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    L'animatore, una persona



    Luciano Cian

    (NPG 1980-1/2-48)


    L'ANIMATORE PASTORALE «NUOVO»

    Penso all'animatore pastorale come ad una persona che, fedele a Dio e all'uomo (RdC 160), nasce dalla comunità, vive nella comunità, serve la comunità cristiana.
    L'animatore maturo come persona e tecnicamente capace non si improvvisa, ma si prepara, seguendo alcune linee di sviluppo per far emergere eventuali disposizioni innate e favorirne altre da acquisire in rapporto ai bisogni della comunità cristiana in cui opera. Sembra utile confrontarsi con un profilo dell'animatore «professionista». Alcuni cenni rapidi possono diventare un utile riferimento per valutare la realtà di cui ognuno ha esperienza e promuovere iniziative di formazione aderenti al proprio ambiente.
    È un testimone, un segno visibile di quanto la sua vita sta sperimentando, una realtà che suscita interrogativi perché unificata dalla certezza di essere salvato.
    È un educatore che accoglie e condivide, che sceglie il campo dell'educazione per farsi suscitatore di energie e di vita in sé e nei piccoli.
    È un maestro, già discepolo del Signore, a cui urge comunicare in fedeltà ai destinatari quanto i suoi occhi hanno visto e le sue orecchie hanno udito, attraverso la catechesi, la scuola, le associazioni ed i movimenti.
    È un coordinatore e primo responsabile della gestione globale di una comunità o di un gruppo le cui svariate esperienze rientrano in un progetto unificatore, promosso dalla convergenza, dalla collaborazione e corresponsabilità di quanti sono già disponibili o si preparano ad esserlo in settori particolari.

    L'animatore come testimone

    L'animatore testimone vive un'autentica e solida esperienza di relazione con Dio; è talmente luminosa e chiara da essere facilmente visibile e leggibile da tutti senza equivoci. Essa suscita interrogativi, curiosità, ammirazione e quindi molti vi attingono luce, certezza, forza, libertà, gioia. L'unico suo problema è quello di essere testimone vero, di orientare il proprio comportamento verso il messaggio e la persona a cui crede (Cristo) senza finzioni, di esprimere nel suo volto la gioia, l'umiltà, la semplicità, il desiderio di vivere più a fondo l'esperienza ricercando nuova luce, la libertà dai condizionamenti del «mondo»: consumismo, moda, sesso, denaro, arrivismo, lusso. Il suo problema principale è quello di esprimere la speranza, la fede e l'amore dentro la vita della comunità, nella liturgia, nei rapporti amichevoli e cordiali, nel dialogo con le famiglie, con i gruppi appoggiando le loro attività. Certo sono d'aiuto anche qualità particolari: la conversazione brillante, l'ampia cultura, l'acutezza di percezione e comprensione dell'animo umano, la forza della persuasione...; ma ciò che conta di più è il suo essere «segno» di salvezza, ben visibile nella gioia di aver creduto all'amore di Dio vissuto dentro il suo quotidiano.

    L'animatore come educatore

    L'educatore credente è una persona che intende sviluppare le energie che già si trovano nell'intimo di ognuno e che attendono di trasformarsi in slancio vitale, consapevole, linfa di tutto l'essere per condurlo verso la pienezza, l'armonia, l'unità, la salvezza. È un orientatore in quanto sostiene il processo evolutivo di tutta la persona verso ciò che le è più connaturale: il vero, il bello, il bene contro tutto ciò che è falsità, cattiveria, deformazione dell'essere (egoismo, prepotenza, gelosia...), miraggio dell'assoluto (danaro, sesso, potenza delle cose, dominio sugli altri, carriera, progresso tecnico, consumismo...).
    È un liberatore dalle potenze di questo mondo e dalla schiavitù delle cose perché abitua al senso critico, alla valutazione di ciò che unisce gli uomini e di quanto in ogni cuore c'è di positivo. Si adopera senza orgoglio per essere un «modello vivo» per gli altri, per i «piccoli» in particolare, sapendo che quanto più è loro vicino tanto più suscita ammirazione, imitazione, desiderio di incontro e confronto, bisogno di una parola, di uno stimolo e di un consiglio, impegno ed assimilazione di valori. Non è breve, oggettivamente, la lista dei tratti che un modello vivo dovrebbe coltivare in sé: autonomia nelle scelte e decisioni, imparzialità nel giudizio, autocontrollo, fiducia in sé, ottimismo, capacità di rapporto e ascolto, gioia ed entusiasmo, espressione chiara e corretta, semplice e cordiale, tenerezza e pazienza, capacità di comprensione profonda della psicologia delle persone, adattabilità alle situazioni variabili. e alle esigenze del momento, senso dell'humor, spirito di iniziativa... In ogni caso il modello più caro e più atteso è la persona che ama. All'amore tutti sono sensibili e ad esso le persone si volgono come il fiore verso il sole e la luce: l'amore lega insieme le persone, le fa volgere l'una verso l'altra nell'incontro, nell'aiuto reciproco, le fa evolvere al di là delle tentazioni di dominio autoritario o di soggezione. È invece controproducente l'educatore esageratamente ansioso, pessimista, diffidente, sfiduciato, eccessivamente emotivo, egocentrico e narcisista, iperaffettivo, troppo critico, inquieto. Se l'educatore cristiano vive intensamente la sua fede nel Signore, se l'amore diventa la molla del suo impegno educativo, se accetta di purificare la sua vita dalle scorie dell'immaturità allora la sua azione pedagogica si riempie di speranza educativa e teologale. Speranza vuol dire pazienza verso quanti crescono lentamente senza forzare il ritmo e premere perché ciò avvenga più rapidamente; speranza significa far posto agli altri, a Dio, ritirarsi in tempo, attendere, rispettare l'azione dello Spirito Santo nel cuore di ogni persona, non invadere il campo con eccessive premure, tacere e rispettare un silenzio, accogliere un «no» senza scoraggiamento e depressione, accompagnare coscientizzando il positivo, con l'umiltà che nasce dalla consapevolezza che ogni persona è un mistero più grande dei nostri schemi e che perciò non sempre si è in grado di capire ed aiutare a risolvere i suoi problemi. La speranza fa assumere ogni evento educativo come un dono di Dio e un dono per gli altri che bisogna capire prima di giudicare, guardandosi bene dal limitare o condizionare o devastare o anche solo rimpicciolire perché essa può nascondere qualcosa di vitale da favorire, allargare, amplificare, rivelare. La speranza non rinforza paure, turbamenti con proibizioni e sensi di colpa esagerati perché ha come obiettivo la formazione di una coscienza retta ed aperta al bene, all'amore, alla gioia di vivere, al senso di responsabilità; né sfrutta la religione come mezzo educativo per imporre comportamenti previsti, ma come una «proposta» che viene dall'alto, dall'amore di Dio alla libertà dell'uomo, la quale se creduta ed accettata, ricercata e vissuta conduce verso «un più» di essere e di vita.

    L'animatore come maestro

    Quando l'animatore è anche insegnante o maestro sente il bisogno di qualificarsi a livello di contenuti e di metodi. È allora una persona la cui vita ha accostato i temi fondamentali della fede, le ha dato un senso pieno dentro la grande storia della salvezza che conosce quanto basta per desiderare di farne partecipi quanti avvicina nel rapporto educativo-didattico; rivaluta la tradizione ecclesiale ed ama la vita, il mondo, gli uomini nel contesto culturale di oggi cercando spiegazioni, verifiche e confronti per un giusto discernimento; annuncia la «buona notizia » del Vangelo ampliando il bagaglio teologico-biblico, psico-sociologico e metodologico-didattico; non si considera mai di ruolo, un maestro «installato» nel «posto» di lavoro ma un apprendista, un ricercatore, uno sperimentatore che ha bisogno di stimolare, suscitare, far evolvere, rendere noto, chiaro ed esplicito ciò che è oscuro, indistinto e confuso; presta attenzione ad alcuni punti-fermi o leggi della psicodidattica:
    - la legge dello sviluppo: ogni alunno apprende secondo il suo ritmo evolutivo che deve essere rispettato ed accompagnato senza forzature;
    - la legge dell'organizzazione gerarchica: si comprende meglio ciò che è organizzato in unità, secondo una scala ed una gerarchia. Dopo una analisi occorre fare una sintesi che colloca gli elementi al loro posto dentro un quadro che li definisce. Elementi nuovi vanno inseriti e collocati nell'insieme che viene eventualmente riorganizzato;
    - la legge della globalità: idee, fatti, realtà diverse vanno collegati e posti in relazione con la idea, il fatto, la realtà da cui derivano e alla quale si richiamano;
    - la legge della motivazione: l'alunno impara bene ciò che apprende volentieri, con piacere, con amore e con interesse; ciò che dà gioia, che allieta, che suscita emozione, che trova rispondenza dentro di lui nel fondo del suo cuore diventa con facilità patrimonio definitivo della sua vita;
    - la legge della totalità: l'insegnamento intellettualistico-nozionistico (di tradizione illuministica) è povero di risultati perché non coinvolge tutta la persona, i suoi sensi, la fantasia, la creatività. Ciò invece che prende tutta la persona perché tocca la vita, perché è per lei «significativo», questo l'attrae e la trascina anche in realizzazioni pratiche, da protagonista;
    - la legge della collaborazione: in un sistema educativo in cui molte persone si occupano di determinati alunni bisogna che tutti gli educatori facciano un blocco unico per non favorire squilibri, disorientamenti, conflitti. Questo è facilitato là dove le forze convergono attorno ad un progetto minimo, possibile, concreto e condiviso;
    - la legge dell'ambiente piacevole: il rapporto è più facile e fruttuoso in un ambiente vivo, partecipato, attivo, pulito, arioso e luminoso, sereno e festoso, caloroso e simpatico. Anche l'apprendimento risulta avvantaggiato;
    - la legge della comunicazione profonda: la comunicazione non è sempre spontanea ma può essere facilitata dal tipo di attenzione che il maestro presta all'alunno, dal rispetto che intrattiene per la sua persona, dall'espressione di amore che adotta. Non è certo facilitata da un'incontro-conferenza-predica verbalistica e passiva. L'interazione matura dentro una sequenza circolare di domande, ascolto, risposte, eventuali rinforzi alle risposte, approfondimento, nuovi stimoli. Anche il maestro deve accettare di essere interpellato, di non deformare il rapporto tra parola ed ascolto, tra la quantità di interventi suoi ed interventi degli alunni. Purtroppo la didattica odierna è quasi del tutto concentrata sulla sua persona di maestro;
    - la legge della vita: il primo bisogno di ogni persona è quello di «vivere» ed anche i contenuti trasmessi o ricercati insieme hanno lo scopo di entrare nell'intelletto come valore per suscitare ed alimentare la vita. Sapere per comprendere, per gioire, per amare, per essere se stessi, per agire, per porsi in un itinerario di incontro con Dio, di abbandono alla sua volontà, di conformazione a Cristo, di solidarietà nella Chiesa, di vita nuova nel mondo. La conoscenza è destinata a promuovere «la letizia dell'incontro e la continua esigenza di ulteriore ricerca; la compunzione per l'infedeltà e il coraggio per la ripresa; la pace della scoperta e l'ansia di nuove conoscenze; la certezza della verità e il costante bisogno di nuova luce» (RdC 17).

    L'animatore come coordinatore

    L'animatore è il coordinatore delle iniziative che hanno come scopo la promozione umana e l'evangelizzazione della sua comunità. Per attingere questo scopo sono necessari incontri, momenti organizzativi; si devono risolvere problemi di tipo economico; occorrono strutture anche edilizie; sono sempre più frequenti le relazioni con enti, associazioni, persone autorevoli, contatti con amministratori pubblici...
    Potrà l'animatore fare da solo tutto questo, personalmente? No certo; dovrà accettare di farsi aiutare da collaboratori ed esperti di settori a cui affida, con fiducia, zone di interesse particolare accettando a volte errori e rischi, la possibilità comunque di un cammino di maturazione anche in loro. Al coordinatore spetta dedicarsi alle persone, alla loro crescita come membri di un gruppo, alla attuazione del progetto comunitario che tutta la comunità come insieme sta vivendo. Senza questa attenzione alla corresponsabilità effettiva, la sua persona può cessare di essere animatrice perché può capovolgere le priorità dedicandosi prevalentemente alle cose mediante l'attivismo nevrotico che crea distanze, suscita incomprensioni, elimina qualsiasi possibilità di fissare lo sguardo calmo e disteso sui problemi personali. L'animatore «factotum» che ha tra le mani mille impegni, la scrivania piena di cose e di carte, preoccupato e teso perché non riesce ad arrivare a tutto avrà sempre più difficoltà a lavorare nella concentrazione e nell'approfondimento, a pregare, a pensare; sarà dispersivo ed inavvicinabile, sempre di corsa e senza il gusto per un incontro profondo con una persona che lo interpella; difficilmente si lascerà interpellare e considererà tempo perso gli incontri, i silenzi, gli spazi dati alla lettura e alla discussione, i momenti di festa e di comunione. Perderà a poco a poco di vista il globale per la rincorsa del frammentario e del settoriale, le grandi linee del progetto per le piccole ed emozionanti realizzazioni che possono dare prestigio alla sua persona o al gruppo.
    L'animatore che coordina come primo responsabile l'insieme della comunità, con la prevalente attenzione alle persone rispetto all'interesse per le cose, è un suscitatore di energie, un ricercatore di collaborazione, un uomo di comunione e di incontro; una persona che lavora facendo agire tutti secondo le possibilità e le competenze di ciascuno. Di questi animatori hanno bisogno le attuali comunità cristiane e religiose, come anche le strutture educative, scolastiche, pubbliche o private.

    Lo stile di animazione

    Conversando spesso con gruppi di educatori ed animatori (insegnanti, catechisti, sacerdoti, giovani coppie, capi di movimenti...) il discorso cade con facilità su questo argomento nel quale tutti di primo impulso credono di ritrovarsi; ognuno si ritiene caratterizzato dalle qualità migliori del testimone, dell'educatore, del maestro, del coordinatore. Molti però sono animatori soltanto a livello di buone intenzioni perché di fatto gli atteggiamenti di fondo che ognuno intrattiene e manifesta sono spesso diversi da quelli che vorrebbero rivelare.
    Abbiamo più volte sottoposto gruppi di animatori ad un esame degli atteggiamenti secondo alcuni stili globali che più spesso si riscontrano. I risultati sono sempre stati poco confortanti: 1 su 10 vive, a livello di struttura personale di base, l'atteggiamento democratico ed empatico il quale, a nostro modo di vedere, è lo stile dell'animazione riuscita. Purtroppo gli stili di animazione più ricorrenti sono meno positivi.

    Lo stile autoritario e direttivo

    L'animatore è sempre tentato di imporre il proprio pensiero e di non sentirsi mai un vero membro del gruppo, ma una persona che nel gruppo ha più autorità, che può dire una parola conclusiva. Ha il potere di imporre o una sua idea o di avallare e far passare quella di un membro del gruppo che più gli piace o gli mostra simpatia. Spesso lo fa in modo brutale, altre volte in modo bonario o manipolando paternalisticamente.
    Le conseguenze nel gruppo sono: il silenzio, la paura di esporsi, l'appiattimento, l'insofferenza, la tensione.

    Lo stile manovratore e manipolatore

    È simile al precedente con la differenza che gli stessi risultati sono ottenuti mediante un percorso più lungo, più tortuoso, meno vero perché più mascherato. Più difficilmente appare il vero fine di una frase, di un incontro, di un accordo, di una proposta perché il manovratore prevede l'obiettivo da raggiungere e, da solo o con i fedelissimi, forza le vie e i passaggi intermedi per attingerlo. Tutto ciò richiede abilita ed ingegno; nel gruppo si può anche creare una certa coesione ed una pace sostanziale. Ma è certo che prima o poi scoppieranno malcontenti, accuse, pettegolezzi, critiche, irritate prese di posizione. Il gruppo finisce per dire e fare ciò che dice e si aspetta l'animatore; ma le sue energie non sono messe a disposizione in modo veramente produttivo. È possibile che tutta la faccenda scoppi nelle mani dello stesso animatore e che si trovi alla fine solo e deluso.

    Lo stile democratico non-direttivo

    È piuttosto positivo nel gruppo di persone mature perché favorisce l'intervento libero di tutti i membri, permette che ci sia un confronto, fa discutere le decisioni; ognuno può esprimere il proprio parere come l'animatore esprime il suo senza farlo pesare. È uno stile che favorisce la liberazione del pensiero ma che rivela, spesso nel momento della decisione, qualche punto debole perché quando si tratta di fare una sintesi e di passare all'azione, tutti hanno care le proprie idee, le proprie conclusioni. È inevitabile il gioco della maggioranza-minoranza con necessaria perdita di forza del gruppo, forza che avrebbe nel momento in cui viene costruita l'unita nel pluralismo di possibili conclusioni anche divergenti. Il gioco della maggioranza-minoranza logica componente all'interno della società civile e politica, nella comunità ecclesiale pone qualche problema specie la dove la maggioranza non è matura perché tende a schiacciare la minoranza o dove questa dà origine a movimenti di correnti, di pressione, di accaparramento di posti e di poteri che minacciano la coesione, l'efficacia nell'apostolato tradendo la dialettica della vita e dell'amore.

    Lo stile empatico e comprensivo

    È proprio di una persona umanamente matura, capace di fare attenzione alle persone e di comprenderle dal profondo, di rispettarne l'autonomia rifuggendo da qualsiasi manipolazione perché non si possono manipolare le persone come si manipolano le cose, di comunicare profondamente con tutti i membri del gruppo con calore ed esprimendo affetto, amore e tenerezza, coerenza e decisione. Il gruppo animato da persone così è molto dinamico; ha tutte le energie di tutti i membri disponibili per un progetto. Con facilità i possibili malintesi vengono chiariti poiché le persone si sentono valorizzate, stimate, rassicurate ed insieme libere di acconsentire, dissentire, sapendo che la serenità generale del gruppo vive ugualmente e la vita interna evolve anche dentro le inevitabili piccole tensioni quotidiane, del tutto sopportabili perché chiarite e coscientizzate senza paura. L'animatore è anzi colui che promuove con maggiore interesse tale chiarificazione e la partecipazione di tutti lasciandosi a sua volta criticare ed interpellare. La sua è sempre una presenza di comunione profonda. Lo stile empatico assicura veramente l'evoluzione del gruppo e delle persone che attingono singolarmente e comunitariamente il massimo bene loro possibile.

    L'ANIMATORE PASTORALE SI RINNOVA

    Il cambiamento e l'innovazione hanno significato ed efficacia pratica se si fondano sull'osservazione di ciò che è costitutivo della natura dell'uomo, sull'esperienza e l'analisi di essa fatta dalla ricerca scientifica, dalle scienze deontologiche (o dei fini), analitico-descrittive e metodologico-strategiche per mettere a disposizione dei dati per chi intende ridefinire la propria vita anche sotto il profilo dell'animazione pastorale e religiosa.

    Il cambiamento è un'esigenza vitale

    Un dato certo è questo: la vita umana è soggetta a continuo cambiamento. È un'esperienza di tutti perché legge di natura. Essa ha dei ritmi biologici, psicologici, affettivi, spirituali in cui coesistono stimolazioni che spingono in avanti ed inibizioni che regolano il movimento moderandolo, affinché i livelli di equilibrio ogni volta raggiunto non significhino stasi o stagnamento o disarmonia ma persistenza nell'evoluzione ritmica della vita. Essa è possibile là dove l'impulso attivatore ha la prevalenza sulle forze moderatrici. Chi riflette anche in modo non approfondito sulla natura umana coglie una struttura deputata alla stimolazione dei processi di crescita ed un'altra struttura antagonista che mantiene l'equilibrio regolando la spinta in avanti affinché non risulti caotica o eccessiva; la prima attiva ritmicamente la vita da tutti i punti di vista (fisico, psichico, affettivo, culturale, spirituale...) spingendola verso l'acquisizione di nuove forme espressive; la seconda inibisce con altrettanta ritmicità provocando resistenze, continui aggiustamenti ed arresti parziali per restaurare le energie consumate nello sforzo verso lo sviluppo, consolidare i risultati ottenuti nella fase attiva, preparare altre possibilità per il futuro.

    Tra attivizzazione e inibizione

    Il rapporto tra attivizzazione ed inibizione spesso risulta tutto a vantaggio dell'inibizione. È una situazione frequente, sofferta e non facile da vivere; i sintomi di allarme, per esempio le paure, sono esagerati, troppo forti a volte poco consistenti ma vissuti in personalità fragili che sono portate a sopravvalutare ogni impressione, ogni emozione, ogni difficoltà. Si pensi ai danni che provoca la paura di sbagliare, oppure la percezione negativa di sé in rapporto a qualsiasi prestazione, oppure alla paura del giudizio altrui. Sono meccanismi difensivi che possono anche raggiungere le soglie del patologico ed elevare a tal punto il malessere interiore, l'inibizione, il blocco delle energie vitali da «fissare» l'evoluzione (fissazione) o farla «regredire» (regressione) verso fasi precedenti. In questo caso il sistema inibitorio ha un significato di morte, o di sofferenza, o di chiusura, la vita rimane schiacciata ed oppressa fino a perdere completamente il suo significato globale; la persona entra precocemente in un processo di invecchiamento e di dissoluzione, di disperazione e di disintegrazione dell'io.
    La forza prevalente dell'inibizione si consolida in contesti educativi iperprotettivi ed autoritari, poiché essi impediscono il contatto con la realtà e non stimolano al progresso malgrado le incognite. Il processo educativo non prevede in questi casi l'orientamento del piccolo d'uomo verso l'autonomia, l'ampliamento delle conoscenze del mondo e di se stesso, la soddisfazione nel bisogno di amare e di essere amato in rapporti interpersonali profondi, la costruzione di un progetto di vita personale, aperto al trascendente, pieno e libero dalla schiavitù delle cose, dalla fatica superiore alle sue forze, dall'egoismo e dal peccato per progredire verso forme di civiltà ispirata alla dialettica della libertà e dell'amore-dono di sé.
    In questo caso il processo educativo è tutto predeterminato a priori, previsto nei comportamenti e regolato da leggi ferree, precise, da ordini e disposizioni che non consentono l'apertura, l'industriosità, la produttività , il movimento. Sensi di colpa, inferiorizzazioni, diffidenza, assenza di dialogo, rigidità di rapporti: queste le conseguenze di una dinamica inibente continuata per lungo tempo.
    Quando invece il rapporto tra attivizzazione ed inibizione è bene regolato allora il processo educativo è condotto con proporzionate stimolazioni, assecondato, messo in grado di far esprimere la persona, creare, maturare, sviluppare le sue energie secondo le esigenze della verità, della bontà, della giustizia. L'educatore rimane accanto al piccolo d'uomo non per eliminare i rischi della crescita ma per calcolarne il peso in rapporto all'età, con una forte disponibilità al dialogo e alla ricerca umile e continua. Allora il rapporto è concepito in termini di promozione integrale della persona, di sostegno di ciò che già esiste come germe nel cuore di ognuno, di prevenzione dai pericoli gravi nella convinzione che è meglio intervenire prima che curare poi le ferite di occasioni che possono avere per sempre devastato la vita e l'essere. È verso questo armonico rapporto che conduce, ad esempio, lo stile educativo di Don Bosco, meglio conosciuto come «sistema preventivo».

    I conflitti si riverberano nel servizio dell'animatore

    L'animatore serio e responsabile, oggi non vive tanto pacificamente la sua condizione di servizio; coglie le istanze e le problematiche che il suo impegno pone, è consapevole di alcune incognite: quale modello di uomo sto diventando io stesso o sto promuovendo nelle persone di cui mi occupo? Alterno momenti di attivizzazione e di spinta in avanti con momenti di ricerca, di riflessione umile e paziente, di preghiera, di analisi? Quali esiti avranno questi miei gesti, queste scelte, queste linee di lavoro? E quando si vedranno dei risultati: a breve o a lunga scadenza? Quali atteggiamenti sto consolidando nel cuore dei piccoli o dei giovani con il mio impegno di animazione? Nel caso io stia sbagliando qualcosa che confronti e verifiche prevedo? Potrò tornare indietro e correggere la rotta?
    Come si può costatare, è tutto un lavoro per il futuro senza che il futuro sia chiaro. In questo caso l'animatore saggio sa fermarsi, ascoltare, ponderare, autocriticare, chiedere consiglio, pregare e piegare le ginocchia davanti a Dio nella contemplazione per rivedere ciò che fa, le metodologie che usa, soprattutto se vive il senso della scoperta e della ricerca della realtà e della vita, affinché la vita e l'essere delle persone in costruzione evolvano secondo i loro ritmi. L'animatore controlla perciò il proprio sistema di attivizzazione-inibizione per non bloccare quello degli altri, per dare il via alla creatività e all'immaginazione sorretta dalla scienza, senza tuttavia esservi fedele in modo rigoroso perché il progetto che porta avanti è un incontro libero con la vita che è più ricca e profonda dei dati osservati; per andare verso la realtà così come è, nella quale il suo lavoro si incarna per renderlo più facile, chiaro, rapido ed efficace; per guardare verso il futuro poiché ciò che compie con assiduità ed impegno esprime un'intenzione, un andare verso mete non del tutto impreviste, quasi anticipate, tra accelerazione e moderazione, nel rispetto della legge dello sviluppo e del progresso.
    L'animatore deve guardarsi bene da un'attivizzazione delle spinte in avanti esagerata, progressista ad oltranza. Quante volte dovrà fare marcia indietro poiché la violenza ai ritmi di crescita è come un «boomerang» che può ribaltarsi contro, al di là delle sue stesse intenzioni, provocare esasperanti tensioni e lacerazioni; ciò che si fa contro la natura non si fa impunemente. Qui non si vuol dire che a volte, spesso, non si debba contestare ed accelerare il ritmo della storia poiché vi sono casi che lo richiedono, là dove l'inibizione più solida del dinamismo attivizzante; in questo caso occorrono coraggio, lealtà, rettitudine e anche senso del rischio. Si vuol dire piuttosto che la contestazione e l'impulso verso il futuro hanno esiti positivi, anche quando esprimono un'apparente forzatura del ritmo, allorché partono da una profonda esperienza di cambiamento, di evoluzione paziente, di rinnovamento e di conversione radicale dello stesso animatore.

    Quale cambiamento?

    L'animatore non deve essere una persona che ha paura di rinnovarsi e rinnovare le strutture per renderle più idonee ad attivare la vita che intendono promuovere; in funzione di essa infatti sono state volute e concepite. Ciò vale anche nell'educazione alla fede, settore non sempre ben definibile a livello di concretezza perché fondato sul mistero e la speranza, dimensioni accessibili sulla base di particolari predisposizioni all'accettazione dell'insicurezza, del rischio, dell'incognita.
    Senza questa spinta, che preme sul futuro più che sul passato, sulla speranza più che sulle certezze, l'animatore può cadere nel rischio di difendersi, chiudersi, assumere un ruolo conservatore per ritrovare sicurezza per sé, ritornare al passato, rivivere l'infanzia «felice» perché protetta dai genitori, dalle istituzioni, dalla società che sui fanciulli si intenerisce (ma poi li tradisce, togliendo loro le prospettive di crescita e di speranza, racchiudendoli nei limiti angusti dell'immanenza e dell'utile, del benessere, della libertà senza regole e valori, delle ideologie). Allora non affronta le incognite del rinnovamento perché deve rinunciare a molti comportamenti abituali che sono automatizzati, deve rinunciare a molte «idee e «certezze» le quali in realtà sono opinioni codificate nell'uso e che hanno perso il valore di certezze-stimolo. La situazione può così diventare drammatica: l'animatore si scopre lontano dal suo tempo, dai giovani, incapace di fare un cammino insieme a loro con competenza (da «cum-petere» = andare insieme verso); non ha più voglia di pensare, progettare, verificare; diventa una persona che porta gli altri verso «il piccolo» mondo della sua visuale stretta, perentoria nei giudizi, rigida ed inflessibile, intollerante, severa nella valutazione dei comportamenti e delle intenzioni altrui. La paura del nuovo, quando diventa irragionevole ed esasperata, razionalizzata e difensiva, senza discernimento non ispira più il cambiamento, non ha nessuna forza aggregante se non nel momento in cui anche altri come lui sentono la attrattiva della censura che rimuove il naturale bisogno di migliorare. Essa utilizza lo schermo delle «certezze» e dell'ortodossia per impedire la ricerca, l'analisi e la lettura profonda della prassi illuminata dalla dottrina.
    È quotidiana l'esperienza che certezze, oggi, se ne danno per scontate in sempre minor numero nel campo educativo e pastorale. Gran parte del nostro vivere si fonda sulla speranza, la quale per divenire idea-forza e guida verso l'evoluzione deve affrontare il rischio dell'incognita, altrimenti non è più speranza. Il messaggio cristiano contiene in sé la speranza come sintesi, la più elevata, del riconoscimento della legge naturale dello sviluppo sul piano psichico, affettivo e spirituale-religioso.
    Occorre allora continuare a rivedere le posizioni interiori, le metodologie, le strutture portanti delle istituzioni perché l'animazione, che è indispensabile, non si collochi come rinforzo dell'involuzione, nel rifiuto di considerare il buon rapporto tra elementi frenanti ed elementi attivanti. Fortunatamente, anche quando l'animatore è fermo, o conclude la sua azione nella direzione non promuovente, la vita procede, anche nel caso in cui sembra ristagnare; il cammino però risulta più tortuoso ed insicuro, complicato da perdite di tempo e di energie, errori, freni, soffocamento della creatività e dell'apertura gioiosa verso Dio e gli altri. Non sempre l'animatore è «conservatore». È spesso costruita ad arte l'immagine del «conservatore» da chi propone riforme frettolose, emotivamente seducenti ed affascinanti, da chi ha fretta e vorrebbe vedere subito e tutto diverso secondo i propri schemi. L'animatore «progressista» (utilizziamo termini che impoveriscono la realtà e al limite sono anche ingiusti) manca di speranza quanto il «reazionario».
    L'animatore si rinnova se ha fiducia nel futuro e non ripiega dopo i primi insuccessi; occorre reintegrare il discorso fra le due tensioni ed ascoltare entrambi, con la volontà precisa di trovare soluzioni anche diverse sul piano pratico, più adatte, lasciando aperte possibilità nuove. Ciò che è importante forse è dare meno valore alla scelta «comportamentista» (esigere determinati comportamenti) e più importanza alla scelta «motivazionale» (al sistema di convinzioni di fondo) poiché contano di più le convinzioni che i precetti, la sostanza che le apparenze.

    Ritrovare la speranza

    Che cosa nascerà da presenze animatrici nuove ed aperte al rinnovamento? È difficile saperlo; ma certamente si andrà sviluppando un movimento di riavvicinamento alla «speranza» che è la legge biologica che muove il mondo: il quale va avanti senza sapere dove arriverà e con esso dove andrà l'uomo. La «speranza teologale» aggiunge elementi di certezza più ampi a questa legge di natura, va oltre i confini determinati dalla eredità del passato ed ispirati alla paura del nuovo; è un sentimento, una virtù, una certezza che sa che il mondo, la storia, l'umanità hanno un senso e che nulla andrà perduto di quanto il Padre ha consegnato a suo Figlio che ricapitolerà in sé tutte le cose; è un dinamismo interiore calmo e pacificante che non attende risultati immediati, che accetta la sfida dell'apparente «non senso» della croce; sa infatti che il rinnovamento e la salvezza del mondo si attuano già nel «Redentore dell'uomo», il Cristo, ma non sono ancora compiuti, che ci vorranno millenni per consegnare al Padre un'Umanità Nuova, quella che supera i limiti dell'inventiva dell'uomo stesso, delle sue scoperte e dei suoi sforzi. La speranza è uno slancio vitale profondo, un'energia che impegna in una continua ricerca di Dio, del religioso autentico, che va perciò oltre la conoscenza delle passate e presenti generazioni per attingere ulteriori e sconosciute possibilità. Crede nel flusso di vita in continua espansione.

    ANIMATORI «NUOVI» SI DIVENTA

    L'animatore non nasce confezionato su misura per il servizio che lo aspetta o che sceglie con una opzione personale verso i suoi 18-20 anni o più avanti o prima; è una persona che matura a poco a poco, nella consapevolezza delle qualità che intrattiene e che può mettere a disposizione della comunità cristiana o civile come testimone, educatore, maestro, coordinatore di attività.
    Di animatori preparati tecnicamente e qualificati sul piano umano-cristiano c'è molto bisogno oggi; la crescita numerica e qualitativa assicurerebbe certamente una diminuzione del male e della delinquenza minorile così vivace e dilagante oggi, prevenendo situazioni negative e favorendo lo sviluppo di personalità serene ed armoniche nei giovani e nei piccoli.
    Il problema è appunto quello di favorire negli animatori una qualità di essere, di vita, di, amore, di presenza che faciliti a sua volta un contagio positivo nell'ambiente in cui vivono ed operano. In quale modo?
    È nostra convinzione che una personalità sufficientemente matura e solida ha bisogno di evolvere lungo tre linee fondamentali:
    - l'asse psicologico: vivere, dopo averle opportunamente coscientizzate, le proprie ricchezze d'essere, i doni e le qualità di cui si dispone, il meglio di sé, il proprio positivo;
    - l'asse affettivo: realizzare nella propria vita rapporti interpersonali corretti, profondi anche attraverso l'esperienza dell'amicizia portata avanti nella linea dell'attenzione all'altro, del rispetto per la sua autonomia, della comunicazione autentica con lui, dell'espressione non interessata dell'amore;
    - l'asse spirituale-religioso: è la possibilità e l'esperienza entusiasmante e gioiosa di una relazione con l'Assoluto profondo che abita nell'intimo di sé, che ha un nome preciso, che trascina verso un infinito movimento di espansione che trascende la persona e la riempie nelle sue attese.
    I tre assi sono distinti e maturano secondo itinerari diversi, ma interferiscono continuamente; la crescita simultanea di essi dà come risultato una personalità «armonica», cioè: libera, creativa, felice, efficace, amante, affascinante e capace di irradiare serenità, armonia attorno a sé. Queste persone sono le persone innovative, geniali che tracciano nuove strade e diventano per tutti modelli vivi.

    Linee per la formazione personale dell'animatore

    Come è possibile attingere tale armonia, soprattutto attingendo buoni livelli di solidità affettiva (a nostro modo di vedere è l'asse principale della personalità) per essere poi in grado di aiutare gli altri a vivere il meglio di sé, le proprie ricchezze d'essere, a divenire persone che hanno il gusto delle relazioni interpersonali nelle quali trasfondono energia, amore, linfa d'essere, desiderio di Dio? Abbiamo individuato, in alcuni anni di lavoro tra animatori di pastorale ed educatori, alcune piste preferenziali che assicurano la maturazione della personalità globale, facendole esperimentare «la vita piena».

    Desiderare di conoscersi veramente

    Il cammino comincia con una presa di coscienza del proprio vissuto, con una esplorazione senza paura del fondo del proprio essere, anche di ciò che è oscuro, ingarbugliato, meno lucido per far emergere dal profondo e dall'inconscio quanto è possibile. Noi conserviamo dentro, spesso, tante cose dolorose, ferite provocate dal non-amore e che rimuoviamo con facilità, respingendole come realtà non nostre. Tali tossine si diffondono in tutto il comportamento ed emergono a nostra insaputa in modo sconsiderato. Bisogna liberarsi di esse, dei focolai di infezione per recuperare le energie utilizzate nell'accantonare la sofferenza nella penombra, e darle diritto di esistere. Si può fare a poco a poco, ma si deve fare così, andando nel profondo, senza giustificazioni e senza scetticismo. Lo si può fare da soli, con un diario personale, con un'analisi scritta o mentale delle motivazioni, dei propri atti, gesti, aspirazioni; oppure in gruppo manifestandoci come siamo, regalando la nostra esperienza ad altri la cui esperienza di rimbalzo stimola i nostri dinamismi, la nostra comunicazione che diventa generatrice di vita; o in un accompagnamento individuale e personalizzato, o mediante un'amicizia profonda, condizione eccezionalmente positiva per facilitare la presa di coscienza celere delle proprie ricchezze; o anche mediante una relazione d'aiuto con persone esperte.

    Vivere in profondità

    Il meglio di noi non è alla superficie del nostro vivere, ma nel suo profondo; non è nemmeno nelle nostre qualità mentali, intellettuali, culturali e volitive. È più dentro, nel nucleo dell'essere la roccia che dà solidità a tutta una vita portata avanti nella pace e nella gioia, anche se vi sono momenti di acuta sofferenza. Vivere in profondità significa vivere il proprio essere, tutto ciò che è disseminato nella propria vita ed è fonte di pace, vita, libertà, amore, felicita. Noi siamo soprattutto questo anche se ciò è sparso in pochi momenti del quotidiano. Il nostro nucleo, il nostro positivo è come il paese d'origine di un emigrato: ad esso egli desidera ritornare con ansia perché è la propria casa, è il luogo dove si sente salutato, riconosciuto, amato, contento e dove può constatare le cose grandi che sono state riposte in lui dalla famiglia. Posare lo sguardo stupito e meravigliato sul positivo di sé fa diventare ottimisti, efficaci, vitalizzanti anche per gli altri. Ed occorre vivere questo positivo, ricercarlo, poggiarvisi, gioire specie nei momenti difficili, fare riferimento alle certezze che lo popolano, all'Assoluto profondo che lo abita e lo supera, sprigionare la creatività che vi risiede, la coscienza profonda che è la voce dell'essere.

    Darsi delle condizioni favorevoli esterne ed interne

    Bisogna porsi in condizioni perché quanto detto sopra sia possibile. E ciò occorre ricercarlo a livello di corporeità anzitutto: il corpo ha bisogno di essere rilassato e disteso, sufficientemente nutrito e riposato, appagato nel bisogno di movimento e di aria pura. Anche l'ambiente è importante: ci vogliono tempi e spazi di calma, fuori del rumore e nella solitudine, tempi e spazi che privilegiano il contatto con la natura poiché questa alimenta l'essere. L'ambiente umano poi colma questi appoggi: un ambiente personalizzato, aperto alla vita insieme, all'amicizia, alla fedeltà, all'incontro demonetizzato e libero.

    Eliminare alcuni meccanismi di blocco e di rallentamento

    Sono molti ma questi i più frequenti: la dipendenza psicologica dagli altri, dalle persone che suscitano in noi un senso di sicurezza e di partecipazione. Esse possono esserci molto utili ma non possiamo accettare di vivere in funzione di esse; è giusto anche obbedire quando le loro esigenze sono oggettivamente valide ma dipendere da esse è alienante e riconduce verso l'infanzia, la sottomissione, la non autonomia. E poi è negativa anche la volontà di costruirsi da sé innescando dei meccanismi di autorealizzazione di tipo egocentrico e volontaristico o perfezionistico. Voler crescere a denti stretti, a forza di gomitate, di senso del «dovere» costrittivo e teso, voler diventare perfetti contando sul nostro sforzo e le nostre risorse allontana dalle possibilità di una vita profonda; è molto più conveniente volgere lo sguardo verso il proprio essere, viverlo in docilità e dal pozzo del nostro profondo far scaturire le energie che occorrono di volta in volta, dosandole secondo le necessità. Non c'è il pericolo di esaurirle e il loro flusso è continuo e fecondo. Non è nemmeno conveniente dare molto credito al ragionamento, alla «testa», al «sapere». Molti invece lo fanno e finiscono per inseguire con avidità i problemi solo con i loro ragionamenti, i loro a-priori, le loro idee, le loro soluzioni che sono sempre le più esatte e già belle confezionate. Queste persone sono schematiche, hanno paura del vuoto, incalzano con una parola facile e ricercata ma non hanno gli occhi grandi e lo spirito aperto perché sono rigide; non sperimentano la gioia che proviene dal vivere la propria zona profonda dove c'è pace, recupero di vita perché la rigettano come un'astrazione, un idealistico inganno, una speranza fatua; hanno paura di fare un tuffo nel mondo della semplicità, quel mondo a cui alludeva Pascal quando scriveva: «Il cuore ha le proprie ragioni che la ragione non capisce»; un mondo che prevede l'abbandono di certe sicurezze derivanti dalla propria logica per cedere all'attrattiva di un mondo diverso che invita a vivere in modo nuovo, flessibile, docile, attento a ciò che conta, unificato, abitato da tante persone che ci hanno costruito e che sono per sempre i nostri amici, i nostri compagni di vita con cui dialoghiamo senza paura. Tra questi Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

    Confrontarsi con dei criteri esterni di maturità per valutare il ritmo della nostra evoluzione

    Nella nostra esperienza ne abbiamo individuati una decina che ci paiono i più importanti per configurare i tratti di una personalità matura:
    - l'affettività oblativa che si sviluppa lungo la traiettoria del bisogno di amare ed essere amati, di proteggere ed essere protetti, di dominare ed essere dominati, di accogliere ed essere accolti e che si apre verso gli altri con sempre maggiore impegno per il dono di sé superando il narcisismo, l'uso dell'altro e il possesso di lui;
    - la capacità di empatia: come autenticità personale e autenticità nel rapporto, come stima ed accettazione incondizionata degli altri, comprensione profonda del loro essere e del loro quadro di riferimento senza volere che sia diverso; come fiducia nelle possibilità di autosviluppo dell'altro, come concretezza ed aderenza alla sua situazione;
    - l'autonomia personale, volitiva ed operativa che si costruisce a poco a poco superando il condizionamento dell'influsso socioculturale, della dipendenza dai genitori, della controdipendenza ed opposizione all'autorità per divenire persone capaci di scegliere e di decidere, inserendosi criticamente nella «cultura» per lievitarla e migliorarla;
    - il sufficiente controllo emozionale: si tratta di accogliere il proprio mondo di pulsioni e di emozioni, la propria sensibilità e gli impulsi per dirigerli e canalizzarli verso mete più idonee e rispettose del quadro di valori scelto. Il controllo delle proprie emozioni si fa indirettamente, prevenendole nel loro sviluppo e negli incentivi che l'esperienza ci ha fatto capire essere per noi motivo di turbamento e mediante il consolidamento dell'insieme della personalità;
    - l'integrazione della sessualità: ogni essere è sessuato secondo la sua natura, con un ruolo preciso, maschile o femminile. Integrare la sessualità è riconoscerla come un dato importante e dirigerla verso i fini che le sono propri, facendola perciò rientrare nel solco dell'affettività a cui serve per esprimere l'amore nella scelta di gesti che siano la manifestazione di sentimenti profondi di tenerezza, di stupore, di meraviglia. Isolare la sessualità staccandola dall'affettività è un grave errore, che rende impossibile l'integrazione;
    - l'accettazione di se stessi: essa è possibile se ci si forma un'immagine «normale» di sé, se cioè si riconoscono, nella verità, i propri pregi e i propri limiti facendo perno sui primi e non soffrendo eccessivamente dei secondi. L'accettazione di sé è conseguente ad una autentica conoscenza di sé e ad una espressione positiva delle proprie energie. Essa è la premessa per entrare in relazione con gli altri, specie con l'altro sesso, senza competizione, ma per migliorare se stessi, gli altri e la storia dell'uomo;
    - l'adeguato senso della realtà: è il richiamo alla concretezza, a ciò che si vive dentro di sé, alle vicende esterne che hanno come protagonisti gli altri, alla realtà interiore e al mistero delle cose che parlano di un aldilà di se stesse. Un adeguato senso della realtà aiuta a porsi di fronte ad essa in un'attitudine di fiducia e di accettazione, anche di dipendenza. Essa richiede di essere semplicemente capita, accolta, amata, goduta;
    - assenza di dubbi e di ansietà almeno in modo elevato: è di ogni giorno l'esperienza di qualche forma di inadeguatezza, tensione, paura di fronte a problemi, difficoltà che richiedono un riadattamento della persona e del proprio quadro di riferimento. È l'ansia esistenziale che diviene una «tensione dinamica» verso il bene e il meglio. Il pericolo sussiste quando si presenta in forme ossessive, fobiche, nevrotiche, patologiche. È l'insicurezza che si può sviluppare togliendo alla persona la libertà di gioire, avere fiducia, amare liberamente, andare verso il mondo delle persone;
    - saper prescindere dalle mete immediate, sviluppando il senso dell'attesa e la pazienza: tutte virtù che sono in contrasto con la fretta, la superficialità, il «tutto e subito» della nostra realtà consumistica. L'attesa è un segnale importante di maturità perché mette in condizione di dirigere la propria vita in modo calmo, di mantenere, nei problemi che si presentano, l'ampiezza di orizzonte necessaria per penetrarne il senso e cogliere le soluzioni;
    - la capacita di resistere alle frustrazioni vivendo la vita con gioia: non tutta la vita è gioia, una parte piuttosto ampia e dolore o anche banalità. La gioia c'è soprattutto la dove ci si sente creativi e liberi. Per espandere la gioia di vivere anche nelle zone meno creative o di dolore occorre avere una filosofia della vita, il senso dell'humor, ma soprattutto vivere la speranza che si fa ottimismo, sorriso che contagia, serenità che invita a superare i momenti tempestosi della vita.

    Scegliere alcuni valori come piste vitali per lo sviluppo dell'essere umano e cristiano

    Esse hanno la funzione di non permettermi di sbagliare strada o di scivolare in esperienze monche e lacunose; sono valori che diventano « valori, beni, convinzioni per me», che caratterizzano la «mia» vita e tutte le scelte anche piccole di ogni giorno. Essi possono essere i seguenti:
    - la persona: ogni uomo o donna, fin dal suo primo sbocciare alla vita, chiede amore, protezione, rispetto, accoglienza, stima, difesa, sviluppo. La vita è una traiettoria che va dal meno al più, che evolve non incontra oppressione ma servizio, accettazione e condizioni favorevoli per crescere, fino alla sua pienezza, secondo la vocazione e le scelte di ciascuno.
    - La comunità: la persona non può essere se stessa senza incontrarsi con il «tu» di tutti quanti che diventeranno il suo prossimo, nella famiglia, nei gruppi, nella professione, nella società più vasta. È importante saper collaborare, vivere insieme, rispettarsi a vicenda, cercarsi ed attendersi, aiutarsi: gli uni hanno bisogno degli altri. L'intimità va d'accordo con la solidarietà.
    - La cultura: è importante lo sviluppo delle dimensioni intellettuali e contemplative della persona; con esse dà senso alla vita. La cultura è di più dell'ideologia; questa è una degenerazione di quella. La persona di cultura è aperta, flessibile, amante della riflessione e della contemplazione, si confronta, ha il senso del mistero, del sacrificio, della gratuità, rispetta tutti e cerca il bene di tutti, ama la verità, la ricerca con passione e la ospita quando l'ha trovata.
    - Il lavoro: l'impegno personale diretto alla costruzione di un mondo più a misura d'uomo è non solo un dovere, ma un aspetto gioioso della vita. La professione, qualunque lavoro, richiedono oggi competenza, qualificazione, tenacia, chiarezza degli obiettivi, anche la sopportazione del peso che presentano in molti momenti, metodo.
    - La salvezza: tutti i valori precedenti sono «già» salvati e portati alla pienezza in Gesù di Nazaret ed in Maria; «non ancora» sviluppati in noi ma con possibilità di evolvere se vissuti nella proiezione del «già». La persona è figlia di Dio: tutto d'impegno per costruire se stessi e gli altri è perciò fare in modo che tutti siano coscienti di essere «figli nel Figlio»; la comunità è animata da presenze che la superano, abitata dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito che la vivificano e l'orientamento verso il Regno; la cultura è più che un sapere: è un orientamento di vita, un atteggiamento di apertura verso la verità tutta intera razionalmente capita fin dove è possibile e poi contemplata e integrata dalla fede che aggiunge quel di più che l'uomo cerca; il lavoro non è un mezzo per guadagnarsi soltanto il pane, ma anche un luogo di realizzazione di un mondo che va verso la sua definitiva trasformazione nei cieli nuovi e nella terra nuova.
    L'animatore cerca di vivere in sé questi valori, di promuoverli, e approfondirli per testimoniarli, educarli negli altri, insegnarli, coordinare le iniziative perché anche le strutture in cui opera li rivelino e non li contraddicano. È una persona che vive nella comunità ecclesiale, segno della Chiesa « sacramento universale di salvezza»; lì presta il servizio che «rivela» la presenza del Signore già presente nei piccoli e in tutti; li vive secondo i principi della verità, della giustizia; sa che nessuno è già perfetto e nessuno è «cattivo» (anche se il peccato e il diavolo sono una realtà in azione); per questo distingue tra errore ed errante, non si sente il custode della verità, crede che tutti abbiano dei carismi da accettare, purificare, arricchire, vagliare; si muove comunque sempre col desiderio che nessuna persona sia bloccata dalla sua presenza e che ogni incontro serva a essere di più, ad incontrare quell'aldilà-di-sé che lui ha già incontrato.

    E per concludere

    Se dovessimo fare una scelta tra le tante cose da fare per diventare animatori riusciti e consigliarle quanti hanno desiderio di porsi in un itinerario di maturazione, diremmo di dare precedenza a questi tre obiettivi:
    - vivere la vita profonda: abituarsi a essere persone non superficiali, capaci di entrare nel cuore delle cose, di godere del positivo e del meglio in sé e negli altri nei quali occorre spesso coscientizzarlo;
    - vivere una profonda relazione con Dio: cercato non lontano ma dentro di sé, in certe persone che sono sagge ed hanno le caratteristiche degli «uomini o donne di Dio», nella Parola, nelle espressioni semplici dei piccoli che già lo vivono senza le sovrastrutture culturali a volte limitative e restrittive;
    - recuperare gli strati profondi nell'incontro con gli altri, nel dialogo amorevole e comprensivo, profondamente empatico, capace di porsi nel quadro di riferimento della persona senza giudicarla, di analizzare con calma e ampiezza d'orizzonte per poi valutare, in un movimento di simpatia con l'essere della persona, anche se non si possono sempre condividere le opinioni.
    Per fare tutto questo per se stessi e per gli altri occorre andare a scuola, imparare, confrontarsi, vivere in comunità esperienze di crescita, frequentare corsi presso istituti o scuole specializzate per animatori con momenti di riflessione di tipo teologico, pastorale, catechistico, psicopedagogico, sociologico, didattico; leggere qualche rivista per seguire il cammino delle idee e delle esperienze altrui. Se poi l'animatore riuscirà a realizzare tutto questo nella serenità, nella gioia, nella fiducia in Dio e negli uomini allora sarà un buon interprete del colloquio che Dio mantiene con gli uomini anche se essi non sempre lo colgono e l'ascoltano.



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