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    Scrivere storie al tempo di CHATGPT

    Daniele Pasquini


    Scrittori e giornalisti si stanno chiedendo, con sempre maggior apprensione, cosa ne sarà della scrittura umana con il diffondersi dell'IA. Tre sono le principali domande che vengono esplicitate: quale futuro per scrittrici e scrittori? quale futuro per il mondo del libro? quale futuro per le storie? Mentre la risposta alle prime due domande resta aperta, per l'ultima di esse la risposta non può che essere una: il raccontare storie è precipuo dell'uomo e continuerà ad esserlo, con l'originalità con cui la creatività umana sa rispondere ai perché che, da sempre, affollano la mente e

    Tre domande

    A poche settimane dal lancio in Italia di ChatGPT-3.5, celebre chatbot basato sull'intelligenza artificiale generativa sviluppata da OpenAl, ricevetti una chiamata da un amico. Simone, giornalista e scrittore, mi chiama spesso per commentare le sue ultime letture e discutere delle novità più interessanti in campo letterario. Quel giorno però non voleva parlare né di romanzi né di gossip editoriali, ma di una nuova paura che lo stava attanagliando. Aveva provato a «giocare» con l'intelligenza artificiale e ne era rimasto sbalordito. Allo stupore era presto subentrato Io spavento. Le domande che gli balenavano in testa erano pressappoco queste: quale futuro per scrittori e scrittrici? Quale futuro per il mondo del libro? Quale senso avrà in futuro raccontare storie?
    Sono tre domande, apparentemente retoriche e simili, ma con varie sfumature di significato. Le ho ricomposte e ordinate – il mio amico non me ne vorrà, ma nella foga era stato ben più fluviale – perché vorrei utilizzarle per provare a ragionare, rapidamente e tramite esempi, su alcuni possibili scenari futuri. Consapevole del fatto che la tecnologia avanza di settimana in settimana, credo che vi siano alcuni punti fermi (seppur non immutabili) che se la capacità di analisi non mi inganna potremmo provare a tenere buoni.

    Quale futuro per scrittori e scrittrici

    È forse l'aspetto che egoisticamente interessa di più gli scrittori, ma anche – lo dico subito – quello meno rilevante. È qualcosa di già visto, e spesso nelle discussioni online spuntano paragoni del tipo «(...) è la stessa che hanno avuto i pittori quando è nata la fotografia! E a ben vedere il cinema non ha ucciso il teatro!». Si tratta di varianti della teoria di «transizione dei media» [1], per cui nessun nuovo mezzo di espressione uccide il precedente, ma semplicemente il nuovo media si aggiunge al vecchio, si sovrappongono parzialmente, e con un assestamento le due realtà finiscono col convivere. Ma di fronte alla paura, l'istinto di sopravvivenza fa scordare la sociologia. L'autore di un libro si sente legittimamente minacciato dall'avanzare della tecnologia: una IA come ChatGPT è in grado di produrre un testo di senso compiuto, e di valore letterario non necessariamente nullo, in pochi istanti.
    Un umano, per produrre un testo di valore impiega tempo, impegno, sudore. La lotta è impari, e col passare del tempo lo sarà sempre di più. Può apparire un'esagerazione, e per chi ha meno consuetudine con la tecnologia potrebbe sembrare un presagio distopico. Niente di più sbagliato. Questo cambiamento è già in atto. Per capire di cosa stiamo parlando, riporto qua un esempio: «Mi svegliai alle 7 in punto, feci scorrere la serranda e aprii lafinestra. L'aria fresca del mattino di ottobre mi provocò un brivido, e lo scorrere rapido delle auto, giù in strada, mi mise addosso una fretta tanto sgradita quanto inevitabile. Andai in bagno a sciacquarmi la faccia, pronto, seppur controvoglia, ad affrontare la giornata».
    Questo breve testo potrebbe essere l'incipit (poco originale, non me ne vogliate) di un racconto o di un romanzo. L'ho scritto io, per poi darlo in pasto a ChatGPT. L'ho copiato nella finestra di dialogo col chatbot e gli ho chiesto di elaborarlo secondo lo stile di Carlo Emilio Gadda: «Mi destai alle sette meno un quarto, o forse eran già le sette, chi Io sa. Un'esatta precisione temporale non sempre ci appartiene in quegli istanti tra la veglia e il sonno, specie quando il campanile batte rintocchi indistinti, il suono smorzato da una nebbia leggera che pare saliva di qualche dio annoiato. La serranda, con quel suo gracchiare metallico, si levò stancamente, e la finestra – un monumento al vetusto infisso – si aprì con uno stridore da far rabbrividire le gole dei santi affreschi. L'aria ottobrina, fredda e affilata come un coltello della vecchia cucina di mia zia, si infilò tra le fessure della pelle, mentre il traffico, giù in strada, già cominciava il suo concerto dissonante di motori, clacson, vite arrabbiate che si rincorrevano verso chissà quale miseria. La fretta, immonda e ineluttabile, si accomodò sui miei pensieri come una cappa di piombo. Ma sì, che si fa? Si va, non si può fare altro.
    A tentoni, in quella penombra mattutina, raggiunsi il bagno: lo specchio mi restituì un volto ostile, uno di quegli sguardi che ti chiedono con prepotenza perché mai dovresti ripetere, giorno dopo giorno, la medesima pantomima. L'acqua gelida scivolò sulle mani, sui polsi, giù lungo il viso: un attimo di tregua, ma anche quella, presto, evaporò. Era tempo di affrontare, o meglio, soccombere alla giornata».
    Ecco un secondo tentativo, con lo stesso breve paragrafo reinterpretato secondo lo stile di Raymond Carver, scrittore americano considerato maestro del minimalismo: «Mi svegliai alle sette. Spostai il lenzuolo e rimasi lì un momento, fissando il soffitto. Poi scostai la serranda e aprii la finestra. L'aria era fredda, pungente. Mi fece rabbrividire. Giù in strada le auto sfrecciavano. Il rumore delle gomme sull'asfalto, dei motori, mi fece pensare che stavo perdendo tempo. Stavo già in ritardo. Mi alzai e andai in bagno. Aprii il rubinetto e l'acqua era gelata. Me la gettai sul viso e rimasi a guardarmi nello specchio, ancora gocciolante. La giornata mi aspettava, là fuori. Non mi andava, ma dovevo farlo. Certe cose non le scegli».
    Questa operazione ha richiesto non più di un minuto, e il risultato è per certi aspetti sorprendente: ho scelto autori dallo stile peculiare per evidenziare le capacità dell'IA di lavorare su determinate sfumature sintattiche e lessicali, e sebbene il risultato sia a tratti caricaturale e alcune scelte siano così enfatiche (e banalmente brutte) non si può negare che la soluzione del compito sia stata perfetta. Uno studente di un corso di scrittura creativa difficilmente avrebbe saputo fare di meglio, e senz'altro non ci sarebbe mai riuscito in così poco tempo.
    A questo punto tanto il narratore in erba quanto il narratore più consapevole dovrebbero sentirsi sconfortati. Cosa può l'uomo contro la macchina? Ben poco, in effetti, dal punto di vista produttivo. La lotta è impari. Come devono essersi sentiti gli amanuensi di fronte alla diavoleria di Gutenberg?
    Col tempo – e quindi con l'affinarsi delle potenzialità delle IA Generative – le capacità della macchina aumenteranno ulteriormente. Da autore dovrei sentirmi toccato da questo aspetto, ma prima di cedere allo sconforto è bene porsi un'altra domanda. Scrivere libri è davvero un atto necessario? Se, in preda al senso di sconfitta, smettessimo di pubblicare romanzi e racconti, cosa ci accadrebbe?

    Cosa ne sarà del mondo del libro?

    Ogni anno in Italia escono sul mercato oltre 80mila nuovi titoli [2]. La cifra è esorbitante, ma fa ancora più effetto se rapportata al dato delle nuove uscite quotidiane: ogni giorno sul mercato arrivano oltre 200 nuovi titoli. In un Paese in cui si leggono appena 7 libri l'anno (ma la media è fallace: i dati ci rivelano che a fronte di un numero ridotto di lettori forti, che leggono almeno 12 libri l'anno, esiste una schiera enorme di non-lettori) i problemi sono molti e sono sistemici, ma tra questi non c'è sicuramente quello della mancanza di offerta.
    Già oggi, cioè, si producono troppi libri: due iperboli in voga nel settore dicono che «si scrivono più libri di quanti ne vengano letti» e, fatalmente «in Italia ci sono più scrittori che lettori».
    Il dato delle copie vendute è eclatante: ciascun titolo non arriva a vendere 200 copie (anche qui, il dato è frutto di una media che vede trionfare pochissimi bestsellers e moltissimi libri che vendono giusto poche decine di copie).
    Le IA come si inseriscono in questo discorso? Forse potranno far aumentare il numero di titoli, con opere prodotte direttamente dall'IA generativa, che finiranno sul mercato «firmate» da qualche pseudonimo inventato da una casa editrice. Qualche autore potrebbe «barare» e chiedere a ChatGPT di completare un testo su cui si è incagliato, superando così la sindrome della pagina bianca. Potremo, un giorno, assegnare un Pulitzer a uno scrittore che non esiste.
    Prima di spostare il focus altrove, ancora alcune considerazioni: esistono già oggi decine di migliaia di libri di qualità talmente bassa, anche tra quelli che finiscono in classifica o hanno successo tra le community social, che un aumento della produzione libraria finirebbe onestamente per essere un falso problema. O meglio: sarebbe disonesto pensare che le IA siano responsabili di un collasso dell'editoria. Il mercato editoriale è già al collasso, vittima delle proprie storture, impegnato più a stampare e distribuire libri che non nel selezionare e promuovere testi di qualità. A generare offerta in assenza di domanda, per usare un'altra espressione che circola nel settore: vagamente iperbolica, ma indicativa di una stortura già conclamata. Ci saranno editori che chiederanno a ChatGPT: «Scrivi un romanzo di 200 cartelle con protagonista una ragazza adolescente che ha problemi con i genitori divorziati; la ragazza ha una storia d'amore tormentata ma a lieto fine con un compagno di classe. Il romanzo dovrà avere un tono leggero, ambientato prevalentemente in un liceo di provincia, con poche parti descrittive e molti dialoghi».
    Potete provare voi stessi e giudicare il risultato. Il libro risultante potrà essere spacciato per un libro vero? Chi lo leggerà? Potrà avere successo? Potrà essere confuso con un'opera scritta da un umano e di vero valore?
    È una domanda che implicitamente si è posto Paolo Di Paolo, scrittore e critico, che nell'ultimo romanzo Romanzo senza umani edito da Feltrinel li, ha voluto inserire un disclaimer in prima pagina: «Questo romanzo non è prodotto da un'intelligenza artificiale». Una riflessione interessante. Ma anche qua, ad oggi, credo che quello dell'IA sia un falso problema. Data la mole sterminata di libri stampati ogni giorno, quando anche le IA potranno competere sul fronte della qualità, il tema vero resta quello della quantità. I libri, ad oggi, sono troppi.
    Noi umani dovremmo già scriverne di meno. Non ci riusciamo, però: in parte a causa della nostra vanità [3], in parte a causa di un bisogno insito nella nostra specie che proverò a commentare più tardi.
    Quello che cambierà presto, verosimilmente, sarà soprattutto il lavoro culturale: già oggi, in molte case editrici, le IA stanno iniziando ad accompagnare il lavoro di editor e traduttori.
    Mansioni editoriali, e per certi aspetti para-autoriali, trovano nell'IA degli aiuti (delle scorciatoie?). Nella mia esperienza, ho conosciuto in questi mesi traduttori che hanno ammesso (di rado lo si fa pubblicamente, mi pare) di aver tradotto automaticamente un'opera, per poi limitarsi ad una revisione.
    Nel mondo della scrittura digitale, tra coloro che si occupano di curare ad esempio i profili social o la comunicazione per aziende o istituzioni (figura professionale oggi spesso indicata come copywriter), l'utilizzo delle IA è già realtà. Dal momento che la lingua del marketing è più prevedibile di quella letteraria (di solito), è anche estremamente semplice ottenere testi perfettamente adatti alle esigenze lavorative. Ricordate l'esercizio con Gadda? Provate a chiedere a ChatGPT dieci slogan per la vostra azienda di marmellate, o cinque possibili titoli per una campagna istituzionale. Quello dell'impatto sul lavoro è un tema serio ed urgente su cui dovremo continuare a interrogarci.
    Ma il punto centrale, di nuovo, resta un altro. A fronte di pochi lettori, le storie si moltiplicano. Di provenienza umana o meno, le storie scritte e stampate continuano ad aumentare.
    Gli autori – a prescindere da quel che ne pensano i loro venticinque lettori – si struggono di fronte a un destino apparentemente infausto, delusi nel dover rinunciare alla gloria. Ma è proprio questo il punto: è necessario immaginarsi iconoclasti, distruggere l'idea che ci siamo fatti dei libri (e dell'aura che la retorica sull'importanza della cultura continua a gettarvi sopra) e ripartire dall'essenza. Noi umani abbiamo bisogno di storie, non di libri.

    Eccolo, il tema portante!

    Ecco, a mio avviso, il tema portante. Non «quale futuro per il libro», ma «quale futuro per le storie». I una domanda di portata superiore, e su cui la riflessione deve farsi più approfondita. I necessario fare un passo indietro. Faccio mia la tesi di Gregg, che in Se Nietzsche fosse un narvalo [4], abbandonando una visione antropocentrica, sostiene che quel che distingue gli umani dagli altri animali non sia un primato «dell'intelligenza» (qualunque cosa voglia dire: perché gli umani sanno produrre sinfonie e sbarcare sulla luna, ma anche produrre bombe atomiche e devastare il pianeta), ma che la nostra unicità sia quella di «essere specialisti dei perché». Ci domandiamo la causa delle cose, cerchiamo risposte, e agiamo nella realtà proprio in virtù delle risposte che troviamo per i nostri quesiti. Un cane, un polpo, un'ape, un albero: dal punto di vista evolutivo non sono meno intelligenti di noi. Sappiamo, oggi, che sanno dialogare, risolvere problemi, provano sentimenti. La differenza sta nei perché che noi ci poniamo, e da cui quasi ogni nostra azione prende le mosse. Dalla domanda perché scaturisce una risposta, e la risposta – sebbene in varie forme, più o meno organizzate – è spesso una storia. Un susseguirsi di fatti, di cause ed effetto, e quindi una narrazione.
    A questo si accompagna l'intuizione di Jonathan Gottschall, che nel fondamentale saggio L'istinto di narrare [5] spiega che sia proprio il raccontare storie – per dare spiegazione a ciò che ci accade intorno, a ciò che viviamo, a ciò che non conosciamo – il tratto distintivo della specie umana. L'uomo è per natura un raccontatore di storie. Le storie perciò non sono soltanto un insieme di parole messe una in fila all'altra che compongono un racconto di senso compiuto, ma un istinto primario che ci accompagna nel profondo. Raccontiamo storie agli altri, diamo valore ai racconti, basiamo le nostre scelte e le nostre credenze su trame immaginifiche (anche privi di prove: la religione, banalizzata in essenza, non è che un racconto condiviso), raccontiamo storie anche a noi stessi. È provato che i nostri ricordi, ad esempio, non sono fotografie esatte di eventi passati, ma racconti che noi facciamo a noi stessi, adattandoli e manipolandoli. Siamo narratori incalliti, seriali, indomiti.
    Ecco che, quindi, secondo questa concezione, raccontare storie – e di conseguenza, seppur meno rilevante, scrivere storie in forma letteraria – non è un atto a cui si possa rinunciare. ChatGPT non ha questo potere. Smettere di raccontare storie significherebbe, né più né meno, smettere di essere degli umani. Raccontiamo dunque siamo. Di conseguenza, scriviamo perché la scrittura è un modo per continuare a fare una cosa di cui non possiamo farne a meno: un libro è solo una storia che ha assunto una specifica forma, ma all'origine c'è sempre un istinto primario irrinunciabile. Le IA un giorno racconteranno storie più avvincenti delle nostre, ma nonostante questo noi dovremo continuare a narrare. A prescindere dal modo, a prescindere dagli uditori o dei lettori. Non potremo fare altrimenti. Lo facciamo dai tempi dei tempi. Con gesti gutturali, con pitture rupestri e petroglifi, con canti. A prescindere dal valore artistico.
    Azzardare cosa accadrà in futuro non è semplice. Le ipotesi rischiano di assumere tratti visionari, tra il profetico e il farneticante, ma è sensato arrischiarsi. A mio avviso, quand'anche il mondo del libro sarà finito, ciascun umano sentirà il bisogno di raccontare. Potremo chiedere a ChatGpt di scrivere milioni di libri, finendo per far definitivamente soccombere lo sghembo mercato editoriale. Quando ilmondo del libro sarà finito, abbandonata la retorica di sacralità che lo accompagna, continueremo a sentire il bisogno di raccontare storie a noi stessi e agli altri, e per restare umani torneremo a interrogarci su cosa è una storia, sul perché ci interessa, su cosa la fa funzionare. Di fronte a un'apocalisse non sentiremo il bisogno di libri, ma gli ultimi umani intorno al fuoco inventeranno personaggi, forgeranno miti, intesseranno trame.
    A proposito di trame, in La storia da dentro [6], lo scrittore inglese Martin Amis scrive che «(...) secondo E. M. Forster "'Il re morì, poi morì la regina' è una storia, ma 'Il re morì, poi la regina morì di dolore' è una trama". Per poi tornare indietro e aggiungere: "Non è così (...) 'Il re morì, poi la regina morì di dolore' continua a essere una storia. Per trasformarsi in trama, una storia ha bisogno di un altro elemento, facilmente fornito, in questo caso, da un virgola e un avverbio. 'Il re morì, poi la regina morì, apparentemente di dolore"».

    Con la raccomandazione della nota a piè di pagina

    È un'osservazione che trovo meravigliosa, e che rivela il potere delle parole e cosa sia, in un certo senso, la nostra umanità. Il termine «apparentemente» spalanca un ventaglio di possibilità, un varco in cui gettarsi per cercare spiegazioni, un interrogativo, un gancio narrativo, un perché, appunto. È quella la molla irrinunciabile. Possiamo fare a meno dei libri, ma non riusciamo a non chiederci cosa è successo alla regina. Cosa le è accaduto veramente? Quel che le è successo cosa ci insegna, in cosa ci cambia, quali emozioni ci trasmette?
    A prescindere dai libri, che forse un giorno passeranno, sono proprio le storie che sgorgano dai nostri perché, come sostiene Gregg, a rendere umana l'intelligenza. Questo articolo mi ha richiesto un certo numero di ore, di appunti, scrittura e revisione. A parte i due brani degli pseudo-
    Gadda e pseudo-Carver, non ho fatto ricorso all'uso di intelligenza artificiale. Vi invito, ora, a leggere l'ultima nota a piè di pagina [7].


    NOTE

    1 M. L. DeFleur e S. J. Ball Rokeach, Teoria delle comunicazioni di massa, Il Mulino, Bologna 1995.
    2 II dato esatto è 83.950 novità pubblicate nel 2022. La fonte, come per i numeri che seguono, è AIE–Associazione Italiana Editori. Si veda il sito www. aie.it.
    3 Degli oltre 80mila titoli citati, molti non sono scelti da editori che pagano i diritti agli autori: escono anzi a spese degli stessi autori, che pagano per veder concretizzato il proprio sogno di gloria, avere il proprio nome in copertina: ci sono molte sfumature di autoproduzione e self-publishing, ma in gergo «pagare per essere pubblicati» in Italia si chiama EAP – Editoria A Pagamento. Nel mondo anglosassone è eloquentemente definita come «Vanity Press».
    4 J. Gregg, Se Nietzsche fosse un narvalo, Aboca Edizioni, Sansepolcro (AR) 2023.
    5 J. Gottschall, L'istinto di narrare, Bollati Boringhieri, Torino 2014.
    6 M. Amis, La storia da dentro, Einaudi, Torino 2023.
    7 Io: ChatGPT, in che modo l'intelligenza artificiale impatterà sul bisogno umano di raccontare storie? Risposta di ChatGPT: «Ciao! L'intelligenza artificiale (IA) sta già influenzando il modo in cui gli esseri umani raccontano storie e continuerà a farlo in modi interessanti e complessi. Ecco alcuni modi in cui l'IA potrebbe impattare il bisogno umano di narrare:
    1. Amplificazione della creatività umana: l'IA può fungere da assistente creativo, aiutando scrittori e creatori di contenuti a sviluppare idee, generare spunti e persino creare bozze di storie. Questo potrebbe rendere la narrazione più accessibile, permettendo a chiunque di sperimentare con la scrittura e la narrazione, anche senza particolari competenze. Tuttavia, l'elemento umano, come l'empatia, le emozioni e le esperienze personali, continuerà a dare autenticità alle storie;
    2. Automazione della creazione di storie: gli strumenti di IA possono generare storie automaticamente. Un esempio sono gli algoritmi in grado di scrivere articoli di notizie o racconti basati su determinati parametri o su dati raccolti. Questo potrebbe portare alla creazione di narrazioni personalizzate, dove l'IA scrive una storia su misura per l'individuo, sulla base delle sue preferenze, come già avviene nei contenuti consigliati su piattaforme di streaming;
    3. Nuove forme di storytelling interattivo: PIA può potenziare le esperienze narrative interattive, come videogiochi o esperienze virtuali. Immagina una storia che si evolve in base alle tue scelte in tempo reale, dove l'IA adatta l'intreccio, i dialoghi e i personaggi in risposta alle tue azioni. Questo crea un'esperienza immersiva e dinamica che potrebbe rivoluzionare il modo in cui partecipiamo alle storie;
    4. Conservazione e analisi delle tradizioni orali: le IA possono essere utilizzate per documentare e preservare le tradizioni orali di culture minacciate dall'estinzione. Possono inoltre analizzare grandi quantità di dati narrativi, individuando temi ricorrenti, strutture narrative o simboli, fornendo nuovi modi di comprendere le storie che raccontiamo da secoli;
    5. Rischio di omogeneizzazione: c'è il rischio che, se troppo dipendiamo dal PIA per creare storie, si possano produrre contenuti uniformi e standardizzati, privi di quella specificità culturale, emotiva e creativa che solo gli esseri umani possono dare. Le IA sono infatti addestrate su modelli esistenti e tendono a replicare le tendenze dominanti, il che potrebbe ridurre la diversità nella narrazione;
    6. IA come personaggio nelle storie: l'IA non sarà solo uno strumento per creare storie, ma anche un soggetto di esse. La crescente familiarità del pubblico con l'intelligenza artificiale porta a un numero sempre maggiore di opere in cui PIA è protagonista, esplorando questioni etiche e filosofiche come la coscienza, l'identità e il libero arbitrio; In sintesi, l'IA potrà amplificare la nostra capacità di raccontare storie, aprendo nuove strade di espressione e creazione. Tuttavia, la sfida sarà mantenere il tocco umano, l'unicità e l'empatia che sono alla base di una narrazione coinvolgente e autentica».

    (FONTE: Testimonianze 559-560 - pp.177-183)



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