Una regalità altra

    XXXIV domenica nell’anno B

    Sabino Chialà


    In quel tempo 33Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». 34Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». 35Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 36Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 37Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
    Giovanni 18,33b-37

    Siamo giunti all’ultima domenica di questo anno liturgico e le letture ci invitano a contemplare il mistero della regalità di Gesù il Messia. Si tratta di una festa nata in un contesto diverso dal nostro, prestatasi a volte a letture trionfalistiche che in verità il testo evangelico sconfessa. Gesù di Nazaret è infatti il Messia d’Israele e, come messia, è re. Ma la sua è una regalità diversa da quella mondana e anche da quella che alcuni al suo tempo attendevano.
    Stando alle testimonianze evangeliche, egli non sembra riconoscersi nella tradizione sacerdotale né in quella profetica, benché dell’una e dell’altra abbia assunto alcuni tratti. È invece la qualità regale-messianica quella che avverte più prossima alla sua missione: è il Messia, il figlio di Davide, il re atteso, promesso da Dio a Davide e al popolo.
    Eppure al termine di una serie di dispute in cui si confronta con varie categorie di religiosi del suo tempo e appena prima di entrare nella passione, Gesù stesso aveva sollevato un interrogativo circa la sua discendenza davidica e dunque la sua regalità: “Come mai gli scribi dicono che il Cristo è il figlio di Davide?” (Mc 12,35). Lui che pure, appena prima, non aveva rifiutato le parole di Bartimeo né quelle della folla che avevano detto “figlio di Davide” (Mc 10,47-48; 11,10).
    Gesù sa di essere il re-messia e discendente di Davide, e dunque di adempiere la promessa, ma sa di essere anche altro. O meglio, la sua regalità è altra rispetto a quella di Davide e a quella che molti si attendevano e forse si attendono ancora. Altra certamente rispetto a quella mondana. Celebrare dunque la regalità di Gesù è l’occasione per cogliere alcuni tratti di questa “regalità altra” o di questa “autorità altra” esercitata da Gesù.
    Il messaggio evangelico su questo è chiaro. Gesù vi appare così diverso dai dominatori di questo mondo. Anzi, ne è vittima. Diverso da Pilato, colui che in questa scena esercita il potere a nome del re-imperatore e che alla fine decreterà la morte di Gesù.
    Eppure, tra i due, è il condannato che agisce e parla con autorità. Nelle domande che si susseguono tra Gesù e Pilato, è quest’ultimo che sembra doversi difendere. Gesù invece conserva quello che possiamo considerare uno dei tratti essenziali della regalità autentica: la libertà e la franchezza nel dire la verità anche a rischio della propria vita. Gesù è nelle mani di Pilato, perché gli è stato “consegnato”, eppure è libero. Non ha paura, perché non sembra temere di perdere nulla, non avendo più nulla di proprio da difendere, e quindi non deve scendere a compromessi. Pilato invece, come mostra lungo tutta la vicenda della passione, si sente costretto a fare anche ciò che non ritiene giusto, sotto la spinta dei capi e della paura che scoppi un tumulto (19,12-16).
    Il dialogo inizia con la domanda di Pilato: “Sei tu il re dei Giudei?” (v. 33). Sembra una domanda retorica e forse beffarda: un re ridotto in quel modo e soprattutto non riconosciuto da nessuno, neppure dai suoi capi religiosi che lo hanno consegnato nelle mani del governatore occupante! Che re può essere?
    Gesù risponde rivolgendo a sua volta una domanda a Pilato: “Dici questo da te stesso o altri ti hanno parlato di me?” (v. 34). È come se tentasse di coinvolgerlo nella sua affermazione per aiutarlo a esercitare un discernimento giusto, piuttosto che allinearsi con ciò che altri gli chiedono di fare.
    Pilato si sottrae e addossa la responsabilità ai capi: “Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me” (v. 35). Un pessimo esempio di autorità, che si lascia trascinare dagli eventi, che cerca solo di non scontentare e di attirare consensi. Non importa se chi viene accusato sia o no davvero colpevole. Pilato sembra addirittura ignorare ciò di cui Gesù è accusato: “Che cosa hai fatto?” (v. 35).
    Ma al v. 36 il clima sembra mutare: Gesù assume la sua regalità, ne spiega i tratti a Pilato e cerca con decisione di condurlo a un esercizio responsabile della sua autorità. Dichiara la propria regalità, ma precisa: “Il mio regno non è di questo mondo … il mio regno non è di quaggiù” (v. 36). Rivendica la particolarità del suo regno, che si esprime secondo una logica che non è mondana, e dunque che non si difende con la violenza e la guerra: “Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato” (v. 36). Non ha bisogno di essere difeso.
    Quindi, a una nuova domanda di Pilato – “Dunque, tu sei re?” (v. 37) – Gesù risponde: “Tu lo dici: io sono re” (v. 37). Gesù è re, ma non come lo intende Pilato, né secondo l’autorità incarnata da lui e dai capi glielo avevano consegnato. Dunque precisa: “Per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità” (v. 37). Ciò che lo costituisce re è la sua capacità di rendere testimonianza alla verità, che significa anche pagare per la verità; con la vita, se necessario.
    Questo rende Gesù un vero re e questo significa esercitare un’autentica autorità: restare dalla parte della verità, a qualsiasi costo, anche della vita. Le autorità che Gesù invece ha davanti a sé si lasciano guidare da calcoli di convenienza: si adeguano a ciò che conviene in vista del mantenimento del proprio potere. A loro non sta a cuore la verità, ma l’interesse del momento, e soprattutto la propria incolumità.
    In questa scena né i sacerdoti né Pilato mostrano quella libertà necessaria ad esercitare una vera autorità: l’unico davvero libero è il prigioniero Gesù. Perché ha dalla sua parte la qualità essenziale dell’autorità e dell’autentica regalità: la parresia e la libertà di dire la verità, essendo lui stesso la Verità (Gv 14,6).
    Gesù qui è re, perché è libero, perché non ha paura. Nulla gli può essere tolto, perché ha già rimesso tutto nelle mani del Padre, come lui stesso aveva dichiarato: “Nessuno mi toglie la vita ma io la depongo da me stesso. Ho infatti l’autorità di deporla e di riprenderla di nuovo” (Gv 10,18). Fondamento di ogni autentica autorità e regalità è il non avere niente di proprio da difendere. Allora si è sufficientemente liberi per poter esercitare la regalità del dire la verità.
    Gesù è il re dell’universo. Ma un re altro rispetto a quello di cui spesso danno spettacolo le autorità di questo mondo. Un re la cui signoria non schiaccia ma libera, non toglie il respiro ma aiuta a vivere, non prende la vita altrui ma offre la propria. Grazie alla sua libertà da se stesso, Gesù rende liberi gli esseri umani da ogni schiavitù, compresa quella del peccato.