W. Kasper
Introduzione alla fede
(Queriniana 1973)
Recensione di Sara Sabatini, FUCI
Questo testo rappresenta una raccolta di dieci lezioni tenute dal prof. Kasper, tra il 1970 ed il 1971, a studenti della Facoltà di Teologia Cattolica di Münster e Tübingen che, per suo specifico desiderio, erano rappresentati in questa specifica occasione da categorie piuttosto eterogenee: sacerdoti, catechisti ed insegnanti di religione, grazie alle cui domande l’autore ha realizzato questo testo, scorrevole ed interessante, che interroga la fede nei suoi fondamenti e nelle sue possibilità di attualizzazione nella società moderna.
Si tratta di un’opera che non acconsente al silenzio pur di mantenere il quieto vivere nella Chiesa, ma che non esita a sollevare la discussione su temi attuali per l’epoca ma, sorprendentemente, anche oggi vivi e non ancora risolti: dieci capitoli, ciascuno articolato in tre sezioni, che sviluppano la riflessione su specifiche problematiche di concretizzazione dello studio della teologia, senza dimenticare di contestualizzare dal punto di vista storico e ideologico le radici dell’attuale mancanza di stimoli e di senso che la società sperimenta in materia di teologia.
Secondo Kasper, il presupposto da cui occorre partire è che il credere va messo al centro dello studio teologico, per poter “fronteggiare le esigenze della vita moderna”, al fine dell’aggiornamento della chiesa; due sono gli obiettivi: chiarire la responsabilità sociale della teologia come “comprensione viva della fede”, permetterà di agire contro la mancanza di fiducia nella chiesa che può vivere chi è interno alla chiesa stessa, a causa della poca sicurezza sulla validità della propria missione, motivo per cui è portato a convincere gli altri di qualcosa in cui per primo non crede. Questo tipo d’impostazione porterà così a rimuovere la confusione che si attribuisce tradizionalmente alla discussione teologica, per incoraggiare piuttosto la “speranza della fede”.
Il primo capitolo, “LA SITUAZIONE DELLA FEDE”, è un paradigma storico che contestualizza la crisi della teologia nell’età moderna a fronte dei cambiamenti che il pensiero filosofico e sociale hanno subito: i principi della fede “non corrispondono più a nessuna questione e per questo non sono più sentiti come istanze”, per questo non agiscono più come propellente alla vita ed alla storia; in altre parole, “non solo Dio, ma anche la questione su Dio è morta”. Questa situazione è sicuramente segno di crisi ma è anchekairòs, per riuscire a rispondere con nuove parole ed articolando diversamente i problemi alla domanda di senso che viene dalla società.
La crisi della teologia va di pari passo con il declino della vita intellettuale che, al pari dell’altra, non è attualmente in grado di fornire risposte e prospettive per il futuro, per cui procede in maniera improvvisata e senza slanci. Conseguenza di ciò è quello che Kasper chiama “secondo Illuminismo”, cioè l’illuminismo che ragiona su se stesso, perché ha sperimentato la fallibilità e la finitezza dei propri schemi di pensiero e dunque, piuttosto che occuparsi di grandi interrogativi che appaiono senza soluzione, sceglie di considerare questioni comuni e relativamente risolvibili: “la fede idealistica nella razionalità totale e nelle idee che tutto dominano è completamente tramontata”.
Questa debolezza del pensiero umano riporta così all’esigenza della tensione verso la trascendenza, come reazione alla debolezza strutturale della condizione umana che ancora fortemente l’uomo alla propria realtà: la riflessione teologica è perciò spinta in avanti, per cercare di restituire all’uomo la speranza in se stesso e per illustrare come l’uomo non possa risolversi solo in se stesso, ma come sia sempre “una questione aperta”. Kasper è profondamente consapevole del fatto che “ciò che si attende dalla teologia raramente è stato così grande come oggi. Per questo la delusione è anche più amara se diamo pietre al posto di pane”.
Il secondo capitolo, “IL LUOGO DELLA FEDE”, tratta di come la fede abbia perso il suo carattere d’indispensabilità per molti che “anche senza fede in Dio si sentono uomini completi e felici”. La fede è dono, secondo Kasper, è un cammino che non può essere autonomamente intrapreso dall’uomo partendo da se stesso, altrimenti sarebbe umanamente dimostrabile, “non sarebbe più una fede”; tuttavia l’adesione alla fede non può essere altro che un atto “pienamente e totalmente” umano, che presuppone un criterio di sensatezza, onestà intellettuale e responsabilità da parte dell’uomo che liberamente sceglie di accogliere questo dono, perché sollecitato dai problemi concreti che la fede stessa pone, o dovrebbe porre: “la teologia e la predicazione devono essere missionarie (...), devono dischiudere le formule della fede, così da renderle comprensibili nelle concrete situazioni umane e farle diventare genuine interpellazioni all’uomo e sollecitazione di una decisione”. Il fine di questa ricerca non dovrebbe dunque essere altro che “trovare Dio in tutte le cose”.
La riflessione su Dio dovrebbe piuttosto essere finalizzata alla ricerca di senso, dove “senso chiamiamo la salvezza e la completezza dell’uomo nel suo mondo e con il suo mondo”, speculazione indispensabile ed inevitabile che “differenzia l’uomo dalla bestia”, perché perdere la dimensione della ricerca di senso equivarrebbe alla perdita dell’”umanità dell’uomo”; infatti non ci si riferisce solo al senso che individualmente ciascun uomo attribuisce alla propria vita, ma anche al senso dell’uomo nella storia, questione che, secondo Kasper, non è stata ancora sufficientemente affrontata dalla teologia moderna.
Dio, tuttavia, non può essere considerato come il “tappabuchi” di una situazione contingente ma la “risposta alla situazione fondamentale dell’uomo”, che non sminuisce l’impegno dell’uomo stesso nella conoscenza o nell’azione, che “non invidia o amareggia la felicità umana” ma “liberandoci dall’angoscia dell’esistenza, ci fa liberi per impegnarci per gli altri”.
Il terzo capitolo, “GESU’ CRISTO: IL TESTIMONE DELLA FEDE”, è poi una disamina cristologica della fede, che indaga sulla storicità della figura di Gesù, dal quale “deve partire ogni fondazione della fede”. La storicizzazione era stata invocata come stratagemma per rendere più modernamente comprensibile ed accettabile la figura di Gesù rispetto all’interpretazione dogmatica “delle due nature”; tuttavia così come non si può modernizzare tout court questo personaggio, perché troppo “estraneo al nostro mondo”, non si può di certo continuare a credere che si tratti di un puro mito, come si diceva nei “vecchi libri scolastici comunisti”. La vera portata del messaggio di Cristo è rivelata dai Vangeli, “sia pure in maniera diversa dalle cronache e dalle descrizioni storiche”; “il compito teologico pertanto è di cercare nel kérygma dei vangeli la storia, ma anche in questa storia il kérygma”.
Il quarto capitolo, “LA VERITA’ DELLA FEDE”, inizia con il chiedere quale sia il “vero motivo” per cui credere, a fronte del fatto che la figura di Gesù possa essere piuttosto considerata come un pretesto “per credere nell’assurdità, piuttosto che ad un senso ultimo”. Il pericolo che con la morte di Gesù potesse finire anche ila validità del suo messaggio è stato scongiurato dalla Sua resurrezione, infatti S. Paolo dice che “se Cristo non fosse resuscitato, vana sarebbe la nostra fede”. Questo evento tuttavia è troppo straordinario perché la mente umana possa comprenderlo: si tratta più dell’ “inizio di una nuova vita” che del “ritorno alla vecchia vita” ma le caratteristiche di questa nuova vita sfuggono alla nostra esperienza, motivo per cui non possiamo che esprimerle con il linguaggio figurato della fede, che non le descrive mai pienamente ma è solo “anticipazione (...) della visione escatologica delle condizioni dell’attuale situazione del mondo”.
In questo senso è fondamentale il ruolo del singolo cristiano e delle singole comunità di cristiani, che con tutta la loro vita testimoniano la fede, perché parlarne in astratto non può essere sufficiente, anzi è controproducente; Kasper a questo riguardo si esprime molto chiaramente, sostenendo che “è inutile proclamare astrattamente che la fede è al servizio dell’uomo, quando nello stesso si pratica nella chiesa un sistema di non libertà e di paura, quando tutti gli impulsi di una vita libera vengono sorvegliati con sospetto e vengono repressi” e che l’unico fondamento vero della fede è “l’autorità di Dio rivelante (...) che non può mé ingannare mé ingannarsi”, cioè la verità di Dio.
Credere in una verità assoluta è però difficile per l’uomo moderno, contrario al pensiero autoritario, radicato nel “fallibilismo” e portato al dialogo; per questo gli è possibile conoscere Dio attraverso ciò che non è piuttosto che ciò che è, dunque chi crede in Dio deve sempre “rimanere aperto a nuove esperienze e nuove conoscenze”. “La fede del credente è sempre in gioco”, appartiene al futuro e deve essere ispirazione al cercare ed al domandare: “non deve essere solo un asilo di sicurezza ma anche una casa di santa irrequietezza”. La fede è desiderabile per l’uomo perché “solo se il fine dell’uomo si fonda sull’assolutamente gratuito, l’uomo può sfuggire alla minaccia di essere subordinato ad altri fini (...) così è incoraggiamento per l’uomo”.
Nel quinto capitolo, “L’ATTO DELLA FEDE”, l’autore mette in evidenza il fondamentale ruolo umano dell’adesione alla fede come dono di Dio: il credere è in genere rapportato ad una persona piuttosto che a motivi oggettivi, “è un atto personale di fiducia e crea un legame reciproco tra persone. (...) Abbraccia ragione e volontà”. Nel caso della fede però la dimensione di fiducia personale non è sufficiente: è richiesta una dimensione di fiducia universale, per evitare che ciascun uomo abbia difficoltà nel dare risposta a chiunque chieda ragione della speranza che è il lui. Sul piano personale ed intimo però, “dove sono in gioco le questioni fondamentali della vita (...) cessa il sapere di informazione e ciascuno crede a suo modo. (...) Anche l’incredulo crede, anche la sua incredulità è una decisione fondamentale che, come quella della fede, può appellarsi a talune tracce che, come quelle della fede, non possono essere dimostrate”.
Il sesto capitolo, “IL CONTENUTO DELLA FEDE”, prende in esame le obiezioni che vengono mosse alla fede in forza dei suoi contenuti, che non vengono considerati credibili, a volte, neppure dagli stessi membri della chiesa, più convinti del fatto che l’importante sia credere ed operare nella vita sociale e privata, piuttosto che concentrarsi su specifici contenuti. Ciò che invece emerge dalle concezioni storico-salvifiche della fede, già dall’antico testamento è che il contenuto della fede “non sono proposizioni astratte ma confessioni storiche dell’agire potente e fedele di Dio nella storia (...) il Dio che nella storia e nella sorte di Gesù Cristo ha parlato ed agito. Il contenuto della fede è dunque una persona, la sua opera e la sua sorte ”, infatti “anche il demonio può citare formule ortodosse di fede. Ciò che importa è una fede viva” .
In conclusione, chi crede fermamente che “Dio è salvezza, speranza e pace per tutti gli uomini e si impegna a diventare figura di speranza (...) crede tutta la fede, perché la fede (...) non è una somma di proposizioni ma la totalità di una figura: Gesù Cristo” ed attraverso Cristo si giunge a Dio. La fede deve mantenersi cristiana e deve fare “apprendere da Cristo il modo giusto di parlare cristianamente di Dio e dell’uomo”.
Il settimo capitolo, “IL SIGNIFICATO SALVIFICO DELLA FEDE”, tratta della salvezza, chiedendosi se possa ancora rappresentare un concetto desiderabile per l’uomo moderno, abituato a provvedere da se stesso alla risoluzione dei propri problemi; se nella società attuale vi sia ancora spazio per la grazia. Obiezioni come queste minano il senso ultimo e più profondo della fede, che già dall’antico testamento è da intendersi come promessa di salvezza: la Scrittura descrive situazioni concrete in cui l’uomo ha avuto bisogno di Dio per salvarsi da un punto di vista molto materiale di guerre, carestie, malattie che affliggevano il suo mondo.
Man mano che la storia ed il progresso avanzavano, tuttavia, il ruolo che le scienze naturali hanno assunto, per spiegare e decifrare queste situazioni di sofferenza, ha relegato la teologia ad un ruolo marginale, all’analisi del soprannaturale. Questo dualismo è stato poi progressivamente superato, facendo in modo da rapportare “l’ordine della salvezza”, cioè il campo d’indagine della teologia, all’“ordine della creazione”, cioè l’ambito di riferimento delle scienze naturali, confermando così l’“universalità della redenzione”.
Per comprendere inoltre come la salvezza provenga dall’alto ma mai senza una corrispondenza dal basso, è richiesta un’interpretazione “secolare”, nel contesto della teologia politica, che non è “teologia che fa politica” ma che mira a “riconsiderare gli enunciati teologici nella loro rilevanza sociale”.
Il problema più rilevante per la società, dunque per la chiesa, risulta attualmente essere la libertà, che è possibile, secondo Kasper, solo in un contesto di altre persone, solo se ha “presupposti sociali”; ciò non significa che la libertà è prodotta dalla società ma che questa ha il dovere di proteggerla, perché viene dopo la libertà stessa e deve tutelare “il privato, l’intimo, il personale”. Per lo stesso motivo, alcune realtà che coinvolgono il singolo, come la malattia, la morte, il dolore, non possono essere semplicemente eliminate con un pronunciamento sociale mé con lo sforzo sociale e tutte le situazioni in cui l’uomo ha tentato di controllare tutto, intervenendo con autorità, hanno portato ad episodi di vero e proprio totalitarismo e violenza. Queste questioni vanno invece trattate in una prospettiva trascendente, soprannaturale, perché non attengono unicamente alla dimensione fisica e materiale dell’uomo, che “è nostalgia naturale del soprannaturale”. Solo riuscendo a parlarne in questi termini, “abbiamo raggiunto la realtà dell’uomo e parlato in modo secolare di Dio e della sua grazia. In ogni altro caso abbiamo battuto l’aria. ”
Solo l’incontro tra due persone libere può garantire la vera salvezza, dunque è per questo che l’incontro con Cristo può considerarsi fondamento della salvezza, perché Lui è espressione di libertà suprema; proprio per questo le autorità costituite lo hanno così duramente avversato, fino ad ucciderlo, illudendosi che in tal modo l’ordine sarebbe stato ripristinato. Invece, la resurrezione ha nuovamente infranto la stabilità che i potenti auspicavano.
Il dono di Dio all’uomo, mediante Gesù Cristo, rende possibile la conversione dell’uomo a Dio ed all’uomo stesso, condizione che rappresenta pienamente il significato della fede, più che la mera ripetizione di formule o “l’assenso a determinate verità”.
L’atteggiamento del cristiano è dunque “da folli”, secondo la mentalità corrente, mentre dovrebbe manifestarsi nella gioia, “segno anticipatore della realtà escatologica di salvezza”: l’umorismo “permette all’uomo di essere uomo completo e solo uomo, perché solo a Dio permette di essere Dio e consegna al riso tutte le altre pretese di dignità e riconoscimenti”. “La giusta distinzione tra Dio e l’uomo (...) fonda la salvezza dell’uomo”.
L’ottavo capitolo, “L’ECCLESIASTICITA’ DELLA FEDE”, è poi un’appassionata discussione sul ruolo istituzionale della chiesa nell’edificazione e nel mantenimento della fede, argomento che la chiesa stessa affronta chiaramente solo a partire dal tardo medioevo, con la nascita dell’ecclesiologia. Molte sono le critiche che è possibile muovere a questo organismo: l’intolleranza dogmatica; la tendenza a dare scandali che mascherino l’unico, vero e ineliminabile scandalo della fede, la crocifissione di Gesù; la scarsa capacità di declinare nella concretezza valori sempre troppo astratti come “la libertà, la dignità umana, la solidarietà e la fraternità”.
Il fatto che, nel corso dei tempi, i valori fondamentali del cristianesimo siano diventati parte strutturale della società anche in realtà in cui la chiesa non è presente, significa che “i confini del cristianesimo in molti punti sono di gran lunga più vasti dei confini della chiesa”. Ciò non significa, peraltro, che sia possibile o desiderabile la sopravvivenza dei valori cristiani senza un contesto ecclesiale, sia perché non sopravviverebbero se non nel ricordo, solo per poche generazioni, sia perché non potrebbero affermarsi in un mondo così fortemente avverso al cristianesimo quale quello odierno, sia perché non sarebbero in grado di rapportarsi ad una rete di istituzioni fondate sul potere e sul denaro, se non con una struttura anch’essa istituzionale.
L’approccio corretto, in questo contesto, sarebbe secondo Kasper quello di considerarsi parte della chiesa “fino a quando si è disposti a conservare un rapporto di dialogo con la comunità ecclesiastica, fino a quando si riconosce ai suoi enunciati un valore vincolante (...) anche se non si possono fare propri tutti gli enunciati emessi dalla chiesa”, perché non è condivisibile “un radicalismo selvaggio che protesta la propria onestà intellettuale e che in nome della coscienza moderna della fede getta semplicemente a mare formule impraticabili” ed è proprio di chi vuol essere intellettualmente onesto “prendere atto della finitezza del proprio punto di vista ed avere il coraggio di lasciarsi convincere dagli altri”.
Il nono capitolo, “LA STORICITA’ DELLA FEDE”, prende in esame la questione della storicizzazione che è in corso in tutti i settori della realtà e dunque anche nella fede: da un lato è certo problematico il fatto che anche nella chiesa vi sia una messa in discussione totale, dall’altro però è vero che “l’uomo nelle situazione decisive della sua vita (...) è profondamente storico” ed è dunque inevitabile che questo processo porti ad una “rivisitazione dell’argomento dell’autorità (...) e la validità di alcuni testi sacri”, oltre che le strutture con cui, a seconda dei diversi periodi storici, la chiesa si è articolata ed ha sviluppato il magistero.
La fede cristiana, secondo il suo contenuto, non può che essere una fede storica, contrariamente a quanto riguarda la mitologia, che narra di fatti che “avvengono sempre e non sono mai avvenuti”, motivo per cui non si può sottrarre dall’analizzare problemi che oggi la storia pone: “se la fede diventa senza storia, la storia non diventerà senza fede?”, si chiede Kasper. “Solo dove l’agire di Dio nella storia è come tale assunto e riconosciuto nella fede dell’uomo, raggiungendo così il suo scopo, lì esso produce salvezza, lì la storia diventa storia della salvezza”.
Purtroppo è possibile, di fatto anche frequente, che la chiamata che Dio rivolge all’uomo nella storia rimanga inascoltato e divenga “invece che salvezza, giudizio”; il fatto che Gesù Cristo sia l’inizio della storia della salvezza ed al tempo stesso il suo compimento significa che la storia della salvezza si trova tesa tra il già e il non ancora, non essendo ancora giunto il tempo della salvezza, che va cercata “con pazienza e coraggio nei segni dei tempi” da parte della chiesa, che non possiede la verità ma deve cercarla, per poter “promettere ed assegnare all’uomo un senso definitivo. Una chiesa che non avesse più il coraggio di fare questo, ben si meriterebbe che più nessuno si interessasse alla sua predicazione degenerata ormai a chiacchiera”.
Il decimo capitolo, “IL FUTURO DELLA FEDE”, si interroga sulle opportunità che la fede ha di sopravvivere in questi tempi difficili, in cui l’illusione di poter pianificare tutto sta portando alla distruzione del futuro, che invece presenta una componente di sorpresa e di novità non altrimenti prevedibile, come è anche nella fede cristiana. In questo contesto la chiesa troverà notevoli difficoltà nell’esistere, in termini quantitativi e qualitativi, se non viene impartita un’inversione di tendenza che le restituisca uno sguardo diretto al futuro, perché altrimenti sarebbe “impraticabile per l’uomo che si trova impegnato per il futuro”.
In particolare, Kasper afferma che “se la chiesa diventa l’asilo di quanti cercano riposo e riparo nel passato, non deve meravigliarsi se i giovani le voltano le spalle e cercano il futuro presso ideologie e utopie di salvezza, che promettono di riempire il vuoto che la paura della chiesa ha lasciato libero”; la teologia dovrebbe infatti tornare ad occuparsi dell’escatologia, che è il vero orizzonte della fede cristiana, anche se “la tentazione di aggrapparsi all’apparente sicurezza del presente e all’apparente garanzia del passato è in ogni tempo grande”; il cristianesimo è una vera e propria religione del futuro, che permette un nuovo inizio in vista del futuro grazie “al messaggio fuori moda del perdono dei peccati”, che permette di aprirsi al futuro con maggiore libertà.
La prospettiva escatologica permetterà al cristianesimo di sopravvivere nel futuro perché insegna che non è possibile accontentarsi di “progetti intrastorici per il futuro”, che sono offerti da ogni tipo di ideologia, ma bisogna tendere a “possibilità sempre più grandi”, senza però credere nell’autosufficienza umana, peccando di hybris.
Non ci è dato di conoscere già da ora le caratteristiche che la fede avrà nel futuro, possiamo però credere che continuerà a sussistere, in virtù del suo messaggio insostituibile e del suo carattere escatologico; non sarà di certo contestualizzabile nell’“ecclesia triumphans”, ma “benché smarrita, non sarà disperata, benché tribolata, non sarà schiacciata”; sarà “più consapevole, più decisa, più essenziale”, proprio perché sarà meno “universalmente riconosciuta ed (...) ovvia”; dovrà impegnarsi nel sociale in maniera critica, cioè penitente, nell’agire pratico: “ovunque là dove il cristianesimo si è trovato all’altezza della sua testimonianza di fede, si è espresso criticamente. (...) Solo criticamente l’impulso dell’evangelo può diventare una forza che infrange l’ordine che impone ciò che sembra ovvio e crea così spazio per una maggior libertà e per una maggior umanità”.
La chiesa del futuro sarà universale e cattolica e ciò impegnerà sempre più i cristiani ad esserlo “a dimensione mondiale”, non più legati solo al contesto europeo e capaci di confrontarsi con l’altra seria ideologia di salvezza che Kasper individua nel marxismo, dimostrando che solo nel cristianesimo risiedono le “soluzioni veramente umane dei problemi attuali dell’umanità” e che l’unico “valore supremo” è “l’essere per gli altri dell’amore”; queste caratteristiche di santità non sono però ancora disponibili appieno per la chiesa, forse perché, secondo l’autore, “questa nuova forma di santità non le è ancora stata donata”; dunque, in attesa di questo compimento, la chiesa e la fede dovranno combattere, dovranno semplificarsi nelle apparenze, più che nella sostanza.
E’ infatti improponibile che la fede si privi, per andare incontro ai tempi che cambiano, di parte dei suoi dogmi, anche se non rispondono più a domande concrete dell’uomo di oggi, piuttosto sarebbe opportuno “crescere di più in profondità” per recuperare il significato di queste questioni, che ne rappresentano il centro e la radice del senso, che è “il messaggio dell’essere Dio di Dio, che rende possibile l’essere uomo dell’uomo”, così chiunque “crede che in Gesù Cristo è dischiusa la salvezza a noi e a tutti gli uomini e si impegna concretamente ad essere figura di salvezza per gli altri, questi è un cristiano”.

