La parola come luce

    Salmo 119 (118)

    Paolo Ricca


    Il Salmo 119 non è solo il più lungo di tutti (176 versetti!), ma anche il più originale. Non è però né per la sua lunghezza, né per la sua originalità che vale la pena di leggerlo e commentarlo, ma è perché è il modello di un tipo di Salmi che non abbiamo ancora visto: i Salmi detti «sapienziali», come il Salmo 1, il 19 e, appunto, il 119. Ma che cos'è, propriamente, un Salmo sapienziale? E un Salmo che, come dice la parola, ruota intorno alla «sapienza», non però nel senso di un sapere particolarmente vasto e profondo, grazie al quale si giunge al più alto grado di conoscenza delle cose, ma nel senso tipicamente biblico di «sapienza della vita». E anche qui «sapienza della vita» non nel senso corrente di quel po' di saggezza che acquistiamo (neppure sempre!) attraverso le esperienze che facciamo e gli errori che commettiamo (quanti!) nel corso della vita, cioè quel po' di saggezza che la vita stessa ci insegna; ma nel senso della sapienza che viene non dopo aver vissuto (quando potrebbe essere troppo tardi), ma che si ha o si può avere prima della vita adulta, la sapienza necessaria per praticare «il mestiere di vivere».
    Ma è proprio così difficile imparare a vivere? Sì, lo è: il mestiere di vivere è il più difficile da imparare. Per moltissime persone, anche nella nostra società detta opulenta, è difficile vivere, per difficoltà anzitutto di ordine materiale e sociale: disoccupazione, precariato, elevato costo della vita, varie forme di emarginazione e così via. Ma anche là dove queste difficoltà sono superate e la vita è in qualche modo garantita, si pone proprio allora l'esigenza di «imparare a vivere», si pongono cioè le domande elementari, ma fondamentali: vivere come? Secondo quali principi? Percorrendo quali vie? Perseguendo quali scopi? Ecco: la «sapienza della vita» di cui parlano i «Salmi sapienziali» come il 119 è quella che affronta questi interrogativi, che nessuno che voglia dare alla propria vita forma e contenuto può pensare di poter ignorare.
    Ma la vita stessa non ci aiuta in questo apprendistato del come vivere? No, purtroppo non ci aiuta. Una delle caratteristiche sorprendenti della vita è che essa non contiene in sé né la chiave che ne sveli il senso né indicazioni chiare sul modo di viverla. Non basta vivere né per capire che cos'è la vita, né per coglierne il senso e il fine, né per imparare a vivere, cioè per imparare come vivere. Ecco: l'autore del Salmo 119 non è uno che si lascia vivere così come càpita, ma è uno la cui vita ha ricevuto una direzione precisa, è una vita orientata e guidata. Tutto il lunghissimo Salmo 119 in fondo non è altro che un inno di riconoscenza per il dono non della vita, ma dell'orientamento della vita. È in questo senso che il Salmista è diventato sapiente, «più sapiente - dice - di tutti i miei maestri» (v. 99): lo è diventato in quanto ha imparato orientare la sua vita, e questa è una gioia non minore di quella della vita stessa.
    Ma è tempo, dopo queste considerazioni introduttive sulla nozione biblica di «sapienza», di avvicinarci al Salmo 119 e anzitutto spiegare la sua originalità che, a sua volta, spiega la sua lunghezza. In che cosa consiste questa originalità? Consiste in due caratteristiche, entrambe collegate all'alfabeto.

    a) La prima è che il Salmo si compone di 22 strofe, tante quante sono le lettere dell'alfabeto ebraico. Ogni strofa si articola in otto versi ed è dedicata a una lettera: A, B, C eccetera. Ogni verso della strofa dedicata, poniamo, alla lettera «a», comincia con la lettera «a». Ogni verso della strofa dedicata alla lettera «b» comincia con la lettera «b». Ogni verso della strofa dedicata alla lettera «c» comincia con la lettera «c». E così via, per tutte le 22 lettere dell'alfabeto ebraico. Il Salmo 119 è dunque un'opera di alta ingegneria letteraria, creata da un virtuoso della lingua, è una specie di monumento alla lettera, alle lettere che compongono le parole, con le quali (secondo la Bibbia) Dio comunica con noi e gli uomini comunicano tra loro.
    Ci si può chiedere: come mai a un certo momento della sua storia il popolo d'Israele ha sentito il bisogno di erigere questa monumento letterario in onore della lettera, e precisamente delle lettere del suo alfabeto? In che periodo può essere accaduta una cosa del genere? Evidentemente in una fase avanzata della storia d'Israele, dopo l'esilio babilonese, quando la Parola che Dio aveva rivolto al popolo in tanti modi diversi (anzitutto attraverso i Patriarchi, poi attraverso Mosè, e in seguito attraverso i profeti, ma anche attraverso i sacerdoti) era già stata messa per iscritto, diventando Scrittura, e così aveva potuto essere custodita e tramandata fedelmente di generazione in generazione. Questo è l'immenso e inestimabile valore della lettera: essa custodisce intatta la parola, la conserva nella sua purezza e integrità. Il Salmo 119 è un inno di gratitudine alle lettere dell'alfabeto, grazie alle quali la Parola di Dio -quella Parola decisiva non solo per la fede d'Israele, ma per la sua stessa esistenza - non è andata perduta, non è stata dimenticata, ma è stata, per così dire, depositata nelle lettere e in quella forma trasmessa fino a noi. Senza lettere non ci sarebbe Parola, e senza Parola non ci sarebbe fede, e senza fede non ci sarebbe né Israele né Chiesa. Senza lettera non ci sarebbe nessuna parola, ma in particolare non ci sarebbe, tra le innumerevoli parole dell'umanità di ieri e di oggi, quella Parola che Israele, e nella sua scia la Chiesa, hanno conosciuto e riconosciuto come Parola di Dio. Il valore insostituibile della lettera è di essere la culla o il grembo della Parola. E quando Israele, avendo in mano le Scritture contenenti la Parola di Dio, s'è reso conto del valore incomparabile delle lettere dell'alfabeto, che custodiscono questa Parola, impedendo sia che venga dimenticata sia che venga modificata, manomessa, adulterata, è più che comprensibile che alle lettere abbia voluto dedicare un vero e proprio monumento: il Salmo 119.

    b) La seconda caratteristica di questo Salmo è che in ciascuna delle 22 strofe che lo compongono compaiono otto parole, che sono queste: «legge» (toràh), «Parola» (dabàr), «testimonianza» (edàh), «giudizio» (migpat), «oracolo» (imràh), «decreto» (hòq), «precetti» (piqqíldìm), «comandamento» (migpah) - otto parole diverse per descrivere la stessa realtà, che noi possiamo designare con l'espressione «Parola di Dio». In ogni strofa dunque ricorrono queste otto parole per dire, in tante forme diverse, «Parola di Dio». Una sola strofa fa eccezione.
    Qual è il senso di questa duplice scelta: adoperare tante parole per dire la stessa cosa, e ripetere in ogni strofa, per 21 volte, le stesse otto parole-chiave? Il senso è evidente. Otto parole per designare la stessa realtà vuol dire che questa realtà, che è la Parola di Dio, è al tempo stesso una e molteplice, è tante cose insieme: è promessa, ma anche adempimento; è legge, ma anche libertà; è giudizio, ma anche perdono; è storia, ma anche profezia; è prosa, ma anche poesia; è lamento, ma anche lode; è invettiva, ma anche benedizione. È sempre Parola di Dio in tante forme diverse, perché diverse sono le persone a cui si rivolge, diverse le situazioni in cui risuona, diversi i messaggi di cui abbiamo bisogno o che comunque Dio ci vuole trasmettere. Il fatto poi che queste otto parole-chiave siano ripetute in ogni strofa (tranne una), per ben 21 volte, come una specie di ritornello, è ovviamente un modo elementare ma efficace per attirare l'attenzione su queste parole e fissarle nella memoria. La ripetizione è funzionale alla memorizzazione.
    La costruzione «alfabetica» del Salmo e il fatto che ogni verso di ciascuna strofa inizi con la stessa lettera hanno un'evidente finalità pedagogica, sono artifici letterari (presenti anche in altre letterature) per aiutare la memoria a ricordare cose importanti, dato che dimentichiamo facilmente anche quelle. Nel Nuovo Testamento c'è persino l'esortazione seguente rivolta a un ministro della chiesa, collaboratore dell'apostolo Paolo: «Ricòrdati di Gesù Cristo, risorto dai morti!» (II Timoteo 2,8): anche Timoteo rischiava di dimenticare la risurrezione, fondamento della fede cristiana! Tanto labile è la nostra memoria, grandemente bisognosa di aiuto. Un aiuto è proprio la costruzione «alfabetica» del Salmo. Ma accanto a una finalità mnemonico-pedagogica ce n'è un'altra: il Salmo è costruito alfabeticamente non solo per facilitarne la memorizzazione, quindi per aiutarci a ricordare le lettere, ma anche per insegnarci ad amarle.
    L'amore per le lettere della Toràh è saldamente radicato nell'animo ebraico. Una testimonianza, tra tante, è quella tramandata da secoli in questi termini:

    Quando il rabbi Chaninà ben Teradiòn, avvolto nel rotolo della Toràh, fu buttato dai Romani sul rogo per aver insegnato la Legge, e gli accesero il fuoco sotto la fascina di sterpi verdi perché fosse più lungo il suo supplizio, i discepoli gli chiesero: «Maestro, che cosa vedi?». E rabbi Chaninà rispose: «Vedo la pergamena bruciare, ma le lettere volano via...». Oh sì, è vero, le lettere volano via... [1].

    Le lettere volano via, le fiamme non le possono bruciare. La pergamena può bruciare insieme a rabbi Chaninà, ma le lettere e la Parola che esse custodiscono durano in eterno. L'ultimo sguardo del rabbino martire non è per il suo corpo legato che brucia, ma per le lettere che, libere, volano via – quelle lettere che ha tanto amato in vita e che continua ad amare fino alla fine, mentre muore.

    Amare la lettera! Non è forse pericolosa un'indicazione di questo genere, specialmente in un tempo come il nostro minacciato da tanti fondamentalismi? Non sono forse i fondamentalisti che prendono i testi alla lettera, provocando disastri? Già l'apostolo Paolo aveva visto i pericoli del culto della lettera, a cominciare proprio della lettera biblica, e aveva quindi affermato che il «nuovo patto», annunciato dal profeta Geremia (31,31-34) e istituito da Gesù (Luca 22,20), è un patto «non di lettera, ma di spirito, perché la lettera uccide, ma lo spirito vivifica» (II Corinzi 3,8). Ma è vero che la lettera uccide? Non è forse la lettera che viene, per così dire, «uccisa» proprio dai fondamentalisti, nella misura in cui essi la sacralizzano, la divinizzano, la idolatrano, e quindi la snaturano perché la identificano con la Parola, mentre la lettera non è la Parola, ma la culla della Parola? C'è però anche un altro modo, antitetico, di «uccidere» la lettera: è il modo di quelli che non la prendono sul serio, non la onorano, la manipolano secondo i loro gusti o interessi, le fanno dire quello che vogliono loro: in questo caso, la culla della Parola non è la lettera biblica, ma sono loro; essi prendono il posto della lettera (in questo senso la «uccidono»), e allora la Parola che ne scaturisce non è parola di Dio, ma parola d'uomo.
    La lettera dunque non va né sacralizzata, né snobbata. L'amore per la lettera non deve degenerare nel culto della lettera che facilmente fomenta fanatismi, ottusità e miopia spirituale. Tutto, anche la lettera biblica, può diventare idolo, come può diventarlo l'intera Bibbia, che allora non è altro, com'è stato detto, che «un papa di carta». D'altra parte l'amore per la lettera non consente atteggiamenti di sufficienza o addirittura di arroganza nei suoi confronti, come se noi avessimo autorità sopra di essa e potessimo disporne a nostro piacimento. È la lettera che deve parlare, non noi: noi dobbiamo ascoltare. Chi ama la lettera la terrà dunque in gran conto, senza però idolatrarla. Il Salmo 119 nasce dall'amore, non dal culto della lettera. Amare la lettera vuol dire riconoscere che essa è lo scrigno nel quale è nascosta e custodita la perla preziosa della parola divina, il segno materiale grazie al quale si ode la voce dello Spirito. Il Salmista ama la lettera perché ama la Parola, e ama la Parola perché con essa e in essa egli ha ricevuto ogni bene e ogni benedizione da Dio e grazie ad essa vive in dialogo con lui.
    Ma è tempo di ascoltare un primo brano dal Salmo 119: la prima strofa, che corrisponde alla lettera «a» (in ebraico alef).

    1 Beati quelli che sono integri nelle loro vie, che camminano secondo la legge del SIGNORE. 2 Beati quelli che osservano i suoi insegnamenti, che lo cercano con tutto il cuore 3 e non commettono il male, ma camminano nelle sue vie. 4 Tu hai dato i tuoi precetti perché siano osservati con cura. 5 Sia ferma la mia condotta nell'osservanza dei tuoi statuti! 6Non dovrò vergognarmi quando considererò tutti i tuoi comandamenti. 7 Ti celebrerò con cuore retto, imparando i tuoi giusti decreti. 8 Osserverò i tuoi statuti, non abbandonarmi mai.

    Il Salmo comincia con una beatitudine, proprio come il Salmo 1 con il quale si apre il Salterio: «Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi [.. .] ma si compiace della legge del Signore ela sua legge medita giorno e notte». Nel Salmo 119 c'è addirittura una doppia beatitudine: «Beati quelli che camminano nella legge del SIGNORE. Beati quelli che osservano i suoi insegnamenti» (vv. 1-2). Questa è in effetti la prima caratteristica di questo «alfabeto della preghiera», com'è stato chiamato: la gioia, la felicità, la beatitudine, non futura ma attuale, non celeste ma terrena. Da dove viene questa gioia? Qual è la fonte di questa felicità? Il Salmista lo sa bene: «Beati quelli che camminano nella legge del Signore». È interessante l'espressione «nella» legge, e non semplicemente «secondo» la legge. Qui si vede che per il Salmista la legge non è solo un insieme di norme secondo le quali vivere, ma è, se così si può dire, uno spazio vitale, un habitat nel quale muoversi. «Camminare» vuol dire vivere; «nella legge» vuol dire nell'ambito, nel quadro, nello spazio della legge, che non è solo una stella polare che guida il cammino umano, e neppure solo «una lampada» (v. 105) che illumina la via della vita, no, la legge di Dio, la Toràh, è qualcosa di più, è una dimora, una casa, un luogo nel quale abitare - non dunque una Parola che resta fuori, e neppure una Parola che entra dentro, ma noi entriamo nella Parola, lei diventa la nostra abitazione, e noi «camminiamo in essa». Pensieri analoghi e persino identici si trovano nel Salmo 19: «La legge del Signore è perfetta, ella ristora l'anima; la testimonianza del Signore è verace, rende savio il semplice. I precetti del Signore sono giusti, rallegrano il cuore; il comandamento del Signore è puro, illumina gli occhi. Il timore del Signore è puro, dimora in perpetuo; i giudizi del Signore sono verità, tutti quanti sono giusti, sono più desiderabili dell'oro, anzi, più di molto oro finissimo, sono più dolci del miele, anzi, di quello che stilla dai favi» (Salmo 19,7-10). Insomma: non c'è nulla di meglio su questa terra che la Parola di Dio, che ci si offre come habitat, spazio in cui abitare.
    Ma che cosa troviamo in questa abitazione che è la Parola di Dio? Troviamo tante cose. Come s'è detto, il Salmista adopera ben otto parole per designare la stessa realtà, cioè la rivelazione di Dio in tutti i suoi aspetti: elezione, liberazione dalla schiavitù, dono della libertà e della terra promessa e, in quel quadro, dono della legge. Il Salmo 119 ha presente tutti questi aspetti, però insiste specialmente sulla legge, quindi in primo luogo sui Dieci comandamenti, ma anche su tutte le altre norme e disposizioni date da Dio da osservare – come leggiamo nel libro del Deuteronomio – «affinché fossimo sempre felici, ed egli ci conservasse in vita, come ha fatto finora. E questa sarà la nostra giustizia: aver cura di mettere in pratica tutti questi comandamenti nel cospetto del Signore, dell'Iddio nostro, com'egli ci ha ordinato» (Deuteronomio 6,24-25). Ritorna anche qui il tema della felicità. Perché «camminare nella legge di Dio» dà felicità? Per una ragione molto semplice: una vita vissuta nella legge di Dio sarà una vita vissuta bene, e in questo senso felice, che non vuol dire facile (il Salmista è minacciato [v. 109], insidiato [v. 95], angosciato [v. 143], perseguitato [v. 157]), e neppure senza problemi, ma vuol dire riuscita, non sciupata, non vana. La nostra vita, come ha detto il maggiore teologo del Novecento, Karl Barth, è «l'occasione unica». Il più grande rischio che ciascuno corre è di sprecarla. La felicità del Salmista è questa: che vivendo «nella legge di Dio» l'occasione unica non è sprecata.
    C'è però una seconda caratteristica di questa prima strofa, che poi compare anche in altre strofe: è il tema della ricerca: «Beati quelli che lo cercano [Dio] con tutto il cuore» (v. 2), e ancora: «Io sono tuo, salvami, perché ho cercato il suo volere» (v. 94). Anche questo è un pensiero importante: c'è una legge scritta, chiaramente formulata, ci sono tanti comandamenti (se ne contavano 613!) che dovevano regolare ogni aspetto della vita, però c'è una volontà di Dio che trascende tutte le leggi e che dev'essere sempre di nuovo cercata. Questa ricerca è tanto più necessaria oggi, di fronte a tanti problemi morali nuovi (pensiamo al vasto campo della bioetica, ma anche ad altri ambiti), rispetto ai quali non ci sono norme già formulate, ad esempio nella Bibbia, e per i quali occorre, come diceva Lutero, «creare nuovi Decaloghi». Ecco dunque le due indicazioni iniziali: la prima è la felicità perché nel labirinto della vita c'è un filo d'Arianna che ci guida, cioè la legge di Dio, vivendo nella quale possiamo essere certi di non sprecare l'occasione unica. La seconda è la ricerca della volontà di Dio, che si esprime, sì, nella legge, ma non si esaurisce in essa, anzi comprende tante altre cose, altrettanto importanti quanto la legge, eanche di più, e che comunque va cercata per rispondere ai problemi sempre nuovi che oggi si pongono alla coscienza dei singoli e della collettività.
    Ascoltiamo ora una seconda strofa del Salmo, quella che corrisponde alla lettera «m» (in ebraico mem), molto bella anche poeticamente.

    97 0h, quanto amo la tua legge! È la mia meditazione di tutto il giorno. 98 I tuoi comandamenti mi rendono più saggio dei miei nemici; perché sono sempre con me. 99 Ho più conoscenza di tutti i miei maestri, perché le tue testimonianze sono la mia meditazione. 100 Ho più saggezza dei vecchi, perché ho osservato i tuoi precetti. 101 Ho trattenuto i miei piedi da ogni sentiero malvagio, per osservare la tua parola. 102 Non mi sono allontanato dai tuoi giudizi, perché tu mi hai istruito. 103 Oh, come sono dolci le tue parole al mio palato! Son più dolci del miele alla mia bocca. 104 Mediante i tuoi precetti io divento intelligente; perciò detesto ogni doppiezza.

    Qui abbiamo tre pensieri in primo piano, anch'essi ricorrenti in altre strofe del Salmo.

    1. La strofa si apre con una vera e propria dichiarazione d'amore per la legge di Dio: «Quanto amo la tua legge, Signore, tutto il giorno la vado meditando» (v. 97). Il Salmista è un innamorato! La legge è la compagna della sua vita, una compagna dalla quale non si separa mai, come due amanti inseparabili: «tutto il giorno la vado meditando», «Il tuo precetto [...] sempre mi accompagna» (v. 98). È una dolce compagnia, come dolce è la compagnia dell'amato o dell'amata. Quello che nel Cantico dei cantici l'Autore dice della donna che ama: «O sposa mia, le tue labbra stillano miele, miele e latte son sotto la tua lingua» (4,11), qui il Salmista lo dice della Parola di Dio: «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole, più del miele per la mia bocca» (v. 103). C'è un fremito erotico, addirittura, che percorre questo Salmo, è l'amore intenso, quasi fisico, per la Parola di Dio, che è anch'essa una dichiarazione d'amore, da parte di Dio nei confronti dell'uomo. Abbiamo già detto perché il Salmista ama tanto la legge di Dio: perché è la parola che lo guida, lo orienta, gli fa percorrere la via giusta, non gli permette di smarrirsi. Abbiamo già citato il v. 105: «La tua parola è una lampada per i miei passi, una luce sul mio cammino». Non c'è solo la luce o i lumi della ragione, per quanto illuminanti essi siano. Non c'è solo la luce dell'esperienza, per quanto istruttiva possa essere. C'è un'altra luce, quella della Parola di Dio, che fa «vedere» cose che né la ragione né l'esperienza riescono a rivelare.

    2. Il secondo pensiero in evidenza in questa strofa è quello della sapienza, di cui abbiamo detto qualcosa all'inizio del nostro commento. «Il tuo precetto mi fa più saggio dei miei nemici» (v. 98); «sono più saggio di tutti i miei maestri» (v. 99), «ho più senno degli anziani» (v. 100). Ma perché la legge di Dio rende «saggi», anzi più saggi di tutti gli altri, più saggi dei più saggi (i maestri, gli anziani)? Perché la legge di Dio è una scuola in cui, come dice Calvino, «Dio è il primo e principale insegnante» e in cui il discepolo impara una sapienza altrimenti sconosciuta, non di tipo filosofico o teologico, ma di tipo pratico, una sapienza non da pensare, ma da vivere. In che cosa consiste concretamente? Si può rispondere in molti modi. Ad esempio, con il profeta Michea: «Che altro richiede da te il Signore, se non che tu pratichi ciò che è giusto, che tu ami la misericordia e cammini umilmente col tuo Dio?» (Michea 6,8). Oppure con Gesù: «Voi avete udito che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico: Se uno ti percuote sulla guancia destra, porgigli anche l'altra; e a chi vuol litigare con te e toglierti la tunica, lasciagli anche il mantello» (Matteo 5,39-40). Oppure con l'apostolo Paolo: «Non rendete ad alcuno male per male. Applicatevi alle cose che sono oneste davanti a tutti gli uomini [...]. Non essere vinto dal male, ma vinci il male col bene» (Romani 12,17 e 21). E ancora: «Tutte le cose vere, onorevoli, giuste, pure, amabili, tutte le cose di buona fama, quelle in cui è qualche virtù e qualche lode, siano oggetto dei vostri pensieri» (Filippesi 4,8), cioè praticatele. Si potrebbe continuare, ma questi accenni bastano per capire quali sono i contenuti di questa «sapienza».
    Che non ha mai avuto molti seguaci, e meno che mai li ha oggi. Essa contraddice le logiche correnti e anche, sovente, il cosiddetto «buon senso», che non sempre è realmente buono. Ma soprattutto la sapienza biblica contraddice il nostro stile di vita, contraddice noi, che forse siamo molto intelligenti, ma poco sapienti.

    3. C'è infine un terzo pensiero in questa strofa, anch'esso spesso ricorrente in questo Salmo e in altri: è quello dei «nemici» (v. 98), degli «orgogliosi» (v. 21), dei «superbi» (v. 51), degli «empi» (vv. 53.61.119), degli «insolenti» (vv. 69.85), dei «malvagi» (v. 115), di quelli che «abbandonano la legge di Dio» (v. 53), dei «potenti» (v. 161). Questa terra non è un paradiso per nessuno e meno che mai per coloro che cercano di seguire la parola di Dio. Il Salmista è felice («sono canti per me i tuoi precetti nella terra del mio pellegrinaggio», v. 54 - canti di gioia; «nella tua volontà è la mia gioia», v. 16), ma è anche oggetto di ostilità e minacce. «Sono straniero sulla terra» (v. 21), come straniero è Dio, come stranieri sono stati i profeti, come straniero è stato Giovanni Battista («la voce di uno che grida nel deserto», Marco 1,3), come straniero è stato Gesù, abbandonato da tutti i discepoli e seguaci, e morto solo, tra due briganti, come straniero è stato l'apostolo Paolo, che in una delle sue ultime lettere scrive, a proposito del suo processo: «Tutti mi hanno abbandonato» (II Timoteo 4,16). Il Salmista dice ancora: «Angoscia e affanno mi hanno colto» (v. 143), e ancora : «La mia vita è sempre in pericolo» (v. 109). Chi porta in questo mondo la parola di Dio non deve aspettarsi il favore della gente e tanto meno quello dei potenti. Ricordo un colloquio con il pastore Tullio Vinay quando era senatore della Repubblica. Sapevo che nei suoi frequenti discorsi al Senato, cercava sempre di far valere il punto di vista dell'Evangelo. Gli chiesi: «Come veniva ricevuta questa Parola evangelica?». Rispose: «Più chiaramente esponi la verità dell'Evangelo, meno essa viene ricevuta e creduta. Più la gente capisce di che cosa si tratta, più se ne sta alla larga». Ma appunto: una delle linee portanti del Salmo è che l'ostilità del mondo non scalfisce l'amore del Salmista per la legge di Dio e, più in generale, per la sua parola, che resta la sua forza vincente.
    A questo punto diventa particolarmente calzante la conclusione del lungo Salmo: l'ultima strofa che corrisponde alla lettera «t» (in ebraico, tau).

    169 Giunga il mio grido fino a te, SIGNORE; dammi intelligenza secondo la tua parola. 170 Giunga la mia supplica in tua presenza; liberami secondo la tua parola. 171 Le mie labbra esprimeranno la tua lode, perché tu m'insegni i tuoi statuti. 172 La mia lingua celebrerà la tua parola, perché tutti i tuoi comandamenti sono giustizia. 173 La tua mano mi aiuti, perché ho scelto i tuoi precetti. 174 Io bramo la tua salvezza, SIGNORE, e la tua legge è la mia gioia. 175 L'anima mia viva, ed essa ti loderà; e mi soccorrano i tuoi giudizi. 176 Io vado errando come pecora smarrita; cerca il tuo servo, perché io non dimentico i tuoi comandamenti.

    La cosa più sorprendente in questa strofa è il versetto finale: «Come pecora smarrita vado errando; cerca il tuo servo» (v. 176) La prima strofa parlava del credente che «cerca Dio con tutto il cuore» (v. 2), l'ultima strofa si chiude con la richiesta a Dio di cercare lui, il Salmista: «cerca il tuo servo!». Il Salmista sa che non siamo solo noi a cercare Dio, c'è anche Dio che cerca noi! E qui due osservazioni si impongono.

    a) La prima è che benché il Salmista ripeta quasi a ogni versetto (e anche nell'ultimo: «io non dimentico i tuoi comandamenti», v. 176) che egli non ha dimenticato la legge di Dio, al contrario l'ha sempre tenuta presente e la vuole seguire «sino alla fine» (v. 33), avendola egli scelta come la compagna fedele della sua vita intera, ciò nondimeno egli sente acuto il bisogno di Dio «in persona» (se così si può dire). E come se dicesse a Dio: «La tua legge, i tuoi comandamenti, i tuoi giudizi sono con me, sono la mia gioia e il mio canto, e mi rendono felice, ma non possono prendere il tuo posto. Tu non sei legge, non sei comandamento, non sei precetto, non sei giudizio, tu sei Dio, l'Ineffabile, il cui nome tre volte santo non può essere pronunciato da queste mie labbra impure. Tu però, nella tua bontà, hai pronunciato il mio nome e mi hai chiamato. E mi hai dato la tua legge, che messa per iscritto è diventata Sacra Scrittura, messa nelle mie mani affinché entri nel mio cuore. Ho i tuoi comandamenti, che «amo più dell'oro, più dell'oro finissimo» (v. 127), che quindi sono la cosa più preziosa che posseggo, ho le tue testimonianze, i tuoi decreti, le tue promesse - ho tutte queste cose stupende che mi rendono felice, ma senza di te questo tutto è nulla, è tutto solo con te!». In altre parole, il Salmista è perfettamente consapevole della differenza che c'è tra Dio e la Scrittura, che Lutero ha un giorno descritto così: «Dio e la Scrittura di Dio sono due cose distinte, proprio come due cose distinte sono il Creatore e la creatura» [2]. Proprio questo Salmo che, come s'è detto, è un monumento letterario alle lettere dell'alfabeto, e quindi alla parola scritta, di cui la lettera è culla e grembo - proprio questo Salmo, dopo aver pronunciato tutte le lettere dell'alfabeto e aver scavato in ciascuna di esse per trarne i tesori nascosti, dopo avere, per così dire, esaurito le risorse dell'alfabeto, cioè del linguaggio umano, compreso quello della fede, approda sulla soglia del Nome santo di Dio, e lì ci lascia: «Giunga il mio grido fino a te, SIGNORE!» (v. 169). Proprio il Salmo che costituisce, nella Bibbia, la più bella e alta lode della Parola di Dio e della lettera che la custodisce e trasmette di generazione in generazione, è anche il Salmo che ci dice: «Dio non è lettera, è Spirito!». Ci si può smarrire nella lettera, se si dimentica che Dio se ne serve, sì, e quanto, ma lui non è Lettera, bensì Spirito.

    b) Alla seconda osservazione abbiamo già accennato: il Salmista, alla fine, non dice a se stesso di cercare Dio, ma chiede a Dio di cercare lui: «Cerca il tuo servo!». Non che per questo ci possiamo dispensare dalla ricerca di Dio, ma la dobbiamo collegare alla sua ricerca di noi. È una ricerca antica, iniziata subito dopo il primo smarrimento dell'uomo: Dio cercò Adamo che si nascondeva tra gli alberi dell'Eden e gli chiese: «Dove sei?» (Genesi 3,6). Dio cerca l'uomo più di quanto l'uomo non cerchi Dio. C'è un bellissimo passo del profeta Ezechiele che descrive questa ricerca antica e sempre nuova: «Eccomi! Io stesso, dice il Signore, domanderò delle mie pecore, e ne andrò in cerca. Come un pastore va in cerca del suo gregge il giorno che si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io andrò in cerca delle mie pecore e le ritrarrò da tutti i luoghi dove sono state disperse [.. .] e le ricondurrò sul loro suolo [...]. Io le pascerò in buoni pascoli [...]» (Ezechiele 34,12-16). È bello cercare Dio, ma è anche bello, forse persino più bello, sapere che Dio ci cerca. È l'ultima cosa, forse la più importante, che il lungo Salmo 119 ci ricorda.

    NOTE

    1 André SCHWARZ-BART, L'ultimo dei giusti, Feltrinelli, Milano, 1964, p. 304.
    2 Martin LUTERO, Il servo arbitrio (1525), a cura di Fiorella De Michelis Pintacuda, Claudiana, Torino, 1993, p. 84.

    (da: Davanti a Dio. Leggendo i Salmi, Claudiana 2008, pp. 63-76)