Il significato cristiano

    della solidarietà

    Giannino Piana

    La relazione intende mettere a fuoco il tema della solidarietà così come viene collocandosi all'interno del contesto socio-culturale attuale e, soprattutto, offrire una riflessione sul significato cristiano della solidarietà che approdi ad alcune indicazioni di carattere operativo.

    La situazione

    Attualità ed inattualità della solidarietà

    Vorrei partire da questa constatazione: oggi il tema della solidarietà è estremamente attuale per un verso ma anche estremamente inattuale per altro verso.
    Attuale perché forse mai come oggi si è tanto parlato di solidarietà. Questo termine è sulla bocca di tutti. In un recente passato, accennare alla solidarietà provocava da più parti una sorta di reazione negativa. Ad esempio sul versante della cultura laica di matrice liberal-capitalistica evocare il termine solidarietà significava automaticamente introdurre
    una variabile disturbante all'interno del sistema economico, in quanto elemento non coerente con le leggi "sacrali" del sistema economico. Una sorta di diffidenza nei confronti della solidarietà esisteva anche sul versante della cultura marxista tradizionale. La solidarietà era qui percepita come un alibi per evitare di affrontare seriamente i problemi della giustizia, i quali invece esigevano una rimessa in discussione del sistema in quanto tale. Questo secondo atteggiamento di perplessità nei confronti della solidarietà aveva anche delle ragioni: la solidarietà qualche volta era invocata dal mondo cattolico come copertura di un sistema che invece andava radicalmente messo in discussione. La diffidenza nei confronti del termine era anche diffidenza nei confronti dei contenuti identificati da essa, i quali andavano nella direzione della interpersonalità più che in quella del sociale e dello strutturale.
    Oggi siamo di fronte a una situazione nella quale la solidarietà è comunemente accolta come valore (si veda l'ultimo congresso della CGIL, centrato appunto sul tema della solidarietà). E tuttavia è dato constatare nella nostra società una grossa crisi di solidarietà: mai come oggi la solidarietà è stata attuale e però mai come oggi la solidarietà è stata inattuale, cioè penalizzata di fatto nel vissuto. La nostra società è sempre meno attenta alle dinamiche di solidarietà: si sta vivendo uno sviluppo sempre più allargato di interdipendenza (che diventa addirittura tendenzialmente universale) ma che è connotata, soprattutto sul piano culturale, da tendenze alla chiusura nel particolare di tipo corporativo o neo-corporativo che sono naturalmente anti-solidali.

    Le ragioni della crisi della solidarietà

    Il riferimento qui sarà fatto ad alcuni fattori (1) di carattere strutturale e culturale emersi negli ultimi anni '70 e negli anni '80 in occidente (con particolare riguardo all'Italia).

    Fattore strutturale: la "complessità sociale"

    Questo fenomeno vistoso nelle nostre società produce la moltiplicazione delle appartenenze e processi di differenziazione sempre più marcata all'interno della società. Di fatto ciò che viene prodotto è la disgregazione del tessuto sociale in fenomeni di appartenenza limitata e guidata da logiche di interesse particolare.
    Questi tratti fanno dire che la nostra società è di tipo corporativo o neo-corporativo. Si è cioè passati da una società di classi, le quali per un verso avevano una forte ideologizzazione e per altro verso erano guidate da logiche di interesse collettivo (riguardanti un progetto globale di società), ad una società di corporazioni. La corporazione non è caratterizzata dall'interesse collettivo, ma dalla tendenza a ritagliarsi nella società uno spazio per la tutela del proprio interesse. Da ciò la caratteristica frammentazione odierna e la caratteristica della politica attuale a configurarsi come scambio o anche come mediazione tra interessi corporativi (2).

    Fattore culturale: l'individualismo

    La nostra è una cultura nella quale prevale la tendenza al ripiegamento del soggetto sulla soddisfazione dei propri bisogni o sulla soddisfazione del proprio desiderio. Le parole d'ordine che caratterizzarono la cultura politica fino alla fase recente (grosso modo dal 1945 al 1975) erano impegno, partecipazione, militanza, rivoluzione, e così via. La cultura dominante attualmente è caratterizzata da altre parole d'ordine, quali bisogno, desiderio, identità, autorealizzazione, felicità, corpo, sessualità, tutte parole che hanno a che fare con il recupero di centralità della sfera della soggettività (3).
    Oggi tendono ad affermarsi spinte privatistiche e individualistiche, che sono in antitesi radicale con qualsiasi cultura della solidarietà. Laddove si accentua il bisogno soggettivo fino a mitizzarlo,viene meno la solidarietà, specie se si è inseriti in una cultura consumistica che alimenta bisogni che non rispondono ad esigenze autentiche del soggetto stesso. In questo caso il rischio è quello di addivenire alla confusione tra bisogno e valore, definendo valore ogni bisogno soggettivo, anche quello indotto dall'esterno, senza distinguere tra bisogni veri, che sono a fondamento di valori, e bisogni falsi, tra bisogni liberami e bisogni alienanti. Si va verso una cultura che fa leva sempre più sul diritto soggettivo letto nei termini del "principio del piacere": vale ciò che vale per me come individuo, avulso da qualsiasi relazione, vale cioè ciò che mi piace. Questo porta a una ulteriore disgregazione della relazionalità sociale e dunque inevitabilmente a una caduta di solidarietà.

    Fattore culturale radicale: la secolarizzazione

    Siamo oggi di fronte a un processo di secolarizzazione compiuta o radicale. La secolarizzazione ha inizio come processo con l'avvento dell'epoca moderna, con la caduta cioè di certe forme di sacralizzazione della natura, della politica, della società, dell'etica, ad opera soprattutto del progresso scientifico. In realtà tuttavia questo fenomeno è diventato fenomeno di massa soltanto a partire dal dopoguerra, o forse addirittura dagli anni '60, dall'avvento della società e della cultura di massa attraverso la diffusione degli strumenti di comunicazione sociale, che hanno omologato la mentalità su valori laici e su una concezione della vita di tipo profano e secolare.
    In un primo momento questo fenomeno è stato visto come fenomeno salutare, apprezzato anche dalla Chiesa riunita in Concilio (Vaticano II) in quanto occasione di purificazione della fede da incrostazioni magico-sacrali. In questa prima fase la secolarizzazione coincide ancora con la crisi del sacro, inteso come superstizione oppure anche come dimensione indebitamente dominante la vita in tutte le sue espressioni. Si tratta dunque di una emancipazione significativa.
    Oggi invece la secolarizzazione non coincide più con la crisi del sacro ma sempre più con la crisi del senso e del fondamento, che investe la valenza etica stessa. L'assenza di attenzione alla domanda di senso e di fondamento pone automaticamente in crisi la possibilità stessa di parlare di valori comuni o di valori universali che trovano appunto la loro radice nella domanda di senso. Oggi è in gioco la domanda stessa, che per qualcuno è un non-senso proprio in quanto domanda di senso: la vita andrebbe interpretata secondo la logica dei significati immediati.
    Al ripiegamento del soggetto su se stesso corrisponde un ripiegamento sulla quotidianità intesa come un eterno presente: l'uomo d'oggi vive sempre meno l'esperienza del rapporto con il passato, inteso come memoria creativa, e sempre meno la possibilità di apertura al futuro. L'accelerazione dei tempi fa sembrare ciò che è accaduto ieri già così lontano da non avere nulla a che fare con ciò che oggi viviamo. Il futuro poi è temuto più che atteso; perciò c'è questo ripiegamento sul presente da cui deriva l'incapacità di progettare in grande che caratterizza la nostra società e soprattutto il mondo giovanile. Questo è anche il risultato della crisi delle ideologie (4), delle grandi narrazioni religiose e delle metafisiche, che erano tentativi di risposta alle grandi domande di senso globale e di fondamento.
    La crisi dei valori comuni e la perdita delle evidenze etiche fondamentali portano con sé inevitabilmente una disgregazione ancor più profonda di quella determinata dalla complessità sociale ed ha come ricaduta negativa la crisi della solidarietà. Essa esige, per costruirsi, il riconoscimento di valori fondamentali come l'uguaglianza, la giustizia, la libertà per tutti e la trasparenza di questi valori che non devono essere colti soltanto astrattamente, ma nella loro concretizzazione, almeno secondo alcune linee di fondo. Occorrono alcuni indirizzi essenziali universalmente riconosciuti, se si vuole fondare un tessuto sociale che abbia un minimo di omogeneità e dentro il quale sia possibile percepire e vivere il valore della solidarietà.

    Solidarietà come valore teologale

    Se questa è la situazione, oggi cosa significa la solidarietà? Quali contenuti essa implica sia nella prospettiva antropologica che in quella cristiana? (5)
    Partiremo dal valore cristiano della solidarietà per venire a recuperare il valore umano di essa. La solidarietà è anzitutto un valore umano, che trova però un significato più profondo, ulteriore, nella prospettiva cristiana; non tanto a livello di contenuti, che sono dettati dalle situazioni storiche e che quindi sono uguali per tutti, quanto piuttosto dalla lettura del senso ultimo della solidarietà quale emerge dalla rivelazione. All'interno di questa visione è possibile recuperare un dialogo fecondo tra credenti e uomini di buona volontà, che si ritrovano di fatto laddove operano insieme a gestire secondo una logica di solidarietà progetti di liberazione.
    Nella prospettiva cristiana, che è quella biblica, si deve in qualche modo dire che la solidarietà prima ancora di essere una istanza etica è un valore teologale: il cristiano è chiamato a vivere la solidarietà anzitutto perché fa esperienza di un Dio che nei suoi confronti si è rivelato come un Dio solidale. Per questo partiamo dalla rivelazione: la logica della rivelazione non è mai antropocentrica, non è la rivelazione dell'uomo a se stesso, ma anzitutto la rivelazione di Dio all'uomo. La rivelazione rinvia poi dall'interno ad una antropologia, e non viceversa. La rivelazione manifesta la grandezza, il mistero di Dio, i connotati dell'amore con cui Dio si manifesta nella storia. Se colta nel suo significato profondo, questa rivelazione di Dio diviene anche rivelazione all'uomo di ciò che egli è e soprattutto di ciò che egli deve essere.

    La solidarietà di Dio nell'Antico Testamento

    Vediamo ora alcuni aspetti della solidarietà di Dio verso di noi, attraverso le più importanti tappe della sua rivelazione.

    Prima tappa: la Creazione
    La solidarietà di Dio si manifesta nei confronti dell'uomo e del mondo per il fatto che Dio fa essere l'uomo e il mondo. In questa chiamata alla vita dell'uomo, che è chiamata alla vita di un essere che Dio crea a sua immagine e somiglianza, si manifestano subito alcuni tratti della solidarietà di Dio verso l'uomo dal significato molto importante.
    Si pensi al tema dell' immagine, tema dominante nell'antropologia ebraico-cristiana. Questo tema non va riferito al fatto che l'uomo è dotato di intelligenza, di libertà, ecc.; nella prospettiva biblica tale tema esprime anzitutto che l'uomo è un essere dialogico. L'immagine di Dio nell'uomo sta nel fatto che l'uomo è voluto da Dio nel piano della creazione come suo partner, come colui che è in grado di ascoltare Dio che parla e di rispondergli entrando con Lui in un rapporto di comunicazione intersoggettiva. La solidarietà di Dio con l'uomo è una solidarietà nella comunicazione intersoggettiva. In tale comunicazione le persone si rispettano reciprocamente e per tale ragione Dio crea l'uomo libero, cioè un soggetto simile a lui, assumendosi il rischio di sapere che l'uomo potrà vivere la libertà anche negativamente. Dio non si sostituisce; la solidarietà non è sostitutiva. Piuttosto è la disponibilità a mettere l'altro nella condizione di essere fino in fondo se stesso,nel rispetto della sua dignità di soggetto e di persona (6).
    C'è addirittura chi legge nell'atto creativo di Dio il primo atto del suo nascondimento, la prima manifestazione dell'"impotenza" di Dio. Nell'atto della creazione Dio non manifesta la sua onnipotenza, bensì comincia a manifestare la sua "impotenza" in quanto il mondo, che egli crea altro da sé, è affidato radicalmente all'uomo; quindi Egli si ritira, perché vuole che l'uomo gestisca responsabilmente le cose. Anziché espandere la sua potenza, Dio arretra di fronte alla creazione per far essere l'altro nella sua dignità. Il Dio della croce trova già nella creazione una sua anticipazione. La solidarietà presuppone il pieno riconoscimento della dignità e del valore inestimabile dell'altro e, perciò, implica l'impegno di metterlo in condizione di essere se stesso.

    Seconda tappa: l'Alleanza
    L'Alleanza è il rifarsi vicino di Dio ad un uomo che si era allontanato da lui in conseguenza del peccato; ma nello stesso tempo è la dichiarazione, da parte del Dio che si è rifatto vicino, che egli continua ad essere un Dio lontano, altro, diverso. Il più grande comandamento,che nel contesto di alleanza Dio dà all'uomo, è: Non mi nominerai, non ti farai di me immagine alcuna'. La solidarietà è qui approfondita come comunione interpersonale. L'alleanza non è più soltanto comunicazione, ma comunione nella vita che si instaura tra Dio e Israele (7).
    Questa comunione di vita fa di Israele il popolo di Dio e di Dio il Dio di Israele. Vi è dunque solidarietà nella comunione di vita e in una reciprocità così profonda da far sì che il popolo, a prescindere da Dio, in qualche modo sia un non-senso, così come in qualche misura anche Dio,a prescindere dal popolo, sia un non-senso. Eppure proprio nel realizzarsi di questa comunione Dio ricorda al popolo che egli è altro, ancora una volta perché vuole rinviare l'uomo alla sua responsabilità storica e impedire che l'uomo possa ricorrere a lui come a un talismano. La solidarietà si sviluppa qui dunque nel segno della comunione, ma senza essere sostitutiva, rinviando alla responsabilità di ciascuno poiché è fondata sul rispetto profondo dell'identità della persona e, soprattutto, della sua unicità e irripetibilità. Ad ogni persona deve essere riconosciuta la piena libertà di autorealizzarsi per quello che è: solidarietà è mettere l'altro in grado di essere quello che è.

    La solidarietà di Dio nel Nuovo Testamento

    Terza tappa: l'Incarnazione del Figlio
    La solidarietà di Dio è nel Nuovo Testamento solidarietà in Cristo. Qui gli elementi che configurano la solidarietà di Dio verso l'uomo sono ancora più radicali: Cristo è la rivelazione ultima, definitiva di Dio all'uomo. L'evento-persona di Gesù di Nazareth è il momento più alto della comunicazione e della comunione di Dio nei confronti dell'uomo: è il momento in cui Dio rivela il suo amore verso l'uomo in senso pieno, comunica e partecipa all'uomo questo amore.
    La solidarietà di Dio in Cristo si manifesta anzitutto nella piena condivisione della condizione umana. Già il Dio di Israele era il Dio della storia più che il Dio della natura. In Gesù Dio si manifesta come Dio che si fa storia per condividere fino in fondo la condizione umana. La solidarietà è "essere con" (8) condivisione. Si noti: condivisione della 'condizione umana anche nei suoi aspetti limite di precarietà; del resto questo ingresso di Dio nella storia significa un'auto-limitazione di Dio nello spazio e nel tempo (9). La solidarietà diviene un camminare insieme, un vivere la stessa esperienza, un fare propria la stessa condizione di precarietà.

    Quarta tappa: la Pasqua di Gesù
    Nel mistero pasquale la solidarietà non è più soltanto l'"essere con", ma è l'"essere per". Qui essa si fa dono radicale, è il sì radicale di Dio all'uomo nel dono totale che Dio fa di se stesso all'uomo, fino al dono della vita. L'arretrare di Dio, che inizia nella creazione, trova nella croce di Gesù la sua consumazione definitiva (kenosis) e insieme, proprio qui, Egli rivela pienamente se stesso come dono puro e puro servizio. Il mistero trinitario trova nella croce la sua più alta manifestazione, se è vero che il mistero trinitario è il mistero di un Dio che non soltanto ha l'amore, ma che è amore. Soltanto di un Dio che vive in comunione di persone si può predicare l'amore come attributo dell'essere. Di un Dio solitario si sarebbe potuto dire che ha l'amore, ma non che è amore: poiché l'amore è per definizione dialogo, incontro, comunicazione, comunione di persone. Il mistero di Dio trinitario è il mistero di un Dio che è in se stesso comunicazione, comunione di persone che si realizzano nella reciprocità del dono, che anzi sono in quanto reciprocamente si donano. Per questo Dio è dono per se stesso, è dono "sussistente": la relazione in Dio fa tutt'uno con l'essere delle persone ed è essenzialmente dono. L'apice della rivelazione di Dio è raggiunto nel dono, che insieme rappresenta il modo con cui in definitiva ci viene rivelato il senso della solidarietà. La solidarietà non è perciò più soltanto condivisione, ma dono totale di sé, svuotamento di sé ma non fine a se stesso, bensì finalizzato a realizzare appunto il dono totale di sé.
    La solidarietà così connotata ci appare innanzitutto come un valore teologale, che deve tuttavia tradursi in istanza etica. Ed è qui che si incrocia il problema della solidarietà come valore anche umano.

    Solidarietà come istanza etica

    La solidarietà come istanza etica fondamentalmente è il luogo dell'incontro e dell'interazione feconda tra giustizia e carità e ne esprime la necessaria correlazione.

    Solidarietà come giustizia

    La solidarietà è anzitutto giustizia; la prima forma della carità è la giustizia. Non c'è carità senza giustizia, anche se la carità trascende la giustizia. Guai a pensare a una carità che si fa contro o al di fuori della giustizia. Da questo punto di vista, come si diceva, c'era una parte di verità in quella posizione assunta da alcune aree della sinistra che guardavano con sospetto alla solidarietà poiché essa veniva in realtà concepita come alibi per non fare la giustizia o come copertura dell'ingiustizia. Tale giustizia ha da essere realizzata - e questo ce lo dice con insistenza anche il magistero sociale della Chiesa mettendo l'accento sul fatto che siamo in una società sempre più interdipendente - attraverso un approccio di tipo strutturale. La giustizia esige che si affrontino i problemi sul terreno delle strutture e in una prospettiva sempre più universalistica. La solidarietà si identifica con il fare la giustizia, e il farla attraverso riforme strutturali (10), poiché se viviamo in una società universalistica la solidarietà deve esprimersi in una visione sempre più allargata di attenzione ai grandi squilibri non soltanto tra le classi sociali, ma tra i popoli, tra il Nord e il Sud del mondo. Questa svolta si è operata anche nella dottrina sociale a partire dalla Populorum Progressio.

    Solidarietà più che giustizia

    La solidarietà è però anche di più della giustizia. Se la giustizia apre la possibilità di un dialogo allargato tra soggetti assai diversi purché sensibili ai problemi dell'uomo, ritorna il discorso dell'ispirazione cristiana quando ci collochiamo nella prospettiva di una solidarietà che trova la sua ispirazione ultima nella carità. Nell'ordine dell'impegno sociale il livello della giustizia è contenutisticamente sufficiente: tra credenti e non credenti non ci sono differenze di contenuto nel vivere la solidarietà quando si affrontano i grandi problemi della storia.
    L'ispirazione cristiana può però giocare un ruolo decisivo di animazione anche nell'impegno sociale, in quanto porta l'attenzione a dimensioni nuove nel modo di vivere questo stesso impegno. Ad esempio la carità introduce, accanto all'attenzione oggettiva alla perequazione dei diritti, un elemento di attenzione alla soggettività personale. Non basta costruire una società in cui i diritti siano perequati, poiché la tentazione è quella dell'oggettivazione: c'è nella persona, al di là della esigenza di soddisfazione del proprio bisogno, l'esigenza di attenzione al proprio desiderio, che è sconfinato. C'è cioè una logica soggettiva del desiderio che va al di là di quella oggettiva del bisogno. Perciò la soddisfazione del ' bisogno della persona afflitta da qualche mancanza o da qualche marginalità esige una serie di atteggiamenti che vanno al di là del puro e semplice riconoscimento del diritto: compassione, comprensione, gratuità, condivisione; questi atteggiamenti hanno tutti a che fare con il valore che chiamiamo carità.
    La logica della pura giustizia, tendenzialmente oggettiva, va continuamente corretta attraverso l'introduzione di elementi che facciano spazio all'attenzione alla persona nella sua singolarità. Inoltre la logica della giustizia è quella dell'"a ciascuno il suo", mentre la logica della carità porta anche a rinunciare all'affermazione del proprio diritto per affermare radicalmente quello dell'altro: è la logica del dono che nasce dalla consapevolezza che soltanto nel perdersi è possibile poi paradossalmente un ritrovarsi. Questi aspetti rappresentano uno stimolo e una possibilità ulteriore di alimentazione della logica della giustizia. Dunque la carità introduce nella giustizia un'attenzione ai soggetti, che porta al di là della perequazione dei diritti perfino rinunciando al proprio diritto per affermare quello dell'altro.

    Ambiti concreti della solidarietà

    Situazione universalistica

    Come esprimere la solidarietà nella situazione universalistica nella quale viviamo e come essere attenti ai rapporti Nord-Sud? Il primo problema che si presenta macroscopicamente quando si pensi in termini di solidarietà è il dato dell'impoverimento sempre maggiore del Sud che avviene in ragione del dilatarsi del benessere del Nord. Qui il tema della solidarietà chiama in causa il tema dello sviluppo: quale sviluppo? Come mediare la sviluppo quantitativo con quello qualitativo già all'interno dei popoli sviluppati? Ma soprattutto: come creare le condizioni per un modello di sviluppo che abbia ricadute allargate, che produca forme di ridistribuzione allargata del benessere che si produce? E ancora, e forse più radicalmente, il tema Nord-Sud chiama in causa il discorso sull'uso che si fa della scienza e della tecnologia.

    Economia

    Sul versante della scienza economica c'è oggi un forte ripensamento delle leggi tradizionali dell'economia: ad esempio quelle della massimizzazione della produttività, del profitto, ecc. C'è una rinascita di domanda etica motivata da ragioni economiche perché ci si rende conto che certi processi messi in atto non soltanto sono eticamente inaccettabili, ma sono anche economicamente perversi e improduttivi. Anche la Centesimus Annus nota acutamente la necessità per un verso di recuperare alcuni dati fondamentali sui quali si è costruita la scienza economica, ma per altro verso di non assolutizzarli, perché questo porterebbe a conseguenze perverse. Oggi noi siamo di fronte a una visione sempre più drammatica della questione ecologica che ci propone cla un lato la questione del limite delle risorse (contro l'ottimismo di tipo illuministico a proposito di risorse supposte infinite e correlativamente di un progresso economico indefinito) e dall'altro una situazione di inquinamento in qualche caso irreversibile.
    C'è insomma un ripensamento motivato anche soltanto da ragioni economiche che va nella direzione della messa in discussione del sistema. Qui si tratta di elaborare concretamente una riflessione che ci porti a tenere conto tanto delle leggi dell'economia, e quindi del criterio di efficienza, quanto delle leggi etiche che devono presiedere ad un corretto sviluppo dell'economia e soprattutto della legge della solidarietà. Si pongono allora una serie di problemi che accenno soltanto. Il profitto: un profitto soltanto aziendale oppure un profitto sociale allargato? La responsabilità politica nei confronti dell'economico si esprime nell'esigenza di regole del gioco che siano fissate dalla politica per un corretto sviluppo dell'economia, senza per questo mortificare la legittima autonomia dell'economico; si tratta piuttosto di orientarlo verso un bene collettivo più generale.

    Politica

    Qui si colloca il discorso della crisi etica della politica. Essa nasce da una concezione della politica come scambio tra interessi corporativi piuttosto che incentrata anzitutto sulla visione dell'interesse o del bene collettivo, definito intorno ad alcuni valori comuni irrinunciabili che si traducono in diritti fondamentali. La rifondazione etica della politica deve essere ripensata in un'ottica di solidarietà che fa i conti con la giustizia distributiva. Anche qui si pongono problemi dei quali vorrei ricordarne due.
    Il primo è quello della ridefinizione dello "stato sociale". Oggi c'è la tentazione di fronte a uno stato sociale che è diventato "stato assistenziale" di buttar via con l'acqua sporca anche il bambino, cioè di mettere l'accento solo sugli aspetti negativi dimenticandone i grandi meriti. La prospettiva non è quella dell'abbandono dello stato sociale per ritornare a uno stato dei diritti, che poi sono i diritti di pochi; ma quella di un allargamento delle prestazioni dello stato sociale sia pure in un'ottica di ripensamento delle sue modalità di attuazione concreta.
    Il secondo problema è quello della ridefinizione delle regole del gioco nella politica. La questione morale della politica non si risolve cambiando le regole del gioco; tutta-via esse hanno una loro importanza per un corretto funzionamento dei meccanismi attraverso i quali si fa politica nel segno di una visione più giusta della cosa pubblica.

    Gratuità

    A questo livello situiamo il volontariato e/o il privato sociale come elemento oggi avvertito necessario ad integrazione dell'azione politica in senso stretto e del funzionamento dei servizi sociali. La percezione di questa necessità di integrazione nasce dalla constatazione che la semplice soddisfazione dei bisogni non è sufficiente.
    Tale integrazione non va nel senso della sostituzione, ma, nel rispetto delle autonome specificità, piuttosto nel senso di acquisizione di poteri effettivi di intervento nella realtà, e dunque di restituzione di poteri a fronte di una persistente logica dell'accentramento. Oggi la complessità sociale favorisce il decentramento e il fare politica in mille modi diversi; tuttavia ciò che manca è il riconoscimento di fatto, attraverso un decentramento di poteri, che lì si fa politica. Questo suppone un volontariato che sia guidato anche da una maggiore capacità professionale, da una maggiore sensibilità al discorso politico allargato, da una maggiore attenzione a non voler diventare alternativo in toto alle istituzioni.

    NOTE

    * Il testo è stato tratto da una relazione tenuta nella primavera 1992 ai responsabili dell'ASPEm-CISV.
    (1) Tale riferimento non ha pretese di completezza.
    (2) Questa deriva attuale della politica si espone al rischio di sostenere corporazioni forti e di penalizzare le corporazioni deboli, non esistendo dei valori assoluti come parametri di riferimento e dunque venendo meno la tensione a salvaguardare alcuni fondamentali diritti di tutti, a partire dalle categorie più deboli. Ma il rischio più grave è quello di addivenire a forme di neo-autoritarismo: la politica del decisionismo è di questo tipo, dove conta, per governare, il carisma del capo capace di interpretare con le sue decisioni la realtà (senza modificarla). Anche in questo caso non vi è più il riferimento a un dato assoluto e obiettivo, a diritti irrinunciabili, ma conta l'abilità di chi è in grado di decidere perché investito di carisma particolare.
    (3) Dietro a questa tendenza vi sono certamente elementi di grande interesse sui quali non voglio soffermarmi. Accenno soltanto al fatto che il recupero del soggetto può significare ripiega mento individualistico, ma può essere anche recupero della persona nei valori di fondo che essa possiede e, quindi, nella sua dimensione relazionale. Può essere insomma la premessa per un modo nuovo di vivere la vita sociale e persino di fare politica recuperando la centralità del personale.
    (4) Se è un bene che siano cadute le ideologia totalizzanti, non si deve troppo esultare della crisi delle ideologie, perché laddove la politica non si costruisce su un minimo di basi ideologiche (cioè su un minimo di progetto definito) finisce per essere la politica del giorno dopo giorno, delle "cose", dell'immediato.
    (5) Queste prospettive non si contrappongono, né si sovrappongono, ma interagiscono tra loro.
    (6) Si pensi qui ad esempio a come tutte le forme assistenzialistiche siano tentate di pensare la solidarietà in termini sostitutivi. La solidarietà è invece comunicazione tra soggetti che si rispettano nella loro unicità e irripetibilità.
    (7) In Es. 24 è indicato questo nesso vitale attraverso il sacrificio di consumazione dell'alleanza in cui il sangue, che è il simbolo della vita, viene asperso sull'altare, che è il simbolo della presenza di Dio, e sul popolo, per dire che ormai tra Dio e l'uomo c'è un legame di vita e che entrambi partecipano della stessa vita.
    (8) Si veda la tematica dell'Emmanuele, "il Dio con noi" di Is. 7.
    (9) Noto per inciso, sia pure fuori terna, questa doppia dimensione della spazialità e della temporalità nell'Incarnazione. Tutta una parte cospicua della teologia è andata nella direzione del farsi storia di Dio intesa come farsi tempo (cfr. il kairòs, il "tempo opportuno"). Ma accanto al kairòs c'è un "habitat" che è un "habitat opportuno" da cui partire: oggi la salvezza deve raggiungere tutti i tempi ma anche tutti gli spazi. Il discorso ecologico oggi ci rinvia anche a questo recupero dell'Incarnazione in questa sua dimensione spaziale.
    (10) I problemi della marginalità non sono oggi indotti soltanto dalla cattiva volontà di
    singoli soggetti, ma sono la ricaduta anzitutto di situazioni strutturali allargate.