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    Vita religiosa.

    Quale rinnovamento?

    Luciano Manicardi

    Qualche anno fa un domenicano canadese, Daniel Cadrin, ha rivolto alcuni consigli particolarmente adatti ai religiosi e alle religiose: “Scegliete di vivere e avrete un volto, altrimenti sarà il vostro disfattismo a scavarvi la tomba. Rischiate nuove esperienze e sarete al sicuro, altrimenti il vostro riposo sarà quello dei malati terminali. Restate in movimento e sarete vivi, altrimenti vi muterete in pietra…
    Date fiducia ai giovani e crederete nel futuro, altrimenti finirete per essere soli. Parlatevi gli uni gli altri e sentirete voci nuove, altrimenti sarete ridotti al silenzio. Fatevi un tesoro con il nuovo e con l’antico e sarete al passo con i tempi, altrimenti cadrete nell’anonimato. Cercate Dio con tutto il vostro essere e Dio vi troverà, altrimenti perderete tutto” (cit. in J.-C. Lavigne, Perché abbiano la vita in abbondanza, Qiqajon 2011, p. 41).
    A cinquant’anni dal rinnovamento chiesto dal Vaticano II, mi pare che la vita religiosa sia oggi chiamata ad interrogarsi e confrontarsi soprattutto su tre punti chiave per il suo futuro: la testimonianza della semplicità, dell’umanità e della fedeltà.

    LA SEMPLICITÀ

    La semplicità sta al cuore del rinnovamento della vita religiosa. Che non è un di più rispetto alla vita battesimale. Se, in obbedienza alla vocazione battesimale, entriamo nella libertà di chi non ha nulla da perdere perché la morte sta già alle proprie spalle, allora la vita religiosa può essere abitata da un coraggio straordinario. Si può osare senza timore di perdere.
    Proprio dal battesimo viene la possibilità di semplificare, essenzializzando le forme della vita spirituale che, costruite sugli assi del celibato per il Regno, della vita comune, della missione (apostolato) e del primato del Vangelo e della sequela di Gesù, non hanno bisogno di inventare fantasiosi carismi o spiritualità barocche ed estranee al Vangelo per giustificarsi.
    Occorre uscire dalle spiritualità particolari, legate a una devozione o a una figura particolare di santo, e osare entrare nel movimento di riforma che il Concilio ha indicato a tutta la Chiesa, vita religiosa compresa.
    Che senso può avere rifarsi a spiritualità datate, che si discostano dall’essenziale della vita secondo lo Spirito come la Bibbia ce la tratteggia e consegna?
    Le spiritualità sono costruzioni artificiali che chiedono energie per sostenerle, quando sarebbe molto più semplice riandare a ciò che è comune e riscoprire che unica è la battaglia da condurre, unica la vita secondo lo Spirito, come unico è il battesimo. Le distinzioni sono comprensibili in un mondo tutto cristiano, ma non in un mondo che si interroga sul futuro del cristianesimo e che pone il problema della trasmissione della fede al centro delle sue preoccupazioni.
    È solo nel corso del II millennio cristiano, in Occidente (l’Oriente ha mantenuto l’unità della vita monastica), che la parola “spiritualità” comincia a essere declinata al plurale, in dipendenza da un certo santo o da una specifica congregazione religiosa ecc. Ora, è ovvio che lo stesso Spirito sempre dà origine a inculturazioni e realizzazioni differenti, ma la logica delle spiritualità arriva a far prevalere il secondario sull’essenziale: questa proliferazione delle spiritualità assomiglia piuttosto alla disgregazione dell’unica spiritualità cristiana.
    La via delle spiritualità porta le congregazioni a chiudersi in una ricerca di identità non a partire dal centro unificante, semplice ed essenziale del Vangelo, ma attraverso la distinzione rispetto ad altri soggetti ecclesiali, ad altre congregazioni.
    Inoltre, i grandi santi e fondatori non volevano dar vita a una nuova spiritualità, ma hanno sempre e solo cercato di vivere la totalità del Vangelo nel loro oggi: Francesco, per esempio, voleva “vivere secondo la forma del santo Evangelo”. Rifarsi a questi santi, che rinviano all’unico fondamento della santità cristiana, Gesù Cristo, significa immettersi in un movimento pneumatico e profetico di traduzione nell’oggi del “Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8).

    LA DIFFERENZIAZIONE DELLE SPIRITUALITÀ È QUASI UN ABORTO

    Oggi esiste una tale varietà di declinazioni della “spiritualità” da far impallidire la fantasia più accesa: spiritualità che sottolineano un aspetto del mistero della fede, che derivano da qualche fondatore, che mettono in luce qualche elemento ascetico-pratico o si rifanno a un movimento ecc. È il fenomeno che va sotto il nome di “spiritualità del genitivo” e che giunge a questa deriva corporativa. Che cosa dire di tutto ciò? È ancora condivisibile il giudizio di Hans Urs von Balthasar:
    “La differenziazione delle spiritualità, oggi divenuta pacifica – si parla di spiritualità dei diversi ordini, di spiritualità dei sacerdoti diocesani, dei laici e dei diversi gruppi laicali – è quasi totalmente un aborto, spesso ben intenzionato, ma sovente avvelenato, e non solo inconsciamente dal risentimento. Come se un santo potesse essere interessato alla ‘sua’ propria spiritualità! Come se una simile spiritualità a scomparti non fosse indegna dello Spirito santo, il quale vuole sempre ispirare nei cuori soltanto la pienezza di Cristo”.

    L'UMANITÀ

    La sequela, a cui i religiosi sono chiamati, è vocazione a vivere l’umanità seguendo Cristo. Si tratta di “seguire Cristo nella sua umanità”, quale emerge dalla testimonianza evangelica. Infatti, è l’uomo Gesù di Nazaret che ha narrato Dio ed è in lui che “abita corporalmente la pienezza della divinità” (Col 2,9); è l’uomo Gesù che i religiosi sono chiamati a seguire in una vita personale e comunitaria, che sia anzitutto umana ed umanizzata. La chiamata alla santità va declinata come chiamata a diventare umanamente santi. I santi sono, dice il Vaticano II, “i nostri compagni di umanità più perfettamente trasformati a immagine di Cristo” (LG 50).
    Questa centralità teologica dell’umanità di Cristo deve diventare spirituale per rinnovare profondamente la vita religiosa. Per questo mi permetto di suggerire una chiave di lettura dei Vangeli che, andando alla ricerca dell’umanità di Gesù, possa innervare e modellare le esistenze di chi fa vita religiosa. Ci si chieda, leggendo ogni episodio evangelico: qual è l’umanità dell’uomo Gesù? Che umanità esprime nel suo parlare, nel suo agire, nelle modalità dei suoi incontri con altre persone?
    Ciò che Gesù ha di straordinario non è di ordine religioso, ma umano, ed è la nostra umanità che deve essere riformata, rinnovata, ricreata dalle energie che provengono dallo Spirito che ha abitato l’umanità di Gesù.

    LA FEDELTÀ

    La vita religiosa, proprio perché “vita”, va fino alla morte, e si declina come perseveranza. Alla vita religiosa oggi è chiesto di apprendere l’arte di vivere il tempo che diventi magistero per una società cronofaga, che divora il tempo, che vive dell’episodico, appiattita sul presente, sul momentaneo, sul tutto e subito, incapace di attesa, distanza, pazienza.
    Anzi, la vita religiosa rischia di mondanizzarsi assumendo tratti idolatrici nel vivere il tempo: la produttività, l’efficacia, la parcellizzazione dei tempi. Nella vita religiosa si può avere coscienza acuta delle diverse età della vita, umana e spirituale, dall’iniziazione dei primi anni con postulato, noviziato ecc., alle età della maturazione e dell’invecchiamento, e divenire così esperti nell’arte del vivere, che è l’arte di abitare il tempo e il corpo. In particolare, la vita religiosa è impegno usque ad mortem, fino alla morte, perché solo giunta alla morte una vita è veramente tale, compiuta.
    La prova della durata è la grande prova della vita religiosa: il rischio del cinismo, del lasciarsi andare, del chiudersi nel coltivare il proprio interesse, dell’autoreferenzialità, del non ascoltare più, della sfiducia, sono solo alcuni dei mali che possono intervenire nello scorrere della vita religiosa. C’è una povertà e fragilità che è più che mai evangelica e onora Dio compiendo la sequela di Cristo attraverso la perseveranza, usque ad mortem.
    Così come c’è una fedeltà che rifiutandosi di abbandonare la famiglia religiosa, la comunità, anche quando vi sarebbero dei motivi validi, testimonia il valore umano del legame e dunque l’importanza dell’altro, degli altri, dei fratelli e delle sorelle a cui si è legata la propria vita. Vivere il tempo con perseveranza e i legami fraterni con fedeltà sono la stessa cosa. E sono una testimonianza preziosa che oggi possiamo dare all’umanità.

    (Missione Oggi)



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