Bastoni e rocce
Chuqqàt (Nm 19,1 - 22,1)
Daniel Taub

Poco prima di completare le peregrinazioni nel deserto e di entrare nella terra di Israele, gli israeliti si lamenta - no di avere sete. Mosè prega Dio, che gli dice di prendere il bastone, radunare il popolo presso una roccia e poi di «parlare a quella roccia» (Nm 20,8). Quando lo farà, gli assicura Dio, dalla roccia sgorgherà acqua.
Quello che segue è uno degli episodi più sconcertanti - e tragici - di tutta la Bibbia. Mosè prende il bastone, ma invece di parlare alla roccia, la colpisce. L'acqua sgorga, ma Mosè viene punito. A motivo di questo incidente, gli dice Dio, non gli sarà consentito di guidare gli israeliti nella loro terra.
Perché Mosè ha disobbedito a questo semplice comando? E perché la sua punizione dovette essere tanto severa, privandolo del suo sogno di guidare il popolo ebraico nella terra di Israele?
Lungo i secoli i commentatori ebrei si sono affannati attorno a queste domande, proponendo decine di risposte. Ma un suggerimento in particolare sembra avere rilevanza per il nostro tempo, un suggerimento avanzato da un commentatore tedesco del XVIII secolo, rabbi Isaac Bernays.
Per Bernays, la chiave della risposta risiede in un episodio che si verificò quasi quarant'anni prima. Come descritto in Beshallàch, poco dopo l'esodo dall'Egitto il popolo di Israele si lamentò di non avere nulla da bere. In quel caso particolare, Dio ordinò a Mosè di prendere il bastone e colpire con esso la roccia. Mosè lo fece e ne scaturì l'acqua per il popolo (Es 17,1-7).
Tenendo a mente ciò, il comportamento di Mosè appare ancora più strano. Egli fece esattamente quello che gli era stato detto di fare nella medesima situazione quarant'anni prima. Quindi, alla domanda originale, occorre aggiungere un'altra domanda: perché Dio ha cambiato le regole del gioco, dicendo questa volta a Mosè di parlare alla roccia anziché colpirla?
Bernays sottolinea che i due episodi si verificarono in due momenti molto diversi della storia ebraica. Il primo avvenne subito dopo che i figli di Israele avevano lasciato l'Egitto ed erano sul punto di iniziare un periodo prolungato nel deserto, in cui la loro sopravvivenza sarebbe dipesa dalla protezione miracolosa e divina: una colonna di nube di giorno, una colonna di fuoco di notte, e per cibo la manna caduta dal cielo. In un mondo siffatto, quando l'acqua è scarsa, il solo modo di risolvere la crisi è un miracolo. Per questa ragione Dio ordina a Mosè di usare il suo bastone - lo stesso bastone soprannaturale con cui aveva compiuto tutti i miracoli in Egitto - per realizzare ancora un altro miracolo.
L'episodio di Nm 19,1-22,1 si svolge invece quarant'anni dopo. In questo momento i figli di Israele si trovano sulla soglia di un genere di esistenza ben diverso. Sono sul punto di entrare nella loro terra, e di iniziare a costruire la loro società con le loro stesse mani. Non potranno più contare sull'intervento divino, adesso dovranno usare le loro potenzialità. Per questa ragione Dio dice a Mosè che, pur potendo ancora impugnare il bastone come segno della presenza di Dio, deve parlare lui stesso alla roccia, e usare la propria voce per far uscire l'acqua. Ciò che guiderà il popolo d'ora in poi, gli sta dicendo, non è il bastone miracoloso nella sua mano, ma le parole che escono dalla sua bocca.
Che l'attenzione sia ora focalizzata su Mosè, cui è richiesto di contare sulle proprie parole, si riflette nella formulazione del comando di Dio a Mosè. Dio dice: «Parla a quella roccia», ma non dice che cosa esattamente dovrà dire. In effetti, delle centinaia di volte che Dio ordina a Mosè di parlare, questa è l'unica in cui non gli dice esattamente che cosa deve dire. Questa è la prova cruciale per Mosè. Saprà operare il passaggio, dall'essere un leader nel deserto, cioè un canale della parola di Dio, che si avvale di miracoli, all'essere un leader nella nuova realtà della terra di Israele, quando dovrà avvalersi delle proprie potenzialità? Per Mosè, a conti fatti, questo passaggio è troppo. Non riesce a trovare le parole e, come in passato, si affida al bastone di Dio.
Sembra che Mosè, il più grande di tutti i profeti, avesse addirittura profetizzato il proprio fallimento. Nel primo incontro con Dio, presso il roveto ardente, aveva insistito di non essere tagliato per il compito di guidare il popolo ebraico. «Io non sono un parlatore» (Es 4,10), aveva insistito. La rassicurante risposta di Dio era stata di non preoccuparsi: «Io sarò con la tua bocca, ti istruirò su quello che dovrai dire» (Es 4,12). E in effetti fu proprio quel che Dio fece per quarant'anni, dicendo a Mosè esattamente che cosa dire in ogni situazione. Fino al momento in cui il popolo ebraico fu sul punto di entrare nella sua terra e si richiedeva un nuovo modello di leadership. In quel momento, proprio come Mosè aveva predetto, lui non risultò essere l'uomo giusto per quel compito. Le parole lo tradirono, e toccò a un altro leader assumersi la sfida di guidare il popolo in una terra in cui a svolgere il ruolo principale nel determinare il destino sarebbero state le potenzialità umane, più che i miracoli.

