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    Giovani operai in fabbrica



    Un gruppo di giovani operai

    (NPG 1972-06/07-30)

    Per riflettere sull'inserimento dei giovani nel mondo operaio si può partire da angolazioni diverse secondo che l'interesse sia sociologico, psicologico, pedagogico...
    Questa esposizione cercherà di riportare molto semplicemente quelle esperienze, impressioni, riflessioni e ricerche che insieme a vari gruppi di giovani operai sono state portate avanti.

    IL MONDO DEI GIOVANI OPERAI

    I RAGAZZI DELLE SCUOLE PROFESSIONALI

    L'istruzione professionale è sempre stato un settore un po' isolato; a metà strada tra la scuola e il mondo del lavoro, non è né carne né pesce. A questo si deve aggiungere l'estrema dispersione di enti, di ministeri, di strutture, di opere pie e organizzazioni varie che si occupano dell'istruzione professionale.
    Carattere comune alle scuole professionali è la netta prevalenza data alla formazione tecnica e pratica. Numerose ore di officina o di laboratorio, altrettante per le materie scientifiche (tecnologia, matematica, disegno tecnico...), di fronte a un numero irrilevante per le ore dedicate a cultura (nei CAP di Torino il rapporto tra materie scientifico-pratiche e cultura è di 36 ore a 4 ore).
    Nei CAP di materie letterarie ne resta una sola: «cultura». In pochissime ore i ragazzi «dovrebbero» imparare ad esprimersi, conoscere la storia moderna, l'educazione civica, i grandi autori della letteratura degli ultimi secoli...
    Evidentemente nella mente degli ideatori di queste scuole e di questi programmi i ragazzi dovrebbero pensare poco (al massimo avere una vaga infarinatura di notizie) e fare molto. Operai specializzati a metà, senza strumenti culturali in mano; manodopera secondo le esigenze delle fabbriche che hanno bisogno di questa manodopera disponibile a secondo delle esigenze della produzione a fare i manovali o i lavori specializzati.
    Per intanto, mentre sono a scuola, per incentivarne il rendimento scolastico, li si nutre di speranza di un ottimo e sicuro impiego, di un senso di superiorità sugli altri operai («non siete più come dei manovali»), dello spirito della «scalata sociale» («basta essere capaci a lavorare e farete strada», «state al vostro posto e i capi vi stimeranno»).
    Le conseguenze per i ragazzi sono del tutto proporzionate alle premesse. Escono dai CAP ragazzi spesso ignari della vera vita della fabbrica, dei problemi della società, incapaci di analizzare criticamente le pressioni della cultura dominante e della pubblicità, facile preda del consumismo e della moda. Spesso sono convinti di valere di più dei loro coetanei che già lavorano, ancora succubi del mito della professionalità.

    GLI APPRENDISTI

    Non tutte le famiglie operaie hanno i mezzi per mandare a scuola (ai CAP s'intende, non al liceo!) i figli dopo le medie. Molte, specialmente quelle di recente immigrazione, hanno bisogno del contributo dei figli per trovare una sistemazione più adeguata nella città o semplicemente per tirare avanti.
    Molti di questi ragazzi di ambo i sessi che vanno a lavorare dai 15 ai 20 anni vengono assunti come apprendisti.
    La legge del 19-1-55 prevede che al lavoro pratico sia affiancato l'insegnamento teorico (3 ore alla settimana pagate), tutela l'apprendista da lavori pesanti di manovalanza o a produzione, dagli straordinari (non può fare più di 40 ore la settimana): in compenso concede al datore di lavoro l'esenzione dai contributi assicurativi (a carico dello Stato).
    Vediamo ora la realtà.
    Su scala nazionale gli apprendisti sono passati da 175.000 nel '55 ai 750.000- 800.000 in questi ultimi anni. A Torino e provincia l'occupazione degli apprendisti ha seguito questo andamento:

    31/3/1960: 46.000
    61: 54.000
    62: 55.000
    63: 52.000
    64: 60.000
    65: 65.000
    66: 53.000
    67: 54.000
    68: 57.000
    69: 74.000
    (censimento effettuato il 31/3 di ogni anno dall'ufficio provinciale del lavoro).

    Come si può desumere da queste cifre, l'andamento occupazionale in apprendi-stato è strettamente legato ai fenomeni congiunturali, favorevoli fino al 64 e di recessione nel 65-66.
    Eccezionale la consistenza numerica al 31/1/69, da mettere in relazione con lo sviluppo economico-produttivo e con l'immigrazione. Sempre nel 69 si registra un vistoso aumento di occupazione nel ramo meccanico a scapito di altri settori lavorativi dove si registra una lieve flessione.
    Questi dati ci mostrano chiaramente come l'espansione e la concentrazione di apprendisti in determinati rami di attività siano da mettersi in relazione oltre che con l'espansione economica locale di tali settori, anche con il concetto stesso dell'apprendista, considerato come un comodo e utile strumento produttivo. Infatti:
    • Le aziende artigianali e industriali si assicurano per un periodo abbastanza lungo di tempo (3-5 anni) il lavoro degli apprendisti.
    • Da un'inchiesta condotta nel '67 dal servizio studi dell'Enaip (e mai pubblicata) appare che solo il 9,42% degli apprendisti ha una paga orario superiore alle trecento lire. È evidente che le retribuzioni sono state calcolate in base ai minimi salariali dell'operaio di 5 cat. dell'industria meccanica.
    • Altro dato che contribuisce a questa situazione è la spesa dei contributi che va a totale carico dello Stata.
    L'apprendista è quindi un lavoratore comodo da utilizzare perché costa poco, può rendere, è poco protetto, isolato, è capace di opporsi all'arbitrio padronale solo a livello personale.
    Basta poi un minimo di esperienza e di contatti con apprendisti per aggiungere a questo quadro già nero alcuni altri dati:
    • gli apprendisti sono per lo più assunti da piccole ditte;
    • il lavoro in queste ditte è imperniato su alcuni operai altamente qualificati (spesso coincidono con i padroni stessi) e sul lavoro di manovalanza o puramente ripetitivo dei ragazzini.
    Gli apprendisti così, per lo più, non imparano nessun mestiere; sono utilizzati come fattorini, scopini, manovali per caricare e scaricare camion, e spesso lavorano a cottimo; essi stessi, attratti dal miraggio di guadagnare qualche soldo in più, si sottopongono a dei ritmi massacranti.
    Nelle «boite» spesso l'orario supera le 10 ore di lavoro giornaliere. L'ispettorato del lavoro, di fronte a questa mole imponente di infrazioni, fa poco o niente: il personale addetto ai controlli è irrisoriamente scarso e non di rado, nei pochi giri di ispezione, si mostra disposto a chiudere un occhio. I corsi teorico-complementari per apprendisti poi sono quasi del tutto inutili. A questa conclusione è giunto un nutrito gruppo di insegnanti di cultura presso questi stessi corsi. II numero di ore a disposizione è del tutto insufficiente per stabilire con i ragazzi un rapporto serio.
    Solo a Torino, tra gli apprendisti, si contano da 2500 a 3000 analfabeti (ogni anno): per loro non si organizza alcun corso.
    Sempre a Torino sui 621 corsi organizzati nel '69 non è stato possibile precisare quanti di essi sono di 1°, 2° e 3° grado.
    L'effettiva presenza ai corsi degli apprendisti sembra essere un problema di cui nessuno è in grado di controllare l'andamento. Su 74.000 apprendisti (nel '69) solo 16.820 erano iscritti (sulla carta) ai corsi complementari.

    I MINORI AL LAVORO

    Pochissime sono le notizie sul lavoro minorile (inferiori ai 15 anni) in Italia: ci si rifà ancora regolarmente all'inchiesta di Gioventù Aclista del 67 o anche ad un'inchiesta condotta nel comune di Altamura (Ba) due anni fa da un gruppo di giovani operai.
    I motivi di questa scarsa informazione sono semplici:
    • il lavoro minorile è illegale e quindi in qualche modo si cerca di non renderlo troppo appariscente (non vi sono più minori nelle grandi aziende...);
    • i minori son dispersi appunto in una miriade di piccole officine, bar, negozi, o addirittura in casa propria (come a Settimo, dove centinaia di bambini montano penne a sfera).
    Oggi si parla in Italia di mezzo milione di minori al lavoro. È importante notare che il fenomeno è diffuso sia al Sud che al Nord anche se per diversi motivi:
    • Al Sud sono spesso sospinti al lavoro da impellenti necessità economiche della famiglia. I datori di lavoro utilizzano questa manodopera obbediente e a bassissimo costo e possono così fare a meno degli adulti che vanno ad ingrossare le file dei disoccupati.
    • Al Nord si nota che molti appaiono respinti nella zona della sottoccupazione da due motivi: anzitutto l'incapacità delle strutture scolastiche a stimolarne il profitto e poi l'insensibilità della famiglia ai valori della scuola. Il lavoro dei ragazzi viene ancora considerato un fatto normale in famiglie povere (queste almeno sono le conclusioni a cui giunge l'indagine di Gioventù Aclista).
    Meritano poi di essere ricordate le condizioni di lavoro:
    • Molti, circa il 50%, fanno più di 8 ore lavorative al giorno e non pochi sono costretti a lavorare fino a tarda sera e nei giorni festivi (proprio in relazione ai lavori a cui sono addetti).
    • Il salario settimanale nel '67 variava dalle 3 alle 8.000 lire. L'11% non percepiva alcun compenso per il proprio lavoro.
    • Il 32% si diceva «contento» dell'attuale situazione di lavoro; il 20% «abbastanza»; il 23% era indifferente.
    Alla luce delle indicazioni date precedentemente si capisce in quale modo devono essere interpretate queste valutazioni dei minori al lavoro: quanto cioè non solo siano sfruttati sul lavoro ma si riesca anche a convincerli di stare bene! (Si può pure intravvedere a quali deviazioni pastorali si vada incontro se non si legge dentro a certe espressioni dei giovani operai).
    Un'esperienza di un sacerdote che vive alla periferia di Torino forse può rendere più concreto questo arido discorso in cifre.

    «Conosco un gruppo di ragazzi che o non hanno neppure terminato le scuole elementari o dopo aver iniziato la scuola media ne sono stati cacciati dopo due o tre mesi. Questi ragazzi oggi lavorano in piccole fabbriche 8-9 ore al giorno, sono naturalmente senza libretti perché non hanno ancora raggiunto l'età; si spostano di continuo da una fabbrica all'altra, o perché non piace loro il lavoro che svolgono, o perché vengono licenziati dai padroni se si accorgono che non riescono a domarli come vogliono...
    Massimo, lavorava in una fabbrica di pulitura di paraurti poi andò a lavorare in una verniciatura (9 ore al giorno) in cui respirava in continuazione acidi. Qui dopo due mesi si è stancato ed è ritornato alla fabbrica precedente. Nicola, lavora in una fabbrica di pulitura di accessori per auto. Lavora 8 ore e mezzo al giorno per 50.000 lire al mese. Spende due ore e mezzo al giorno per andare e tornare dal lavoro.
    Angelo, lavorava in una fabbrica di tubi di plastica per telefoni. Faceva nove ore e mezzo al giorno. In questa fabbrica su 25 operai dieci sono inferiori ai 14 anni. Lo stipendio si aggirava dalle 30 alla 50.000 lire al mese. Poi si ribellò al capo squadra tirandogli un bullone in testa e venne licenziato in tronco. Trovò lavoro da un meccanico e qui dopo un mese fu licenziato perché bisticciò con un altro suo collega. Andò da un falegname però qui il lavoro non lo soddisfaceva. Oggi lavora da un meccanico. Resisterà?
    Questi ragazzi sono rifiutati da tutti:
    • dalla scuola, perché li considera discoli, cattivi perché dicono "parolacce", svogliati in quanto non entrano nello schema della scuola "per bene";
    • dalla famiglia, cui interessa solo che portino a casa "soldi", gente che si cura più della macchina che del figlio; in questi ragazzi si denota una forte carenza di affettività, cosicché diventano aggressivi verso tutti: verso i padroni, il lavoro, la donna e se stessi. Tale aggressività si esprime anche verso chi si ferma per parlare e per ascoltarli. Infatti dopo ti chiedono di uscire insieme per discorrere: si sono accorti che qualcuno li ascolta. La famiglia si preoccupa solo di mandarli al lavoro, dare loro da mangiare, prendere i soldi e concedere quel tanto che si possano divertire, purché non se ne stiano in casa.
    Sul lavoro si rendono già conto che sono degli sfruttati e che non contano nulla e quindi cercano di prendersi la rivincita sulla ragazza e con discorsi grossolani».

    RAGAZZI PROVENIENTI DAL SUD

    Il flusso migratorio dal Sud al Nord ha toccato punte altissime intorno al 60-63 e poi ancora negli anni 68-69 (specialmente a Torino in concomitanza con l'apertura dello stabilimento Fiat di Rivalta che richiamò almeno 10.000 persone). Una parte rilevante di questo esodo è costituita da giovani operai dai 16 ai 25 anni che giungono nelle grandi città soli, alla ricerca della «fortuna».
    Il mito che al Nord si sta bene, che finalmente si diventerà tutti ricchi, è ancor ben radicato nelle regioni meridionali, alimentato dall'immagine presentata dai giornali e dalla TV e dagli stessi compaesani che, tornando al paese, vogliono fare bella figura e sono disposti per questo a nascondere la nuda realtà.
    Partire dal paese vuol già dire aver capito le dure ragioni della vita:
    – la disoccupazione all'uscita dalla scuola;
    – l'esperienza della povertà e spesso della miseria;
    – l'insorgere di un sentimento di inferiorità;
    – e un grande desiderio di tentare l'avventura, di farsi un posto nella vita, una carriera, una posizione.
    Quando queste cose sono sperimentate a 15-17 anni (come accade a moltissimi) si verifica nel ragazzo una maturazione precoce: anche se fresco di studi ragiona già con lo scarno linguaggio di un uomo che pensa al pane e all'avvenire.
    La città poi lo aspetta e fa leva proprio su questa situazione di bisogno e di speranza per trarne il maggior profitto possibile.

    La ricerca di un lavoro

    I giovani per lo più sono ragazzi già qualificati in uno dei tanti CAP del Mezzogiorno. Ma se la situazione è già difficile per i ragazzi dei CAP cittadini, per i e nuovi arrivati non c'è proprio posto tra la manodopera specializzata e adeguatamente pagata. Restano due strade: o finire nelle officine dove forse si riesce ad esercitare il proprio mestiere ma si guadagna dalle 60 alle 70.000 lire al mese (senza straordinari); oppure rinunciare alla propria qualifica e fare domanda o presso una grande industria come manovali e passare così in breve alla catena. Nel primo caso i padroni speculano sulle esigenze finanziarie dei ragazzi e danno loro la possibilità di fare 60-70 ore settimanali, nel secondo caso, sempre con l'incentivo del denaro, provvedono a spegnere in loro le ultime ambizioni di un lavoro più rispondente alle esigenze personali.

    Casa, mensa, bar...

    Nei quartieri vecchi è impossibile tenere il conto delle affittacamere: gente che mette a disposizione un letto e un guardaroba in camere da tre-quattro posti al prezzo di 15-25 mila lire al mese. È una speculazione nascosta, capillare, di cui fanno !e spese quasi tutti i giovani immigrati.
    Quando non si ha una casa per abitare ma semplicemente un letto per dormire, il bar diventa la seconda casa: ritrovo degli amici, per giocare a carte, a biliardo, a flipper, bere un cicchetto. Sono ore, mezze giornate passate là a far passare il tempo: e i soldi se ne vanno vertiginosamente in fretta.
    Spesso poi chi ti affitta il letto non ti dà da mangiare e devi ricorrere alle trattorie. Dalle 50 alle 60.000 lire al mese se ne vanno tra il pranzo e la cena. Tolta la colazione, il caffè... Anche in queste mense naturalmente si è tra estranei: e si acquista la triste abitudine di non mangiare in casa, di doversi recare nelle piccole trattorie, e spesso è un'occasione per rimpiangere la famiglia.

    LA MENTALITÀ DEI GIOVANI OPERAI 

    Se a partire da questa situazione vogliamo passare alla descrizione sommaria dei tratti di mentalità più comuni a questi gruppi di giovani del mondo operaio, bisogna fare attenzione a non abbozzare un quadro esclusivamente nero e pessimista. Anche perché un primo colpo d'occhio porterebbe molto spontaneamente a questo. Non sarà quindi inutile soffermarsi in seguito un poco sulle ricchezze proprie di questi «poveri» del mondo moderno.

    SCACCO E DELUSIONE

    L'aspetto più comune è un senso di scacco, di delusione, o anche di disgusto insormontabile per il lavoro. Le scadenze, la monotonia delle operazioni da ripetere continuamente avviliscono i giovani. Non si deve pensare, non si deve prendere l'iniziativa: «Siamo trattati come bestie o come macchine».

    «Per molti giovani, ogni giorno più numerosi, la delusione più crudele dell'ingresso al lavoro è che hanno imparato un mestiere a scuola, ma arrivati in officina non si richiede più loro di conoscere questo mestiere, unicamente di adattarsi rapidamente al compito, breve e ripetuto, dove la rapidità è la cosa più importante. La stessa parcellizzazione si è estesa ai lavori dove la riflessione aveva più importanza che non il gesto. In questi casi, "fare" ha cambiato di significato. Ogni nuova macchina economizza sempre qualche cosa in più sull'abilità dei gesti e sulla conoscenza del mestiere, respinge il lavoro operaio nella zona dei manovali. La tecnica soppianta la pratica. Produrre non significa più creare, e creare non vuol più dire dare una forma...
    Ogni volta che i giovani operai acconsentono a descrivere minuziosamente le condizioni di lavoro per cercarvi la radice delle insoddisfazioni di ogni tipo che tormentano i giovani, essi ci riportano alla fine ad una specie di "desacralizzazione" costante del lavoro che non lascia più spazio ad una certa fierezza d'uomo, perché il gesto umano, l'atto umano come tale, non è più richiesto» (riflessioni del sociologo P. Idiart, Masses Ouvrières, n. 178).

    Da questo primo sentimento deriva tutto un atteggiamento riguardo alla vita, all'amore, al divertimento: tendenza ad evadere, a rinunciare, più raramente a ribellarsi.
    Qualcuno cerca di uscire, senza ribellarsi: è la strada verso i corsi di perfezionamento, oppure il cambiamento del lavoro. L'uno e l'altro sono fonti più di delusioni che di riuscite.

    SENTIMENTO DI INSICUREZZA

    Secondo tratto di mentalità: il senso di insicurezza.
    Vi si possono individuare tre cause: la paura della disoccupazione, il salario insufficiente, la salute compromessa. Tutto un clima di paura circonda questa insicurezza: paura di compromettersi di fronte al capo o al padrone; paura di assumere delle responsabilità, perché si teme di perdere quel posto a cui si è attaccati.
    Questa insicurezza di fronte alla vita, di fronte all'avvenire personale o familiare è uno dei tratti caratteristici dell'ambiente operaio dalla sua nascita. Il «proletario» è colui che non ha altra sicurezza nella sua vita che le sue forze e i figli che mette al mondo. La condizione proletaria si è evoluta; vi sono delle «assicurazioni» per la vita, la malattia, o la vecchiaia. Ma «un fondo di insicurezza» rimane sempre; ad esso partecipa il giovane proveniente dal mondo operaio d'oggi.
    I ragazzi sopra i vent'anni risentono ben più vivamente questa insicurezza. Si trovano nell'età di «stabilirsi nella vita» e nulla appare loro sicuro. In queste condizioni la tentazione grande è di curvare la schiena, farsi dimenticare dagli altri o cavarsene da soli.

    COMPLESSO DI INFERIORITÀ

    Infine, progredendo in profondità: un senso di dipendenza e di inferiorità. Questa dipendenza è insieme il risultato di una insoddisfazione per il lavoro e la conseguenza di un certo tipo di subordinazione. In un certo senso, l'apprendista presso un artigiano o una collaboratrice familiare si sentono ancora più dipendenti dell'operaio o dell'operaia d'officina, perché la subordinazione al datore di lavoro non è condivisa con altri.
    Certe reazioni di collaboratrici familiari esprimono bene questo senso di impotenza e di rivolta interiore di fronte ad una inferiorità che non hanno meritato:

    «Generalmente, esse non amano il loro lavoro, non perché esso sia disgustoso, ma perché si sentono troppo al servizio di una "signora" o di una famiglia. Ogni piccolo lavoro, ogni piccolo gesto le mette in rivolta contro i padroni e di conseguenza contro il lavoro di collaboratrici familiari. Se il padrone lascia cadere il giornale sul pavimento dopo averlo letto, mentre potrebbe senza incomodo metterlo al suo posto, è Maria che deve raccoglierlo e metterlo a posto. Il "dottore" si fa lucidare le scarpe, in piedi, dalla collaboratrice familiare; potrebbe farlo benissimo da sé. Carla dice che la mancanza di libertà e dí distensione come l'isolamento, tutto ciò impedisce di amare il nostro lavoro; ciò che si fa non dà soddisfazione.
    Si scopre pure in esse un senso di inferiorità riguardante la loro professione. Maria ha fatto conoscenza con un ragazzo ma non ha voluto dirgli che era collaboratrice familiare. Angela partecipando ad un matrimonio ha detto al suo cavaliere di essere segretaria di un medico.
    E aggiunge: ci sentiamo inferiori agli altri. Ci si vergogna per le strade quando portiamo i bambini a passeggio. È il nostro valore umano che viene diminuito. La maggior parte riconosce tuttavia che se la loro professione fosse veramente organizzata, sarebbe una occupazione veramente femminile perché le prepara a saper organizzare una casa un domani» (da una monografia sulla vita delle collaboratrici familiari).

    Negli apprendisti presso artigiani, si ritrova questo stesso sentimento in un'altra forma: «convinzione di essere sfruttati» e «tutti sono contro di noi». Il «tutti» rinvia, da una parte al padrone che spesso abusa notoriamente della situazione di insicurezza della manodopera; e, d'altra parte, ai genitori che vorrebbero che i figli portassero del denaro al più presto o che, troppo felici di aver sistemato il ragazzo, sostengono incondizionatamente il padrone.
    In generale, questa dipendenza segna fortemente dei giovani che sono proprio nell'età della spinta vitale verso l'autonomia personale o coniugale. Questa autonomia essi hanno inevitabilmente tendenza a cercarla su di un piano affettivo e sentimentale dove, almeno lì, hanno l'impressione di ritrovare se stessi e di essere apprezzati per se stessi.

    RICCHEZZE DI QUESTI POVERI

    «Poveri» della vita moderna? Sì, ma i poveri hanno delle ricchezze a cui i ricchi non hanno accesso, o almeno vi accedono con più difficoltà.

    Accoglienza, cameratismo, solidarietà

    La vera ricchezza dei più sfavoriti è la banda, sono i compagni. L'accoglienza spontanea o organizzata, il cameratismo, il fatto di contare agli occhi di qualcun altro, di essere considerati da degli eguali in mancanza di esserlo da dei «superiori», sono risentiti come il grande, o meglio come il supremo valore.
    A volte dei ragazzi o delle ragazze in produzione dicono di amare il loro lavoro. Questo non ci deve stupire, basta andare un po' più a fondo. Essi spiegano la loro risposta: «L'ambiente è simpatico sul lavoro; ci si dà volentieri una mano gli uni con gli altri, ci si aiuta... ». E forse bisognerebbe aggiungere: «lo conto agli occhi degli altri e gli altri contano per me. Noi dominiamo, insieme e per questo stesso fatto, questo mondo dove la macchina e il produttore sono gli unici valori». Si può già parlare di solidarietà? Sì e no, a seconda dei casi, La solidarietà non è sempre un riflesso spontaneo, va al di là del fatto di essere compagni. Ma è raro che l'azione perseverante di un militante, di un gruppo, o un avvenimento particolarmente significativo non suscitino dei riflessi più o meno duraturi di solidarietà.

    Gioia della responsabilità assunta: essere qualcuno

    Altri valori: quello di una certa gioia nell'essersi assunte delle responsabilità. Non si tratta di regola di una facilità ad assumerne, ma della crescita interiore sperimentata e comunicata quando la paura delle responsabilità ha potuto essere superata nell'azione. E qui non si parla solo di pochi militanti, bensì di tutti i giovani che giungono un giorno o l'altro ad un'azione dove mettono il meglio di se stessi.
    In questo senso quel Movimento che propone loro di fare qualche cosa che non hanno ancora mai osato fare è per i giovani operai una speranza: li rivela a se stessi, e contemporaneamente rivela loro il valore degli altri. In quel momento scoprono un senso nuovo della loro vita.
    Loro che spontaneamente – proprio perché ne soffrono – sono così sensibili all'ingiustizia, diventano capaci di fare qualcosa per la giustizia, per un'intesa migliore, per un avvenire migliore. In una parola, sono diventati «qualcuno», una persona.

    Coscienza di una dignità

    È il senso della dignità dell'essere umano e del lavoratore. Ogni uomo normale aspira più o meno a mettere qualche cosa di sé nel suo lavoro. La vera definizione dell'operaio non è forse: colui che imprime un segno dello spirito umano nella materia (come pure in quella «materia vivente» che è la società globale, se si pensa al settore terziario) ? Egli desidera poi beneficiare del frutto del suo lavoro, attraverso un potere d'acquisto proporzionato ai prezzi, e delle possibilità culturali crescenti. In una parola, egli desidera «essere» ed essere una persona.
    Il fatto che il lavoratore sia frustrato su di una o sull'altra di queste legittime aspirazioni non impedisce che esse esistano, né che provi il bisogno di esprimerle e di condividerle – e ciò vale in modo particolare per il giovane.

    A CHE COSA ASPIRA QUESTA GIOVENTÙ OPERAIA?

    LIBERAZIONE DA CIÒ CHE IMPEDISCE DI ESSERE SE STESSI

    Il giovane che soffre del suo scacco attuale o intravisto, che si sente ingiustamente in stato di inferiorità, aspira nel profondo della sua coscienza ad essere liberato da ciò che gli impedisce di essere se stesso. L'apprendista manovale, il giovane delle scuole professionali che sa di avere come prospettiva un lavoro parcellizzato in officina, aspirano a una liberazione da questa specie di fatalità sociale collettiva che li condanna ad una professione priva di interesse.
    Il giovane che ha studiato e a cui hanno promesso che sarà un tecnico, si rivolta interiormente di fronte al lavoro senza iniziativa che «corona» troppo spesso i suoi successi scolastici.
    Lo stesso vale per il giovane operaio qualificato che guadagna un buon salario a 25 anni, ma sa già di essere arrivato al vertice della sua vita professionale.
    Esiste, soggiacente a reazioni e a mentalità diverse, un desiderio immenso di liberazione. Dal momento che il giovane non è totalmente uscito dalla adolescenza, questa aspirazione prenderà di volta in volta delle colorazioni differenti. Ma una delle caratteristiche di questa insoddisfazione operaia, è che essa finisce per coinvolgere tutta la vita. L'aspirazione che ne risulta è della stessa misura; e alcuni si stupiscono che i contenuti che si offrono generosamente a questi «ragazzoni» non soddisfino il loro desiderio di «vivere».
    L'aspirazione ad essere libero informa tutta la vita del giovane:
    • la vita di lavoro che non deve più generare dei «robot»;
    • il divertimento che non deve più essere programmato dagli adulti a scopi puramente speculativi;
    • la vita familiare, dove il giovane può essere ascoltato e compreso;
    • la vita religiosa stessa dove il giovane credente non accetta più la passività né il pensiero che la sua vita non ha nulla a che fare con ciò che preoccupa la Chiesa.
    Poco importa, inizialmente, che questa sete di liberazione sia sovente maldestra e sviante nella sua espressione. Essa è il punto d'appoggio umano di una speranza di salvezza: con essa, il giovane afferma già che in lui vi è qualcosa di più che quel che gli si permette di essere.
    Così pure questa aspirazione è collegata ad un bisogno di verità: aspetto più personale della medesima aspirazione a essere libero.
    Il giovane soffre della menzogna della società: della «menzogna ufficiale», come della menzogna convenzionale dell'adulto. Soffre della propria menzogna di fronte a se stesso.
    La giovane domestica che, al ballo, si sarà presentata come «segretaria di un medico» al suo cavaliere, rifiuta la sua menzogna così come rifiuta ciò che c'è di convenzionalmente umiliante nella sua situazione. Ed avrà doppiamente vergogna di essere ciò che è, ma anche doppiamente sete che quanto vi è di più vero in lei possa divenire tutta lei stessa. «Fare la verità»: per i giovani del mondo operaio è qualcosa di più di uno slogan, perché si rifà a quel medesimo desiderio di liberazione da tutto ciò che impedisce di essere se stessi: di esserlo di fronte agli altri come di fronte a se stessi.
    Ma «fare la verità» sulla vita, l'amore, il mondo, su se stesso, non vuole forse dire raggiungere in un certo modo quella «verità che rende liberi» (Gv 8,32)?
    La visibile gioia che illumina i giovani che hanno raggiunto – almeno parzialmente – questa verità di fronte a se stessi, ci fa già toccare con mano la conversione del cuore che apre la strada della salvezza.

    FRATERNITÀ UNIVERSALE E COMUNIONE

    Ma a qual fine essere se stessi, perché diventarlo se questa gioia non è condivisa? La delusione più violenta per un giovane operaio non è forse la solitudine in cui lo racchiude spesso il suo senso di inferiorità e di dipendenza?
    C'è la solitudine fisica di chi abita lontano dai suoi, dell'apprendista nell'artigianato, che genera una solitudine morale. Ma come non sentire anche la solitudine che coglie il giovane anche in mezzo alla folla? La giovane donna che entra per la prima volta in una grande fabbrica dove si agitano parecchie centinaia – o migliaia – di donne-robot, è sola, terribilmente sola: ha una paura quasi fisica.
    C'è la solitudine per l'ingiustizia subita perché non si hanno delle raccomandazioni all'uscita della scuola; e pure quella di sentirsi trattati come cose e non come persone.
    Ma «ciò che costituiva un peso insopportabile a portarlo da soli, diventa un'impresa esaltante il trasformarlo insieme». Ed è questa la seconda aspirazione di fondo che trasforma in gioia l'avvilimento della solitudine. I giovani che scoprono un giorno che non sono soli a soffrire un'ingiustizia o una mancanza di rispetto arrivano a comprendere la solidarietà. All'inizio, questa solidarietà sarà forse molto limitata. Giocherà per un breve periodo di tempo e su un aspetto limitato della loro vita. Ma, di colpo, essa si radica su qualche cosa di oggettivamente vero: uno stesso bisogno di giustizia, uno stesso desiderio che i più sfavoriti siano rispettati nei fatti e non solo a parole o a promesse. Proprio perché il giovane non porta solo il «suo» problema, diventa capace di scoprire quello degli altri.
    La fraternità nasce da una ricerca comune di giustizia e di rispetto. Ma essa era già – spesso incosciente di se stessa – una aspirazione di tutto il suo essere.
    E proprio là noi vediamo il giovane del mondo operaio ritrovare – in un processo spesso personale – questo grande valore della solidarietà operaia. Egli non la crea, perché è iscritta al profondo del suo essere, insieme come reazione istintiva e come aspirazione di classe. Ma l'estensione attuale del mondo operaio, e talora una certa fluidità esteriore di questo mondo le cui frange esteriori si confondono con altri strati sociali fanno sì che egli dovrà spesso scoprire, in un cammino molto personale, ciò che l'appartenenza ad una classe ha già impresso nella sua mentalità profonda. Degli avvenimenti operai – o anche degli avvenimenti politici, che concernono l'insieme di una nazione o dell'umanità – verranno d'altra parte ad accelerare, in un certo numero, l'espressione collettiva di questa aspirazione alla solidarietà: lo sciopero del '69, la guerra nel Vietnam, ne sono stata la prova palpabile per dei giovani del mondo operaio sul lavoro o nella scuola.
    Il bisogno di donarsi in un agire che è espressione dell'essere, rafforza questa aspirazione. Assumersi delle responsabilità – agire – non è solo un bisogno dell'individuo che vuole esteriorizzarsi: è il desiderio di essere con gli altri e per gli altri.
    Quando si discute, quando ci si accorda per agire, quando si organizza insieme un campeggio estivo o una protesta con il capo, il senso della solidarietà diventa una solidarietà in azione. E, per questo stesso fatto, la comunione delle persone guadagna in intensità.
    Ma, prima ancora che questo sia realizzato, esiste una aspirazione nel cuore di questi giovani su cui non si fa abitualmente affidamento per organizzare, per «condurre liberamente» la loro vita.
    Se questi medesimi giovani, al di là del ristretto ambiente di vita, hanno la possibilità di scoprire ciò che costruisce la società e il mondo, attraverso contatti veri con dei rappresentanti di altre categorie, di altre nazioni o razze, la fraternità si apre progressivamente a dimensioni universali. Ma, anche qui, la aspirazione a vivere questa comunione il più largamente possibile è preesistente; tanto più quanto più il giovane soffre di essere racchiuso in un quadro di vita che non gli permette di essere pienamente se stesso con tutti. La solidarietà operaia non ha forse avuto sempre questa specie di tensione verso l'universale che non è incompatibile con certe tendenze a ripiegarsi su se stessi dove nazionalismo e razzismo possono facilmente interporsi?

    TROVARE UN SENSO ALLA PROPRIA VITA

    Nella misura in cui questi giovani del mondo operaio non hanno ancora fatto questo passo che li condurrà verso la liberazione e la fraternità, la loro vita manca di senso e di gusto: «A che vale vivere e per che cosa?».
    Certo, non mancano degli anestetici che impediscono di sentire questi problemi e che aiutano a sopravvivere. È facile stordirsi, anche se non si hanno i mezzi per rifarsi nei divertimenti. È facile fare all'amore se non si è imparato ad amare. Ma rimane l'aspirazione a scoprire il senso, il «perché» di ciò che si fa e attraverso questo la speranza di ciò che si vive.
    Liberarsi dagli ostacoli che impediscono di essere se stessi; scoprire in una solidarietà universale la gioia di una comunità con gli altri; trovare in tutto ciò – e in Dio – il senso della propria vita per essere capaci di donarla invece che di subirla: queste sono altrettante aspirazioni della gioventù operaia.
    Esse possono esistere anche in ogni uomo, qualsivoglia siano la sua età e la sua classe sociale. Ma quello che caratterizza la gioventù operaia è che li vive in un contesto di vita in cui l'affermazione di se stessi e di «voler essere» con gli altri si sperimenta all'inizio in un sentimento di inferiorità e di dipendenze subite.
    Ogni dialogo, ogni azione di salvezza, per essere veri, dovranno necessariamente raggiungere il giovane nel profondo della sua insoddisfazione, poiché è là che si origina la sua speranza. Ogni espressione collettiva di un «movimento di salvezza» dovrà appoggiarsi su queste aspirazioni profonde della gioventù operaia, se vuol costruire sulla roccia e non sulla sabbia.
    Tutta la vita dei giovani del mondo operaio deve essere salvata in Gesù Cristo.



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