Dire Dio nella vita
di tutti i giorni
Davide Caldirola
Il più delle volte, la vita di ciascuno di noi non sembra essere particolarmente brillante. È una vita ordinaria, come tante, tra le tante. Le giornate scappano via veloci, che non ce la fai a rincorrerle e a raggiungerle, e la trama del tempo si dipana apparentemente senza un disegno compiuto. Ci piacerebbe avere un’esistenza che almeno un poco somiglia a un capolavoro, ma spesso ci troviamo a fare i conti – soltanto – con lo scorrere logorante del tempo.
Eppure questa vita è l’unica che abbiamo, qui sulla terra. Ed è una vita che Dio ha creato, che conosce e ama da sempre. Io credo che per dire Dio, per parlare di Lui, con Lui, a Lui, non serva una vita straordinaria. È quella quotidiana, quella di tutti i giorni l’esistenza che meglio si presta a raccontare di Lui. Il problema è “come”. Le nostre parole sono deboli, incerte. La passione e il desiderio di narrare spesso inciampano nell’imprecisione e nella povertà del linguaggio, nella fatica ad esprimersi, nella confusione in cui fanno naufragio anche i pensieri più grandi. E poi: davvero si parla solo con la lingua, con la bocca, con la grammatica imparata da piccoli? O non è forse – quello della vita – un linguaggio più ampio, che fa i conti con gli sguardi, i silenzi, le attese, le lacrime, il riso, la gioia? Non solo le parole, ma anche i gesti, le opere, gli “atti” della vita quotidiana esprimono la ricchezza dell’esistere, e schiudono la possibilità di “dire Dio”, così come possono e come sanno.
Mi è venuto in mente che da piccolo, al catechismo, mi hanno fatto imparare a memoria gli “atti” che esprimevano le virtù teologali del cristiano: la fede, la speranza, la carità. Non intendo rifarmi ad essi nella loro formulazione, nel loro testo originale. Piuttosto li prendo come spunto per provare a raccontare come “dire Dio” ogni giorno attraverso una serie di “atti”, di gesti che danno forma alle parole e rivelano i segreti del cuore. Per farlo non posso non fare riferimento anzitutto all’esperienza viva di Gesù di Nazaret. È Lui, il Figlio, a dire la bellezza del Padre e a mostrarne il volto; è a partire da come Lui ha raccontato la fede, la speranza, la carità, che provo (con molta fatica ed evidenti alcune) a raccontare a mia volta la presenza e la grandezza di Dio nella vita di tutti i giorni.
Atto di fede
“Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”. (Mc 1, 35) .
La prima ora del giorno di Gesù è l’ora della preghiera. Si parte sempre da lì, da uno sguardo verso il cielo, dalla commozione per il miracolo della vita che riparte. Mentre noi dormivamo Dio non ha abbandonato il mondo, l’ha cullato e vegliato con affetto e tenerezza. Ce lo riconsegna, e noi lo teniamo tra le mani come si tiene un neonato, con tutta la sua fragilità e la sua misteriosa grandezza. Come iniziare un giorno di vita, se non con la preghiera?
L’evangelista Marco ci consegna tutto questo in una riga soltanto. “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava”. (Mc 1,35). Il testo greco, tradotto alla lettera, suonerebbe così: “al mattino, di notte”. Quasi una contraddizione, un controsenso. Eppure è giusto così. Gesù abita con intensità il momento irripetibile e affascinante degli inizi, in cui si mescolano il buio e la prima sottilissima lama di luce. Sosta sul confine incerto delle cose e assiste all’apparire lento dei contorni: riprende confidenza con la vita, guarda in faccia al miracolo del giorno che ricomincia. Spesso i momenti di passaggio sono quelli in cui si comprende e si capisce di più. Rivelano segreti che restano invisibili nel buio della notte o nella luce abbacinante del meriggio. Sul confine si comprende meglio, si vedono meglio le cose. Gesù abita il confine del giorno, lo guarda con curiosità e rispetto, lo anticipa e lo riempie con la sua preghiera, rompe il buio e sveglia l’aurora: la lode a Dio scaccia la tenebra.
Come moltissime altre persone, ogni mattina faccio una gran fatica a tirarmi in piedi, a prescindere dall’orario in cui mi sono coricato la sera precedente. Ma quando mi capita di essere lucido e vigile mentre ancora è buio, e poco alla volta le luci colorano la giornata, perfino il cielo di piombo di Milano mi sembra bello. Avverto che i primi minuti del mattino, proprio quelli che attraversiamo con gli occhi impastati di sonno e i pensieri ancora incerti e confusi, custodiscono una forza dirompente, unica. Sono una promessa aperta, una nascita, con le sue fatiche e le sue speranze. E mi ricordo del salmista che “sveglia l’aurora” con la sua preghiera.
La sapienza popolare ci regala proverbi quali “chi ben comincia è a metà dell’opera”, o “il buon giorno si vede dal mattino”, o ancora “il mattino ha l’oro in bocca”. I nostri vecchi conoscevano bene, senza bisogno di avere studiato troppo, l’importanza delle partenze, e capivano al volo cosa voleva dire dare la piega giusta alla giornata. E nella loro saggezza non trascuravano di ricorrere ai gesti e alle parole semplici della preghiera. Non è diverso per noi. La riflessione di sicuro appare banale e scontata, ma non per questo meno vera. Se devo guardare a me stesso, scopro che non è così facile – uso intenzionalmente la formula più elementare possibile – “dire bene la preghiere del mattino”. Non è esattamente la lode ciò che mi fiorisce sulla bocca, al risveglio, e non è sempre col cuore e la mente rivolti al Signore che borbotto i salmi dell’Ufficio o delle Lodi assieme ai miei fratelli preti. Il mattino ha mille inconvenienti, e si divincola il più delle volte tra stanchezze e contrattempi, inciampa nello squillo prematuro del telefono, si trascina nella pigrizia del risveglio, si attarda nelle questioni lasciate indietro la sera precedente e si rannuvola al pensiero del giorno che si apre. Non è facile cominciare bene. E se la sapienza della chiesa mi mette tra le mani il patrimonio della preghiera e spesso la possibilità della celebrazione dell’Eucaristia, non è così scontato che questi doni vengano raccolti e apprezzati: più spesso sono sciupati dalla disattenzione e dalla fretta. Chiedo allora il dono di raccogliere il segreto del mattino, di percepirne la grazia, di sostare sul limitare del giorno in muta fiducia davanti alla vita che si riapre. Chiedo di farlo a partire dalla lode e dall’ascolto orante della Parola.
Lo scrittore Erri De Luca, nell’introduzione ad un suo libro, ci offre in poche righe di straordinaria intensità la bellezza di questo momento di quiete che apre le sue giornate. “Ogni mattino a testa vuota e lenta accolgo le parole sacre. Capire per me non è afferrarle, ma essere raggiunto da loro, essere così quieto da farsi agitare da loro, così privo di intenzione da ricevere da loro e così insipido da farsene salare. Così sono diventato ospite a casa delle parole della Scrittura sacra. Restituisco in disordine una parte minima del dono di poterla frequentare”.
Atto di speranza
“Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!»”. (Mt 9, 36-38)
“Vedendo le folle”. Sembra una segnalazione inutile nel discorso: è evidente che Gesù vede e incontra tanta gente passando di villaggio in villaggio. Eppure è possibile camminare, entrare nelle città e nelle case delle gente, salutarle, perfino far loro del bene senza “vederle”. E’ evidente che non è un problema di occhi, ma di cuore. Gesù vede, scruta; il suo sguardo è uno sguardo che legge dentro, che traduce, che interpreta. Tant’è che il vedere di Gesù si trasforma immediatamente in un “provare compassione”, in un avvertire nelle viscere tutta la fatica, la miseria e insieme la grandezza e la dignità di ciascuna delle persone che gli stanno di fronte.
Matteo ci dice anche il perché di questa compassione: perché le folle sono “stanche, sfinite, come pecore senza pastore”. Gesù non prova compassione per le folle perché sono composte da gente brava, onesta, giusta, rispettosa. Non si commuove di fronte a questa gente perché “merita” qualcosa, perché si è guadagnata l’affetto e la comprensione grazie all’esercizio di chissà quali virtù, o alla fedeltà assoluta alla legge, o all’intelligenza, o alla bontà d’animo… In realtà l’unico titolo di merito che questa gente può vantare è quello di essere povera, di non avere nulla, di trovarsi nel bisogno.
Anzitutto è gente stanca, gente che fa fatica, che sente il peso della vita. Non passa indenne o trionfante attraverso la durezza dei giorni, ma ne sente e ne porta il peso. È gente “sfinita”, che non ce la fa più, non ha più risorse; non è preda di una stanchezza dalla quale ci si può riprendere con un po’ di riposo, ma si trova in una situazione di vita senza sbocchi, radicalmente senza possibilità di risalita. Ed è “senza pastore”. Se anche per qualche fortuita coincidenza o per qualche improbabile miracolo dovesse riprendere forza non ce la farebbe mai a muovere un passo perché non saprebbe dove andare.
E qui nasce la sorpresa. Di fronte a gente così Gesù dice: “La messe è molta”. Non pensa nemmeno per un istante di trovarsi di fronte a un terreno arido, o a un campo ancora da arare e da seminare, o a un deserto nel quale non può crescere nulla. Tutt’altro. Queste pecore sfinite sono “messe matura”, sono già pronte, così come sono, ad essere raccolte come frutto pieno.
Cosa significa per me, allora, dire Dio con un atto di speranza? Significa sentirmi parte di questa folla di poveri, e credere che Lui si prende cura di me, si prende cura del mondo. Spesso mi viene da pronunciare parole amare su me stesso e sul mondo in cui vivo, parole disperate, che lasciano trasparire l’ira, la scontentezza, la delusione di una vita che non funziona come vorrei, di un mondo che pare regredire e declinare, di una città, una nazione e una storia che sembrano andare alla deriva. L’atto di speranza con cui provo a dire Dio è un lasciarmi guardare da Lui, e provare a guardare le cose come le guarda Lui, come le vede Lui. Il mondo è una messe pronta; io sono pronto a lasciarmi portare dalla grazia e dalla misericordia di Dio.
Quando penso a cosa posso fare per dire Dio e parlare di Lui sono animato da grandi desideri ma quasi sempre mi capita di non cambiare nulla. Poi mi dico che basta fare una cosa sola: lasciarmi andare, dormire tra le sue braccia, lasciarmi cullare, depositare in lui ogni sbandamento e ogni insicurezza. Non raggiungo Dio, e nemmeno un po’ di pace nel cuore, con il mio sforzo, con il mio lavoro, con le mille cose che provo ad iniziare nella giornata. Lo raggiungo quando mi lascio raggiungere, quando mi fermo, quando accetto che il suo sguardo si posi di me, e il suo cuore si riempia di compassione. Ho bisogno di lasciar parlare la mia stanchezza, di dare voce al mio sfinimento, di dichiarare il mio sbandamento. In una parola: di sentirmi dalla parte della folla, dei poveri, degli ultimi. Devo rinunciare alla mia pretesa di essere un uomo perfetto. Ecco che allora, quando ho il coraggio di dirlo, quando con tutta l’amarezza e l’umano dispiacere lo riconosco, vengo raggiunto dalla compassione di Gesù, che mi dice: “ti voglio bene proprio perché sei così”. Questa è la speranza che tiene in piedi la mia vita: Dio mi rincorre, mi insegue. Vede in me e nel mondo ricchezze incalcolabili, possibilità aperte, un futuro tutto da inventare. Anche se mi sento povero e sfinito, senza direzione e senza luce.
Amo citare spesso due versi di un poeta milanese, Franco Loi, che dicono nel loro dialetto schietto e semplice, questa dinamica spirituale, questo mistero di un Dio che ci rincorre, che attraversa le nostre città per raggiungerci e offrirci uno sguardo di speranza.
Sì, Diu me cerca e mì ghe curri dré.
Inscì se troüm mai. Ma ‘na quaj volta
de culp me fermarù, e sun segür
che lü, sensa vultàm, l’è lì dedré.
[Sì, Dio mi cerca e io gli corro dietro.
Così non ci troviamo mai. Ma una qualche volta
di colpo mi fermerò, e sono sicuro
che lui, senza voltarmi, è lì dietro.]
Atto di carità
“Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui”. (Lc 10, 33-34)
Spesso quando cammino per strada ascolto parole che non capisco. Certo: abito in un quartiere multietnico, dove i parrucchieri cinesi contendono gli spazi alle rosticcerie di kebab dei turchi, dove i negozi di telefonia dei bengalesi e dei pakistani si alternano ai minimarket di prodotti latinoamericani, o ai “money transfert” dei coreani, alle pizzerie degli egiziani, alle case di ringhiera affollate da filippini e rumeni, senegalesi e brasiliani, marocchini e moldavi, peruani e albanesi… Niente di strano se ti capita di camminare in una babele di lingue incomprensibili, sperimentando il disagio di sentirti straniero a due passi da casa.
Eppure, ogni volta che apro bocca e ogni volta che ascolto qualcuno mi piacerebbe riscoprire con stupore la grazia di intendermi, di capire e di farmi capire. Vorrei che il mio interlocutore mi potesse salutare portando nel cuore il desiderio di un nuovo incontro, una scintilla di consolazione, qualche buona domanda aperta, una briciola di nostalgia per l’Assoluto. E mi chiedo: esiste un linguaggio comune, che tutti possano comprendere, nel quale potersi ritrovare e salutare in pace, e magari perfino parlare di Dio? Probabilmente sì: è il linguaggio della carità, dei gratuiti gesti di bene. Si prova a dire Dio così, nella vita di tutti i giorni: attraverso un gesto di tenerezza e di compassione, attraverso la carità spicciola del quotidiano, il passare accanto all’uomo ferito che non è mai un passare oltre sdegnoso, in attesa – forse – che qualcun altro faccia ciò che io non ho voluto fare per paura, per distrazione, per fretta, per durezza di cuore.
Ma dire Dio con un atto di carità non significa solo “fare” qualcosa. È anche (soprattutto?) una questione di stile. Anche la lingua più bella e musicale del mondo diviene oscura e incomprensibile se pronunciata male. Qual è allora lo stile della carità? Per coglierlo possiamo guardare ad alcuni tratti del Samaritano di cui parla il vangelo.
Anzitutto il Samaritano si accosta all’uomo ferito. Per farlo non può rimanere in piedi, o a cavallo del suo giumento. Deve raccoglierlo da terra, deve scendere con lui nella polvere, nel fango, deve chinarsi, rimpicciolirsi, assaggiare la durezza del terreno, diventare quasi indistinguibile rispetto a colui che sta soccorrendo. Dire Dio con un atto di carità è sempre in qualche modo farsi piccolo; la compassione non può scaturire dall’alto, ma deve nascere da dentro. La prima nota di stile è proprio questa: scendere da cavallo, restare nella polvere della terra assieme all’uomo ferito. C’è tutta la parabola della vita di Gesù, c’è il gesto di Lui chinato sui piedi dei discepoli nell’ultima cena, c’è la sua discesa agli inferi, il suo “rendere nulla se stesso” di cui parla Paolo in Fil 2,7.
Da qui, da terra, il Samaritano comincia la sua opera di medico paziente. E versa “olio e vino”, dice la Scrittura. Se da una parte l’olio è sempre in qualche modo lenitivo, balsamico, non possiamo dire altrettanto del vino. Abbiamo provato tutti, credo, a versare alcool sulle ferite per disinfettarle. E sappiamo che in quel momento le ferite bruciano di più. La consolazione, la cura di un altro, non esita ad usare il “linguaggio del vino”. C’è una “compassione dell’olio” che blandisce ma non guarisce; c’è bisogno anche del linguaggio forte del vino che può anche far male, ma senza il quale la ferita non rimargina, la piaga non si disinfetta. Certo vale anche il contrario: il vino senza l’olio è in grado di curare ma non di guarire, non di accompagnare nel lento percorso della convalescenza in attesa della guarigione piena. I gesti della carità sanno miscelare con sapienza olio e vino, e sanno usarli al momento giusto.
Il Samaritano fascia le ferite, le copre con gesto che deve essere insieme delicato e preciso, tenero e quasi “professionale”, ci verrebbe da dire. Dove ha imparato un gesto così, quest’uomo? Forse l’avrà visto fare, forse qualcuno gli avrà spiegato come si opera in una circostanza analoga. Ma più facilmente possiamo dire, credo senza tradire l’intenzione del testo biblico, che l’ha imparato perché qualcun altro glie ne ha fatto dono. Ha imparato a curare e guarire perché guarito e curato lui stesso da qualcuno, nel momento in cui ne aveva avuto bisogno. Non possiamo non ricordare a questo punto l’apologo del “guaritore ferito”, riproposto e citato da H. Nouwen in uno dei suoi scritti più felici. «Il Rabbi Giosue ben Levi capitò davanti al profeta Elia che stava ritto sulla porta della caverna del Rabbi Simeron ben Yohai. E chiese ad Elia: “Quando verrà il Messia?”. Elia rispose: “Vai a domandarglielo tu stesso”. “Dove si trova?”». “E’ seduto alle porte della città”. “Come potrò riconoscerlo?”. “E’ seduto tra i poveri coperti di piaghe. Gli altri tolgono le bende a tutte le piaghe nello stesso tempo e poi rimettono le fasce. Ma egli toglie una benda alla volta e poi la rimette dicendo a se stesso: Potrebbero aver bisogno di me; se ciò accadesse io devo essere sempre pronto per non tardare neppure un momento». Mentre curiamo le nostre piaghe, ci chiniamo su quelle degli altri, e da guaritori feriti viviamo la solidarietà e la forza dei gesti della compassione. Così si prova a dire Dio attraverso un atto di carità.
Conclusione: la sospensione dell’agire
Abbiamo provato a capire cosa significa dire Dio nella vita quotidiana attraverso tre passaggi, tre “atti” che non sono da pronunciare o da porre una volta per sempre ma da ripetere con fiducia e costanza, giorno dopo giorno. Eppure non si dice Dio soltanto nell’agire, ma anche attraverso la sospensione di ogni azione per affidarci alla sua mano.
E allora è bello concludere ascoltando due brevi racconti chassidici: il primo che ci invita a non montare in superbia se ci sembra di aver fatto bene ogni cosa; il secondo che ci ricorda che al termine di una giornata ben vissuta, si può parlare di Dio anche attraverso il nostro riposo.
“E prima di mettersi a letto si fanno i conti di tutto il giorno. E se l’uomo calcola di non aver sciupato neanche un momento, e il suo cuore s’insuperbisce, in cielo prendono tutte le sue buone opere, ne fanno una palla e la scaraventano nell’abisso”.
«Perché il suo studio non patisse troppo lunga interruzione, Rabbi Shmelke non dormiva che seduto, il capo sul braccio, e tra le dita una candela accesa che lo doveva svegliare quando la fiamma toccava la sua mano. Quando Rabbi Elimelech lo andò a trovare e riconobbe la forza ancora imprigionata della sua santità, gli preparò con cura un letto e con grande fatica lo persuase a stendervisi per un poco. Poi chiuse e oscurò le finestre. Rabbi Shmelke si svegliò solo a giorno fatto. Si accorse di quanto aveva dormito, ma non si pentì perché sentiva una chiarezza ignota, solare. Andò alla sinagoga e officiò per la comunità, come era suo uso. Ma alla comunità parve di non averlo mai sentito, tanta la forza della sua santità soggiogava e liberava tutti. Quando egli recitò il canto del Mar Rosso, i fedeli dovettero sollevare l’orlo dei loro caffettani perché le onde che si impennavano a destra e sinistra non li bagnassero. Più Smhelke disse ad Elimelech: “Solo ora ho appreso che si può servire Dio anche nel sonno”.».
Forse è davvero così. Si può “dire Dio” nella vita di ogni giorno riposando sereni in Lui, come un bimbo nelle braccia della madre.

