Il discorso che agisce
Luigina Mortari
Se l'agire discorsivo è essenziale affinché si creino spazi politici, allora è necessario identificare l'essenza del discorso politico.
Il tipo di discorso che più intensamente dà corpo alla dimensione politica dell'esistenza è quello che si attualizza nel valutare la qualità delle azioni, nel mettere in discussione, nel raccontare gli eventi, nell'inventare mondi.
Valutare
Al di là delle sue varie declinazioni, ciò che specificatamente qualifica ogni azione discorsiva politicamente significativa è il formulare valutazioni, perché il pensiero politico implica continuamente l'azione mentale e discorsiva del giudicare idee e fatti come presupposto per quella presa di decisioni che ogni atto politico necessariamente comporta. Esiste nella nostra cultura un forte sospetto nei confronti dell'azione cognitiva dell'esprimere valutazioni che prendono la forma di giudizi (Arendt, Responsabilità e giudizio, Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 17); in realtà dietro la falsa modestia di chi si astiene dal formulare giudizi si nasconde l'atto apolitico di sottrarsi alle responsabilità di prendere posizione nei confronti degli eventi pubblici. In politica si è continuamente chiamati a prendere decisioni relativamente al progetto di mondo che s'intende realizzare e prendere decisioni significa esercitare il giudizio. [1] Giudicare vuol dire ripensare sempre daccapo, radicalmente, ogni questione, per formulare una deliberazione rigorosamente fondata, tale cioè da orientare l'agire in modo efficace.
Per dare un fondamento adeguatamente rigoroso all'attività valutativa non è sufficiente acquisire informazioni, per quanto attendibili possano essere, né il pensiero deve fondarsi su analisi del reale già elaborate da altri; essenziale è impegnare la mente in quell'attività cognitiva che prende il nome di comprensione.
La comprensione, diversamente dalla semplice raccolta di informazioni, è un processo cognitivo complesso che cerca il significato di ciò che accade, e cercare un significato è un'attività senza fine, sempre diversa e mutevole, grazie alla quale accettiamo la realtà, ci riconciliamo con essa, ci sforziamo cioè di essere in armonia col mondo. Tuttavia, anche se la comprensione è sempre provvisoria, perché mai conclusa data la costitutiva problematicità della condizione umana, non è possibile evitare la responsabilità della ricerca di una comprensione quanto più possibile profonda degli eventi, perché è attraverso la comprensione che si attribuisce significato all'esperienza e si trova il percorso per riconciliarsi con la realtà.
Proprio perché la realtà è cosa oscura, non palesemente chiara nei suoi dinamismi, la comprensione ha bisogno della conoscenza. Conoscenza e comprensione sono due processi distinti ma strettamente connessi, poiché la comprensione sí basa sulla conoscenza e la conoscenza non può procedere senza una comprensione preliminare. La conoscenza preliminare si fonda sul linguaggio comune; è dalla messa a fuoco degli eventi resa possibile da questa prima fase di comprensione che prende avvio quell'indagine che consente di costruire conoscenze degli eventi, poi a partire da questo sfondo di conoscenze si sviluppa la comprensione (Arendt, Archivi Arendt 2: 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 66 e 83).
Il giudicare sta in una relazione talmente essenziale con íl comprendere, che quando la comprensione entra in crisi, entra in crisi anche il giudizio.
C'è un giudicare superficiale: è quello che si manifesta quando si prendono decisioni sulla base di criteri prestabiliti, senza pensare che il criterio assunto come riferimento è il risultato di un giudizio a suo tempo formulato in un preciso contesto e che adesso non è più messo in discussione, e come tale si è tramutato in pregiudizio. Nel giudizio superficiale si giudica evitando di pensare criticamente i criteri che fanno da sfondo all'azione cognitiva.
C'è, però, anche un giudicare criticamente fondato: è quello che si attiva quando, pur avendo accesso a criteri già definiti, la mente interroga criticamente questi criteri e assume l'oggetto del giudizio come cosa da meditare profondamente. Il giudizio critico presuppone la disposizione a monitorare la tendenza ad affidarsi a pregiudizi, per valutare i fenomeni sulla base di un'interrogazione radicale dei fatti.
Non ci si lasci ingannare dalla falsa opinione secondo cui esisterebbe una pratica politica imparziale perché esente da giudizi. Nell'agire politico si è chiamati continuamente a esercitare forme di giudizio, perciò la tendenza a sottrarsi a questo impegno implica il venir meno alle proprie responsabilità civiche. È qui che inizia ciò che Arendt definisce «l'orrore e al tempo stesso la banalità del male».
Il vero pericolo delle società contemporanee risiede nel fatto che le strutture burocratiche, tecnocratiche e depoliticizzate della vita moderna incoraggiano l'indifferenza e rendono l'uomo sempre meno capace di pensare criticamente e meno incline ad assumersi alcuna responsabilità (Beiner, Il giudizio in Hannah Arendt, in Arendt, Che cos'è la politica, Edizioni di Comunità, Milano 1995, p. 164).
Formulare valutazioni significa prendere posizione rispetto a ciò che accade; significa analizzare e comprendere circostanze particolari, discorsi e azioni, cercando di distinguere ciò che è giusto e buono da ciò che non lo è, ciò che è bello da ciò che è brutto. Esercitare il giudizio significa rinunciare a quella presunta oggettività che ci fa perdere di vista il reale rapporto col mondo e azzardare quella parzialità del pensiero che ci fa essere effettivamente presenti nel mondo. In questo senso l'esercizio del giudizio trae fuori dall'anonimato e consente di esplicare il proprio essere, implicando un'assunzione di responsabilità verso il mondo in cui il giudizio è esercitato. Responsabilità che si declina soprattutto come ricerca di smascherare e opporsi alla «banalità del male».
Mettere in discussione
La nostra responsabilità è quella di tenere la mente attenta al presente per sollevare domande; soprattutto laddove l'acqua appare calma, dobbiamo sollevare onde, così che ciò che sta in profondità non possa più essere tenuto nascosto ma venga in superficie. Quando non s'interroga radicalmente l'esperienza, si vive scivolando sugli eventi e questi, proprio in quanto non compresi, tacitamente condizionano il nostro modo di esserci nel mondo. E niente è più problematico per l'essere umano che trovarsi «mosso non si sa da cosa, non si sa da chi, essere mosso da qualcosa al di fuori di sé» (Zambrano, Persona e democrazia, Bruno Mondadori, Milano 2000, pp. 7-8).
Problematizzare il presente significa analizzare, elucidare, rendere visibili i giochi del presente. In sostanza si tratta di valutare come si giocano le relazioni di potere. Il compito del pensiero che problematizza è quello di «rendere visibile ciò che visibile è» ma che tendiamo a non vedere. [2]
Il pensiero problematizzante è nella sua essenza antiautoritario, perché fa tremare le fondamenta di ogni ideologia e, quindi, di ogni sistema di potere. Problematizzare significa esercitare la critica. Si pensa criticamente quando ogni idea che ha a che fare con i problemi fondamentali dell'esistenza è il frutto di una conquista personale pacatamente meditata attraverso la disciplina della riflessione. Una mente è veramente libera quando dà assenso solo a ciò che ha resistito e superato il vaglio libero del pensiero critico.
Ma per essere capaci di problematizzare l'ambiente culturale in cui si vive, occorre che si eserciti innanzitutto su se stessi la disciplina della problematizzazione, che, quando è agita radicalmente, ha l'effetto di rendere incerte le certezze, di mostrare la fragilità delle nostre idee, di svelare l'inadeguatezza delle nostre teorizzazioni. Applicare la critica ai propri pensieri significa creare l'opportunità di ribaltare tutti i più radicati preconcetti. Questa messa in discussione delle cornici di riferimento abituali può provocare un'incertezza, se non addirittura una forma di spiazzamento cognitivo, che è cosa necessaria ai fini dell'esercizio di un giudizio prudente e misurato. Coltivare un atteggiamento di insicurezza nei confronti delle proprie idee, anche di quelle apparentemente ben fondate, è salutare, poiché rappresenta la condizione stessa della vita della mente, la quale implica una continua messa in discussione delle cristallizzazioni ideologiche.
Per essere disponibili alla radicale problematizzazione di sé occorre saper disattivare ogni forma di attaccamento alle proprie idee, e il mettere in atto questa postura presuppone che si sappia la natura inevitabilmente provvisoria di ogni costrutto cognitivo. Se restiamo abbarbicati a un mondo simbolico fatto di certezze, non saremo capaci di un'autentica problematizzazione del presente. Si tratta di apprendere quella che si può definire la capacità di stabilire la dovuta distanza dalle teorie alle quali tendiamo a fare affidamento.
È di questo tipo di problematizzazione che ha bisogno l'esercizio della critica, una componente irrinunciabile del discorso politico. Perché la critica non compete solo agli intellettuali di professione, ma è responsabilità di ogni cittadino in quanto «è una forma di vita che caratterizza l'autonomia etica di ogni individuo, il lavoro progettuale di ogni esistenza» (Foucault, Illuminismo e critica, Donzelli, Roma 1997, p. 7); senza l'esercizio della critica non c'è spazio generativo della libertà.
Ciascuno di noi viene a trovarsi entro mondi di vita in cui è governato da altri. Ma il governare altri e l'essere governati è cosa densamente problematica, poiché il governare non sempre riesce a strutturare campi d'azione in cui gli altri possano condurre una vita adeguatamente buona. Per questa ragione l'esercizio della critica, foucaultianamente intesa come «l'arte di non essere governati» (ivi, p. 18), è essenziale allo strutturarsi di uno spazio politico. Dal momento che in ogni società si costituiscono forme di potere, le quali tendono ad assoggettare gli individui facendo appello alla verità, educare all'esercizio della critica significa coltivare la disposizione a interrogare ogni affermazione che si pretende vera per disvelare le forme di potere in essa implicite. Ne consegue che essere radicalmente critici significa dire quello che non è previsto dalle logiche dominanti, e quindi azzardare, rischiare.
La disposizione a problematizzare è in genere positiva, poiché mantiene la mente vigile rispetto alla tendenza, sempre incombente, a lasciarsi anestetizzare dalle credenze più diffuse. Tuttavia va evitato il gusto compiaciuto per la problematizzazione in sé perché, anche quando non produce effetti inutilmente distruttivi, rischia di ridursi a mero gioco intellettualistico, che invischia la mente entro inutili garbugli interiori. È da coltivare, invece, quella problematizzazione che viene provocata dallo stare in ascolto delle questioni etiche, ossia dalle domande che vertono su ciò che è bene e giusto fare. A partire da una lettura della sua esperienza giovanile di formazione, Arendt ha sottolineato quanto sia pericolosa un'educazione che elude le questioni morali, perché rende le menti insensibili alla gravità di certi eventi (Arendt, La responsabilità personale sotto la dittatura, in R. Esposito - a cura di - Oltre la politica, Bruno Mondadori, Milano 1996, pp. 101-103). L'educazione della mente a problematizzare dovrebbe dunque innervarsi di una robusta tensione etica.
Raccontare gli eventi
Si narra perché solo narrandoli i fatti acquistano consistenza simbolica. Al raccontare è assegnato il compito di salvare l'azione dal potere dissolutore del tempo, perché nulla è più fragile dell'azione compiuta senza una parola che la accompagni. Si racconta per comprendere i fatti, non per cercare spiegazioni causali che non si addicono alle storie umane.
A chi narra è chiesto di portare alla luce le intenzioni che sono all'origine dell'agire, e poiché intervenendo in un complesso di relazioni già date quasi mai le azioni che vengono tessendosi realizzano l'intenzione generativa, chi narra s'impegna a capire cosa è successo nel bel mezzo dell'agire tale da scombinare piani e ordini dí azioni. L'imperativo metodologico che deve guidare il processo di comprensione è quello di prestare attenzione ai minimi dettagli, perché anche il più piccolo indizio può essere di aiuto per diradare l'alone di oscurità che avvolge i fatti.
Chi narra, però, non è uno spettatore che osserva con uno sguardo limpido e puro; il suo è sempre uno sguardo situato nella propria storicità. Questa irrevocabilità della contestualità epistemica non autorizza, tuttavia, una selezione arbitraria degli aspetti del fenomeno da considerare. Sempre si deve cercare l'imparzialità, che va intesa come il risultato del confronto intersoggettivo delle opinioni, ossia la ricerca della pluralità di posizioni da cui investigare il mondo comune.
La narrazione che è rilevante sul piano politico non è solo da intendere omericamente come narrazione di gesta eroiche, quindi fuori dall'ordinario, ma dev'essere anche, se non soprattutto, narrazione dell'agire quotidiano che anche nei piccoli gesti ha significato politico. Il coraggio che connota l'eroe, le cui gesta sono per questo degne di narrazione, è presente in ogni forma di agire politico, quell'agire per il quale qualcuno decide di lasciare il riparo del privato per iniziare un'azione che lo espone agli altri e lo obbliga ad assumere le conseguenze delle sue iniziative.
Il narrare dovrebbe avere come oggetto anche le azioni ordinarie, quei gesti che, pur semplici, tuttavia concorrono alla .costruzione di civiltà. In questa prospettiva di valorizzazione dell'ordinario diventa significativa la narrazione della storia di singole esistenze, quelle che si rivelano fonti di luce che rischiarano tempi bui e opachi dal punto di vista politico. La ricerca di orizzonti di senso che informino l'agire può trovare valide indicazioni «meno da teorie e concetti, che dall'incerta, tremula e spesso fioca luce che alcuni uomini e alcune donne, con le loro vite e con le loro opere, riescono ad accendere nelle circostanze più diverse e a diffondere durante il loro tempo concesso sulla terra» (Arendt, cit. in Forti, Vita della mente e tempo della polis. Hannah Arendt tra filosofia e politica, Franco Angeli, Milano 1996, p. 230).
Da narrare sono non solo i gesti che si compiono negli spazi istituzionali, quelli che da sempre sono identificati come il contesto dell'agire politico, ma anche i gesti che hanno luogo negli spazi informali, quelli che non sono soggetti ad alcuna sistematizzazione ordinante, ma contribuiscono in maniera spesso determinante all'edificazione di uno spazio di vita autenticamente umano. Penso ai gesti di quotidiana solidarietà che certe famiglie mettono in atto per sostenere altri nuclei familiari in condizione di temporanea o persistente difficoltà, senza che questo agire si traduca in visibilità pubblica. [3] Mettere in parola i gesti politici del quotidiano significa costruire un orizzonte simbolico all'interno del quale è possibile prendere consapevolezza che le pratiche generatrici di spazi di civiltà stanno nell'agire ordinario e, quindi, sono attuabili da chiunque senza che siano necessari risorse e scenari straordinari.
Inventare mondi
Impossibile cogliere l'essenza della condizione umana, perché questione ontologica eccedente rispetto alle capacità della ragione; ciò che è possibile è portare l'attenzione su qualche aspetto di es§a. Ragionando in termini agostiniani, che è il filo di riflessione ontologica seguito da Arendt, qualità essenziale della condizione umana sarebbe la capacità di dare inizio a qualcosa di nuovo, di prendere un'iniziativa, di mettere in movimento, perché ciascuno, in quanto unico, nascendo introduce qualcosa di imprevisto nel mondo. L'essere umano «fu creato perché ci fosse un inizio» (sant'Agostino, De Civitate Dei, 12, 20, 4), si nasce per dare inizio a mondi nuovi. E sulla base di questa ontologia agostiniana che Arendt assume la natalità come categoria fondativa del pensiero politico. [4]
Nel momento in cui la natalità diventa categoria centrale del pensiero politico, l'attenzione viene orientata a cogliere innanzitutto gli elementi plurali e imprevedibili dell'agire, perché nascere, nel senso di dare inizio al nuovo, introduce inevitabilmente elementi di novità. E ciò in ragione del fatto che gli esseri umani, pur uguali in quanto umani, sono tali che nessuno è mai identico a nessun altro (Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1989, p. 8); e se l'essere uguali rende possibile il fare comunità, l'essere differenti introduce in ogni comunità quel tasso di creatività che fa di ogni cultura qualcosa di originale rispetto alle altre.
Preferire la natalità, come categoria interpretativa dell'essere nel mondo con altri, alla mortalità sulla quale la filosofia da Platone aveva costruito il suo impianto metafisico, significa sottolineare che l'esistenza, distinta dal mero vivere, è possibile solo quando si prendono iniziative, quelle iniziative da cui nessun essere umano può astenersi senza smarrire la sua umanità. L'essere umano realizza la sua chiamata a iniziare qualcosa di nuovo attraverso il discorso e l'azione che danno corpo alla sua unicità.
Noi nasciamo per incominciare, per dare inizio a mondi numi, imprevisti. Pertanto la politica non può che trovare il suo senso nel «creare un senso nuovo della realtà» (Cigarini, La politica del desiderio, Pratiche Editrice, Parma 1995, p. 187). La politica è cambiamento per produrre il nuovo nella speranza di approssimarsi quanto più possibile alla realizzazione di una polis da abitare con piacere e con senso. Fare politica significa, quindi, essere capaci di dare inizio a qualcosa di nuovo, perché è proprio dell'iniziare la capacità di trascendenza rispetto al contesto processuale in cui irrompe. Ed è costitutivo dell'essere umano dare inizio al nuovo, cosa che politicamente si attualizza nell'inventare mondi migliori.
Inventare mondi significa ideare l'altrimenti rispetto all'esistente. Significa essere capaci di «profondi cambiamenti di respirazione, movimenti molto elementari, che fanno sì che si possa pensare altrimenti» (Foucault, Dits et écrits, vol. III, Gallimard, Paris 1994, p. 789). Si tratta di essere capaci di provocare una frattura nelle strutture di potere del pensiero dominante, incrinando così la sua tensione omologante per vivere altrimenti il proprio tempo.
E necessario sapere farsi sfidanti (Arendt, 1999, p. 26) dell'ordine esistente. Per essere efficace, questo pensare altrimenti rispetto all'esistente presuppone che si sappia stare con il pensiero nel presente. Essere totalmente presenti, pur secondo una modalità non contemporanea al proprio tempo, cioè secondo categorie non previste dall'ordine esistente. Pensare da sé: questo è l'imperativo pedagogico che dovrebbe fermentare il processo educativo e l'educazione alla politica in particolare. Il pensare da sé è una pratica mossa dal desiderio di non essere governati dall'esistente e, quindi, di non accettare come norma del proprio pensare e del proprio sentire criteri la cui validità è stata decisa altrove. Pensare da sé significa prendere strade sulle quali è difficile essere rintracciati in modo prevedibile.
Creare un nuovo senso della realtà diventa possibile attraverso la disciplina dello stare con il pensiero radicati nel presente, attivando la pratica del mettere in parole la propria esperienza. Pensare l'esperienza significa renderla penetrabile alla luce del pensiero che va alla ricerca del significato di quanto accade.
Quando parlo di esperienza intendo non la sfera assolutamente privata della vita interiore, ma l'esperienza relazionale in cui sono presente nel mondo con altre e altri. Mettere in parole la propria esperienza significa «di ogni scambio nominare le parti, di ogni mediazione trovata dire che cosa va oltre queste parti e può diventare ordine di riferimento; di ogni scacco il vissuto e l'elaborazione» (Cigarini, cit., p. 245). «Il nocciolo è sempre lì: soggettività e pratica del partire da sé» (ivi, p. 240). Il lavoro politico è in primo luogo un lavoro sull'esperienza, per interpretare la realtà facendo agire un taglio inedito rispetto al senso comune. È il partire da sé che dà forza simbolica.
Qui entra in gioco la questione del linguaggio: si tratta di utilizzare un linguaggio aderente alla realtà e non separato e autoreferenziale, perché in questo caso risulterebbe poco convincente. L'agire discorsivo politicamente efficace, cioè trasformativo, è quello che poggia su un continuo lavorare sul linguaggio, al fine di liberare il pensiero da quelle parole logorate da un uso non riflessivo, che si portano appresso un già detto incapace di disegnare significati, e di cercare parole sorgive di senso imprevisto. Il pensiero ingombro del già detto fatica ad aprire lo sguardo sul nuovo; la possibilità di dischiudere orizzonti inediti richiede azzardi creativi.
NOTE
[1] Arendt rileva che i regimi totalitari per sussistere necessitano dell'annientamento nei cittadini della capacità di esprimere giudizi. È in funzione del provocare un arresto del pensare criticamente responsabile che gli oppositori della democrazia sostengono che la competenza del giudicare è cosa non comune, nel senso che sarebbe di pertinenza solo degli esperti e non dei normali cittadini (Arendt, Archivi Arendt 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003, p. 66).
[2] Foucault, Dits et écrits, vol. III, Gallimard, Paris 1994, p. 540. Quando Foucault mette a fuoco il concetto di un sapere che dissotterri le evidenze ha come riferimento la filosofia analitica, ma non nel senso della filosofia analitica anglosassone che riflette sul linguaggio o sulle strutture profonde della lingua, bensì come pensiero che analizza ciò che accade nel quotidiano: una filosofia analitico-politica (ibidem). Il pensiero che problematizza è quello che sta immerso nel presente, occupandosi delle questioni "più umili", quelle che generalmente non trovano posto nella riflessione filosofica (ivi, p. 542). Il pensiero vero è quello che si occupa della quotidianità, di tutto ciò che tende a rimanere ai margini del pensiero accademico, e la analizza in profondità per capire dove si gioca il negativo.
[3] Diotima, Il profumo della maestra, Liguori, Napoli 1999. Molte sono le pratiche che pur agite silenziosamente consentono la creazione di spazi di "vita buona" essenziali alla costruzione di civiltà. Il problema da affrontare è che tali pratiche spesso mancano di essere tradotte in parola e, quindi, non possono costituire un orizzonte generativo di altre pratiche. C'è per questo bisogno di un narrare che tragga fuori dal silenzio le azioni significative, un narrare che in quanto tale assume una forte rilevanza politica.
[4] Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 1989, p. 8. Assumendo come fondativa la categoria della natalità Arendt prende le distanze in modo radicale da Heidegger, il quale costruisce Essere e tempo sull'ontologia della mortalità. Per Arendt la morte «è forse l'esperienza più antipolitica che esista» (Arendt, La responsabilità personale sotto la dittatura, cit., p. 73); essa infatti, sottolineando che tutti siamo destinati a scomparire dal mondo delle apparenze, toglie valore all'agire politico, che invece assume il tempo della vita come il luogo dove realizzare la propria umanità agendo con gli altri nel e per il mondo.

