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    Nella festa di Marta, Maria e Lazzaro, amici e ospiti del Signore, ascoltiamo un racconto molto noto, che vede la presenza delle due sorelle e di Gesù.
    Sono ricordate sempre quali sorelle, e sorelle di Lazzaro, ciascuna e insieme legate al Signore Gesù, mosse dalla sua venuta, come si legge alla morte di Lazzaro nel quarto vangelo (cfr. Giovanni 11, 1-45), che non manca di far notare che «Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella Maria e a Lazzaro» (Giovanni 11, 5).
    All’inizio il testo si apre con un plurale («mentre erano in cammino») ma subito si concentra su Gesù, chiamato qui sempre ho kýrios, “il Signore”, che entrò in un villaggio «e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa». Non c’è abbondanza di parole: «lo accolse» basta a dire il dovere e la premura dell’ospitalità incarnata da Marta. L’evangelista passa alla figura della sorella, della quale viene detto che ascoltava la parola del Signore, seduta ai suoi piedi, rannicchiata con umiltà e semplicità. Il cammino del discepolo era riservato agli uomini, eppure qui è Maria a farsi discepola, a mettersi in ascolto. Che cosa ascoltava? Non sappiamo, ma «ascoltava» indica una durata, immette in uno stare, in un modo, crea un clima. «Invece Marta», incalza Luca, era come «strattonata», sballottata dai molti servizi, per il «molto servizio», letteralmente. L’accento sembra cadere ora su questo «era occupata»: la sua persona era disgregata, dissipata in un molto, un molto che lascia intuire un troppo. Di fronte all’ascolto silenzioso di Maria irrompe l’ansia di Marta, divisa interiormente. Marta ci appare figura contraddittoria, molteplice, come ciascuno di noi, che rischia di ridursi, anche ai suoi stessi occhi, a un ruolo, rischia di chiudersi a una o più funzioni, al dover fare. Il problema non è il fare bensì l’agitazione che causa affanno. La dicotomia non è tra ascoltare e fare ma tra la disposizione all’ascolto e il rischio di restare intrappolati, dispersi in molte cose, troppo «pieni». Forse Marta cerca solo di offrire una buona ospitalità, di essere una buona padrona di casa (ruolo comunemente riservato agli uomini). Ma ecco lo scacco: Marta si sente sola, o meglio si sente lasciata sola, abbandonata dalla sorella, da colei che avrebbe dovuto esserle vicina, di sostegno, di aiuto, di consolazione. La immaginiamo tutta presa in cucina e il suo brontolio, la sua insoddisfazione esplodono in un rimprovero mosso addirittura a Gesù, l’ospite, nei confronti di Maria. Non avrebbe potuto rivolgere la parola direttamente alla sorella? No, Marta, troppo preoccupata, o forse troppo stanca come a volte siamo anche noi, diventa impaziente e pungente, incapace di mettersi in una relazione alla pari; cerca una parola più autorevole. Sembra che Marta si senta doppiamente sola, non compresa: non solo la sorella l’ha lasciata sola a servire ma anche lui, il Signore, non si cura di lei! Marta rivendica la mancanza di riconoscimento, di relazione.
    Ed ecco che Gesù, al quale era stato chiesto di intervenire con una in favore dell’altra, calma la tempesta rivolgendosi direttamente a Marta, chiamandola per nome con affetto accorato: «Marta, Marta». La riporta al tu per tu, alla relazione centrale con lui, il Signore, e in lui e con lui al rapporto con la sorella.
    Gesù indica, letteralmente, la «parte buona», non la «parte migliore». Nel testo non c’è nessuna superiorità. Gesù non intende risolvere un problema trovando una soluzione, non fomenta una facile contrapposizione, un’opposizione tra sorelle, ma sembra rivelare qualcosa: la priorità è il convergere a lui; il resto, tutto il resto, è relativo, è comunque un mezzo, il fare come il pregare. Si può imparare a servire se prima ci si lascia lavare i piedi. Si può imparare a pregare se si ascolta il Signore e ci si lascia visitare da lui, se si condividono con lui anche i nostri affetti.

    (Osservatore Romano - 1 luglio 2017)



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