Educare al rapporto personale 

    con Gesù Cristo 

    e il suo Dio e Padre

    Luciano Manicardi 

     

    La relazione con il Dio di Gesù Cristo 

    «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me» (Gv 14,6), dice Gesù nel quarto Vangelo. Il rapporto con Dio, nello spazio cristiano, passa necessariamente attraverso il rapporto con Gesù Cristo: Il Dio che il cristiano prega come Padre non è l'ipostasi del maschile o un grande antenato, ma «il Padre del Signore nostro Gesù Cristo» (Ef 1,3). Il cristianesimo non è un teismo, ma la narrazione del volto di Dio operata da Gesù di Nazaret: tutto ciò che sappiamo, conosciamo e possiamo dire su Dio è ciò che è svelato nella vita di Gesù come testimoniata dai vangeli. «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9), dice Gesù nel quarto vangelo. La premessa e la condizione indispensabile per la relazione personale con Dio, ovvero la sua conoscenza, è consentita da Gesù che ha raccontato e reso visibile Dio. «Nessuno ha mai visto Dio, il Figlio unigenito... lui cc ne ha fatto il racconto» (cfr. Gv 1,18). E la narrazione è anche offerta di relazione. Il verbo usato da Giovanni nel prologo per indicare la rivelazione, la narrazione, l'"esegesi" che il Figlio ha l'atto di Dio, il verbo exéghéomai, rinvia all'azione di guida, di conduzione, di apertura di via verso il Padre. F la persona di ( iesù, la sua vita di Figlio che educa all'incontro con il Padre, che conduce verso il Padre. Grazie a Cristo noi abbiamo accesso ai Padre (cfr. Ef 2,18; 3,12; Eh 10,19) perché impariamo u vivere da figli.

    Poiché ciò che condividiamo con Gesù è l'umanità, la relazione con il Padre passerà attraverso il porre la nostra umanità alla scuola della pratica di umanità di Gesù di Nazaret: si tratta di entrare nel modo di sentire, parlare, incontrare, amare, vivere, che fu di Gesù di Nazaret, fino a rendere la nostra umanità simile alla sua, o meno dissimile dalla sua. Fino ad «avere i modi del Signore» (Didaché XI,8). Fino a essere figli nel Figlio.

     

    Nello Spirito santo

     

    Se Gesù, il Figlio, con la sua vita, costituisce la via da seguire per entrare in relazione con il Padre, lo Spirito santo, che ha sempre accompagnato Gesù nel suo vivere, è la forza che sola può orientare l'umanità dell'uomo a seguire Cristo e guidarla alla comunione con il Padre. Il Dio cristiano è il Dio trinitario e la vita cristiana si delinea, fin dal battesimo, come orientamento al Padre (ad Patrem), per mezzo del Figlio (per Christum), nello Spirito santo (in Spiritu sancto). Criterio di verità della relazione con Cristo è l'interiorizzazione dello Spirito di Dio e di Cristo: «Chi non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene» (Rm 8,9); «Coloro che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio» (Rm 8,14). È lo Spirito che educa il credente alla relazione personale con il Signore, è lo Spirito, dice Gesù, che «guiderà (verbo hocléghéo) alla piena verità il discepolo» (cfr. Gv 16,13).

    Riprendendo la grande tradizione spirituale cristiana potremmo dire che, per entrare nella relazione personale con il Signore, l'unica cosa essenziale è tendere all'acquisizione del dono dello Spirito santo. Attraverso l'educazione che la vita ecclesiale stessa compie, con la pratica sacramentale, la liturgia, il servizio della parola di Dio, la vita di carità, l'ascesi, la paternità spirituale..., il credente è guidato a quell'interiorizzazione dello Spirito che lo conduce a vivere da figlio di Dio e a essere reso sempre più simile a Cristo. Frutto maturo della relazione con il Signore è la santità. E questo dice come l'educazione di cui stiamo parlando abbia ben poco a che fare con tecniche di formazione, ma sia evento pneumatico di cui la Chiesa è chiamata a farsi serva e tramite nell'insieme delle sue strutture e della sua vita.

     

    La conoscenza di Gesù Cristo 

    Se è lo Spirito santo il maestro e il soggetto che guida alla vita in relazione con Gesù Cristo e, in lui, con il suo Dio, il lavoro educativo possibile e necessario nello spazio ecclesiale è una diaconia nei confronti dell'azione dello Spirito (che di per sé sfugge a ogni presa e determinazione), un disporre tutto affinché lo Spirito santo possa agire. Essendo il compito della Chiesa quello di introdurre i battezzati in una sempre più profonda e autentica vita di relazione con Dio, il Padre, in Cristo, per mezzo dello Spirito, l'azione educativa a cui la Chiesa è chiamata ha un primo essenziale e fondamentale obiettivo: introdurre alla conoscenza di Gesù Cristo, il Signore.

    Conoscenza, ovviamente, non astratta e intellettuale, ma intesa in senso biblico come partecipazione dinamica e amorosa alla vita, ai modi di essere e di vivere di Gesù, con una finalità pratica: vivere con Gesù e come Gesù. L'introduzione alla «conoscenza di Gesù Cristo» (Fil 3,8), che diviene coinvolgimento esistenziale, per fede, nella sua morte e risurrezione (cfr. Fil 3,10-11), è compito della vita ecclesiale in quanto tale. Non è una tecnica da affidare a educatori o formatori o esperti, ma il frutto di una vita ecclesiale semplice, sana e santa.

    Certo, in questo processo che aiuta il singolo credente a interiorizzare la conoscenza del Signore e a vivere una relazione personale con lui, decisiva è l'iniziazione alla conoscenza delle Scritture. Conoscenza spirituale e orante, che conduca ad ascoltare la potenza della parola di Dio nelle parole umane delle Scritture, sapendo che «l'ignoranza delle Scritture è ignoranza di Cristo» (Gerolamo, citato in DV 25). E alle Scritture bisogna essere introdotti, per cui occorre che vi sia nella Chiesa il servizio di chi si fa guida. Filippo, dopo aver chiesto all'eunuco etiope se capiva il passo di Isaia che stava leggendo, si sentì rispondere: «E come potrei capire se nessuno mi guida (verbo hodèghéo)?» (At 8,31), e allora si mise a spiegare la Scrittura mettendo in atto una vera e propria catechesi cristologica e battesimale.

    Educare alla conoscenza spirituale delle Scritture: questo è un compito che la Chiesa deve assumere con determinazione per il primo annuncio e per il rinnovamento della fede. La relazione personale con Gesù e con Dio, il Padre, non può che passare per questa via. Prendere sul serio il primato della fede nella vita cristiana significa assumere in modo deciso il compito di trasmettere al battezzato gli strumenti della vita spirituale, e anzitutto la capacità di leggere le Scritture per ascoltare la parola di Dio e lasciarsi educare e istruire da essa: la lectio divina.

     

    La fatica della relazione 

    La relazione personale con il Signore si esprime nella preghiera personale e questa trova il suo luogo educativo più proprio nella liturgia, Questa affermazione dovrebbe ricordare a tutti che soggetto che educa alla preghiera è Dio stesso nella forza dello Spirito santo e che attraverso la liturgia Dio dispiega la sua pedagogia educando il suo popolo alla preghiera. Non a caso, altro e antico nome della liturgia è Opus Dei, azione di cui Dio stesso è soggetto. Celebrando: la liturgia, la Chiesa si mette alla scuola di Dio che le insegna a parlare e la inizia alla preghiera. La preghiera personale è la capacità di ridire personalmente, dando del "tu" a Dio, ciò che nella liturgia è pronunciato comunitariamente, rivolgendosi a Dio con il "noi".

    In particolare, la preghiera dei Salmi è educativa per l'acquisizione della capacità di reggere il colloquio spirituale personale con il Signore. Ogni salmo esige ascolto, interiorizzazione, capacità di interpretazione, ovvero di legare la parola di Dio e la vita. I Salmi sono vita posta davanti a Dio e l'assiduità con essi conduce il credente a vivere davanti a Dio, a fare di ogni situazione esistenziale quotidiana un'occasione di obbedienza alla volontà di Dio, di discernimento e di conversione.

    Ma ciò che più mi preme sottolineare è che la relazione con il Signore è faticosa ed esige sforzo, ripetizione, ascesi. Già faticosa è la relazione con chi vediamo, ma la relazione con colui che non vediamo («Nessuno fra gli uomini ha mai visto Dio né lo può vedere»: 1 Tm 6,16), se vuole essere autentica, non può che essere esigente e costosa. Qui entra in gioco un lavoro educativo che deve insegnare a combattere il demone della facilità, del «tutto e subito», dell'immediato, del senza sforzo. La relazione con il Signore esige la formazione di un'interiorità robusta e provata, di una capacità affinata di ascolto, necessita di pazienza e perseveranza, di resistenza e lotta contro le tentazioni. È la qualità umana delle persone, la loro capacità di relazione umana che ha estremo bisogno di essere educata, altrimenti parlare di relazione con Dio e con Cristo è pura illusione o, peggio, ipocrisia e menzogna. Pregare è faticoso, ma prima di pregare bisogna imparare a pensare, a istituire uno spazio interiore per attivare la capacità di dialogo interiore, di fare unità tra eventi della vita e risonanze interiori, per educare e correggere il proprio intimo. E poi anche amare è esigente, accettare l'alterità delle persone mette a dura prova, ascoltare costa sangue, ma questo significa che tutte le realizzazioni umane profonde e alte, che conferiscono intensità e bellezza alla vita, e anzitutto le relazioni, sono faticose e difficili. La facilità non lascia ricordi. Solo il faticoso lascia tracce nella vita e la edifica.

    "Ascesi" è una realtà che deve essere riscoperta nello spazio ecclesiale, se si vuole che la fede diventi relazione personale vissuta e non solamente parlata. E "ascesi", che nulla ha a che fare con la mortificazione, è scegliere costantemente l'essenziale, è ripetere esercizi per allenare il corpo e lo spirito, è essere totalmente in ciò che si sta facendo per fate qualcosa di sé. Nell'ascesi il corpo educa l'anima.

     

    La riflessività: la Bibbia e i Salmi come educatori 

    La Bibbia e, in essa, i Salmi, perno delle celebrazioni liturgiche, diventano assi portanti della relazione personale del credente con il suo Signore, se questi impara ad accostarsi ad essi come a uno specchio. Nel gioco di riflesso che lo specchio attua, l'umano si vede così com'è e nell'immagine che gli viene rimandata si innesta non solo la possibilità della riflessione su di sé, ma anche l'illuminazione dello Spirito santo che orienta l'immagine che si vuole far emergere, immagine somigliante a Cri sto. L'espressione migliore di questo gioco in cui umano e spirituale convergono nell'indicare una via di cambiamento, di conversione, alla persona, è quella usata da Paolo in Rm 8,16: «Lo Spirito stesso testimonia insieme (symmartyréi) al nostro spirito che siamo figli di Dio». Vi è specularità tra Spirito (maiuscolo, in senso teologico) e spirito (minuscolo; in senso antropologico).

    Ora, l'idea della Bibbia come specchio, attraverso la quale il credente può essere educato dalla potenza della Parola e dall'azione dello Spirito, è attestata di frequente nei Padri della Chiesa. Così afferma Gregorio Magno: «La Sacra Scrittura si presenta agli occhi della nostra anima come uno specchio in cui possiamo conoscere ciò che in noi c'è di bello e di brutto, possiamo verificare il nostro progresso e quanto siamo lontani dalla meta. La Sacra Scrittura racconta le imprese dei santi e stimola i cuori fiacchi e deboli ad imitarli. E, mentre richiama alla memoria le loro azioni vittoriose, rafforza le nostre deboli membra per affrontare la lotta contro il male. Le sue parole rendono meno trepidante nel combattimento il nostro spirito, che si vede posti di fronte i trionfi di tanti valorosi. Qualche volta, poi, non solo ci descrive le loro vittorie, ma ci rende note anche le loro sconfitte, affinché possiamo ricavare dalla vittoria dei forti l'esempio da imitare e vedere nella sconfitta ciò che dobbiamo temere» (Gregorio Magno, Commento a Giobbe 2,1,1). L'ascolto personale delle Scritture diviene così luogo di educazione del credente in cui i soggetti, a cui si lascia operare il lavoro formativo, sono la Parola e lo Spirito.

    Altrettanto si può dire dei Salmi. Scrive Atanasio: «Mi sembra che i salmi siano per chi li prega come uno specchio perché possa osservare se stesso e i moti della propria anima, e recitare i salmi con tali sentimenti» (L'interpretazione dei Salmi 12). E ancora: «Il Salterio porta scritti e impressi in sé i moti di ciascuna anima e il modo con il quale essa cambia e si corregge affinché chi è inesperto, se vuole, possa trovare e vedere come un'immagine di tutto questo nel Salterio e plasmare se stesso come là è scritto... Nel libro dei Salmi... chi ascolta impara a conoscere i moti della propria anima e, dopo aver conosciuto le passioni che lo fanno soffrire e lo tengono prigioniero, può ancora ricevere da questo libro un modello di ciò che deve dire. E così non si accontenta di ascoltare distrattamente, ma impara che cosa deve dire e fare per curare la propria passione» (L'interpretazione dei Salmi 10). Quest'ultima frase afferma che il carattere educativo della preghiera dei Salmi diviene anche terapeutico.

     

    La paternità spirituale 

    La relazione di paternità (o "accompagnamento") spirituale è fondamentale nell'opera di educazione al rapporto personale con il Signore. Si tratta di una relazione umana tra due persone in cui può avvenire quel travaso di esperienza dal più anziano o esperto al più giovane o inesperto, travaso di esperienza che consente di iniziare o di approfondire il cammino spirituale cristiano sfuggendo ai rischi del soggettivismo, del «fai, da te», dello spontaneismo. È una relazione asimmetrica, a sinibolica paterna, ed è essenziale che il «padre spirituale» sia un uomo capace di trasmettere vita: un uomo provato, che ha esperienza umana e spirituale e sa farne dono, sa comunicarla. Non è affatto necessario che sia un teologo o un intellettuale, ma che abbia il dono del discernimento, la capacità della misericordia e della carità, la disponibilità alla fatica dell'ascolto, che consente alla persona che si affida alla sua guida di manifestarsi, di svelarsi con piena fiducia sapendosi accolto e non giudicato. All'interno di questo scambio così delicato può avvenire la personalizzazione dell'esperienza della fede: educare alla relazione personale con il Signore significa aiutare l'inverarsi del dono di Dio nell'unicità irripetibile della persona. Le difficoltà nella vita spirituale, i periodi di non senso e di aridità della preghiera, la necessità di un'evoluzione e di una crescita nella relazione con il Signore in una nuova fase della vita, le crisi che intervengono nel cammino di fede, il problematico discernimento della volontà di Dio nell'opacità del quotidiano, sono situazioni che all'interno della relazione di paternità spirituale, segnata da fiducia e discrezione, possono essere affrontate ed elaborate con la necessaria delicatezza e il dovuto rispetto.

    L'accompagnamento spirituale è il luogo di educazione alla relazione personale con il Signore di cui oggi, a mio parere, si sente maggiormente il bisogno, in particolare da parte dei giovani, e che deve essere favorito e sviluppato. Esso consente di innestare la fede e la preghiera in un tessuto relazionale umano e personale, in uno scambio interpersonale in cui la "tradizione" perde i connotati un po' generici e indecifrabili per il giovane e acquista un volto concreto, accessibile e amabile.

     

    Centralità di Gesù Cristo e dell'umanità della persona 

    Due sono i punti centrali, irrinunciabili e inscindibili per educare alla relazione personale con Gesù Cristo e con Dio, il Padre. Un atto deciso e risoluto di riposizionamento del Cristo al centro della vita ecclesiale in tutte le sue espressioni e un'attenzione intensa e sollecita alla dimensione umana della persona.

     

    Gesù Cristo: centro dell'annuncio 

    Al cuore dell'annuncio cristiano vi è Gesù Cristo creduto e testimoniato, Gesù con la sua pratica di umanità, con la declinazione particolare che egli ha dato all'umano. Secondo i vangeli Gesù suscita fede, genera alla fede, educa alla fede, ovvero alla relazione personale con Dio, il Padre, sempre all'interno di incontri in cui egli mette in gioco la sua santità ospitale. Gesù "evangelizza" attraverso incontri umanissimi in cui egli crea uno spazio di libertà attorno a sé consentendo a chi egli incontra di emergere come soggetto e di scoprire la propria dignità e identità di persona umana. Nell'arte di incontrare le persone, che Gesù vive e che i vangeli narrano, cogliamo un magistero circa il clima relazionale richiesto alla comunità cristiana per l'educazione alla relazione personale con il Signore. Il discorso educativo svela così la sua dimensione ecclesiologica: esso interpella e mette in discussione il modo in cui si vivono le relazioni nella Chiesa, il clima umano che si instaura nella comunità cristiana, perché questo, in definitiva, è già educativo o diseducativo, segno della gratuità, del perdono, dell'amore, del riconoscimento che Dio unilateralmente accorda all'uomo, oppure manifestazione di diffidenza, pregiudizio, arroganza, sfruttamento e abuso dell'altro. Il magistero è negli incontri di Gesù, testimoniati dai vangeli.

    Gesù personalizza gli incontri adattandosi all'altro nella sua situazione particolare, non giudica mai la persona che ha di fronte (si pensi all'adultera di Gv 8,1-11 o alla prostituta di Lc 7,36-50, che Gesù vede come donna capace di amore là dove i suoi commensali vedono solo una peccatrice), accoglie il linguaggio che l'altro sa mettere in atto (la prostituta di Lc 7,3650 ha solo linguaggio corporeo, non dice una parola), accetta di mettersi in discussione, di mutare parere riconoscendo la giustizia e la fede dell'altra persona (Mt 15,21-28), ha di mira la libertà dell'altro, non tende a legare a sé coloro che guarisce o che giungono alla fede grazie a lui, ma li restituisce a se stessi (Mc 5,1-20). Incontrare Gesù significa:

    - conoscere la valorizzazione del proprio nome e del proprio volto, della propria unicità;

    - entrare nel compito e nella responsabilità di umanizzarsi;

    - cogliere l'essenzialità del gratuito;

    - entrare nell'avventura e nell'ascesi della libertà.

    Questi elementi sono costitutivi dell'incontro che anche oggi può condurre una persona alla relazione personale con Gesù. Condizione necessaria è che questa persona incontri un'umanità affidabile. L'educazione alla relazione personale con il Signore dipende anche dalla affidabilità dei soggetti umani che se ne fanno carico e della comunità cristiana nel suo insieme. Solo persone la cui umanità è credibile possono far nascere un'attitudine di fiducia e introdurre alla relazione personale con il Signore. Il problema che qui si pone è quello della qualità umana dei credenti, e in particolare, dei primi deputati alla «trasmissione della fede»: vescovi, preti, religiosi, operatori pastorali, animatori.

     

    La dimensione personale 

    Una relazione personale con il Signore potrà essere vissuta nella misura in cui una persona sarà capace di solitudine e di silenzio, di quell'arte che i Padri medievali chiamavano habitare secum. Senza capacità dell'umanissima vita interiore, non vi sarà alcuna capacità di relazione con Dio. Insegnare a leggere come arte di conoscersi davanti a un testo, insegnare l'attenzione come capacità di concentrazione interiore, di raccoglimento intimo delle proprie energie verso un fine, insegnare la volontà come fattore di libertà, insegnare a cogliere la realtà dell'invisibile, insegnare il lavoro della memoria, insegnare a dominare le proprie emozioni, insegnare ad accogliere i limiti di cui la vita è costituita: questi non sono che alcuni momenti di un'educazione dell'umano che è oggi culturalmente necessaria anche in vista di aiutare le persone a strutturare la loro vita di fede in modo adulto e maturo.

     

    In Cristo, il rapporto con Dio 

    L'espressione più adeguata della relazione con il Dio di Gesù Cristo, con il Padre, è da sempre contenuta nella preghiera ricevuta dal Signore stesso, il «Padre nostro» (cfr. Lc 11,1-4). Educare alla relazione con il Padre è educare a vivere il «Padre nostro».

    Il Padre che il cristiano prega è invisibile e silenzioso. Questa non-visibilità e questo silenzio sono l'occasione che il Padre offre all'uomo affinché cresca come figlio, maturi la propria soggettività, arrivi a parlare in prima persona. Questi due elementi, assunti coscientemente nella preghiera personale, diventano capaci di orientare il credente verso la maturità di fede. Si tratta pertanto di educare (fin dall'infanzia, nello spazio famigliare) a esercitarsi a credere alla presenza invisibile ma reale di Dio, ad aver fiducia in una presenza che ascolta anche se resta nel silenzio. L'educazione alla relazione con il Padre esige dunque il lavoro di educare al senso di una Presenza. Cosa che può avvenire solo se gli educatori stessi si fanno presenza accanto a colui che viene introdotto nella vita spirituale.

    Lo spazio di apertura e di silenzio creato dall'invisibilità e dal silenzio di Dio è l'alveo nel quale la persona può conoscere se stessa come avvolta da una presenza, come non abbandonata, come amata, e in quello spazio, davanti al Terzo invisibile e silenzioso, essa può compiere il movimento di accettazione di sé e di riconoscimento dell'altro. La relazione con il Dio Padre invisibile e silenzioso diviene così esercizio di relazione con se stesso e con gli altri, diviene fondamento della capacità di presenza e di parola.

    Accanto a questo lavoro di introduzione al senso di una presenza, l'educazione alla relazione con il Padre deve tendere a educare alla fiducia. Fiducia che sta alla base dell'invocazione "Padre" e delle successive richieste a lui rivolte. Fiducia filiale, fiducia di chi, sulle orme di Gesù, si rivolge a Dio chiamandolo Abbà. La dimensione personalissima e confidenziale della relazione filiale implicata dall'uso tipico di Gesù del vocabolo abbà, proprio del linguaggio infantile, con cui i bambini in tenera età erano soliti rivolgersi al padre, termine inconsueto all'epoca per invocare Dio, è come se facesse scendere Dio dal cielo per farlo dimorare sulla terra conferendogli un volto prossimo: non tanto il solenne e maestoso 'avinu malkenu («padre nostro e nostro re») quanto il semplice e domestico abbà, «papà». Che il termine abbà evochi immediatamente la fiducia, lo mostra un testo di Teodoreto di Ciro che, commentando l'espressione di Paolo: «Voi avete ricevuto lo Spirito che rende figli, per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre» (Rm 8,15), scrive: «(Paolo) aggiunge Abbà, mostrando così la fiducia (parresían) di coloro che lo invocano in tal modo. In effetti, sono i bambini, i quali mostrano la più grande libertà verso i loro padri, che usano più di frequente questo termine rivolgendosi a loro» (Commento alla lettera ai Romani VIII,15). La relazione personale con il Padre, come relazione di fiducia, implica la convinzione di essere ascoltato e accolto da Dio e il coraggio di domandare a Dio. Ed evidentemente implica il fare spazio nella propria vita all'azione di Dio Padre.

    Educare alla relazione con il Padre è educare alla libertà: la libertà di chi vuole non affermare il proprio nome, ma fare della propria vita e della propria persona il luogo di manifestazione della santità di Dio; la libertà di chi lascia regnare su di sé la sua Parola e lo Spirito di Dio; la libertà di chi non cerca di imporre a Dio e agli altri uomini il proprio volere, ma in tutto cerca di adempiere l'amore come vissuto da Cristo, che è ciò che Dio vuole.

    Educare alla relazione con il Padre è anche educare a rapportarsi al mondo non nel modo del consumo, ma della contemplazione e della gratuità. La domanda del pane quotidiano rivolta al Padre dice di un atteggiamento di rapporto con il mondo che non vuole essere di uso e sfruttamento, di appropriazione e di consumo, ma di gratuità e di gratitudine: anche sul frutto del lavoro delle mani dell'uomo - il pane - il credente fa regnare il dono e la presenza di Dio, la sua volontà e il suo nome.

    Educare al rapporto con il Padre comporta anche l'educazione alla verità, nel senso della visione realistica di sé, del riconoscimento del male commesso, del coraggio di vedere le tenebre del proprio cuore e di discernere la fraternità ferita e la paternità tradita, ma anche nel senso della presenza enigmatica del male nella vita e nella storia, della capacità di contatto con il tragico dell'esistenza e della storia. Comporta l'educazione alla sincerità, al rifiuto dell'autogiustificazione, alla piena responsabilità personale, al riconoscimento del proprio peccato e all'accoglienza del perdono, così come alla disponibilità a perdonare: «Se voi perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15). Il rapporto con il Padre invisibile trova infatti sempre nel rapporto visibile con i fratelli il suo specchio veritativo: «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,19).

    (Servizio della Parola, n. 440 - Settembre 2012, pp.8-19)