Lasciarsi interpellare

    dal volto dell'Altro

    Un invito di Lévinas per questi tempi difficili

    Enrica Sala

    Le mascherine, le distanze sociali e gli incontri vissuti per mesi dietro a uno schermo sembrano aver segnato profondamente – per sempre? – il nostro modo di relazionarci, entrare in contatto e riconoscerci tra noi. L'invito paradossale e forse impraticabile di Emmanuel Lévinas a uscire dal nostro "mondo" e a lasciarci interpellare dal volto dell'Altro è ancora più urgente, necessario e costruttivo.

    Un'infanzia troppo breve e la nascita di una vocazione

    Ricordo due pomeriggi, durante il corso di filosofia teoretica, nel corso dei quali l'assistente, a cui era stato affidato l'arduo compito di presentarci Totalità e Infinito in poche ore, ci faceva saltare con una velocità impressionante da un paragrafo all'altro. Impegnata a non perdermi in quella folle corsa e a cercare di prendere qualche appunto in vista dell'esame, non avevo certo gustato la ricchezza e l'umanità dí questo autore. Ricchezza che ho scoperto piuttosto recentemente a Poitiers, città dove attualmente vivo e dove Lévinas ha insegnato dal 1964 al 1967. È stato l'ascolto di alcune conferenze on-line di Silvano Petrosino, uno dei suoi massimi commentatori (Il desiderio in Lévinas e Totalità e Infinito di Lévinas, quest'ultima tenuta al Festival di Filosofia 2019),a far nascer in me il desiderio di cominciare a conoscere la sua vita, attraverso la ricchissima biografia di Marie-Anne Lescourret (Emmanuel Lévinas, Flammarion, Paris 1994), alla quale mi riferirò più volte, e al video di un'intervista che il filosofo rilasciò nel 1990 a Bernard Henri-Lévy (poi pubblicata col titolo Extraits inédits in Isy Morgensztern, Lévinas, Editions Montparnasse, Paris 2013). Senza nessuna pretesa di esaustività riguardo il contenuto della sua opera e del suo pensiero, mi propongo semplicemente, a partire da alcuni passaggi di Totalità e Infinito (Emmanuel
    Lévinas, Totalité et Infini – essai sur l'exteriorité, Le Livre de Poche, Paris 1990, da ora indicato con TI) e de Il tempo e l'altro (Emmanuel Lévinas, Le temps et l'autre, Quadriage, Paris 1979, da ora indicato con TA), di trasmettere alcune delle "luci" che questo filosofo mi sta donando, e spero possa donarci.
    Se, in generale, è importante conoscere la biografia dí un autore e il contesto storico e culturale in cui ha vissuto per poterne capire il pensiero, questo mi sembra ancor più vero per Emmanuel Lévinas, la cui vita, personalità e filosofia sembrano formare un tutt'uno e dipendere strettamente l'una dall'altra. Nell'intervista sopracitata egli stesso racconta, con la voce sottile di un uomo già anziano e con il riserbo che fa parte del suo temperamento, le sue origini, all'inizio del secolo scorso (1905), nella lontana Lituania, allora provincia baltica sotto la dominazione russa, nella comunità ebraica della città di Kovno. Poco distante, la città di Vilna era stata soprannominata da Napoleone "la Gerusalemme del Nord", capitale dove veniva praticato "il culto dello studio" e dove convivevano diverse correnti dell'ebraismo, dalle più mistiche alle più intellettuali.
    Il mestiere del padre, proprietario di una libreria, ha permesso al piccolo Emmanuel, nonostante la discriminazione sociale di cui soffriva la comunità ebraica, una certa agiatezza economica e un'infanzia all'insegna dello studio. Oltre all'insegnamento ricevuto nella scuola della sua comunità, a partire dai sei anni riceve delle lezioni private, due volte la settimana, da un maestro di ebraico. Questa immersione precoce nel mondo della Bibbia sarà un elemento costitutivo e imprescindibile, non solo del suo percorso religioso, ma della sua stessa filosofia.
    Quella di Lévinas è un'infanzia che egli stesso definisce «troppo breve», interrotta bruscamente dalla prima guerra mondiale. Per motivi di sicurezza, la famiglia è costretta a emigrare in Ucraina. Comincia da qui quell'incontro e incrocio di culture (russa, ebrea, tedesca e francese) che costituirà un'altra delle caratteristiche originali del suo pensiero e che non mi sembra esagerato definire una sorta di profezia o anticipazione dell'interculturalità che oggi cí troviamo a vivere. Senza dubbio si può dire che già nei primi anni dí vita Lévinas ha incontrato quel volto dell'Altro che costituisce il filo rosso del suo pensiero.
    Oltre allo studio precoce dell'ebraico e della Bibbia, l'altra esperienza che egli stesso definisce «prefilosofica» è l'incontro con la letteratura russa, attraverso i romanzi di grandi scrittori quali, ad esempio, Tolstoj, Dostoevskij e Pugkin. Non essendoci lezioni dedicate a questa materia nel liceo da lui frequentato, è attraverso la lettura personale degli autori che egli trova quell'«abbondanza di inquietudine metafisica» e quelle domande sul senso della vita che faranno nascere in lui la vocazione filosofica. Sarà proprio la sua passione per lo studio, fortemente incoraggiata in famiglia, soprattutto dalla madre, a spingerlo ancor più lontano, questa volta a Strasburgo, dove si iscrive alla facoltà di filosofia e dove, grazie alla capacità di apprendere velocemente le lingue straniere, può dar libero sfogo alla sua insaziabile curiosità intellettuale.

    L'incontro sconvolgente con la fenomenologia

    Questo desiderio di andare sempre verso un «altrove» nella ricerca di senso, lo porta, dopo aver sentito parlare a Strasburgo della fenomenologia, nuova corrente di pensiero che stava nascendo in Germania, ad andare a scoprirla direttamente a Friburgo, seguendo le lezioni del suo fondatore, Edmund Husserl. Da lui ospitato, Lévinas gli sarà per sempre riconoscente di avergli aperto non solo la casa, ma anche – e soprattutto –«nuovi orizzonti filosofici», un «respiro», un nuovo modo di pensare che procede a partire dall'esperienza concreta dell'uomo. Di questo maestro egli tradurrà le Meditazioni metafisiche e a lui consacrerà la sua tesi, intitolata La teoria dell'intuizione nella fenomenologia di Husserl. Per questo Lévinas è considerato ancor oggi uno dei primi introduttori della fenomenologia in Francia.
    Ma l'incontro «sconvolgente» è quello col successore di Husserl alla cattedra di Fríburgo, Martin Heidegger: nelle pagine di Essere e Tempo, Lévinas scorge ben presto una vera svolta nella storia della filosofia, un «nuovo inizio». Ciò che più lo affascina nel suo pensiero è la messa in questione dei fondamenti della metafisica occidentale, la ricerca radicale del senso dell'esistenza e la centralità del soggetto. A partire da questo nuovo modo di filosofare, ma prendendone via via le distanze, egli costruirà, negli anni successivi, il suo pensiero originale.
    Ritornato a Strasburgo, e ottenuto il titolo di dottore in lettere, contrariamente a quanto ci si possa attendere, non è in un'aula universitaria, inseguendo una carriera che sembrava spalancarglisi innanzi, che Lévinas trasmette il frutto dei suoi studi e la sua incessante passione per la ricerca. Lo fa invece nell'istituto parigino dell'Enio (Ecole Normale Israélite Orientale), di cui, dopo qualche anno, diventa il direttore. Questa scuola prepara i futuri professori delle scuole dell'Alleanza Israelita Universale che ha come fine l'emancipazione degli ebrei dell'Africa del nord e del bacino mediterraneo, fornendo loro un'istruzione scolastica e una formazione spirituale, concepite entrambe come un dialogo tra la loro cultura d'origine e quella del mondo occidentale. Abita nello stesso edificio dove insegna, condivide spesso i pranzi con i suoi allievi e impartisce loro regolarmente, ogni sabato mattina, la sua lezione di Talmud.
    Tutto questo senza tuttavia rinunciare a coltivare la sua passione per la filosofia, ad esempio frequentando alcuni corsi alla Sorbona, le celebri serate del venerdì nel salotto di Gabriel Marcel o la Società francese di filosofia, dove conosce Jean Wahl, che più tardi lo spingerà a pubblicare la sua opera più importante, Totalità e Infinito. Lévinas, per il suo carattere piuttosto riservato non è certo un «uomo dí società», che ama mettersi in mostra. Malgrado tale discrezione, tutta la sua filosofia, dall'inizio alla fine, può essere compresa come il frutto di un dialogo aperto con altri pensatori. A partire da Maurice Blanchot, suo amico e interlocutore intellettuale dai tempi di Strasburgo, fino ad arrivare, negli anni del successo, a Martin Buber, Paul Ricoeur e papa Wojtyla, che più volte lo invita ai colloqui organizzati dall'Istituto di Scienze umane di Vienna a Castel Gandolfo.

    Una ferita per sempre

    Ritornando ai primi anni parigini all'Enio, presto la rapida ascesa del nazismo e la seconda guerra mondiale vengono a sconvolgerne il clima di relativa tranquillità. È soprattutto l'evento tragico della Shoah quello che segnerà per sempre la sua vita e la sua filosofia. Lui stesso viene fatto prigioniero per quattro anni a Rennes e poi in Germania, con condizioni di trattamento meno pesanti, vista la sua appartenenza ai prigionieri dell'esercito occidentale. La moglie e la figlia trovano riparo presso le suore di San Vincenzo e di certo questo favorirà la riconoscenza e gratitudine di Lévinas verso il mondo cattolico. Il grande dolore, una ferita che porterà per tutta la vita, è piuttosto quello di sapere che la sua famiglia d'origine viene completamente sterminata.
    Da questo momento, la sua vita e la sua opera sembrano il tentativo di dare una risposta alla domanda su come poter continuare, su come ricominciare dopo l'olocausto. Per lui, al termine della guerra, la fedeltà verso il suo popolo e verso la sua fede non si traduce nell'Aliyah (immigrazione sionista) verso Israele, come nel caso di altri intellettuali, ma piuttosto nel contribuire alla rinascita dell'ebraismo in Europa, attraverso un «giudaismo illuminato». Sicuramente una delle chiavi di lettura del suo pensiero – e anche la caratteristica che ne costituisce l'originalità – è la compresenza e il reciproco arricchimento tra cultura ebraica e filosofia occidentale, in particolare con la nascente fenomenologia tedesca. Lévinas stesso, facendo riferimento a Filone d'Alessandria e a Maimonide, illustra come l'ebraismo non abbia nulla da temere dai progressi del sapere umano, scientifico e filosofico, a condizione che abbia coscienza dei loro limiti. Entrambi – filosofia e rivelazione – si completano vicendevolmente e conducono verso l'unico Dio.
    Dopo la guerra, avviene per Lévinas un vero «ritorno al giudaismo», soprattutto grazie a un incontro determinante, nel 1947, con Chouchani: un ebreo itinerante senza fissa dimora, trascurato nel vestire, che si sposta da un posto all'altro del mondo senza denaro, chiedendo di volta in volta ospitalità a coloro ai quali impartisce le sue lezioni di Talmud. Di certo una persona misteriosa, con un'intelligenza e un'erudizione elevatissime in diversi campi del sapere, conoscitore di una trentina di lingue. Il filosofo lo prende per tre anni come maestro e, nel corso di lunghe ore di lezione, apprende quel metodo ermeneutico, quell'analisi sempre più raffinata e approfondita del testo biblico che per sempre applicherà alla sua stessa filosofia. Una filosofia nata certo in anni di nascondimento, ma che finalmente nel 1961 viene alla luce, grazie alla pubblicazione della sua Tesi di Stato, sotto il titolo di Totalità e Infinito. Sarà questa l'opera che gli aprirà, negli anni successivi, le porte dell'insegnamento universitario Nanterre, a Poitiers e, per finire, alla Sorbona«. E che lo renderà presto celebre in tutto il mondo, attribuendogli molti riconoscimenti, come ad esempio il dottorato honoris causa all'università Loyola di Chicago, in Olanda e poi a Friburgo. Tutto questo senza mai fargli perdere il suo temperamento riservato e la sua discrezione, che lo porta a comparire in convegni e anche alla radio o davanti ai riflettori per servire e trasmettere il pensiero e non certo, contrariamente ad altri filosofi di ieri e di oggi, per mostrarsi in pubblico e cercare la propria gloria.

    Un cerchio nero su uno sfondo luminoso

    A volte ci sono immagini che rendono "in un colpo d'occhio", intuitivamente più che analiticamente, la ricchezza di alcuni concetti. È quello che mi è capitato, forse senza neppure cercarlo, lasciandomi attirare dall'immagine di copertina di Totalità e Infinito. Totalità, come quel cerchio nero dai confini precisi e sicuri. Un cerchio che ben descrive la pretesa della filosofia occidentale, in particolare dell'ontologia, di inglobare e abbracciare la conoscenza della realtà entro la razionalità del pensiero, in un sistema chiuso. È evidente qui la critica, sulle orme di Rosenzweig, a Hegel,
    ma anche la sua progressiva presa di distanza dall'ontologia di Heidegger. Rifacendosi a Eraclito, Lévinas afferma che «l'essere si rivela come guerra» e che «la guerra si produce come esperienza pura dell'essere puro» perché «non manifesta l'esteriorità e l'altro come altro», percependolo piuttosto come un pericolo o come un nemico da eliminare (TI, pp. 4-5). Il sottotitolo dell'opera Saggio sull'esteriorità è un invito a non rinchiudersi (sia a livello di pensiero filosofico sia a livello personale) negli stretti confini della propria identità, nell'illusione di dare – a partire da sé stessi e dal proprio mondo – un senso alla realtà e alla propria vita. Il movimento di uscita verso l'esteriorità è la trascendenza che permette di aprirsi verso l'Infinito, lasciando da parte la pretesa di avere un controllo totale e un dominio sul mondo, sulla conoscenza e sugli altri. Solo grazie a tale attitudine, anche dopo l'orrore della Shoah, sarà possibile ristabilire quella pace che è molto di più della fine della guerra, con la sconfitta degli uni e la vittoria degli altri.
    In pagine di una ricca fenomenologia, in cui l'esperienza umana è rappresentata in ciò che c'è di più concreto e quotidiano, Lévinas descrive il movimento dell'uomo che, accorgendosi di non poter soddisfare da solo ai propri bisogni, esce da sé stesso, verso il mondo. Costruendo una propria dimora, egli vi trova il proprio posto, abitandolo. Grazie al suo lavoro e a strumenti di vario genere, egli cerca di trasformare tale mondo in «nutrimento», rovesciando la relazione di dipendenza da esso in un rapporto di dominio. Secondo la spiritualità ebraica, il filosofo lituano ha una visione positiva della vita ici-bas e delle realtà terrestri, fonte di «godimento» e di realizzazione personale. Non si tratta dunque di negarle o di fuggirle, ma piuttosto di non arrestarsi a questo stadio, in cui l'uomo è definito come «il Medesimo» (le Méme): un individuo che, preso a ridurre il mondo e gli altri a servizio della propria felicità e della propria autonomia, si trova ben presto prigioniero infelice di sé stesso, chiuso nel cerchio della propria solitudine, sotto il peso di quella che il filosofo chiama «materialità».
    Che cosa può permettere al «Medesimo» – e a noi stessi, spesso rinchiusi in questa prigione – di spezzare i confini del proprio egocentrismo? Che cosa può aprirci «estaticamente» all'Infinito, rappresentato nella copertina del libro dallo sfondo luminoso, al di là del cerchio nero? È ciò che Lévinas chiama il desiderio metafisico: «L'Altro metafisicamente desiderato non è "altro" come il pane che mangio, come il paese che abito, come il paesaggio che contemplo. Di queste realtà io posso nutrirmi e, in larga misura, soddisfarmi, come se esse mi fossero semplicemente mancate» (TI, p. 21). Mentre nel bisogno il soggetto è interamente assorbito dall'oggetto che assorbe, il desiderio non si identifica mai esclusivamente come mancanza (cfr. TA, p. 53; TI, p. 302): il Desiderato infatti non soddisfa e non colma il desiderio, ma lo scava. Il desiderio è sempre desiderio dell'assolutamente Altro (cfr. TI, p. 23).

    L'epifania del volto

    Per Lévinas, l'apertura all'infinito e la relazione all'alterità possono avvenire solamente nel tempo e in un tempo che è proiettato in avanti, al futuro, visto come qualcosa dí inafferrabile, di assolutamente nuovo, una sorta di costante rinascita. Come non pensare, leggendo queste pagine, alla pandemia inaspettata che ci siamo trovati ad affrontare, le cui conseguenze non avremmo mai neppure lontanamente immaginato? Quale disorientamento ha provocato in noi, quale perdita di controllo sugli avvenimenti, su noi stessi e sulla durata delle nostre vite. E, al tempo stesso, quale scossone, quale richiamo a non voler ricondurre il mondo e gli altri alla soddisfazione dei nostri bisogni, alla realizzazione dei nostri scopi personali! Il futuro, la morte, sono davvero quell'«alterità» che, oggi più che mai, non possiamo più scansare. Questo futuro inafferrabile è rappresentato sicuramente nella sua forma più radicale dalla morte. Ma c'è un evento, si chiede Lévinas, che ci permette di aprirci all'Infinito, vivendo questa dimensione di futuro già nel corso della nostra vita, dando senso alla morte stessa? Tale possibilità ci è data nell'epifania dell'Altro che si manifesta attraverso il volto (cfr. TI, p. 284).
    È infatti solo nell'irrompere del volto dell'Altro che possiamo uscire dalla prigione del nostro egocentrismo e aprirci all'esteriorità e alla trascendenza. Per non cadere subito in un grande fraintendimento, seguendo l'invito di Emmanuel Falque (cfr. Id., Le Combat amoreux, Hermann, Paris 2014, pp. 124-126, da ora indicato con CA) è bene soffermarci sul fatto che, ben al di là di quella che in francese è la figure, cioè l'aspetto esteriore sensibile del volto, il visage è per Lèvinas ciò che, superando (in francese percer, «perforando») la forma che lo delimita, mi parla e mi invita a una relazione. Esso è espressione, linguaggio. In questi tempi in cui spesso ci lamentiamo per la difficoltà di entrare in relazione a causa dei nostri volti coperti a metà da una mascherina, questa distinzione (che in italiano non si trova) tra figure e visage può stimolarci a vedere un po' al di là di quanto si presenta sensibilmente ai nostri occhi. La relazione a cui l'Altro mi interpella non è reciproca, come per esempio il rapporto Io-Tu descritto da Martin Buber. È piuttosto una relazione con un Mistero; «l'Altro non è un alter-ego, è quello che io non sono» (TA, p. 63.75).
    A partire dalla sua analisi fenomenologica dell'eros, Lévinas sembra metterci in guardia contro quelle che sono le «ambiguità dell'amore»: se è vero che il desiderio dell'amore si dirige verso l'Altro, è al tempo stesso vero che esso a volte rischia di perdere la sua dimensione di trascendenza. Questo avviene quando si cerca nell'altro un essere a noi connaturale, un'anima gemella. Allora il rapporto d'amore tra uomo e donna rischia spesso di rimanere «una solitudine, un egoismo a due, una società intima e chiusa». L'amore può spesso essere vissuto come fusione, nel desiderio di diventare un tutt'uno con la persona amata. Ma il filosofo ci ricorda che il «il patetico dell'amore consiste in una dualità insormontabile di esseri» (TA, p. 78), perché la relazione non può mai neutralizzare l'alterità, ma la conserva. Il rapporto con l'Altro non annulla la separazione: c'è sempre una distanza, un'assenza, nel senso di qualcosa dell'Altro che non giungiamo mai a conoscere o a possedere completamente, un'inafferrabilità che è apertura al futuro, all'imprevedibile (cfr. TA, p. 83; TI, p. 281). Tale trascendenza, apertura al futuro e all'infinito, si realizza al massimo grado nella fecondità: Lévinas descrive la paternità come quella relazione in cui al tempo stesso ci si identifica e ci si disidentifica col figlio stesso: «egli è me, ma l'io è nel figlio, un altro. Nel figlio il padre ritrova sé stesso, ma al tempo stesso un estraneo, un Altro» (TI, p. 299).

    Il volto che mi interpella

    La fecondità e la relazione con Autrui sono molto più vaste della generazione in senso biologico: spesso, con chiari rimandi all'Antico Testamento, Lévinas parla dell'Altro attraverso le figure dello straniero, della vedova o dell'orfano
    che mi interpellano, che «invocano» (TI, p. 74). Come Falque ci fa notare, dobbiamo fare molta attenzione a certe interpretazioni troppo "ottimiste" che, non considerando la tragicità e la drammaticità dell'epifania del volto (ricordiamo che la sua filosofia nasce all'ombra della Shoah), ne sottolineano soltanto l'aspetto di accoglienza e generosità (cfr. CA, pp. 115-116). Dobbiamo pure diffidare di certe interpretazioni in ambito cristiano che hanno quasi fatto coincidere il rapporto con l'Altro in Totalità e Infinito con l'insegnamento evangelico. Se si possono certo trovare dei punti in comune, non dobbiamo mai dimenticare che l'Incarnazione – e dunque una certa visione dell'uomo – è uno spartiacque.
    Non sono io, in uno slancio di altruismo, ad andare incontro all'Altro, ma è il suo volto che mi si presenta innanzi imponendosi, possiamo pur dire disturbandomi e cercando di spezzare, senza che io lo abbia voluto o deciso, i confini egocentrici del mio mondo chiuso. Il volto è ciò che, nella sua nudità, cioè nel suo esporsi di fronte a me nella sua vulnerabilità, senza difese, mi toglie a sua volta ogni forma di potere su di lui, opponendomi quella che Lévinas chiama «resistenza etica»: esso sfugge alla mia presa, al mio possesso e si rifiuta di essere da me considerato come oggetto di conoscenza e contenuto in qualsiasi forma di «Totalità» (TI, p. 82; 215). Di fronte alla mia impossibilità di dominarlo, l'unico modo di negarlo sarebbe quello di annientarlo: «L'Altro è il solo essere che posso voler uccidere» (TI, p. 216). Il volto che mi parla si pone innanzi a me con la sua invocazione "non uccidere" che interpella, mettendola tragicamente in questione, la mia libertà. «L'accoglienza dell'Altro è l'inizio della coscienza morale» (TI, p. 82), ciò che investe la mia responsabilità, in un atto etico, in una relazione di giustizia. Mi apro a una santità, a un amore che va al di là di ogni forma di concupiscenza, a quella bontà che «consiste a porsi nell'essere in modo tale che l'Altro vi conti più di me stesso» (TI, p. 277). Quello che Lévinas descrive è un continuo esodo, un progressivo cammino di liberazione in cui posso riconoscere l'Altro solo riconoscendone la fame e donando.
    A noi che spesso doniamo agli altri con un atteggiamento di autosufficienza e superiorità, Lévinas ricorda che quella con l'Altro è sempre una relazione asimmetrica, in cui egli ci si presenta innanzi nella sua trascendenza, nella sua eminenza e signoria. È tale "altezza" che mi apre a sua volta alla relazione con Dio, attraverso la responsabilità e il dono al povero, allo straniero, alla vedova. Per il filosofo ebreo, Dio non si è fatto carne, ma «la dimensione del divino si apre a partire dal volto umano» (TI, p. 76). A differenza di quanto hanno tentato di fare molte filosofie, per Lévinas è del tutto impossibile conoscere e definire Dío attraverso le categorie della nostra conoscenza, non solo perché la nostra intelligenza è limitata, ma soprattutto perché il Dio invisibile si rende accessibile attraverso la giustizia (cfr. TI, p. 77).
    Non si tratta più di aspirare a una conoscenza universale attraverso la sola razionalità e le tradizionali categorie della metafisica. Nella filosofia dell'alterità che Lévinas ci propone, «l'infinito deborda il pensiero che lo pensa» (TI, p. 11) e il sapere non si può ridurre a una conoscenza oggettiva. Esso conduce verso l'Altro (cfr. TI, p. 84). In questo senso, la tradizionale opposizione tra teoria e pratica, in cui la prima ha da sempre dominato sulla seconda, non ha più ragione d'esistere. E proprio per il fatto che l'esercizio della mia responsabilità verso l'Altro mi apre alla trascendenza e dunque alla metafisica, l'etica è da lui considerata come la "via regale" verso la verità. È l'etica stessa, e non più l'ontologia, a divenire "filosofia prima". Nella prefazione dell'edizione tedesca del 1987 di Totalità e Infinito, Lévinas rovescia l'etimologia del termine filosofia: non più, sul modello greco, amore della sapienza, ma sagesse de l'amour. Una filosofia che insegna il volto dell'Altro e dalla quale, alla luce della recente pandemia, abbiamo molto da imparare.

    (FONTE: Feeria, 59 2021/1, pp. 14-20)