Educazione degli affetti

    e costruzione

    dell’identità

    Franco Giulio Brambilla  

    La tematica su cui vogliamo riflettere intende coniugare la questione degli affetti, dei sentimenti, delle emozioni e il percorso di costruzione dell’identità personale nella età della adolescenza e giovinezza: sia dal lato dell’accompagnamento affettivo nel cammino di crescita adolescenziale e giovanile (a cui è interessata soprattutto la pastorale giovanile), sia dal lato dell’educazione agli affetti da parte della famiglia e dei gruppi di famiglie (a cui presta attenzione la pastorale familiare). 

    Lo sfondo culturale 

    Due fenomeni macroscopici stanno sullo sfondo di tutta la nostra questione: la separazione tra matrimonio/famiglia e società come sintomo della più radicale separazione tra individuo e società; la difficoltà a coniugare affetti/emozioni/sentimenti e costruzione dell’identità attraverso una scelta di vita e di vocazione. 

    La prima separazione da mettere sotto la lente d’ingrandimento è quella tra matrimonio/famiglia e società. Questa non è che la versione più evidente della separazione tra individuo e società. Il tema del matrimonio e famiglia ne denuncia il suo carattere cruciale. Infatti, la coppia e la famiglia tende a restringere il proprio mondo nella sfera privata e la società si pensa come un insieme di individui. La vita civile, infatti, fatica a tener conto dei legami sociali che la precedono e sospinge la coppia e la famiglia nel suo regime di “appartamento”. L’esperienza familiare sperimenta così la sua fragilità ed è particolarmente vulnerabile di fronte ai processi sociali, in particolare quelli che incidono sulla sua vita quotidiana, ad esempio il lavoro e la festa. La famiglia occidentale, definita famiglia “nucleare”, corre il rischio di privatizzarsi, e di percepire la società come altra, rispetto alle sue dinamiche interne. Senza abbattere questo muro, la riflessione rimane confinata nel limbo delle anime belle. 

    La seconda separazione è ancora più radicale: è quella tra sentimento e decisione etica, tra affetti/emozioni e scelta di vita. Questa separazione divide nel profondo la costruzione dinamica dell’identità della persona, in particolare delle nuove generazioni. L’enfasi sui sentimenti, sugli affetti, sulle emozioni, su tutte le forme del “sentire”, si presenta sotto la cifra moderna del primato della persona, e quindi del primato dell’amore personale, del sentimento su cui si fonda la coppia moderna. In realtà, la forma “romantica” dell’amore afferma il primato della persona, ma sottintende il primato dell’individuo e, ancor più radicalmente, il primato dei suoi sentimenti e delle sue emozioni che vanno vissute e sono fatte valere come un diritto insindacabile. Il sogno, la scelta della casa, il suo arredamento, le fatiche dell’ultima fase del fidanzamento, l’impegno finanziario che spesso si protrae sino al primo decennio della vita della coppia, rappresentano il momento simbolico con cui la coppia dà corpo al mondo delle proprie emozioni, alla forma romantica dell’amore. Qui il sentimento connota in modo essenziale la vita individuale, lo scambio affettivo, l’intesa sessuale, il progetto comune. Se c’è un “progetto”, esso è vissuto in maniera atmosferica, è uno “stare bene” insieme, ma sperimenta la fatica del camminare insieme, decidendo e decidendosi per costruire un futuro comune. Un futuro così vero e concreto che ha il la figura della casa e il nome del figlio. Anche le coppie, in cui resta traccia di un progetto comune di vita, percepiscono come decisivo dall’inizio alla fine il sentire e il sentirsi in uno stato di benessere affettivo dentro la coppia. La “forma appartamento” della casa sembra vestire perfettamente tale modo di intendere il “primato della persona”, intesa però come il “primato” dei diritti dell’individuo e dei suoi sentimenti. E, in questi ultimi decenni, sempre più anche come diritto di determinazione della sua identità di genere. La scelta di vita, la costruzione della “vita buona” è sentita come una norma, una legge, cioè un’istanza estranea che non può ingabbiare la potenza dell’eros. Alla concezione “doveristica” del matrimonio e della famiglia sembra contrapporsi quella “sentimentale” ed “emozionale” della vita di coppia, senza possibilità di sintesi tra affetti e scelta di vita. L’amore non si può scegliere, al cuore non si comanda, il sentimento non è visto come una “promessa” per un cammino di vita comune: che deve attraversare il deserto per entrare nella terra dove scorre latte e miele! 

    Promessa, legge, cammino: la relazione tra educazione affettiva e costruzione dell’identità 

    Possiamo indicare in modo semplice tre parole per cercare insieme (pastorale giovanile e pastorale famigliare: la prima per la sua presenza/accompagnamento dei giovani e la seconda per il suo compito di trasmissione delle forme buone della vita) di ricomporre le separazioni, di cui sopra abbiamo mostrato gli aspetti problematici. Le tre parole sono: promessa, legge, cammino. Bisogna dire con chiarezza: queste separazioni non perdono soltanto il valore del matrimonio e della famiglia, ma consumano e distruggono la stessa potenza dell’eros e del sentimento. Il sentire diventa come un caleidoscopio: è un mix di sentimenti che viene ruotato all’infinito per produrre immagini sempre nuove ma, quando si apre il congegno, esso si rivela un’illusione ottica. Pochi vetrini hanno dato l’impressione di molti colori ed emozioni, ma non hanno lasciato traccia dietro di sé. Occorre pensare in positivo: a) il rapporto tra sentimento e decisione, tra eros e scelta della libertà; b) il rapporto tra affetto/decisione e la norma/legge morale; c) il carattere “drammatico” della libertà come cammino di vita per costruire l’identità personale.     

         Questi sono i tre aspetti essenziali della sfida dell’educazione degli affetti come cammino di vita buona in vista della costruzione dell’identità personale e relazionale. Infatti, il rapporto tra sentimento e decisione, tra eros e libertà è sentito come conflittuale, perché la libertà e la decisione si pensano in rapporto alla “norma” che è intesa e vissuta come “repressiva” in rapporto al sentimento, all’emozione, alla costruzione degli affetti. Il momento etico della libertà è troppo frettolosamente identificato con la norma, mentre i sentimenti, le sensazioni, l’innamoramento sono percepiti come un accadere che ci sorprende, ma che non si può scegliere, anzi che fatica a maturare in decisione stabile e consapevole. Manca la riflessione sul rapporto tra sentimento e decisione, tra decisione e legge, e sul carattere disteso nel tempo del cammino della libertà per educare alla vita buona (del Vangelo). Ecco allora le tre parole: promessa, legge, cammino. 

    La “promessa” che sorprende 

    Anzitutto, è necessario mostrare e far toccare con mano che gli affetti, le emozioni, i sentimenti, e dunque l’educazione alle relazioni affettive, sono uno spazio dove l’io costruisce la propria identità nei confronti dell’altro. Incontrando l’altro come “promettente” ciascuno costruisce il proprio io: il motore dell’incontro è dato proprio dal “sentire” l’altro come “promessa” per sé e dal sentirsi “riconosciuto” e mosso dall’altro. All’inizio sta un’esperienza di “stupore” e “meraviglia”. Il momento “sor-prendente” delle emozioni e degli affetti (il momento passivo) è ciò che porta l’uomo a uscire verso l’altro, perché scopre l’altro da sé (il tu dell’altro, dell’amico, della persona amata) nel suo carattere “pro-mettente” (il momento attivo). L’altro ci appare come un “dono promesso”, presente come promessa, ma assente come presenza piena e beatificante. Gli affetti, le emozioni, la passione, l’eros, l’innamoramento ci sono dati perciò per deciderci nei confronti dell’altro. La decisione ha all’inizio la forma di un’attesa nei confronti dell’altro, che, se viene gradualmente esaudita (con i suoi alti e bassi), e non subito consumata o saturata voracemente, apre gradualmente alla decisione di costruire insieme con l’altro un progetto di vita buona. La scelta è l’anticipazione di condividere con l’altro/a la promessa che porta con sé, nelle sue diverse tonalità, nel rapporto interpersonale, nella relazione di fraternità, fino all’esperienza dell’innamoramento. Se, invece, gli affetti e le emozioni sono lasciati a sé soli, si consumano e deperiscono nel circolo di bisogno/appagamento/sazietà. Questo circolo riparte sempre da capo, ma alla fine è mortifero o, almeno, porta alla saturazione e infine alla noia (si veda il legame tra eros e thánatos, tra amore insaziabile e attrazione fatale). Se gli affetti non maturano in un progetto stabile di vita, si autoconsumano, anzi sono autodistruttivi. Se, invece, costruiscono un cammino di vita buona, questa ci appare una promessa posta davanti a noi. La parola “promessa” significa: un dono messo davanti a noi, in favore di noi e come appello per noi. Questo accade perché noi ci decidiamo per l’altro e scegliendo(lo) ci diamo un volto: qui nasce il rapporto interpersonale, la relazione di amore,  il vincolo di fraternità e il rapporto sociale.  Questi hanno la loro base nelle diverse esperienze che plasmano il rapporto umano: l’incontro, l’innamoramento, l’amicizia, la fraternità e la socialità. Gli affetti ci sono dati come il momento passivo che alimenta il momento attivo della scelta di vita, che deve trasformarsi in incontro stabile e stabilizzante. Sono il carburante per la scelta di vita: se non scegliamo la direzione nella quale andare (con l’altro), l’affezione si consuma e ci consuma e rimaniamo fermi e frustrati al punto di partenza. 

    La “legge” che guida 

    In secondo luogo, occorre mettere in rapporto la coscienza e i suoi affetti con la norma, per vivere la “forma buona” della vita (cristiana): la norma etica deve mettere in rapporto la coscienza con la vita buona (del Vangelo). È necessaria dunque una presentazione della legge evangelica (la lex Spiritus vitae) che faccia da navetta tra la coscienza e il bene (la vita buona). La norma, la legge è un’indicazione reale per la coscienza che si deve aprire al bene. Il bene deve saper indicare e rendersi presente nelle forme pratiche di vita buona, nella relazione con l’altro, nell’educazione degli affetti, nella costruzione della propria identità. Se la norma è rigida, sclerotizzata e non è capace di “indicare” alla coscienza il bene rendendolo attraente nella sua forma pratica e praticabile, cioè come un bene che va scelto per comprenderlo e va capito per sceglierlo sempre di nuovo, allora la tentazione per la coscienza è di far a meno della legge, quasi che la libertà possa scegliere tra sé sola e il bene (nella sua forma pratica), “sorpassando” la norma/legge per aderire in modo solitario a un bene sentito come qualcosa che mi fa star bene. La coscienza diventa così “privata”, non si confronta più con nessuna forma oggettiva del bene, ma alla fine questa diventa “privazione” della coscienza, dis-orientamento del desiderio (è il pericolo del soggettivismo). Se la norma è fatta valere come indiscutibile e non sa “rimandare” al bene nelle sue forme pratiche, perché la vita buona e la legge sono identificati, allora la coscienza non può che adeguarsi, anche se non comprende e non vede come può aderire al bene scegliendolo attraverso la norma/legge (è il pericolo del legalismo). La legge, invece, già nell’AT è “guida sul cammino e luce per i nostri passi” (Sal 118). Mette la coscienza nel cammino della vita buona, ma per non farla smarrire indica con la Legge la “via” per non sbagliare, rende saggio il desiderio quando vuole essere onnipotente e insaziabile, quando si trasforma in bisogno che appiattisce il “bene” nello “star bene”. E nel NT la legge (la lex nova) assume la forma della sequela di Gesù, perché Cristo è la legge fatta persona. Il credente può essere memoria di Gesù, solo mediante la legge evangelica scritta nei nostri cuori dal suo Spirito. 

    Qui si colloca propriamente il momento educativo degli affetti. Essi non devono essere alimentati solo in modo consumistico, oppure provando e riprovando in un interminabile gioco degli specchi, quasi ruotando senza fine il caleidoscopio delle sensazioni. Questo uso consumistico degli affetti consuma anche noi. Gli affetti, le forme del sentire, nella loro forza irresistibile e sorprendente, ci sono dati per attrarre e affascinare la libertà nel suo cammino verso la costruzione dell’identità. È qui che si pone il cammino dell’educazione, sia sul versante degli educatori (genitori, sacerdoti, animatori, catechisti, ecc.), sia sul versante degli adolescenti/giovani che devono essere accompagnati in modo sapiente a far maturare l’ordine degli affetti. L’ordine degli affetti non è solo una specie di regia che sottopone le forme del sentire a un ordine razionale superiore, ma ha il compito di aiutare vivere gli affetti non in modo utilitaristico, accompagna a tenerli in mano, a saper attendere, ascoltare, rinviare, e mediarli attraverso la dedizione all’altro (qui ha un suo posto anche la regola morale), e, infine, a saper ricevere anche dall’altro attenzione, ascolto, parola, linguaggio (qui ha il suo ruolo la figura testimoniale dell’educatore e del genitore). 

    Il cammino come “dramma” 

    Il rapporto coscienza, legge e bene, per realizzare la figura della vita buona, comporta infine di mostrare più in profondità il carattere storico del cammino della libertà, il suo aspetto “drammatico”. La libertà assume la figura di un’azione (drama) distesa nel tempo (e nello spazio) delle relazioni, nella dinamica tra promessa e compimento. La libertà è cammino, e questo cammino si dà attraverso un agire con una triplice caratteristica: passa attraverso l’altro (transitivo), si mette in gioco con l’altro (drammatico), e porta alla parola ciò che accade con l’altro (narrativo). Così avviene la costruzione dell’identità personale e relazionale: l’identità è transitiva, drammatica e narrativa. Si pensi alle grandi opportunità educative della pastorale giovanile e dell’educazione familiare nel formare adolescenti e giovani, per la costruzione della propria identità, a questi tre aspetti del cammino. L’attenzione all’altro non è superflua, ma è costitutiva per la crescita di sé; la cura dell’altro esige di giocarsi con l’altro dentro una storia di promesse e attese, di anticipazioni e compimenti; la dimensione narrativa ha bisogno di parola, sostegno, consiglio, consolazione, sprone nella crescita affettiva e umana. Quale campo sterminato di riflessione, di confronto e d’intervento!

    La relazione all’altro in genere (e la relazione così singolare del rapporto uomo-donna) ha, allora, la figura di un “cammino” in cui si costruisce la propria identità. La propria identità personale e relazionale ci è data non nella forma di un prodotto confezionato, ma dentro un cammino, una storia da costruire. Costruire, mettersi in gioco e narrare una storia si snoda tra promessa e compimento, tra il momento donato nella vita infantile, il momento di crisi della vita adolescenziale (oggi sovente interminabile) e il momento voluto e scelto della giovinezza che deve approdare alla forma di una personalità adulta solida e armonica. Nella vita infantile e nella fanciullezza ci è donata l’identità psichica che deve diventare l’identità scelta e voluta nell’agire che ci porta alla vita adulta, alla figura adulta della vita (e della fede), alla vita in “formato grande”. 

    Se – come dicevamo – la costruzione dell’identità è transitiva, drammatica e narrativa, queste caratteristiche oggi hanno un posto decisivo nella costruzione ed educazione degli affetti e delle emozioni delle nuove generazioni. Esse sono una componente importante nella formazione dell’identità, e l’identità oggi non può pensarsi che assumendo in modo forte l’educazione degli affetti. Attorno a questi elementi dobbiamo pensare di sviluppare la nostra riflessione con le sue ricadute di pastorale familiare, di educazione affettiva e di animazione giovanile. In particolare gli educatori genitori e i sacerdoti con le équipes di pastorale giovanile avranno un compito insostituibile come testimonianza delle forme pratiche della vita buona nella sintesi tra affetti, scelta di vita, norma e vita buona. Il “compimento” dell’identità raggiungerà una tappa importante nell’approdo alla vita adulta, che fa uscire dalla dipendenza per introdurci in una relazione da grandi. L’età adulta poi dovrà affrontare ulteriori sfide nel tema della fedeltà alla parola detta e data e della realizzazione di una storia singolare nell’impegno nel mondo e nella storia. Non sono queste due caratteristiche che connotano la vita adulta “riuscita”, cioè la fedeltà che costruisce una storia singolare? Così singolare che nel rapporto uomo-donna genera la bellezza del figlio, nella relazione interpersonale matura nella tenacia dell’amicizia, nel rapporto sociale prende la forma della fraternità e costruisce la qualità buona della cultura umana e della società civile. 

    Per proseguire la riflessione comune 

    Suggerisco solo un’ampia serie di temi a grande valenza educativa, su cui prepararsi anche attraverso approfondimenti particolari. Nomino soltanto alcuni di questi temi: l’informazione e la formazione alla sessualità, il rispetto del corpo dell’altro, il rinvio del bisogno consumistico, l’educazione del desiderio, l’attesa del tempo propizio, la cura dei ritmi dell’altro, la delusione di fronte ai fallimenti, la difficoltà a dare nome agli affetti, la ripresa dalle cadute, la guarigione delle ferite, la fiducia nell’accompagnamento, l’importanza di una guida di riferimento, il senso delle diverse età della vita, le esperienze e le prove come forma di crescita, i momenti e gli strumenti di autonomia, il confronto sui criteri di intervento dei genitori, degli animatori di pastorale giovanile e dei sacerdoti stessi. Un vasto campo per cui si può predisporre anche una scheda/questionario per discutere assieme, prevedere qualche linea di convergenza comune e alcune iniziative per il cammino oggi sempre più lungo della crescita degli adolescenti e dei giovani.