Per la formazione
dei catechisti
dell'iniziazione cristiana
Pierpaolo Triani
Premesse
La formazione di coloro che svolgono il servizio della catechesi è avvertita costantemente dalla comunità cristiana come una questione di grande rilevanza, in ragione della delicatezza del ruolo che la figura del catechista ricopre nella vita ecclesiale. Non c’è una stagione che possa dare per scontato questo aspetto. Gli esempi potrebbero essere molti. Tra i tanti vorrei citare quanto espresso in un contesto non troppo lontano al nostro in ordine di tempo, eppure molto diverso in ordine allo scenario sociale e religioso, alla vita ecclesiale, al modo di intendere il servizio catechistico.
Nel “Piccolo manuale del catechista” del 1924 si legge:
“Molti lamentano lo scarso frutto che si ricava dall’insegnamento del catechismo. E veramente chi considera lo stato della nostra società, la quale pur si dice cristiana, mentre si può dire che ne ha quasi solo il nome, chiede a se stesso, se agli uomini che la costituiscono, sia stato impartito un insegnamento religioso. Non è certamente esagerato dire, che la causa principale per cui si è ricavato così scarso frutto, sta nel fatto che generalmente il catechismo non è stato insegnato bene perché coloro a cui era stato affidato al nobile e difficile compito, non erano stati preparati in nessun modo, alla loro nobile e delicata missione” (G. Perardi, Piccolo Manuale del catechista, LICE, Torino 1924, p. 1).
Al di là dei termini usati e alla prospettiva catechetica dentro cui si colloca il brano, ciò che vorrei fare notare in questa citazione, è la posizione di grande importanza assegnata al catechista. Giustamente e opportunamente nel corso delle riflessione contemporanee tale importanza è stata ‘ricollocata’. La qualità dell’azione formativa della Chiesa non dipende esclusivamente dai catechisti; dipende invece in prima battuta dalla significatività delle comunità ecclesiali. Operare sulla formazione dei catechisti senza avere a cuore la vitalità della comunità nella pluralità delle sue dimensioni costitutive è alimentare in realtà un circolo vizioso, in cui a volte, seppure non intenzionalmente, rischiamo di cadere.
La centralità della forza formativa della vita della comunità è un dato centrale dell’attuale riflessione sulla formazione dei catechisti. Tale riflessione ha una lunga tradizione all’interno della comunità ecclesiale e disponiamo perciò ormai di un quadro ampio di orientamenti a cui fare riferimento[1]. Molti sono gli studi e diverse sono state in questi anni le ricerche[2].
Non intendo riprendere in termini analitici e sistematici i molteplici elementi di questo quadro di orientamenti, essi sono un patrimonio a disposizione di tutti. Vorrei invece, nel contesto del convegno e quindi in sinergia con le relazioni che mi hanno preceduto, svolgere un itinerario diverso.
- Porre in evidenza, brevemente, alcune caratteristiche del processo di riflessione di questi anni e richiamare sinteticamente quelli che appaiono come capisaldi, come punti di non ritorno.
- Alla luce della figura del catechista, tracciata idealmente dal magistero, mostrare alcune esigenze formative emergenti in corrispondenza all’attuale contesto culturale e religioso in cui sono proposti e realizzati i percorsi di iniziazione cristiana per i ragazzi e i fanciulli .
- Alla luce dell’impostazione metodologica indicata idealmente dai documenti, mettere in evidenza diverse attuali snodi dell’azione formativa della comunità nei confronti dei catechisti, soprattutto quelli dell’iniziazione cristiana.
Prima però di addentrami in questo percorso ritengo utile precisare l’orizzonte e il ‘fuoco’ di questo intervento.
L’orizzonte è quello definito nel titolo: una comunità che educa nella sua molteplice ministerialità.
“La comunità cristiana, fin dall’inizio, si è configurata, in modo tale da costituire un luogo naturale di evangelizzazione e di formazione rivivendo il mistero di Cristo lungo l’anno liturgico e operando secondo i diversi carismi dei suoi componenti. […] Non esiste comunità cristiana, capace di generare la fede e di farla crescere, senza l’espressione ministeriale di persone capaci di mettersi al servizio della comunione e della missione”[3].
Non si può concepire il servizio catechistico in modo isolato, ma in sinergia con la pluralità di azioni e figure che concorrono a far crescere le persone nella fede. La sua stessa formazione conseguentemente, chiede di essere sostenuta da questa prospettiva.
Il ‘fuoco’ è l’espressione ‘formazione’. Una nozione forte, ma spesso equivocata e sottoposta a forti riduzionismi. Nel contesto di questa relazione il termine formazione sarà utilizzato secondo due prospettive tra loro strettamente collegate: il ‘prendere forma’ e il ‘fare formazione’.
Nella prima prospettiva (il ‘prendere forma’) l’espressione formazione è intesa come il processo attraverso il quale la coscienza di una persona si struttura e acquisisce una propria configurazione. Un processo dinamico, strutturato, aperto[4]. Al centro di questa prospettiva sta la persona che si forma, il soggetto, il suo dinamismo coscienziale, caratterizzato da esperienza, comprensione, giudizio, scelte, relazioni, affetti[5]. Una persona diventa ciò che è non solo in base a ciò che vede o ciò che sa, ma grazie ad un dinamismo molto più composito.
La persona amplia la propria formazione nella misura in cui la propria coscienza, attraverso una sempre più profonda consapevolezza di sé e della realtà, si appropria di un insieme di significati e valori e di comportamenti con essi coerenti. Quando una persona fa propri solo certi comportamenti, senza coglierne appieno i significati fondanti vive un processo formativo meno ricco e meno profondo. La formazione profonda invece è una risignificazione del sé.
Porsi in questa prospettiva, che possiamo chiamare ‘interna’, significa chiedersi, ad esempio: come è vissuto interiormente il servizio catechistico da parte delle persone, con quale consapevolezza di sé? Quali tratti è bene che abbia la coscienza credente del catechista? Quali dinamismi e significati occorre promuovere con particolare cura? Qual è il grado di auto appropriazione personale dei significati che egli intende comunicare agli altri?
La seconda prospettiva è quella di intendere la formazione come ‘attività educativa’[6], come azione esterna, intenzionale e strutturata, compiuta verso destinatari precisi. Parlare di formazione in questo caso significa ragionare sul mettere in atto percorsi e creare contesti; significa, per esempio chiedersi: quale azione formative mettiamo in campo? Quale progettazione attiviamo? Quale verifica?
Una progressivo ampliamento e definizione degli orientamenti: i punti di non ritorno
Sulla scia del Documento di base, la riflessione sulla formazione dei catechisti si è caratterizzata per un progressivo ampliamento e una progressiva definizione di punti fermi. Traccerò brevemente gli elementi di questa linea prendendo in considerazione i documenti del 1982, del 1991 e del 2006.
Il testo ‘La formazione dei catechisti nella comunità cristiana’, come è noto, presenta un importante quadro di orientamenti in riferimento alla catechesi, all’identità del catechista, alla sua formazione.
Una particolare attenzione, da ribadire certamente anche oggi, è data al primato della dimensione vocazionale del servizio catechistico: “E’ il Signore a chiamare i catechisti per la sua Chiesa. Come specifica attuazione alla vocazione battesimale, la chiamata che il Signore fa per il servizio alla sua Parola, è un dono che il catechista riceve. Non si sceglie di diventare catechisti, ma si risponde ad un invito di Dio […] Non si tratta di ricoprire in qualche modo dei vuoti pastorali. Si tratta invece di aiutare ogni cristiano a scoprire la sua specifica vocazione nella Chiesa e nel mondo” (La formazione dei catechisti nella comunità cristiana, 1982, n. 12).
In rapporto ad un catechista, consapevole della sua chiamata a svolgere un servizio ecclesiale, a servizio del’uomo, come maestro, educatore, testimone, per la crescita di tutti, si delinea l’importanza di una formazione intesa come cammino permanente, sistematico, organico. All’interno del processo globale di formazione umana, cristiana ed ecclesiale è proposta l’attivazione di scuola di formazione sia per gli animatori della catechesi, sia per i catechisti.
Con il documento “Orientamenti e itinerari di formazione dei catechisti’ del 1991 il quadro si arricchisce ulteriormente: si fa strada una logica di differenziazione in rapporto alle diverse figure che svolgono servizio all’interno della catechesi; conseguentemente si sottolinea maggiormente il principio della complementarietà delle figure. Dal punto di vista metodologico si propone di pensare la formazione nell’ottica dell’itinerario; è confermata l’idea delle scuole di formazione ma auspicando che esse “abbiano il carattere di comunità laboratorio” (Orientamenti e itinerari di formazione dei catechisti, 1991, n. 17).
Il terzo documento a cui mi riferisco è quello del 2006 dedicato in maniera specifica a “La formazione dei catechisti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi”. Pur in continuità con i precedenti documenti il documento si caratterizza per un arricchimento del quadro e per una strutturazione ulteriore. L’arricchimento riguarda l’approfondimento della prospettiva dell’iniziazione, l’inserimento della famiglia come soggetto attivo del percorso di formazione cristiana e come interlocutore dei catechisti, l’introduzione di nuove prospettive lessicali (l’uso del termine competenze) e di nuove sensibilità formative (ad esempio: la valorizzazione della narrazione biografica). La strutturazione riguarda la proposta di un percorso, da realizzarsi secondo una metodologia laboratoriale, i cui i contenuti sono suddivisi in due anni.
Nei testi qui accennati emergono una serie di punti fissi che vanno considerati ormai chiari punti ideali di non ritorno. Provo a sintetizzarli, nella consapevolezza di non esaurire la ricchezza del quadro, nel modo seguente. La formazione dei catechisti:
- si radica nella vita della comunità;
- si innesta su una solida formazione alla vita cristiana;
- riguarda aspetti motivazionali, contenutistici, relazionali, metodologici, spirituali;
- richiede un percorso specifico;
- richiede una differenziazione in merito a ruoli e livelli diversi;
- va attuata secondo metodologia attive;
- va sostenuta attraverso la forma del gruppo;
- va coordinata attraverso l’apporto decisivo del sacerdote e il contributo degli animatori della catechesi.
Le sollecitazioni dell’oggi
L’ideale tracciato dai documenti, come hanno messo bene in luce le ricerche svolte in questi anni, svolge una funzione di guida e di stimolo, ma paga anche sempre uno scarto nei confronti della realtà. Per almeno due ragioni: la realtà ecclesiale sta facendo fatica a realizzare pienamente il rinnovamento dell’iniziazione cristiana e la conseguente diversa formazione dei catechisti; la realtà ecclesiale e sociale presenta sempre una dinamicità che fa si che sorgono nuovi aspetti difficilmente inquadrabili, da subito, in termini teorici.
La realtà attuale appare diversificata e, come è logico, segnata da positività e criticità.
I catechisti rappresentano ancora una grande risorsa per le comunità parrocchiali. Essi sono una realtà al ‘plurale’: vi sono sacerdoti, religiosi, laici; vi sono giovani, adulti, anziani. Queste risorse purtroppo spesso vivono il rischio della delega, della solitudine e dell’autoreferenzialità. E’ proprio quella comunità che dovrebbe sostenerli che sovente fa fatica a reggere. La stessa formazione, auspicata da tutti, non è sempre presente. Ad un debole discernimento iniziale, seguono percorsi formativi specifici parziali e deboli; la stessa proposta di formazione al catechista capita che sia fatta sotto tono, senza troppa convinzione.
L’azione formativa nei confronti dei catechisti si è andata diffondendo: si realizzano scuole ed itinerari; sono presenti gruppi e animatori della catechesi; si attuano forme di tutoring. Sta crescendo, lo riprenderò anche tra poco, la spinta verso la strutturazione dell’azione formativa, verso la differenziazione dei ruoli formativi (il catechista dei bambini, il catechista che lavora con i genitori, l’animatore…), verso la valorizzazione di metodologie attive. Ciò che però resta debole è il raccordo tra i livelli della formazione, la collaborazione e l’interdipendenza tra le figure, la reale incidenza delle metodologie attive sulla prassi ordinaria dei catechisti.
Accanto ai processi in atto nella vita concreta delle parrocchie, si pongono, con altrettanta importanza i cambiamenti nel campo della cultura educativa in cui, tra gli altri, quattro fattori chiedono di essere almeno menzionati:
la rottura del patto educativo implicito tra le diverse agenzie formative con il necessario spostamento di attenzione verso un più attivo coinvolgimento delle famiglie;
l’emergere di nuovi tempi di vita familiari e di nuovi modi di elaborare il sapere;
la pluralità come categoria chiave del nostro tempo: pluralità di forme di vita; di modelli, di valori, di linguaggi;
il benessere del soggetto come riferimento valoriale fondamentale.
Le esigenze emergenti nella formazione dei catechisti dell’iniziazione cristiana
In riferimento all’iniziazione cristiana le comunità ecclesiali, si trovano oggi a fare i conti, oltre che con i mutamenti del contesto sociale, con un ampliamento dei compiti e con una conseguente differenziazione delle figure formative. E’ normale perciò che vadano emergendo esigenze formative, in qualche modo nuove.
Il compito multiforme e delicato del sacerdote
Nel riflettere sulle esigenze formative delle persone che svolgono il servizio catechistico credo che occorra porre uno sguardo molto attento alla figura del sacerdote, per la sua ‘particolarità’. Tale particolarità è data dal fatto che esso assume in sé diversi compiti in ordine alla catechesi:
- compito diretto di catechesi;
- compito di coordinamento e raccordo del servizio catechistico;
- compito di scelta e di formazione dei catechisti.
U. Montisci in suo saggio osserva come sia indispensabile recuperare l’identità “catechistica” dei presbiteri, in particolare dei parroci, e individuare orientamenti sufficientemente definiti per qualificare il loro apporto alla catechesi. Egli ritiene che vada valorizzato in particolar modo il compito di moderatore, curando in particolar modo il discernimento della vocazione dei catechisti, promovendo la loro formazione iniziale e permanente.
I compiti richiamati richiedono una formazione adeguata sia nella fase iniziale del percorso seminaristico, sia nell’aggiornamento dei presbiteri.
Se è vero che nel campo del metodo ha un ruolo decisivo “l’esempio del maestro, lo sforzo di fare altrettanto, le sue osservazioni circa quello che uno fa” (B. Lonergan), comprendiamo bene come dalla preparazione catechetica dei sacerdoti dipenda, seppur in parte, lo stile e la preparazione dei catechisti stessi.
Catechisti a misura dell’oggi
In stretto contatto con il ruolo catechetico del sacerdote, occorre mettere in evidenza altre esigenze formative che interpellano il catechistica dei bambini e dei ragazzi, affinché possa svolgere un servizio a misura dell’attuale contesto. Senza alcuna pretesa di esaustività vorrei brevemente sottolineare alcune esigenze formative a mio parere emergenti.
* Comprendere bene la formazione cristiana come percorso
Un primo campo di attenzione riguarda la consapevolezza dei catechisti in merito all’iniziazione cristiana, e in generale alla formazione cristiana, come percorso, come processo coscienziale centrato sulla progressiva appropriazione, a misura delle diverse età, della parola buona del Signore.
Come ha notato G. Morante: “I catechisti vanno aiutati a comprendere che l’Iniziazione Cristiana s’intende quel processo globale attraverso il quale si diventa cristiani. Si tratta di un cammino diffuso nel tempo e scandito dall’ascolto della Parola, dalla celebrazione e dalla testimonianza dei discepoli del Signore”[7].
Il rischio, infatti, è che per molti catechisti sia cambiato il lessico, ma non la cultura di riferimento, il modo profondo di vedere l’azione catechistica.
* Arricchire la comprensione del proprio ruolo nell’ottica di accompagnatore del percorso personale nella vita di fede
Un secondo campo di attenzione riguarda la consapevolezza dei catechisti di essere figure di riferimento nel percorso della vita cristiana dei bambini e dei ragazzi a loro affidati. L’atto dello spiegare, o dell’insegnare si collocano in un compito ben più ampio che quello è di promotori di esperienze significative e di accompagnatori nelle diverse esperienze che plasmano la forma della vita cristiana all’interno della comunità.
* Comprendere i cambiamenti in atto nella cultura educativa
Nell’azione educativa tutti noi tendiamo a replicare ciò che abbiamo sperimentato. E’ importante aiutare i catechisti a leggere i cambiamenti in atto nella cultura educativa e a riconoscere i nuovi modi di esprimersi e di rapportarsi con il sapere delle nuove generazioni.
* Crescere nella capacità di comunicare l’essenziale
La comprensione dell’oggi va accompagnata da una appropriazione sempre più forte di ‘ciò che permane’, ‘di ciò che conta veramente’. In un mondo dove le parole cristiane sono sottoposte a forte deformazioni di comprensione è necessario che chi svolge il servizio catechistico abbia imparato ad andare ai significati fondamentali della vita cristiana e che nel dialogare con i bambini e i ragazzi si faccia guidare da questo nucleo essenziale. Il rischio è altrimenti quello di ‘ripetere’ le parole del testo di catechismo, senza comunicare ai bambini il valore che quelle parole hanno per la coscienza del catechista. Sulla capacità di comunicare l’essenziale incide anche la competenza teologica dei catechisti, campo su cui occorre accrescere l’attenzione.
* Crescere nella capacità di personalizzare
Il percorso di fede è per definizione personale. Questo aspetto però porta come conseguenza una logica di personalizzazione che è attualmente un nodo su cui sono molti i passi ancora da compiere. L’azione del catechista è ancora molto spostata sui contenuti e sui metodi, molto meno sul processo di crescita dei singoli ragazzi. D’altronde porre al centro il processo di formazione di ognuno, a partire da quelli che fanno più fatica, si tratta attivare uno stile, un modo di organizzare le attività e gli incontri che richiede profondi cambiamenti organizzativi.
* Crescere nella capacità di coinvolgere le famiglie
La rottura del patto implicito sopra accennata e il giusto riconoscimento delle famiglie come protagoniste dell’iniziazione cristiana fanno sì che i catechisti si trovino sollecitati a rapportarsi con i genitori in modo diverso. Essi non vanno solo informati o ascoltati, ma coinvolti e responsabilizzati. Si tratta di un compito nuovo il cui esercizio va costruito pazientemente facendo attenzione di non cadere nell’errore di sostituire alla delega delle famiglie al catechista, la delega (anche inconsapevole) del catechista alla famiglia.
* crescere nella capacità di svolgere attività formative con i genitori
La logica conseguenza del punto precedente è l’emergere di una nuova esigenza formativa per catechisti dell’iniziazione dei bambini e dei ragazzi: imparare a svolgere attività formative con genitori, tenendo presente il rapporto che gli adulti hanno con i momenti formativi e la differenziazione dei punti di partenza in merito alla fede che le diverse famiglie hanno.
* Imparare a lavorare con altri catechisti
L’importanza che il lavoro del catechista sia sostenuto da un gruppo di altri catechisti con cui periodicamente incontrarsi è dato assodato dalla riflessione contemporanea sulla formazione dei catechisti. Nonostante questo appare ancora forte la fatica; si è preoccupati delle energie che può comportare (in ordine di tempo per i partecipanti) l’impegno di attivare un gruppo e si perde di vista il cuore vero della questione: permettere al singolo catechista di sperimentare momenti di corresponsabilità con altri catechisti; di ideare, operare, verificare insieme.
* Imparare a lavorare con altre figure educativa della comunità e del territorio
Se la corresponsabilità tra i catechisti chiede di essere sostenuta, ancora gracile e debole appare la cultura della corresponsabilità tra le figure catechistiche e le altre figure che attraverso il loro servizio concorrono a formare i bambini e i ragazzi all’interno della comunità ecclesiale; ugualmente debole appare il rapporto con le figure e le realtà educative del territorio. Già nel 1994 Morante faceva osservare come “l’azione catechistica sembra isolata anche dal contesto sociale”[8].
Gli snodi attuali del ‘fare formazione’ con e per i catechisti
Dopo aver brevemente evidenziato alcuni campi di attenzione della formazione del catechista, vorrei come ultimo passaggio mettere in luce alcuni snodi del fare formazione per e con i catechisti, ossia prendere in considerazione la dimensione organizzativa. Come già accennato all’inizio la riflessione magisteriale propone un quadro di orientamenti molto ricco che però fatica a trovare, non raramente, una reale applicazione organizzativa coerente.
Nel momento in cui si cerca di dare forma alla ricchezza delle linee magisteriali, si aprono una molteplicità di domande. Ne cito come esempio alcune: come differenziare la formazione in base ai destinatari? Come differenziarla in base alla formazione di base e a quella permanente? Come supplire le carenze formative di alcune comunità? Che rapporti creare tra il livello parrocchiale, zonale, diocesano? Che equilibri trovare tra gli impegni delle persone sollecitati dal servizio, dalla cura della propria formazione cristiana e dalla formazione specifica? Come coinvolgere le diverse risorse formative che potrebbero contribuire all’innalzamento della qualità delle figure impegnate nel servizio catechistico?
Alla luce di queste esemplificazioni, proverò ad indicare alcune linee non prima però di avere evidenziato un rischio e un principio.
Il rischio da tenere presente quando si ragiona sull’organizzare la formazione è quello di eccedere nella strutturazione (facendo a volte anche una indebita analogia tra il sistema scolastico e la catechesi e la formazione dei catechisti). L’eccesso di organizzazione depotenzia le risorse formative informali.
In rapporto a questo rischio è importante perciò tenere fermo il principio della ‘doppia valorizzazione’ sia dei momenti strutturati, sia dei momenti ‘informali’ della formazione, soprattutto attraverso un rafforzamento della formazione individuale, ossia delle capacità di formarsi attraverso uno stile di vita personale. Il catechista si forma certamente attraverso un percorso fatto di precisi momenti di apprendimento, ma ugualmente si forma attraverso la partecipazione alla vita della comunità e una propria ‘regola di vita’.
Fatte queste precisazioni, accenno alcuni snodi e alcune linee di lavoro.
La flessibilità attraverso un progetto
Gli orientamenti magisteriali possono dare solo quadri di riferimento, ma l’organizzazione reale delle attività formative richiede un approccio intelligente da parte delle singole realtà. Una innovazione della formazione dei catechisti sostenuta da una logica verticale mi sembra di difficile attuazione. Credo invece vada rafforzata una logica ispirata al principio della flessibilità e della contestualità attraverso la quale ogni realtà diocesana, alla luce degli orientamenti, elabori un progetto concreto, caratterizzato da una lettura condivisa della realtà, di ciò che già è stato fatto e dalla definizione di obiettivi a medio termine verificabili.
La valorizzazione delle risorse attraverso una analisi
La costruzione di un progetto permette anche di rispondere al nodo della valorizzazione delle risorse esistenti in una realtà. Il contributo che possono svolgere ad esempio gli Istituti di Scienze religiose, o le diverse competenze individuali presenti nella diocesi, tra i sacerdoti, i religiosi e laici, si vanno chiarendo meglio proprio in rapporto ad una analisi e a una progettualità.
L’articolazione coordinata tra i livelli e le figure attraverso una mappa di ‘funzioni formative’
In stretto contatto con i due punti precedenti, vengo ad uno snodo organizzativo a mio parere cruciale. L’attivazione dei percorsi formativi per i catechisti si scontra sovente con la reale fatica di tenere presenti tutte le pluralità in gioco: di punto di partenza, di ruolo, di livelli.
Fino ad ora le strade più battute sono state quelle di pensare ad una pluralità di itinerari differenziati e ad una articolazione di contenuti. Sono strade significative. Resta però il problema del raccordo e dell’interdipendenza. A mio parere per poterlo affrontare occorre andare oltre la descrizione ordinata dei contenuti e delle competenze e invece provare a tracciare una mappa di ‘funzioni’ che l’organizzazione della formazione dovrebbe svolgere. Una tale mappa, ad esempio, potrebbe caratterizzarsi per i seguenti punti:
- discernere
- accrescere le conoscenze teologiche e metodologiche e le abilità fondamentali
- aggiornare e rafforzare
- accompagnare nella fase di avvio
- sostenere le motivazioni
- far apprendere attraverso l’azione e la sperimentazione
- far collaborare
Una mappa di ‘funzioni’ potrebbe permettere di precisare meglio il contributo della formazione specifica e quello della formazione permanente, di precisare il contributo del sacerdote, del gruppo dei catechisti, dei momenti formali di apprendimento.
Tra le funzioni riportate nell’esempio, tre mi sembrano oggi particolarmente urgenti da affrontare:
Il discernere: l’invito a svolgere il servizio catechistico è a volte fatto sotto la pressione dell’urgenza di completare ‘l’organico’.
L’accompagnare nella fase di avvio: i catechisti che iniziano il loro servizio, soprattutto i più giovani, vedono diminuire presto le loro energie interne, con il rischio che all’abbandono rapido del servizio si accompagni anche l’allontanamento dalla vita ecclesiale.
Far apprendere attraverso l’azione e la sperimentazione: i catechisti nell’esercizio del loro compito si trovano ad agire ed agendo a rispondere a situazione concrete. E’ importante che la formazione ad ‘allenarsi’ nella comunicazione dell’essenziale e a rispondere ai problemi che le situazioni concrete presentano.
La continuità attraverso la documentazione e la verifica
La logica progettuale permette di mettere in luce anche il nodo della continuità delle proposte formative. Vi è il rischio infatti che ad una proposta ne segua un’altra senza alcun rapporto. Per far fronte a questo problema occorre innalzare la prassi della documentazione delle esperienze e della verifica. E’ giusto chiedere ai catechisti di fare la verifica della loro attività, è altrettanto importante farlo da parte del sistema che ha a cuore la formazione dei catechisti stessi.
La collaborazione delle diverse figure, espressione della comune ministerialità, attraverso l’èquipe.
L’azione dei catechisti, come abbiamo visto, chiede di essere sempre più intesa come azione collaborativa in sinergia con altre figure educative della comunità. Questa attitudine alla collaborazione non può essere promossa solo attraverso una formazione teorica, ma esercitandola concretamente. In questo senso appare importante valorizzare, facendo sempre attenzione all’eccesso di strutturazione, la costituzione di momenti di èquipe tra le diverse figure educative della comunità. Sarebbe importante che queste èquipe sorgessero con il concorso attivo dei consigli pastorali.
Conclusione: la disponibilità a cambiare
Per concludere vorrei richiamare un ultimo fattore. La formazione è un processo importante e significativo, ma sempre rischioso. Nella misura in cui promuove le persone, ne allarga gli orizzonti, gli interessi e conseguentemente le rende soggetti attivi di cambiamento. Ciò significa che più la comunità ecclesiale forma i catechisti più deve essere disposta a cambiare, ad innovare cioè il proprio modo di realizzare i percorsi di iniziazione cristiana. Si tratta di un rischio che a mio parere vale la pena correre.
Breve bibliografia di riferimento
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E. Biemmi, Essere catechisti oggi, Relazione Verona 29/9/2005, in www.qumran2.net.
Id., Compagni di viaggio. Laboratorio di formazione per animatori, catechisti di adulti e operatori pastorali, EDB, Bologna 2003.
A. Bollin, L’animatore del gruppo dei catechisti. Identità, formazione e missione, in Catechesi 78 (2008-2009) 5, 73-80.
Gruppo Italiano Catecheti (a cura di), La formazione dei catechisti. Atti del IV incontro nazionale dei catecheti italiani. Frascati-Grottaferrata 1979, EDB, Bologna 1980.
Istituto di Catechetica – Facoltà di Scienze dell’Educazione – Università Pontificia Salesiana, Andate e insegnate. Manuale di Catechetica, Elledici, Leumann 2002.
B. Lonergan, Il metodo in teologia, Città Nuova, Roma 2001
L. Meddi, Insieme ai catechismi e oltre il catechismo, in Settimana 43 (2008) 2, 11-12.
Id., Il rinnovamento dell’Iniziazione Cristiana dei ragazzi: i punti discussi, in Orientamenti Pastorali 53 (2005) 5-6, 92-123.
Id., Organizzare la formazione dei catechisti in Italia. Elementi di analisi e prospettive, in Quaderni della Segreteria Generale Cei - Ufficio Catechistico Nazionale 27 (1998) 32, 57-70.
G. Morante, I catechisti parrocchiali in Italia nei primi anni ’90. Ricerca socio-religiosa, Elledici, Leumann 1996.
G. Morante – V. Orlando, Catechisti e catechesi all’inizio del terzo millennio. Indagine socio-religiosa nelle Diocesi italiane, Elledici, Leumann 2004.
U. Montisci, Quale catechista per l’iniziazione cristiana dei ragazzi, in Catechesi 78 (2008-2009) 4, 45-58.
C. Nanni, Essere catechisti-educatori oggi. Prospettive formative, in Catechesi 78 (2008-2009) 5, 65-72.
L. Soravito – C. Bissoli, I catechisti in Italia. Identità e formazione. Indagine su 20.000 catechisti, Elledici, Leumann 1983.
P. Triani, La struttura dinamica della formazione, in Tredimensioni 3 (2005), 236-247.
P. Triani – N. Valentini (a cura di), L’arte di educare nella fede. Le sfide culturali del presente, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2008.
NOTE
[1] Cfr. La raccolta di documenti curata dall’Ufficio Catechistico Nazionale, La formazione dei catechisti, Documenti e orientamenti della Conferenza Episcopale Italiana, Elledici, Leumann 2006.
[2] Cfr. La ricerca curata dal Gruppo Italiano Catecheti pubblicata nel 1980; la ricerca curata da L. Soravito e C. Bissoli, pubblicata nel 1983; la ricerca curata da G. Morante, pubblicata nel 1996; la ricerca curata da G. Morante – V. Orlando, pubblicata nel 2004.
[3] Conferenza Episcopale Italiana, La formazione dei catechisti per l’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi, 4 giugno 2006, n. 10.
[4] Cfr. P. Triani, La struttura dinamica della formazione, in ‘Tredimensioni’, 3/2005, pp. 236-247.
[5] Per un approfondimento del dinamismo coscienziale si rinvia all’opera di Bernard Lonergan (1904-1984).
[6] Cfr. G.P. Quaglino, Fare formazione, Il Mulino, Bologna 1985.
[7] Citato in Ufficio Catechistico Nazionale, La formazione dei catechisti, op. cit, pp. 141-142.
[8] G. Morante, Catechisti parrocchiali in Italia agli inizi degli anni ’90, in Orientamenti Pedagogici 41 (1994), p. 881.

