un-senso. Attivare un processo di comprensione permette di identificare alcune delle proprie qualità essenziali, e sulla base di questa conoscenza basilare, quando la comprensione è sufficientemente buona, è possibile curare le ferite emotive e cambiare il proprio modo di organizzare l'esperienza.
    L'andare in cerca del significato dell'esperienza è, però, solo una delle possibilità ermeneutiche della comprensione. È necessario concepire anche una comprensione di secondo livello: comprendere il processo di comprensione, cioè cercare di capire cosa facciamo quando siamo impegnati a capire il reale, significa disaminare attentamente le procedure cognitive e i loro prodotti senza lasciarvisi assorbire.
    Noi viviamo di interpretazioni, ci nutriamo dei significati che attribuiamo all'esperienza nel tentativo di comprenderla. Questo processo continuo di attribuzione di senso deposita nella mente strati di significati che fanno da cornice ai successivi processi di interpretazione, condizionandoli sensibilmente. Stare in modo irriflesso dentro questa cornice significa situarsi in un mondo anticipato che ci aliena l'esperienza. Per custodire la possibilità di fare esperienza sorgiva del mondo-della-vita occorre saper tenere sospeso il valore epistemico dei nostri artefatti cognitivi in modo da salvaguardare uno spazio di incontro con le cose non già ermeneuticamente anticipato. Coltivare la vita interiore è anche questo: pensare criticamente i processi di attribuzione del significato, cioè mettere in questione il loro valore di verità, e tentare altre grammatiche per dire l'esperienza e, quindi, altri sentieri per incontrare il mondo. Ripensare daccapo, dunque, come insegna la fenomenologia, avendo cura di stare in una condizione di povertà di concettualizzazioni predate.
    Ogni processo di pensiero porta inevitabilmente con sé il rischio di errori, di distorsioni nello sguardo che impediscono di accedere a una comprensione quanto più possibile larga e profonda dell'esperienza. Fare metacomprensione significa ricostruire insieme quello che sta avvenendo, capire i dispositivi che si mettono in atto nella costruzione del significato. La metacomprensione è una pratica cognitiva complessa, poiché chiede che non solo si stia presi dentro il processo di comprensione, ma nello stesso tempo ci si tragga fuori fermandosi a pensare le dinamiche socio-cognitive in atto. Il "conoscere sé stessi" implica dunque anche un'attività cognitiva di secondo livello che consiste nel guardare il proprio sguardo sulle cose attraverso la mediazione dello sguardo dell'altro. Nel confronto dialogico non solo si attira la comprensione, ma anche quella particolare forma di metacognizione che è il comprendere la comprensione.
    Un'educazione che assume come centrale la cifra della pluralità è quella che ha come riferimento un discorso pedagogico che ha metabolizzato un'ontologia relazionale del sé. Proprio questa attenzione alla pluralità fa ritenere necessario sottrarre la teoria dell'aver cura della vita della mente al rischio di autorizzare quelle forme di introspezione che sono un rifugio nell'intimità. C'è, infatti, nella cura della vita interiore il rischio sempre presente di scivolare in un approccio isolazionista e intimistico, che accade quando si smarrisce la natura relazionale della vita della mente. Non è, infatti, la mente un nucleo chiuso, autoreferenziale, ma un sistema aperto che vive di continui scambi col mondo.
    Non v'è alcun dubbio che il pensare raccolto su di sé, in una solitudine riflessiva, è esperienza essenziale. Il pensare i movimenti della vita interiore fa emergere quel fondo opaco e senza forma, dove la mente tenderebbe a ritrarsi, a stare semplicemente assestata, quasi implosa nei suoi stessi vissuti; attivando quel pensare che indaga il mondo della vita della mente accade che si possa trovare il proprio luogo e il proprio tempo. Ma quando manca quell'educazione che sa mantenere lo sguardo aperto sul mondo c'è il rischio di esperire un andare presso di sé che ha la forma del rinchiudersi, quasi una trappola interiore. Certo l'aver cura del sentire della mente implica un piegare l'attenzione verso lo spazio interno della coscienza, ma è essenziale che ciò accada stando radicati nel mondo. È così che la mente si trova alle prese con difficoltà reali e non meramente immaginarie. Del resto è solo stando nel mondo, sensibili al suo divenire, che si può entrare in un contatto profondo con sé stessi, senza rischiare che l'anima si accartocci su sé stessa inaridendo. L'autopoiesi è sempre auto-eco-poiesi: per tale ragione è necessario stare aperti al mondo, perché è nell'apertura all'altro che l'ascolto della vita interiore consente un affinamento della capacità di sentire, che può tradursi in un ampliamento della capacità di fare esperienza. Quel pensare che è impegnato a chiarificare la propria vita interiore non va dunque inteso nel senso del ripiegamento intimistico, ma è un meditare su di sé che scava negli spazi della soggettività stando in relazione con gli altri e col proprio tempo. Per trovarsi, trovando la propria strada, non si può né solo piegare lo sguardo dentro di sé né solo tenere l'attenzione esposta sul fuori, ma occorre un andare e venire continuo fra i differenti piani dell'esperienza.
    Nella vita di ciascun essere umano si può distinguere una dimensione pubblica e una privata, entrambe necessarie per poter vivere una vita propriamente umana; il coltivare la sfera privata, e quindi le zone dell'interiorità, è una mossa esistenziale obbligata non per trarsi fuori dal mondo e imbozzolarsi nel proprio sé, bensì per trovare quell'orientamento e quelle energie che consentono di esporsi con senso alla dimensione pubblica, senza che si smarrisca la possibilità di una presenza originale fra i molti.
    Esporsi alla dimensione pubblica significa agire, con la parola o con l'azione, e l'agire è sempre preceduto da un giudizio che decide la direzione in cui muoversi. La dimora interiore diventa il luogo per abitare il mondo circostante quando si fa contesto in cui coltivare il giudizio che prepara all'azione, perché è nella solitudine tra sé e sé che si può indagare profondamente la portata delle azioni che si profilano come possibili. E nella solitudine riflessiva che prende forma la postura dello spettatore che, disimplicato dal fare, può meglio sondare le possibili conseguenze del suo agire, ed è tale indagine a fornire i dati per una deliberazione pratica secondo ragione. Coltivare la dimora interiore ha, quindi, il significato densamente politico di coltivare un preciso orientamento verso il mondo.

    NOTE

    [1] Per un'analisi articolata di quelle che si profilano come direzioni e valenze di una possibile "educazione interiore" si vedano gli argomenti sviluppati da Duccio Demetrio, che concepisce tale direzione educativa come «inesausta ricerca del senso del proprio essere nel mondo e della propria storia che s'inventa altre storie» (2000, p. 7), a partire da un rapporto costante con i grandi interrogativi dell'esistenza; perché é approfondendo l'arte dell'introspezione e della cura interiore che si sviluppa uno sguardo d'intelligenza su di sé e sul reale (ivi, p. 14).

    (da: Aver cura della vita della mente, Carocci, Roma 2013, pp. 138-145))