Wallenberg
o la genialità del bene
Claudio Magris
Raoul Wallenberg è uno di quei giusti (secondo la tradizione ebraica sarebbero trentasei, credo, ma non è certo questo che conta) la cui esistenza – vale a dire il modo di essere, di vivere e di agire – salva il mondo, che altrimenti precipiterebbe nel caos e nell'orrore. Un'esistenza e un'azione come le sue non solo salvano concretamente, come egli ha fatto, molte persone, ma aiutano, in senso più lato, anche tanti altri a vivere o almeno a cercare di vivere un po' meglio –con più dignità, con più coraggio, con più amore, con più libertà.
Wallenberg è un eroe. Parola antica, tante volte usata in modo enfatico e retorico, ma di cui non si deve avere paura quando corrisponde alla realtà. Non a caso il "Raoul Wallenberg Committee" degli Stati Uniti ha promosso uno studio multiculturale e interdisciplinare dedicato agli eroi non violenti, con particolare riguardo alla formazione dei bambini e il progetto si intitola "Raoul Wallenberg: a Study of Heroes", stabilendo così un nesso privilegiato tra Wallenberg e la figura, il concetto, i valori dell'eroe e dell'eroismo.
Che tipo di eroismo è quello di Wallenberg? Anzitutto potrebbe definirsi, con una frase di Camus, la capacità di «resistere all'aria del tempo».
C'è una cattiva storicizzazione che vuol persuaderci, con una persuasione demonica, se non ad assolvere almeno ad accettare il male anche orrendo, con la scusa dei tempi o della cultura in cui si colloca. È vero che bisogna tenere conto dell'aria del tempo, delle culture. La schiavitù che vigeva nell'antica Grecia non è la stessa cosa della schiavitù ancor oggi esistente, di fatto se non di diritto, in alcune zone della Terra. La diseguaglianza nel trattamento delle donne, la negazione di molti loro diritti e la loro subordinazione all'uomo in epoche passate dovrebbero essere giudicate ancora più negativamente se avessero luogo – come ancora purtroppo talora hanno luogo – oggi nel nostro mondo. Il peso della cultura e della tradizione è talvolta schiacciante: neppure Lincoln, liberatore degli schiavi neri negli Stati Uniti, concepiva la possibilità di un matrimonio fra bianchi e neri.
Ma l'epoca – con la sua mentalità, le sue consuetudini, i suoi sistemi e valori – non è una fatale necessità. All'epoca del nazismo c'era Mengele che torturava spaventosamente le sue vittime e c'era contemporaneamente il pastore Bonhoeffer (per fare solo un esempio) che ha rifiutato la barbarie nazista e non ha esitato ad affrontare per questo la morte. Franz Jägerstätter – un contadino austriaco che viveva nell'Austria annessa da Hitler, non certo un intellettuale né un militante politico ma un uomo che aveva, anche grazie alla sua fede cattolica, un preciso senso del bene e del male – quando viene arruolato nell'esercito nazista per venire lanciato all'infame conquista del mondo si rifiuta, spiegando a chi vuol convincerlo a cedere, che combattere per il nazismo è incompatibile con la sua fede e con i suoi valori e affronta tranquillamente l'esecuzione. Nessuna relativizzazione storica, nessun relativismo, nessuna doverosa considerazione della mentalità e della cultura di una società e di un'epoca cancellano il "tu devi". E, come dice la Scrittura, «Tu puoi, perché devi».
Naturalmente è facile scrivere queste cose, mentre è ben più difficile metterle in pratica e rischiare tutto, come ha fatto Wallenberg. Per far questo, bisogna essere un eroe. Wallenberg è un eroe. Ma cosa significa eroe, di quale eroismo si tratta? Raoul Wallenberg, come molti eroi, è morto e ha sfidato estreme difficoltà, compresa la morte. Ma la sua battaglia non ha nulla a che vedere con quel falso eroismo che spesso la retorica associa a una specie di vocazione alla morte, alla necessità, al desiderio, al fascino della morte. Questo eroismo, anche ove sia soggettivamente ammirevole, è statuario; ha una cimiteriale maestà neoclassica simile a quella dei monumenti che adornano le tombe. È un eroismo bisognoso della sublimità, del sacrificio, ossia di una negazione della vita. L'autentico eroismo intrattiene invece con la morte un rapporto ben diverso, scevro di macabro compiacimento e di marmorea retorica; è profondamente, liberamente, sanamente umano e vitale.
Certamente uno dei caratteri salienti dell'eroe è la capacità di affrontare la morte, come ha fatto Wallenberg: la capacità, non il morboso ed esaltato piacere. L'eroismo di Wallenberg non ha a che vedere con alcun "viva la muerte"; anzi, è una lotta contro la morte, per sottrarre gli uomini alla morte – anzitutto gli altri, tanti altri, come ha fatto Wallenberg, e, ove possibile,anche se stessi, come a lui un'altra barbarie, la violenza staliniana, non ha concesso.
Wallenberg è un eroe nel senso brechtiano, nel senso di quella famosa battuta di Brecht la quale dice che aver bisogno di eroi è una sventura, perché è una sventura dover lottare, sacrificarsi, rinunciare all'amabile vita di ogni giorno. L'eroe è chi sa farlo – chi sa vendere il mantello per comprare una spada, come dice il Vangelo – ossia sa rinunciare alla felicità per opporsi a qualche Leviatano che si appresta a trasformare il mondo in una Auschwitz. È questo che ha fatto Wallenberg. Ma il vero eroe lo fa controvoglia; non ama maneggiare la spada, anche quando sa farlo o quando ritiene di doverlo fare per difendere qualcuno o qualcosa. Preferirebbe andare a una festa piuttosto che a una guerra ed è questo sentire che rende autenticamente eroico – senza retorica, senza ebbrezze autosacrificali – il suo agire e, quando capita, il suo morire. Dietrich Bonhoeffer, giovane pastore protestante, salì al patibolo per la sua opposizione al nazismo; non desiderava il martirio, diceva che il suo desiderio non era vedere Dio bensì piuttosto la sua fidanzata, ma non gli venne in mente di tirarsi indietro da una lotta necessaria, che dava senso alla sua vita e anche al suo amore per Dio e per la sua fidanzata. Si potrebbero fare altri esempi di questi eroi, tanto più eroi quanto più eroi controvoglia.
I veri eroi lo sono sempre controvoglia, costretti per così dire a esserlo o meglio a diventarlo dalla loro dirittura morale che non può tirarsi indietro quando il male e l'indegnità assumono proporzioni mostruose. Che cosa ha potuto spingere un uomo d'affari di Stoccolma – si chiedono Gustav Söderlund e Gitte Wallenberg – ad abbandonare il suo sicuro Paese neutrale e ad imbarcarsi in una delle più pericolose missioni mai intraprese? Sin dall'inizio tutto sembra predestinare Wallenberg a una vita salda, felice, attiva e serenamente inserita nell'ingranaggio del mondo, così degli affari come della cultura: l'albergo di Saltsjòbaden, il tradizionale legame della famiglia con la famiglia reale svedese, la cultura borghe-
se nel senso più profondo del termine, in quel senso manniano che unisce operosità, decoro e contegno – impersonato soprattutto dalla figura del nonno Gustaf, fondamentale nell'educazione di Raoul. Tutto sembra destinarlo – e infatti lo destina – ad essere un "Weltbürger", la cui cultura, dedizione al lavoro, liberalismo moderato e non privo di punte conservatrici incarnano, come Thomas Mann ha ritratto con forza ineguagliabile, la più alta civiltà della vecchia Europa borghese, con la sua grandezza e con i suoi limiti, come testimoniano tra l'altro le lettere scambiate col nonno Gustaf.
Sin da giovane Wallenberg è inserito fattivamente, operosamente e serenamente nel grande mondo della cultura, del lavoro, dell'imprenditoria internazionale.
Come rivelano le sue lettere, egli è presto di casa nel "grande mondo" e non come semplice viaggiatore e men che meno quale turista, bensì come uomo di cultura ed affari, in contatto con le forze più vive ed emergenti dei vari Paesi. Lo si trova in Messico, naturalmente negli Stati Uniti dove acquista il suo degree accademico, in Sudafrica, in Cina, in Palestina ove si propone di imparare l'ebraico. Col suo animo progressista, Raoul si rallegra negli Stati Uniti per la vittoria dei democratici; il suo liberalismo di stampo ottocentesco, erede della diffidenza nei confronti dell'ingerenza dello Stato, non gli impedisce affatto di scorgere con acutezza la necessità, nelle difficoltà politiche e soprattutto economiche del mondo, di un forte governo centrale, capace di impedire lo sfascio che – siamo negli anni Trenta – serpeggia o dilaga dovunque. Continua ad amare Jefferson, ma rifiuta di fare delle sue massime liberali-liberiste parole d'ordine valide per ogni situazione. Il senso profondo dell'universalità umana – che emerge ad esempio in una lettera in cui Raoul parla di un complesso conflitto morale e giuridico in Sudafrica originato dalla violenza di un bianco su una nera – si accompagna ad una visione prudente, priva di precisi riferimenti ideologici. Non a caso nonno Gustaf lo esorta a non mettersi troppo contro Mussolini per non perdere il mercato italiano e non a caso Raoul ha grande simpatia per Sven Hedin, il grande esploratore svedese decisamente troppo germanofilo. A Porto Said Wallenberg ascolta con simpatia soldati e lavoratori italiani che, su una nave da trasporto, cantano "Faccetta nera" e inneggiano al Duce. Ciò non implica nessuna simpatia per il fascismo, ma una sorta di humanitas che, in quel momento e in quell'occasione, non blocca l'armonia di quell'atmosfera e la simpatia per quelle persone in nome di scelte ideologiche.
Qualche sfumatura di pregiudizio, comune in quegli anni a tanti europei, non risparmia nemmeno Raoul, come quando egli si dichiara non entusiasta di viaggiare su una nave, da Città del Capo a Genova, insieme a duecento ebrei che si recano ad un congresso sionista in Palestina, aggiungendo peraltro che si riferisce agli ebrei sudafricani... Del resto anche il nonno Gustaf, grande figura, non è certo esente da pregiudizi, in particolare nei confronti delle donne, come quando scrive a Raoul (da Istanbul, il 23 settembre 1935), mettendolo in guardia da quella "finzione" che è l'amore e dalle donne, destinate non solo –come nel caso che lo preoccupa in quel momento, per certe voci che gli sono giunte circa un flirt di Raoul – a ostacolare il lavoro ma anche, col passare degli anni, a diventare un tormento per chi sta loro vicino. Nonno Gustaf dice addirittura che nelle donne c'è molto della iena...
Raoul Wallenberg, fino a un certo punto della sua vita, è un uomo aperto, intelligente, generoso, ricco di iniziative, capace di unire gli interessi culturali a quelli professionali; è un uomo assai notevole, ma comunque sembra essere un uomo medio, sia pure al massimo livello. Tanto più è straordinaria, incredibile, commovente la sua capacità di diventare, senza volerlo, un eroe, di non pensare a se stesso e di mettersi a rischio totale per la vita di altri, di tanti altri a lui non particolarmente vicini, ma semplicemente uomini.
Quest'uomo, destinato a una vita brillante e operosa di successo nel campo economico e culturale, diventa un salvatore, un piccolo ma non tanto piccolo messia terreno. Il 9 giugno 1944 Kélmén Lauer, un ebreo ungherese direttore di una ditta di esportazioni di notevole rilievo nell'Europa centrale, presenta Wallenberg a Iver 01- sen, il rappresentante del Comitato dei rifugiati di guerra. L'incontro avviene all'Hotel Saltsjöbaden; è in quell'amabile luogo di riposo e di salute che inizia la straordinaria avventura di Wallenberg. Olsen gli propone di occuparsi di un'operazione di salvataggio di ebrei ungheresi e Wallenberg accetta immediatamente. Il 2 luglio, con l'approvazione dell'ambasciatore americano in Svezia, parte per l'Ungheria.
È a Budapest, in quest'ultimo anno di guerra, che si rivelano non solo la straordinaria umanità di Wallenberg e il suo coraggio, ma anche la sua incredibile genialità, la sua capacità di inventare strategie, comportamenti, modi inediti di combattere il Leviatano. Budapest non è solo un luogo di atroce barbarie, di delirio antisemita sempre più scatenato – ancora molto di più dopo la caduta di Horthy – e di incubi di guerra. È un luogo di intrighi, di ambiguità all'interno del nazifascismo e anche dei suoi oppositori. È a Budapest che Wallenberg si rende conto della Shoah, della soluzione finale; è qui che la tocca con mano, nel destino concreto di persone che gli stanno davanti, che vede braccate e poi deportate e sterminate. È una situazione spaventosa che richiede, per essere affrontata realmente e non solo idealmente, non soltanto coraggio e capacità di sacrificio – qualità che Wallenberg rivela di possedere in misura eccezionale – ma anche intelligenza, elasticità intellettuale, astuzia – quell'astuzia che Brecht considera fondamentale nella lotta contro il male. Wallenberg dimostra un'incredibile capacità (che sarebbe insufficiente e inadeguato definire soltanto diplomatica) di affrontare le autorità nazifasciste sia nettamente di petto – strappando loro, ai loro artigli, quante più vite umane riesce a salvare (e riesce a salvarne tante) – con elastico realismo, con un senso concretissimo di ciò che è possibile, con un'umiltà che può permettere alla magnanimità del cuore di vincere la propria battaglia e non soltanto di combatterla magari eroicamente ma perdendola. È incredibile la creatività del lavoro di Wallenberg, delle sue iniziative, dei suoi espedienti, anche dei suoi trucchi se vogliamo chiamarli così. Si inizia col rilascio di passaporti svedesi a ebrei perseguitati, un sistema che non può varcare numericamente certi limiti senza insospettire le autorità e quindi senza venire vanificato. L'intera missione svedese a Budapest sembra trasformarsi, se così si può dire, in una infaticabile agenzia turistica, che prepara viaggi non di piacere ma di salvezza e sopravvivenza.
Wallenberg è Wallenberg, ma dietro di lui c'è anche il suo Paese; ci sono la civiltà, la democrazia e l'amore di libertà del suo Paese. In questo, egli è uno dei grandi figli del suo grande Paese. Le testimonianze lo descrivono, fra le altre cose, irresistibilmente simpatico e originale, con un revolver in tasca che diceva di portare «giusto per farmi un po' coraggio». È abile nel trattare con le autorità ungheresi, crea dipartimenti e settori speciali, ottiene il permesso di non portare la stella gialla per gli ebrei che lavorano per le sue attività. Sa anche trattare, porsi – anche in quanto rappresentante di uno Stato militarmente neutrale – non quale nemico o almeno non solo quale nemico, anche se, considerando i risultati della sua opera, è stato uno dei più agguerriti nemici dell'infamia nazista. Il colpo di Stato dei crociofrecciati rende il suo lavoro ancora più difficile, ma Wallenberg non si lascia certo intimidire neanche quando vede le strade affollate di morti. Riesce a creare dei checkpoint stradali per impedire la deportazione degli ebrei dotati del passaporto, salvandone così molti.
Il governo svedese non ha alcuna intenzione di riconoscere il nuovo governo ungherese dei crociofrecciati, ma Wallenberg, per non scatenare ulteriormente la furia omicida di quest'ultimo, riesce, con l'appoggio del ministro Danielsson, a barcamenarsi, tenendo sulla corda il fanatico e imbecille ministro degli Esteri ungherese, il barone Kemény. Non a caso, parlando con alcuni membri della Croce Rossa svedese, Eichmann dichiara la sua speranza e la sua intenzione di vedere Wallenberg morto, fatto secco. È un tragico e criminoso paradosso che siano stati più tardi i sovietici a esaudire il suo desiderio.
La sua inventività è incredibile. Riesce a procurarsi delle armi, pensando che gli ultimi giorni della guerra, la cui fine sta approssimandosi, potrebbero vedere degli scontri nelle strade e un tentativo dei nazisti di risolvere sul posto, almeno per quel che riguarda l'Ungheria e Budapest, la "soluzione finale". In quei giorni sempre più pericolosi, quando si consiglia a Wallenberg di tornare in Svezia, egli risponde che non gli è possibile tornare a Stoccolma prima di essersi convinto di aver fatto tutto ciò che un uomo potrebbe fare, in quella situazione, per salvare quanti più ebrei possibile. Quando partono i treni che trasportano gli ebrei deportati, sale personalmente a bordo per verificare che non sia stato fatto salire alcun ebreo dotato del suo passaporto. Arriva perfino – con una genialità in cui l'umanità si fonde con lo spirito di avventura – a organizzare reparti di ebrei vestiti con l'uniforme dei crociofrecciati, che piombano nei campi di prigionia, liberando ebrei prigionieri col pretesto di volerli deportare. Il pericolo cresce anche per lui, tanto è vero che durante le ultime settimane spesso dorme ogni sera in una casa differente, temendo attentati e violenze da parte dei nazifascisti. Ma, come egli scrive alla madre, quei giorni, quelle settimane di lotta e di pericolo sono «i periodi più interessanti della mia vita», nonostante la tragedia di incommensurabili proporzioni intorno a lui e ai suoi collaboratori e nonostante il lavoro estenuante.
Fin da ragazzo, quando dormiva in alta montagna all'aria aperta, Wallenberg aveva dimostrato un'incredibile capacità di sopravvivenza nelle situazioni difficili. È un tragico, grottesco oltre che criminale paradosso che egli sia sopravvissuto alla guerra e agli orrori nazisti, contro i quali aveva combattuto, e che sia morto per mano dei sovietici. La fine della guerra è stata per lui, che aveva salvato tante vite, non la vita ma la morte. Credo che le ragioni del suo arresto e della sua successiva scomparsa siano ancora oscure. Ma la sua fine dimostra ancora una volta quanto il male sia non solo atroce e bestiale ma anche imbecille, di una immensa stupidità. Ogni Medusa è sempre banale, come Roth diceva di Hitler. È banale, è stupido – prima ancora di essere bestiale e criminoso – non capire cosa significano, per tutti, l'esistenza, l'attività di un uomo come Wallenberg. Un uomo che quasi si scusava, come raccontano alcuni testimoni di Budapest, di non riuscire a salvare tutti e che galantemente ricordava sempre l'aiuto avuto, anche e soprattutto nelle situazioni terribili di
Budapest, dal gentile coraggio femminile di alcune sue amiche. Un uomo il cui eroismo si fonde con un amore della vita, col sorriso della vita e col desiderio che la vita possa sorridere a tutti o a quanti più possibile. Un eroe che è ben lontano da ogni muscolosa esibizione di eroismo e da ogni voluttà di sfidare la morte, ma che è pronto a rischiarla per evitarla ad altri. Wallenberg dimostra, contro ogni pacchiana fascinazione del male, la genialità del bene.
C'è una storia ebraica di eroismo che ben si addice a questo spirito di Wallenberg, una storia riportata nel Quaderno d'Israele di Giorgio Voghera. Egli parla di un «ebreo galiziano che, arruolato nell'esercito austriaco durante l'altra guerra, sopportò con rassegnazione tutti i disagi e le fatiche della vita militare, che egli considerava una commedia da mentecatti, alla quale, per sua disgrazia, era stato costretto a prendere parte. Ma quando per la prima volta lo fecero strisciare insieme al suo plotone verso i reticolati russi, ed egli sentì fischiare sopra di sé le pallottole – le vere pallottole, quelle che ammazzano – allora si levò in piedi e gridò al nemico: "Fermatevi! Siete pazzi? C'è gente qui!". E cadde colpito dalle fucilate dei russi».
(Il testo riprende e rielabora il discorso tenuto il 24 dicembre 2012 a Roma al convegno su Wallenberg organizzato dall'Ambasciata di Svezia presso la Santa Sede e dalla Comunità di Sant'Egidio)

