Educare alla giustizia
Giannino Piana
L'educazione alla "giustizia" è oggi particolarmente importante. Le spinte individualistiche e corporative, che caratterizzano la nostra società, rischiano di cancellare dalla coscienza l'apertura all'altro, di chiudere ciascuno dentro al proprio io in termini del tutto autoreferenziali e di accentuare le disuguaglianze e le conflittualità sociali. La pratica della giustizia costituisce il vero antidoto nei confronti di questa situazione. La giustizia affonda infatti le sue radici nel riconoscimento della dignità di ogni persona umana; da essa scaturisce l'esigenza di tutelarne e promuoverne i diritti, tanto sul piano sociale che legale, creando le condizioni per lo sviluppo di una convivenza ordinata e pacifica.
Che cos'è la giustizia?
Ma è doveroso anzitutto domandarsi: In che cosa consiste la giustizia? Quali sono i connotati che la qualificano? E quali implicazioni da tali connotati scaturiscono?
La giustizia, che la tradizione classica e medievale ha da sempre considerato una «virtù cardinale» - uno dei cardini sui quali poggia l'intera vita morale - ha in primo luogo come riferimento l'altro. Nell'Etica a Nicomaco, Aristotele usa una formula sintetica, ma efficace, per definirla: iustitia est ad alterum (la giustizia ha come oggetto l'altro); essa riguarda perciò tutti i rapporti interumani, e rappresenta il nucleo essenziale o l'elemento costitutivo dell'eticità. La conferma viene del resto dalla stessa tradizione ebraica: la seconda tavola del Decalogo - quella propriamente etica - ha come obiettivo la determinazione di ciò che va rispettato nell'ambito delle relazioni umane e che è, a sua volta, sintetizzato nella famosa «regola d'oro»: non fare all'altro ciò che non desideri sia fatto a te.
Un ulteriore importante elemento per la comprensione del significato della giustizia è poi ricavabile dalla famosa definizione che di essa ci fornisce il diritto romano: unicuique suum reddere (dare a ciascuno il suo). Ciò che si intende qui soprattutto sottolineare è l'esistenza di un dato ontologico (e inalienabile), che fornisce alla giustizia un preciso contenuto: il suum al quale ci si riferisce è infatti l'insieme dei diritti irrinunciabili che devono essere posti alla base delle relazioni e la cui preservazione e promozione va estesa ad ogni soggetto umano (unicuique).
La giustizia è dunque la virtù che regola le relazioni tra i soggetti umani, assegnando a ciascuno ciò che gli è dovuto, nel pieno rispetto cioè dei suoi diritti e, in definitiva, nel riconoscimento della sua dignità.
Il primato della giustizia sociale
In epoca moderna, con l'avvento dell'ideologia liberale, incentrata su una concezione individualistica dell'uomo, e con l'affermarsi del sistema capitalista che fa dell'interesse individuale la molla del sistema economico , la "giustizia" subisce un processo riduttivo. Essa viene relegata nell'ambito delle sole relazioni interpersonali - si identifica cioè con la giustizia commutativa - e trova la sua concretizzazione nello scambio e nella perequazione oggettiva dei beni. Si fa in questo modo strada la privatizzazione e l'oggettivazione della giustizia che ha tuttora largo seguito nelle coscienze, per la quale ad essere penalizzata è la giustizia sociale considerata come qualcosa di accessorio e di aleatorio: l'insensibilità diffusa nei confronti del dovere di pagare le tasse è uno dei segnali più evidenti di questa mentalità.
La giustizia va, invece, in primo luogo concepita - come è del resto chiaramente affermato dalla più genuina tradizione cristiana (dalle testimonianze bibliche a quelle patristiche e della teologia medievale) - quale giustizia sociale, la quale, in un mondo interdipendente come il nostro, deve svilupparsi in una prospettiva sempre più universalistica. L'altro, cui la giustizia si riferisce, non è soltanto il vicino e neppure semplicemente il connazionale, ma è ogni uomo; è - per usare un'espressione coniata da Paul Ricoeur - il «terzo» con cui non entreremo mai in un rapporto diretto, ma che ha un volto e un nome preciso e verso il quale siamo chiamati ad esercitare la nostra responsabilità mediante la promozione di «strutture giuste». E ancora: non è solo l'umanità attualmente esistente, ma sono anche - come suggerisce Hans Jonas - le generazioni future alle quali è doveroso consegnare un mondo abitabile.
Orientamenti educativi
Le riflessioni fin qui fatte ci consentono di mettere a fuoco alcune direttrici lungo le quali deve svilupparsi l'azione educativa. Ci limitiamo a segnalarne tre, che riteniamo particolarmente importanti, senza pretesa di completezza.
a) L'educazione alla giustizia implica anzitutto la coltivazione della capacità di riconoscere l'altro (ogni altro) come persona, cioè come soggetto che gode di una dignità assoluta e di diritti inalienabili. Il che può avvenire soltanto quando si abbandona una concezione dell'altro - purtroppo tuttora diffusa - come soggetto esterno, dunque estraneo, per fare invece propria una concezione per la quale l'altro è dentro di noi, ci appartiene, è qualcuno con cui dobbiamo costantemente fare i conti; è parte integrante di noi e della nostra realizzazione personale. Questo riconoscimento, d'altronde, non può ridursi soltanto ad una generica adesione all'altro, ad una visione oggettiva e appiattita dell'alterità che ha come obiettivo la mera perequazione dei diritti. L'altro è ogni soggetto umano con un volto e un nome preciso, caratterizzato da lineamenti inconfondibili, da una unicità ed irripetibilità che vanno assolutamente salvaguardate. L'attuazione piena della giustizia ha dunque luogo soltanto quando essa si coniuga strettamente con l'equità, quando cioè l'attenzione alla singolarità di ogni persona si traduce nel rispetto e nella valorizzazione delle differenze. Il suum al quale la giustizia fa riferimento rinvia anzitutto a ciò che appartiene alla natura dell'uomo, ed è pertanto comune ad ogni uomo e, nello stesso tempo, a ciò che è proprio di ciascun uomo, che deve essere come tale fatto oggetto di particolare considerazione.
b) L'educazione alla giustizia comporta, in secondo luogo, la consapevolezza della socialità come dimensione costitutiva della soggettività umana. La scoperta dell'individuo, che costituisce una delle grandi conquiste della modernità occidentale, si è purtroppo spesso tradotta in una forma di individualismo chiuso ed egocentrico: la società appare, in questa visione, come qualcosa di esterno e di ingombrante da cui occorre difendersi, e non invece come l'habitat naturale entro il quale la vita dell'individuo può dispiegare tutte le proprie potenzialità. Il concetto di persona, che ha le sue origini nella tradizione cristiana, coniuga in se stesso inscindibilmente due connotati: l'individualità e la socialità. La persona è individuo, ma è insieme soggetto di e in relazione; ella infatti si comprende e si realizza sempre soltanto nel rapporto con l'altro e con gli altri. Le scienze umane - in particolare quelle psicologiche e sociali - confermano pienamente questo assunto. I processi mediante i quali avviene la personalizzazione, cioè l'acquisizione dell'identità individuale, sono processi di socializzazione, che si sviluppano entro una rete di rapporti che coinvolgono un insieme di soggetti: dalle figure parentali ai gruppi informali fino alle istituzioni della società in cui si è inseriti. L'acquisizione del valore che la società riveste e dell'impegno che in essa si è chiamati ad esercitare esige, per potersi pienamente dispiegare, l'inserimento progressivo in esperienze dirette di partecipazione alla vita collettiva, che vanno graduate secondo le esigenze delle diverse età della persona. La giustizia ha la sua concreta incarnazione nel «bene comune», che va perseguito dall'insieme dei soggetti che compongono la società - singoli, gruppi, associazioni e istituzioni pubbliche - soprattutto attraverso il rispetto e la promozione dei «beni comuni» che sono indivisibilmente i beni di ciascuno e di tutti.
c) Infine, l'educazione alla giustizia esige l'acquisizione della dimensione politica come via obbligata per concorrere oggi al processo della liberazione umana. L'interdipendenza sempre più stretta dei vari ambiti in cui viene articolandosi la convivenza umana e, più radicalmente, tra tutti i popoli della terra rende trasparente la necessità del coinvolgimento di ciascuno nei confronti dei problemi dell'umanità (e non solo, come già si è ricordato, di quella presente, ma anche di quella futura). Questo implica anzitutto l'impegno a sviluppare una coscienza politica con un respiro universalistico, dove cioè la giustizia superi la tentazione del semplice assistenzialismo per fare propria una prospettiva di carattere strutturale; ma implica anche che la valutazione delle proprie scelte (o delle proprie omissioni) avvenga nel quadro di una visione universalistica, attenta cioè a misurare le ricadute che esse hanno sull'intera famiglia umana.
Il rispetto della giustizia, secondo le modalità qui richiamate, è per il credente la via obbligata da percorrere per vivere la virtù cristiana per eccellenza, cioè la carità. Non vi è carità senza giustizia, nel senso che la giustizia costituisce la prima e più immediata modalità di esercizio della carità; ma, inversamente, non vi è giustizia vera e piena senza la carità, poiché essa (ed essa soltanto) è in grado di far uscire la giustizia dalla logica del mero scambio tra "cose" per farla diventare (come deve essere) relazione tra persone, che si attua soltanto laddove si fa spazio alla logica del dono e della gratuità. Educare alla giustizia significa pertanto per il credente creare le condizioni per l'immissione nella realtà del mistero divino, che è mistero di infinito amore.
(Servizio della Parola, n, 440 Settembre 2012, pp.48-52)

