«A lode
della sua gloria»
Luciano Manicardi

La lode, come risposta a Dio che si manifesta nella preghiera personale e liturgica e nell'esistenza concreta e quotidiana, trova un suo apice nell'espressione neotestamentaria che parla dei cristiani come chiamati a diventare «lode della gloria di Dio». L'unità tra vita e preghiera appare lì in tutta la sua evidenza.
«A lode della sua gloria»: nell'inno di Ef 1,3-14 questa sintetica e densissima formula costituisce quasi un ritornello: seppure con lievi varianti ritorna infatti tre volte (vv. 6a.12a.14c) e indica la risposta umana - del credente e della chiesa - all'azione di salvezza compiuta da Dio in Cristo Gesù e cantata con toni solenni nell'intero inno. È la risposta dell'uomo all'elezione (vv. 4-6), alla redenzione (vv. 7-12), alla destinazione a ricevere l'eredità eterna grazie all'azione dello Spirito (vv. 13-14). Ed è un'espressione che ha molto da dire sul modo della presenza della chiesa e dei cristiani nella storia.
Anzitutto il termine «gloria» indica Dio nel suo agire nella storia; la gloria è come la traccia del suo passaggio di creatore e di salvatore tra gli uomini, nella storia. È dunque la storia il luogo privilegiato della presenza di Dio, non il sacro, non il religioso, non il ritualistico, ma l'«ordinario», il quotidiano. È nell'opacità della storia e nella quotidianità degli incontri e delle relazioni che va riconosciuta la presenza di Dio. Ora, questa presenza si è manifestata pienamente nel Cristo Gesù: è infatti sul volto di Cristo che rifulge la gloria divina (cf 2Cor 4,6). Egli è l'impronta di Dio nella storia: lodare la gloria di Dio significa dunque anzitutto credere e seguire Cristo, definitiva rivelazione di Dio. Questa lode, infatti, non si esaurisce in qualcosa da fare, in un gesto cultuale o liturgico, in un atto rituale da compiere: si tratta di «essere a lode della sua gloria» (v. 12a). È dunque una dimensione costitutiva della vocazione dei cristiani. Di fronte all'azione compiuta da Dio in Cristo per l'uomo, la risposta adeguata del credente è la lode. Risposta che implica il riconoscimento e la confessione della presenza di Dio nella storia e il divenire «lode», l'«essere» lode. Implica cioè la testimonianza della gloria di Dio. Il cristiano è lode della gloria di Dio quando narra la sua gloria, cioè quando rende presente Cristo. Vi è chi ha potuto testimoniare che tale era la fede di Dietrich Bonhoeffer il quale sapeva rendere reale la presenza di Cristo a tutti coloro che lo incontravano: «Gesù Cristo in lui acquistava sempre una forma nuova» (Paul L. Lehmann). Il credente è lode della gloria di Dio quando, con la sua vita, lo narra come vivente, non come un morto: i due discepoli di Emmaus fanno un necrologio di Gesù, ma non annunciano il Vivente (Lc 24,19-24).
La chiesa stessa è lode della gloria di Dio quando si pone tra gli uomini come sacramento della sua presenza. Un rischio in cui è facile incorrere è allora quello dell'ecclesiocentrismo, ben denunciato dall'allora Card. Ratzinger: «Talvolta la chiesa parla troppo di se stessa, gira troppo intorno a se stessa, cosicché la confessione del Dio vivente, che ci dona la via e la vita, non risplende abbastanza in essa e da essa». La chiesa, a lode della gloria di Dio e non sua, esiste solo nella proclamazione della sua relatività al Regno. Vale anche per la chiesa che chi cerca se stesso e la propria gloria, perde se stesso! E questo vale per le comunità, gli istituti religiosi e per i singoli credenti, sempre tentati di cercare la propria gloria, di cercare la lode degli altri e di «ricevere la gloria gli uni dagli altri» (Gv 5,44). Essere a lode di Dio, significa non esserlo a propria. Se la chiesa e i cristiani sono a lode di Dio, essi suscitano la lode a Dio, non l'applauso a loro.
La gloria di Dio che suscita la lode dell'uomo è poi definita come «gloria della sua grazia» (Ef 1,6a). Viene così indicato il fatto che la gloria di Dio, ovvero ciò che noi possiamo sperimentare storicamente ed esistenzialmente di Dio, è la sua misericordia, la sua presenza misericordiosa. Ed è sempre la misericordia di Dio che la chiesa può testimoniare per manifestare la gloria di Dio agli uomini. Narrare la grazia e la misericordia di Dio più forte di ogni peccato, far sentire perdonato l'uomo peccatore, amato il semplice e il piccolo, accolto il povero e l'emarginato: così il credente vive il suo essere a lode della gloria di Dio che splende sul volto di Cristo !
La lode della gloria di Dio culmina poi nell'Eucaristia, ma non semplicemente nel gesto liturgico: si tratta infatti di una lode che si compie nella vita. All'essere a lode della gloria di Dio si accompagna l'essere eucaristici (Col 3,15: «siate eucaristici» o «vivete nel rendimento di grazie»). L'unica risposta adeguata al dono di Dio sintetizzato in Cristo e assolutamente incomparabile, che l'uomo non può contraccambiare, è la gratitudine, l'Eucaristia come dimensione e stile di vita . Qui si comprende come «l'essere a lode di Dio» abbracci anche la dimensione etica e come l'unica possibilità di un'etica «cristiana» sia quella di un'etica innestata nel mistero pasquale, innervata nella morte e nella resurrezione di Cristo, connessa inscindibilmente all'evento salvifico e discendente da esso. Ciò che noi lodiamo e adoriamo è anche ciò verso cui tendiamo e che ci assimila a sé. Essere a lode della gloria di Dio significa dunque vivere escatologicamente, significa essere, nella storia, nella comunità cristiana e nella comunità degli uomini, segno del Regno veniente. Significa vivere l'immagine e somiglianza con Dio fino a divenire dei somigliantissimi a Cristo, «l'immagine del Dio invisibile» (Col 1,15). La santità è la lode della gloria di Dio. Quella santità che secondo Ef 1,4 consiste essenzialmente nella carità, nell'amore, nell'agape.

