Educare alla scuola
di don Bosco
Una proposta di Riccardo Tonelli
Per risolvere i gravi problemi educativi che inquietano oggi molti educatori, in una stagione di diffuso pluralismo e di larga complessità, abbiamo bisogno di coinvolgere gli amici più grandi di noi. Quello che essi hanno vissuto, costruito, proposto diventa importante anche per noi.
Don Bosco è uno di questi amici. Ha fatto tante cose, coraggiose e concrete, a favore dei giovani, che diventa facile decidere di mettersi alla sua scuola anche per affrontare i problemi dell'educazione cristiana dei giovani oggi.
Il confronto va realizzato però in uno stile speciale. Don Bosco era un uomo dell'ottocento cattolico, con i suoi pregi e i suoi limiti, come capita per ogni stagione culturale ed ecclesiale. Non lo possiamo certo copiare, accontentandoci di scoprire quello che lui ha fatto. Si richiede un atteggiamento diverso e più impegnativo.
Tento di suggerirlo.
Una passione grande per la vita dei giovani
Una citazione felice ci aiuta a scoprire l'esperienza e il progetto educativo di don Bosco. E' tratta dalla Lettera apostolica, indirizzata da Giovanni Paolo II alla Famiglia salesiana in occasione del primo centenario della morte di don Bosco: "L'espressione felice `Basta che siate giovani perché io vi ami' fu la parola e, prima ancora, l'opzione educativa fondamentale del Santo: 'Ho promesso a Dio che fin l'ultimo mio respiro sarebbe stato per i miei poveri giovani'. E, veramente, per essi egli svolse un'impressionante attività con le parole, con gli scritti, le istituzioni, i viaggi, gli incontri con personalità civili e religiose; per essi, soprattutto, manifestò un'attenzione premurosa, rivolta alla loro persone, perché nel suo amore di padre i giovani potessero cogliere il segno di un amore più alto" (Juvenum patris 4).
La citazione indica molto bene le dimensioni concrete dell'azione educativa di don Bosco:
• un amore grande per la gente e la voglia di trasformare ciò che sembra non funzionare, che porta a orientare tutta la propria esistenza nella direzione del servizio educativo: don Bosco cercava la trasformazione culturale e sociale, come tanti suoi contemporanei, ma era convinto che la strada da percorrere fosse quella dell'educazione;
• i destinatari privilegiati di questo amore: i giovani, cercati, accolti e serviti perché giovani, senza ulteriori richieste di condizioni. Nell'impegno di rigenerazione della società don Bosco esprimeva una fiducia piena e totale nei confronti dei giovani;
• il contenuto di questo amore. Per don Bosco l'attenzione al religioso costituisce una dimensione fondamentale. Lo ripeteva spesso: se l'educazione è "cosa di cuore", Dio è padrone del cuore. Per questo, ha affidato la sua missione educativa ai "mezzi soprannaturali", come diceva lui. Ha educato i suoi giovani affermando la potente forza della grazia di Dio. Ha insistito moltissimo sui sacramenti, sulla preghiera, sulla "buona condotta", motivata nello svelamento della dignità di figli di Dio.
• la qualità della proposta: far sperimentare nel concreto quello che viene dichiarato a parole: "il suo cuore di padre" per parlare bene di Dio.
Il contributo originale di don Bosco
Tutte le persone, impegnate in imprese impegnative, hanno un progetto grande, come orizzonte globale della loro attività. E' una specie di "perla preziosa", come dice il Vangelo, che orienta tutta l'esistenza. Va scoperta... per non ridurre il confronto con don Bosco ad una operazione eclettica.
Qual era la preoccupazione che inquietava l'esistenza di don Bosco? La risposta l'ha data lui stesso, tante volte.
A chi gli chiedeva per quale ragione dedicava tempo, energie, risorse a favore di tanti ragazzi, Don Bosco rispondeva, senza ombra di incertezze: "Voglio farli diventare buoni cristiani e onesti cittadini". Alle parole facevano subito riscontro fatti, precisi e concreti. Attraverso questo modo di fare don Bosco pretendeva ascolto, rispetto e, magari, qualche appoggio... proprio da tutti. Un buon cristiano e un onesto cittadino andava davvero bene a tutti, soprattutto se il soggetto, circondato di tante cure, era un ragazzo abbandonato, precipitato dalle montagne nel fervore della prima industrializzazione torinese.
"Onesti cittadini perché buoni cristiani"
La formula "buoni cristiani e onesti cittadini" ha fatto presto il giro del mondo, pronunciata e realizzata da tanti educatori. E' diventata una specie di carta di identificazione per coloro che riconoscevano in don Bosco un maestro dell'educazione dei giovani, cui ispirarsi.
Nella Lettera apostolica, già citata, l'espressione famosa viene cambiata: "onesto cittadino perché buon cristiano" (Juvenum patris 10).
Si tratta di una integrazione indebita, lontana dal pensiero di don Bosco... oppure lo rappresenta veramente in modo autentico, fino al punto che possiamo riconoscere che era nel suo "cuore" ciò che non è mai stato sulla sua "bocca"?
La dimensione religiosa dell'esistenza
Per don Bosco e per gli uomini religiosi del suo tempo solo in una esplicita e consapevole esperienza cristiana è possibile vivere seriamente la propria responsabilità sociale, culturale, politica... "umana", in una parola.
Oggi abbiamo una sensibilità assai diversa. Essa ci porta a separare gli ambiti e le competenze. Non possiamo però rigettare il modo di pensare dei tempi di don Bosco con l'atteggiamento sconsiderato di chi si lascia sedurre dal nuovo e dai limiti evidenti dell'antico. Un'operazione del genere denuncia la mancanza di discernimento. Riproduce, dall'opposto, l'enfasi sulla tradizione e su quello che altri hanno vissuto prima di noi.
Nel profondo della prassi e delle espressioni di don Bosco è presente qualcosa che attraversa i modelli culturali e giunge fino a noi, come un dono prezioso: la consapevolezza di quanto sia centrale nella vita il vissuto e l'esperienza religiosa. Questo don Bosco affermava quando metteva al centro del suo impegno educativo la grazia di Dio e la salvezza dell'anima.
Abbiamo davvero un gran bisogno di recuperare questa dimensione dell'esistenza. La sua perdita ci impoverisce tutti e fa terribilmente scadere la qualità della nostra vita. Va in crisi il significato dell'esperienza cristiana perché ci siamo rassegnati a convivere con un livello scarso di qualità di vita quotidiana.
Inventare e non copiare
Cosa significa "educare alla scuola di don Bosco"? La proposta appena ricordata è affascinante e impegnativa.
Qualcuno risponde tranquillamente: fare quello che ha fatto lui.
Qualche altra persona non la sente davvero di continuare a ripetere gesti e parole che hanno il sapore di modelli culturali ormai vecchi e superati... ed è tentato di buttare via tutto.
Credo ci sia e vada sperimentata un'alternativa molto seria: nella prassi e nelle parole di don Bosco va operato un discernimento che permetta di distinguere il suo cuore, le sue intenzioni, la sua passione sconfinata verso i giovani e la loro vita, dai modelli operativi in cui tutto questo si è espresso. Essi sono legati a filo doppio ad una visione di esistenza umana e cristiana molto legata ai modelli antropologici e teologici del tempo di don Bosco... e neppure dei più innovativi tra quelli presenti nel suo contesto culturale ed ecclesiale. Il suo cuore resta, grande e provocante oltre i limiti del tempo, anche quando riconosciamo limitate e caduche le sue espressioni e preoccupazioni.
Il discernimento continua in un'opera di nuova formulazione culturale. I modelli teologici attuali ci aiutano ad esprimere la passione di don Bosco secondo modalità rinnovate. Esso dicono cosa farebbe don Bosco nel nostro oggi.
Fare don Bosco oggi
Siamo in una di largo pluralismo. Ci incontriamo e ci scontriamo con modelli operativi assai diversi. Dobbiamo scegliere, con coraggio e responsabilità, rischiando e inventando.
Alla scuola di don Bosco possiamo ritrovare orientamenti preziosi, che ci chiamano a libertà e a responsabilità operosa, se siamo capaci di inventare e non copiare.
La ragione di fondo: restituire vita e speranza
Gli educatori cristiani concentrano oggi impegni, preoccupazioni e interventi attorno all'unico problema, veramente serio e inquietante: la vita e il suo senso oltre le provocazioni di cui la vita stessa è carica (dolore e morte ne sono l'emergenza più tragica).
Anche la comunità cristiana ritrova in questa preoccupazione la ragione costitutiva del suo servizio: realizzare per ogni uomo, nelle situazioni e istituzioni concrete in cui vive, quella pienezza di vita e quel consolidamento sicuro della speranza che è la grande e definitiva ragione della stessa esistenza di Gesù.
Attorno alla vita e alla speranza l'impegno educativo e il servizio ecclesiale si trovano quindi in stretta collaborazione sull'obiettivo comune, anche se va realizzato attraverso procedure differenti e mediante le strumentazioni tipiche e specifiche.
Solo nella convergenza può essere realizzato pienamente.
Chi cerca la vita, la vuole piena e totale. Troppi ostacoli - insormontabili - ne minacciano la realizzazione. Abbiamo bisogno di un "di più" che sia a fondamento della speranza. Chi evangelizza si assume questo compito: dice forte, a fatti e a parole, che possiamo essere nella vita e restare radicati nella speranza solo se accettiamo di consegnare la nostra esistenza al mistero di Dio nel progetto di Gesù e c'impegniamo a vivere la nostra stessa esistenza e a costruire strutture di servizio nella logica di questo stesso progetto.
Il nodo della questione: la qualità della vita
Il punto d'incontro e di confronto è dato dalla "qualità della vita": un modo di progettare e realizzare la propria vita tale da corrispondere alla sua autenticità. Quale?
In una stagione di pluralismo le risposte sono tante.
Un criterio di confronto e di verifica ci viene dall'esperienza cristiana: in Gesù troviamo la pienezza e l'autenticità della vita e il fondamento della speranza.
La nostra ricerca educativa, realizzata in prospettiva culturale, può trovare così la sua ispirazione e il suo orientamento.
Faccio qualche esempio di esiti possibili, attivando un confronto soprattutto con alcune esigenze culturali oggi particolarmente urgenti:
- Un'esistenza in esodo verso l'alterità
La prima e più inquietante questione è quella dell'identità. Su questa frontiera si gioca la maturazione umana e cristiana delle persone.
Chi sono io? Cosa mi qualifica e mi definisce? Su quali valori imposto la mia esistenza?
Di risposte ce ne sono moltissime. Ciascuno ha la propria... e per la sua realizzazione si affanna e si arrabatta incessantemente. Spesso tocchiamo con mano la delusione e lo scoraggiamento, come risonanza spontanea alla presunzione e all'arroganza.
E se ritrovassimo il coraggio di comprenderci e di definirci sulla capacità di decentrarci verso l'altro che ha bisogno di noi e ci chiama, con un grido spesso forse soffocato e comunque molto disturbato?
- Una identità nell'affidamento
La seconda preoccupazione riguarda il livello di stabilità da assicurare nella costruzione della personale identità.
Sono diversi i modi in cui possiamo pensare ad una identità stabilizzata.
Il riferimento è dato dalla situazione culturale e strutturale. La costruzione dell'identità non si realizza infatti come in una campana di vetro, isolati dai rumori e dalle tensioni. Al contrario, si costruisce in un preciso ambiente, sociale e culturale, che ci preme addosso e ci condiziona fortemente. Su questa variabile decidiamo il tipo di stabilità da ricercare e consolidare per la formazione.
Nel passato appena trascorso dominava una cultura omogenea e unitaria. In quella situazione la spinta alla stabilità era già diffusa nel clima culturale. Gli inviti alla coerenza (alla stabilità cioè tra progetto personale e azione) risuonavano frequenti; e nessuno li contestava, anche quando i comportamenti giravano su altre logiche.
L'esito era generalmente una identità sicura e unificata, con poche possibilità di devianza dalle norme a motivo del forte controllo sociale.
Nella situazione attuale, caratterizzata invece da complessità e pluralismo, la costruzione dell'identità e la sua stabilizzazione risentono fortemente dell'influsso destabilizzante di questi tratti tipici del nostro tempo.
L'esito lo costatiamo ogni giorno. Sta sorgendo, a livello pratico e con una insistita giustificazione anche teorica, un modo nuovo di comprendere e vivere l'identità. Abbiamo più dubbi che certezze, più interrogativi che punti esclamativi. In genere, non usiamo parole dure e solenni; preferiamo invece esprimerci in termini relativi, incerti e fragili.
Questo modo di fare spaventa coloro che invece sono stati abituati a pensare all'identità secondo i modelli sicuri e forti, che dominavano nel passato. Essi hanno nostalgia di un tipo di identità che assomigli ad un buon calcolatore, capace di realizzare, senza eccessive difficoltà, tutte le operazioni per cui era stato programmato. Quando il calcolatore s'inceppava, la ragione era sempre la presenza, più o meno avvertita, di qualche guasto. E così, bastava l'intervento di un buon tecnico... e tutto tornava a funzionare a puntino.
L'identità debole sembra quello che ci vuole per un tempo di crisi. Qualcuno dice, giocandO con le parole, che questa non è un'identità in crisi, ma l'identità necessaria per sopravvivere in situazione di crisi.
Sono convinto che sia possibile inventare un'alternativa ai modelli forti e a quelli deboli. Questa alternativa è data dalla capacità di affidamento.
La stabilità non è cercata né nella reattività verso l'esistente né nella sicurezza che proviene dai principi solidi e stabili su cui si vuole costruire la propria esistenza. Non è però neppure rifiutata come alienante e impossibile, in una situazione di complessità e di eccesso incontrollato di proposte. Sta invece nel coraggio di consegnarsi ad un fondamento, che è soprattutto sperato, che sta oltre quello che posso costruire e sperimentare. Colui che vive, si comprende e si definisce quotidianamente in una reale esperienza di affidamento, accetta la debolezza della propria esistenza come limite invalicabile della propria umanità.
Il fondamento sperato è la vita, progressivamente compresa nel mistero di Dio. Il gesto, fragile e rischioso, della sua accoglienza è una decisione giocata nell'avventura personale e tutta orientata verso un progetto già dato, che supera, giudica e orienta gli incerti passi dell'esistenza.
Ricostruire persone capaci di affidamento significa, di conseguenza, ricostruire un tessuto di umanità. Ma significa anche radicare la condizione irrinunciabile per vivere una matura esperienza cristiana.
- Capacità di interiorità
La terza preoccupazione riguarda il confronto tra identità e valori.
Il perno dell'identità sono i valori che la persona fa propri. Organizzati in un sistema coerente di significato, determinano il senso della sua esistenza e il riferimento attraverso cui sono colte, selezionate ed elaborate le stimolazioni che spingono all'azione.
Questi valori non li recuperiamo da un deposito, terso e protetto, e neppure li ereditiamo dalla nascita. Essi sono diffusi nel mondo quotidiano, con tutte le tensioni e le difficoltà di cui esso è segnato. Li assumiamo per confronto e per educazione. Sono più oggetto di esperienza che frutto di studio e di conoscenza.
È difficile e poco praticabile immaginare un controllo selettivo sui valori attorno cui costruire e stabilizzare la propria identità. La situazione di complessità minaccia proprio questa possibilità. L'intervento formativo possibile è un altro.
La persona è formata quando si è costruita un «filtro» attraverso cui verificare e valutare cosa accogliere e su cosa reagire. Non cerca così mondi protetti e neppure teme il pluralismo delle proposte. Le sa invece accogliere o rifiutare a partire da qualcosa che riconosce come decisivo nella propria struttura di personalità.
La costruzione dell'identità è così un fatto personale e sociale nello stesso tempo. Dipende in altre parole da una fatica che ha nella persona l'unico protagonista ed è legata intensamente al tessuto sociale in cui la persona si esprime e al suo influsso e condizionamento. In un ambiente di complessità e di pluralismo la formazione esige, perciò, come condizione di possibilità e di autenticità, l'impegno di restituire ad ogni persona la capacità di comprendersi e di progettarsi dal silenzio della propria interiorità.
Interiorità dice spazio intimissimo e personale, dove tutte le voci possono risuonare, ma dove ciascuno si trova a dover decidere, solo e povero, privo di tutte le sicurezze che danno conforto nella sofferenza che ogni decisione esige. Il confronto e il dialogo serrato con tutti sono ricercati, come dono prezioso che proviene dalla diversità. La decisione e la ricostruzione di personalità nascono però in uno spazio di solitudine interiore, che permette, verifica e rende concreta la «coerenza» con le scelte unificanti la propria esistenza.
La capacità di interiorità è così la condizione irrinunciabile di un processo formativo per un tempo di complessità. In questo spazio di esigente e indiscutibile soggettività la persona valuta e interpreta tutto, prende le proprie decisioni, soffre la faticosa coerenza con le scelte.
- Verso decisioni coraggiose
Infine, la quarta preoccupazione riguarda l'esigenza di abilitare i giovani a decisioni ferme sulle cose che contano veramente.
La nostra cultura ci spinge a decisioni mai definitive, verso un'attenzione esasperata a non precludersi nessuna possibilità. L'eccedenza delle opportunità giustifica appartenenze deboli, dove sembra compatibile un orientamento e il suo contrario.
Questo è principio pericoloso: la persona è frastagliata proprio al livello della sua qualificazione.
Non mi accontento di scelte coerenti con un quadro oggettivo di valori. È troppo facile assumerle con entusiasmo e poi, in altro ambiente e sotto un altro tetto, giocare lo stesso entusiasmo nella direzione opposta. Il limite non è di coerenza; sta invece in quella mancanza di decisionalità forte che sembra la condizione irrinunciabile per sopravvivere oggi.
In che direzione sollecitare il coraggio di decisioni forti e impegnative? La Chiesa del Concilio ha riscoperto che il centro della vita nuova del cristiano sta nella condivisione appassionata della causa di Gesù. Da questa prospettiva possiamo riformulare i vecchi modelli moralistici e chiedere, nello stesso tempo, una conversione radicale di vita, grande come quella che ha costruito i santi.
La decisione è per il regno di Dio. Questa è la «perla preziosa» per acquistare la quale bisogna essere disposti a vendere tutto il resto.
Il regno di Dio è la pienezza di vita per ogni uomo. Questa pienezza è tutto frutto della passione operosa di Dio per far nascere vita dove c'è morte. È dono suo, gratuito e imprevedibile. Ma è un dono speciale: sollecita e sostiene la collaborazione responsabile d'ogni uomo di buona volontà, esigendo che ogni impegno per la vita sia realizzato «secondo il suo progetto».
A confronto con Gesù di Nazareth scopriamo l'oggetto della nostra decisione, la sua qualità e le condizioni che la rendono autentica.
Gesù ha sacrificato la sua vita, come sommo gesto d'amore, accettando le conseguenze di un'esistenza tutta protesa nell'impegno di restituire vita e speranza, nel nome di Dio, a tutti gli uomini. «Dare la vita» è la condizione fondamentale perché essa sia piena e abbondante per tutti. Chi s'impegna in questo, riconosce che l'esito della sua fatica è sempre «oltre» ogni progetto umano ed ogni realizzazione. Viene dal futuro di Dio, dove ogni lacrima sarà finalmente e definitivamente asciugata.
Chi vuole la vita e gioca la sua per donarla a tutti, pianta perciò la croce nel centro della sua vita. Riconosce la passione di Dio per la vita di tutti e si dichiara disponibile, con i fatti, a perdere la propria vita, come gesto supremo d'impegno, concreto e storico, per la vita.
- Una ricerca che deve continuare
Questi sono solo esempi di una ricerca che deve continuare.
Suggerisco qualche direzione, offrendo ulteriori esempi, almeno come titoli:
• la ricomprensione della libertà nel suo rapporto con la legge, per ricostruire una matura e autentica esperienza di legalità;
• la riscoperta del mistero che ci avvolge, da accogliere e rispettare;
• la riscoperta gioia della propria finitudine esistenziale che sa farsi invocazione
• il passaggio continuo e concreto dalla solidarietà alla responsabilità;
• l'accoglienza della diversità come dono reciproco per una più ampia e concreta comunione.
Verso una intensa esperienza religiosa
Nella logica del rapporto stretto tra qualità della vita e esperienza religiosa, che don Bosco ci consegna e la cui realizzazione è affidata alla nostra ricerca e competenza, possiamo anche immaginare alcuni momenti forti, da programmare per portare a compimento la ricerca appassionata di vita e di speranza, che il processo educativo ha scatenato.
Ci tengo a ricordare che essi non riguardano "altri"... i gestori istituzionali del religioso. Chi cerca la vita e la speranza riconosce che
• l'attesa di vita va educata... in una situazione di esistenza dove si passa dall'autosufficienza alla disperazione, attraverso un forte e qualificato lavoro culturale;
• ma va anche progettato qualcosa che permetta di incontrare ciò che si cerca, di
sperimentare le due braccia robuste che afferrano la mani alzate
nell'invocazione, per restituire ad una più intensa esperienza di ricerca...
Per questo, alla scuola di don Bosco, educazione ed evangelizzazione sono realtà ed esperienze intensamente collegate, tanto speciali che ciascuna si comprende meglio e si realizza più intensamente nel guadagno dell'incontro e del confronto con l'altra.
Alcuni percorsi possono essere privilegiati per assicurare proposta ed esperienza religiosa nel rispetto delle logiche e delle esigenze dell'educazione:
• il confronto con esperienze capaci di provocare: una di queste è certamente l'esperienza del dolore, della sconfitta, della delusione e della morte...
• il confronto con persone e avvenimenti
• la frequentazione di luoghi dotati di forte carica riflessiva
• la contemplazione della natura
• la meditazione (personale o in gruppo) di pagine scelte della Scrittura.
Nella scuola
Il nostro servizio educativo si realizza secondo le modalità tipiche della funzione docente e nell'ambiente particolare della scuola.
In concreto alcune esigenze diventAno qualificanti:
• il rispetto della sua prioritaria finalizzazione educativa. Essa è destinata costitutivamente alla maturazione dell'uomo e non alla costruzione del cristiano: ma proprio in questo essa può aprire verso un cristiano, capace di integrazione fede-vita o ne può precludere il processo;
• attraverso la gestione della "cultura" e non, come fanno le istituzioni pastorali, attraverso l'utilizzazione dei mezzi formalmente pastorali (catechesi, celebrazione dei sacramenti, giornate di spiritualità...). Essi non sono esclusi nella programmazione educativa della scuola, ma non ne rappresentano l'orizzonte prioritario;
• attraverso processi che assumano le logiche del pluralismo, del confronto interideologico, della laicità e della ricerca, perché la scuola, di natura sua, pone la gestione della cultura al centro dell'intenzione educativa: i tratti appena ricordati sono ormai qualità irrinunciabili del fare cultura, almeno di fatto (con buona pace di chi sogna ancora la rigida convergenza dello stato di cristianità).

