Raccontare

    Luigina Mortari

    La pratica della cura della vita della mente ha necessità di un'altra azione discorsiva: il raccontare ciò che accade. Non solo ciò che si fa, ma anche ciò che si sente e si pensa spesso rimangono inespressi, senza parole. Accade così che la nostra esperienza interiore sia votata all'inesistenza, a dileguarsi in un presente che non può diventare passato, perché di essa non c'è memoria. La costruzione di un proprio spazio simbolico richiede che la mente si impegni a narrare sempre di nuovo ciò che avviene, e ciò che le accade di pensare. «Nessuna filosofia, nessuna analisi, nessun aforisma, per quanto profondo – scrive Hannah Arendt –, può avere un'intensità e una pienezza di senso paragonabile a quella di una storia ben raccontata» (Arendt, 2000, L'umanità nei tempi oscuri. Riflessioni su Lessing, in "La società degli individui" 7, pp. 3-30, p. 22).
    Raccontare è rammemorare: ricordare, vedere di nuovo. Ricordare è riscattare dall'opacità un vissuto che altrimenti si dileguerebbe nel nulla, e così dare a esso occasione di rinascere in altro modo. C'è modo e modo di stare nel tempo: lasciarlo transitare con indifferenza o abitarlo disegnandone il senso. Esistere è abitare il tempo della vita e poiché l'essenza dell'abitare è l'aver cura, si può affermare che l'esistere è tutt'uno con l'aver cura del tempo; una cura che si manifesta anche nel tornare a vedere quegli eventi afferrati a metà o lasciati passare senza accompagnarli con il pensiero che cerca di comprendere le cose. Rammemorare è presentificare quel passato che rimarrebbe privo di senso, è rendere trasparente un frammento di vissuto traendolo fuori dal suo fluire opaco.
    Nella cultura occidentale la memoria è concepita come limitata a ripercorrere il passato, dimenticando che il suo impeto originario è quello che spinge a ricercare ciò che del tempo passato tende ad andare perso. L'aver cura della vita della mente implica il riappropriarsi di questa funzione della memoria che si addentra nel vissuto per riportare al presente ciò che si è dileguato nel tempo. Poiché ogni evento, anche quando è passato senza rendersi presente alla coscienza, lascia un'ombra di sé, il rammemorare è prestare attenzione a ogni impronta oscura rimasta nell'anima e dare a essa figura e forma.
    Per mantenere vivo il senso di ciò che avviene, occorre narrarlo sempre di nuovo. L'azione del narrare è condizione necessaria per comprendere gli eventi e, comprendendo, la mente si riconcilia con la realtà. Nell'operare della memoria viene restituita pienezza di vita a un'esperienza che è afferrata sempre a metà dall'intelletto. Attivare la memoria significa ridare il tempo a ciò che non ha avuto tempo, far sì che ciò che è stato semplicemente vissuto acquisti quello spessore di realtà conseguente all'essere oggetto di nominazione. Accade così che il movimento lento della memoria assecondi la fatica del nascere di pezzi di esperienza rimasti senza parola, di emozioni che erano dilagate nella mente senza prendere forma. In questo senso l'esercizio della memoria restituisce vita e fa più ampio il presente.
    All'origine del raccontare rammemorante c'è l'urgenza di custodire qualcosa che esige di essere nuovamente pensato. Ed è dischiudendo la possibilità di ripensare che la memoria restituisce pienezza di vita all'esperienza presente. Si può dire che il raccontare per rammemorare renda il presente più ampio, poiché consente alla coscienza di contenere anche ciò che era stato spostato rispetto al campo di visione della consapevolezza, così che da un tempo omogeneo senza ritmo viene a essere coinvolto in un tempo vivo. Si apre allora un'altra spazialità del pensiero, che consente di far nascere ciò che era passato senza lasciare traccia di sé. Anche tramite il raccontare rammemorante si attua, quindi, la possibilità di un pensiero come spazio del sempre poter nascere ancora.
    Condizione del disegnarsi di questo spazio generativo è mettere in parola la modificazione di sé senza affidarsi a rassicuranti schemi ermeneutici. Si tratta di dire-scrivere ciò che appare necessario stando dentro le sue pieghe e rinunciando a facili appigli. È così che la narrazione consente alla soggettività di mostrarsi nel gioco della realtà.
    Al rammemorare fa bene la possibilità di poter poi dire ad altri o scrivere a un interlocutore anche immaginario, perché il condividere la memoria aiuta a scontornare il passato di effetti illusori e a ricalibrare i tagli interpretativi cui sottoponiamo i nostri vissuti. Ma al rammemorare fa bene anche la disposizione del saper accettare: un presente ingombro di un passato che non si sa accettare non può essere pienamente vissuto. Il lavoro della memoria è generativo di spazi ulteriori di senso se ci riconcilia con il passato. Sapersi riconciliare con il tempo vissuto consente di ammorbidire certe asperità che induriscono i tessuti dell'anima rendendola impermeabile al nuovo. Le sofferenze passate, quelle mai accettate e che si cerca di tenere congelate lontano dallo sguardo interno, hanno il potere di arpionare tacitamente l'anima. Il passare del tempo, che ammorbidisce i contorni degli eventi, sembra avere un effetto diverso sulla sofferenza: la rende più viva; solo il saper accettare e perdonare le toglie forza. Solo perdonando il passato diventa passato e il presente può sgravarsi di quei pesi che farebbero passare il tempo senza che si proceda oltre nel cammino del vivere. «Resistere al tempo è la prima azione che l'esser vivi richiede» (Zambrano, zo o oa, p. z8) e al tempo si resiste dedicando il proprio tempo a riempire di senso nuovo ogni istante presente.
    L'essere umano vive nella lacuna tra passato e futuro, col rischio costante di sentirsi oppresso dall'uno e angosciato dall'altro. Il raccontare che riconcilia col vissuto può trasformare il passato da fardello da sopportare a forza per il presente e può consentire di vedere il futuro non in termini angosciosi, ma come campo di possibilità. È un'illusione quella che ci fa pensare di stare in una successione ordinata di passato, presente e futuro; spesso il passato ingombra il presente sovvertendo la continuità temporale. Narrare il passato, richiamando gli eventi significativi della nostra esperienza, è essenziale per trovare una misura dell'abitare il presente [1].
    Si narra parlando o scrivendo. Ci sono modi differenti di intendere la scrittura della propria esperienza: c'è quella che si propone come scrittura di un tempo individualizzato, dove il racconto è teso a rendere conto della propria vita singolare, e c'è una narrazione che incardina nel tempo storico l'esperienza individuale: è il racconto della propria esperienza in relazione con gli eventi che segnano il proprio tempo. Raccontare l'evoluzione della propria vita in contemporanea all'evoluzione storica aiuta a comprendere certi passaggi esistenziali, a rendersi conto del perché di certe pieghe della nostra vita. Raccontare l'esperienza a partire da un'attenzione costante agli avvenimenti esterni consente di vigilare sui propri sentimenti: lo sguardo sull'esterno aiuta ad ascoltarsi dentro, senza che questo vivere interiormente si tramuti in un' implosione nel sé, dove i garbugli interiori finiscono per annichilire ogni possibile spinta a un'autocomprensione intelligente e disincantata. Perché sia generativa di uno sguardo intelligente sull'esistenza l'attenzione al vissuto non può avere soluzioni di continuità con il meditare il tempo presente, né può scindersi dallo stare in un ascolto aperto con i sentimenti altrui.
    Riconoscere il valore autoformativo del raccontare il proprio vissuto non deve però far trascurare il rischio di sovradimensionare il potere terapeutico dell'elaborazione narrativa dell'esperienza nella forma del linguaggio scritto. È vero che scrivendo si elabora il senso dell'esperienza e da questa si prende distanza consentendo di trascendere i vincoli che il vissuto impone quando rimane impensato; ma non tutta l'esperienza chiede di essere narrata, anzi c'è una forma di saggezza del saper non dire. C'è tutta un'esperienza della sofferenza che la saggezza vuole rimanga silenziosa; è quella sofferenza radicale e insostenibile che viene dal trovarsi esposti a eventi che non stanno nell'ordine naturale delle cose, cioè quegli eventi ai quali nessuna forma di sapere umano è in grado di preparare. C'è, infatti, dolore e dolore: c'è un dolore che con il tempo sembra riassorbirsi e c'è un dolore come sventura che annichilisce l'anima, lasciando la mente incapace di farsene una ragione. La mente sta muta, mancando quella misura che consente la comprensione, cioè quella possibilità del pensiero che sola potrebbe riconciliarci con ciò che ci troviamo costretti a sopportare.
    Quando la ricerca di significato è frustrata dalla nostra incapacità di comprendere attribuendo un senso agli eventi, per sopravvivere e sostenere l'insostenibile pesantezza di certa sofferenza può accadere di sentire l'urgenza di raccontare la propria esperienza ad altri, a quella/e persona/e con cui si sente di stare in una relazione essenziale, quella relazione di vera amicizia che fa sì che si percepisca l'altro capace di comprensione, cioè letteralmente capace di assumere con noi la fatica dell'esperienza di cui si parla. Ma di quel dolore forse, e dico forse, è bene non scrivere. Rispetto a certi accadimenti si avverte la necessità del ritrarsi, del fare silenzio. La saggezza del ritrarsi dal dire, dalla parola che vorrebbe delimitare l'esperienza, è quella di chi sa che ci sono eventi che si sottraggono al farsi cogliere come qualcosa di afferrabile e padroneggiabile dalle misure del pensiero umano. Di fronte a certe esperienze la saggezza del cuore indica il gesto del trattenersi. L'arretramento, che coincide con la rinuncia a dare consistenza simbolica a un evento, trova innanzitutto una ragione esistenziale nel fatto che, una volta scritto, il dolore sembra assumere una consistenza dura, rocciosa, che tende a resistere nel tempo, e così diventa più insopportabile perché impossibile da dimenticare. Così come «chi si sveglia ha bisogno dell'oblio per tornare a riprendere il filo nell'ora seguente» (ivi, p. 105), così chi deve riprendere il filo della vita ha bisogno di lasciare che il tempo sfumi o almeno scontorni il profilo troppo netto della sofferenza. Nell'ecologia della mente c'è per natura la capacità di dimenticare o, più onestamente, di rendere meno evidenti, più opachi e sfumati, i contorni accecanti di quel dolore che, proprio perché smisurato, dismisura i contorni dell'anima. Aver cura della vita della mente è allora anche saper sottrarsi al fascino illusorio di certe ideologie sul potere terapeutico della parola e cercare di capire quando è il momento del dire e quando è il momento del silenzio.

    [1] Della memoria autobiografica Demetrio sottolinea il suo essere «operazione impietosa e severa» che però procura l'apertura ad altri orizzonti e consente di aver cura di sé, perché raccontandoci accogliamo la nostra esistenza e ritessiamo i fili dei nostri vissuti. L' "io tessitore" non giudica, ma ripercorre il passato per comprenderlo; è in questo impegno ad autocomprendersi che il lavoro autobiografico diventa viaggio formativo (Raccontarsi, Raffaello Cortina, Milano 1998, pp. 55-6).

    (da: Aver cura della vita della mente, Carocci, Roma 2013, pp. 170-174)