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    Il preadolescente

    e la vocazione

    Giovenale Dho

    (NPG 1971-05-87)


    Il tema «preadolescente e vocazione» non e marginale, in una monografia che ha scelto le riflessioni generali invece di scendere ai molti problemi pratici. Per due motivi. L'elaborazione di un proprio progetto di vita è indispensabile alla formazione di una persona matura. Il tema «vocazione» riassume in sé tutte le istanze sopra ricordate: l'affrontarlo è tentare una prova di verifica ed una applicazione dei metodi esposti.
    L'autore ci invita a tenere presenti alcune premesse, necessarie alla retta comprensione dell'articolo.
    * È inesatto parlare di «avere» la vocazione, perché riduce un processo vitale ed uno sviluppo spirituale alla categoria di un oggetto statico.
    * L'attenzione, in tutto il corso dell'articolo, è rivolta soprattutto sul significato e sullo sviluppo dei «germi di vocazione», proprio perché ogni vocazione, per un preadolescente, non è «vocazione sviluppata», quanto piuttosto inizio, spunto, «germi» di essa che debbono ancora svilupparsi.
    * In questo articolo, l'accezione «vocazione» è presa in un significato generico di progetto di vita: non si parla direttamente di vocazione sacerdotale o religiosa, ma di qualsiasi vocazione, nell'ambito della vita cristiana.
    * Non si entra nella metodologia concreta per assistere e guidare il preadolescente a compiere i passi necessari e possibili verso il raggiungimento delle mete. L'accento è tutto sulla ricerca dei compiti che il particolare sviluppo vocazionale del preadolescente pone per una adeguata azione pastorale ed educativa.

    GERMI E SVILUPPO VOCAZIONALE

    Gli ultimi documenti del Magistero (OT, 3; RF, 11) parlano di «germi della vocazione» e di «coltivazione dei germi», con riferimento diretto alla vocazione sacerdotale e religiosa (vocazioni sacre).
    Considerando, mi pare con tutta legittimità, ogni vocazione nella Chiesa come una vocazione «sacra», qualunque essa sia, penso che possiamo estendere il concetto di «germi», nel parlare di tutte le vocazioni.
    L'espressione «germi» pone alcuni problemi:
    * Che cosa sono, in che cosa consistono questi germi?
    * È possibile individuarli, scoprirli?
    * In che cosa consiste la loro «coltivazione»?

    Che cosa sono, in che cosa consistono i germi della vocazione

    Cerchiamo innanzitutto di precisarne e chiarirne il concetto.
    - Nel quadro della Storia della Salvezza, la vocazione è una sintesi di chiamata divina e di risposta umana.
    Tale chiamata non ci arriva attraverso un «filo rosso» teso tra noi e Dio, ma si rivela attraverso la lettura di prudenza soprannaturale delle circostanze della propria vita (PO, 11).
    Anche la risposta umana è di chiarezza e profondità progressiva e si traduce concretamente in una opzione e nella elaborazione graduale di un piano di vita.
    - «Germi della vocazione» saranno, quindi quegli elementi, quei dati interiori alla persona, che costituiscono sia il materiale e sia l'elemento unificatore e formale per il piano o progetto di vita e per l'opzione vitale.
    - Abbiamo perciò due livelli nel parlare dei «germi»:
    * Il primo livello è costituito dalle disposizioni, qualità, doti (sia di ordine naturale che di ordine soprannaturale) di carattere, intelligenza, vita spirituale, equilibrio psichico, ecc.
    Questi elementi sono requisiti necessari, ma non specifici di una vocazione, perché «polivalenti».
    Non sono perciò «segni» o indizi di una vocazione specifica.
    * Il secondo livello è costituito dall'intenzionalità e cioè da quel fatto psichico che è la risultante dell'incontro di una attrattiva più o meno esplicita e chiara con la volontà, più o meno definita, di orientare lo sviluppo della propria personalità (energie, disposizioni, ecc) in armonia con determinati valori preferenziali (piano di vita).
    - Nella misura in cui le disposizioni e qualità si sviluppano in grado adeguato per una determinata forma vitale e l'intenzionalità diventa esplicita e cosciente, autentica, univoca e, nel caso di una vocazione ecclesiale, basata sulla fede, e determina una vera opzione vitale, si può parlare di vocazione specifica.
    - Tutti questi possono essere considerati come «germi» posti in ogni persona dallo Spirito, per rendere possibile la propria risposta alla chiamata.
    È possibile scoprire ed individuare i germi della vocazione?
    Riprendendo la distinzione fatta nel numero precedente si può dire:
    - Le qualità, doti, tratti personali, l'equilibrio psichico sono certamente individuabili in buona misura, mediante l'osservazione del comportamento ed anche mediante prove psicologiche, a sviluppo avvenuto (attitudini). In minore misura, in modo più problematico, ma con una certa probabilità, è possibile individuare, mediante tests ed anche mediante l'osservazione, le disposizioni che fanno prevedere lo sviluppo verso determinate attitudini.
    Però, come ho detto in precedenza, attitudini e disposizioni sono delle componenti generali della maturazione della persona sul piano umano e cristiano e sono «polivalenti».
    Non sono quindi «segno» di una vocazione specifica.
    - La chiave di una vocazione specifica è data dalla intenzionalità. Fino a che punto è individuabile?
    Lo è quando essa è diventata chiara per la persona stessa, quando si è tradotta in una «opzione», che la stessa persona sperimenta come autentica.
    In altre parole, è un «germe» che è individuabile solo quando si è già sviluppato (cioè, quando non è più semplicemente un «germe»).
    Una difficoltà: non è forse individuabile, anche nei fanciulli, la intenzionalità (e cioè i primi abbozzi di un piano di vita, di interessi ed orientamenti verso una determinata forma di lavoro, una professione, il sacerdozio, la vita religiosa)?
    A mio parere qui si tratta di elementi che sono individuabili materialmente, in quanto se ne può rilevare l'esistenza; tuttavia, il loro valore in quanto «segni di una vocazione» non ci sarà chiaro finché lo sviluppo non ne avrà chiarito il vero significato e l'autenticità.

    In base a questi concetti, in che cosa può consistere la «coltivazione dei germi della vocazione»?

    Questa espressione, oggi tanto usata e sulla quale si cerca di fondare tutta una metodologia di «pastorale vocazionale» e di educazione, fa pensare naturalmente alla scoperta di un seme specifico che deve essere messo nelle condizioni di svilupparsi per dare origine ad una pianta determinata e perfettamente prevedibile.
    Se si accettano le distinzioni fatte sopra, penso che sia necessario guardare le cose in altro modo, e cioè:
    * Non si può dire che bisogna cercare di «scoprire» i germi della vocazione e che, in seguito si dovrà cercare di creare le condizioni per svilupparli, a seconda dei germi scoperti.
    * Se i germi specifici non si possono scoprire, neppure sarà possibile una azione specifica di coltivazione.
    * D'altra parte, però, non neghiamo affatto l'esistenza di tali germi, che consideriamo come ispirazioni di fondo dello Spirito.
    * Ne dovremo concludere che «coltivare i germi della vocazione» vorrà dire creare quelle condizioni che permettano a queste ispirazioni interiori di chiarirsi, di definirsi, di diventare principi informatori della struttura personale.
    Una educazione cristiana veramente efficiente ed orientata ad uno sviluppo integrale della persona, è la migliore azione di coltivazione dei germi della vocazione. Tale educazione «integrale» implica naturalmente tutta una serie di interventi orientativi, dei quali ci occuperemo parlando in particolare del preadolescente.

    COME SI PRESENTE NEL PREADOLESCENTE LO SVILUPPO DELLA INTENZIONALITA' VOCAZIONALE?

    Due situazioni-limite

    Possiamo prendere come punti di riferimento due estremi:
    * Quello in cui, sebbene si manifesti una intenzionalità vocazionale (diciamo... «una scelta»), questa certamente non ha le condizioni per essere considerata un «segno» di vocazione (fanciullezza, tra gli 8 e gli 11 anni, circa).
    * Quello in cui si rivela quel grado di maturazione personale che lascia vedere l'intenzionalità vocazionale, in modo progressivamente sempre più chiaro, come un segno caratteristico di una vocazione (inizio della giovinezza, dai 17 anni, circa, in avanti).
    Per comprendere meglio la situazione del preadolescente, ci può essere utile precisare un poco le caratteristiche di questi due momenti che prendiamo come estremi di riferimento.

    - La fanciullezza
    L'inizio del pensiero logico, il desiderio di crescere (di partecipare alle attività adulte) porta il fanciullo a voler vivere già fin d'ora una professione, una forma di vita.
    E ciò fa attraverso un processo immaginativo.
    Attraverso questo processo egli va costruendo come una immagine «del sé professionale», basata soprattutto sulla identificazione con persone adulte significative per lui.
    Questo rappresenta già un «proporsi una mèta», un fare un certo piano di vita.
    Tuttavia l'incapacità di realismo, sia riguardo alla mèta stessa sia riguardo al tempo (futuro) e l'incapacità di progettare dei mezzi di realizzazione delle mete, lo portano a ricorrere alla fantasia, ad un mondo dove tutto va automaticamente a posto.
    Egli vive perciò la sua scelta come un gioco (fantasia ludica).

    - Inizio della giovinezza
    È l'età in cui la maturazione vocazionale diventa più definita e le scelte vengono fatte con sempre maggiore realismo, cercando di combinare una scelta soggettivamente soddisfacente con i dati e motivi suggeriti dalla situazione oggettiva (ivi compresi i motivi e le realtà della fede).
    Di qui in avanti il giovane ha sempre maggiore coscienza delle implicanze (personali, sociali, religiose) e delle conseguenze delle sue decisioni, e sente il bisogno di confrontare i suoi interessi ed aspirazioni con le proprie attitudini concrete.

    L'intenzionalità vocazionale nei preadolescenti

    Il passaggio graduale tra questi due estremi, o momenti, inizia con la fase che ci interessa in questo momento (preadolescenza) e continua in progressione ininterrotta durante tutta l'adolescenza.
    Il preadolescente comincia pian piano a superare il tipo di intenzionalità vocazionale propria della fanciullezza e della infanzia.
    Di esse tuttavia gli rimangono all'inizio molti residui.
    Comincia... ma dalla fase di relativa maturità vocazionale che è l'inizio della giovinezza, lo separa ancora tutto il processo maturativo dell'adolescenza.
    Come si può descrivere la caratteristica dell'intenzionalità vocazionale nel preadolescente?
    Tenendo conto della estrema relatività di queste descrizioni, possiamo ricavare dalle molteplici ricerche svolte su questo punto (Super, Ginzberg, e molti altri autori) alcune costanti più generali.
    - Il progresso del pensiero logico-formale e la crescente socializzazione (sulla quale ha grande influsso la scuola e la cultura dei coetanei) porta il ragazzo ad una insoddisfazione delle scelte infantili-fantastiche fatte in precedenza.
    Ciò spiega la sparizione di molte «vocazioni», col sopraggiungere di questa età.
    - Egli comincia allora a porsi il «problema» di una professione, di un lavoro, di un genere di vita che risponda ai suoi bisogni.
    È qui implicito anche il problema della ricerca di uno «status».
    - Tuttavia, questo problema è ancora vago ed impreciso e, soprattutto, il ragazzo percepisce più o meno chiaramente che gli mancano i mezzi e le capacità per risolverlo.
    In particolare:
    * Il fenomeno puberale porta una notevole disarmonia, suggestionabilità, irrealismo, per cui i bisogni sono poco definiti.
    * Egli rimane ancora legato all'irrealismo della fanciullezza, anche perché il suo pensiero rimane molto dipendente dalla emotività, il che porta ad una grande unilateralità nelle scelte.
    * È molto incompleta e «disorientata», in questo periodo, la conoscenza di sé, con la conseguente dispersione ed incoerenza degli interessi.
    * È molto carente ed in gran parte ancora deformata dalla fantasia, la conoscenza e la prospettiva sulle varie forme di vita possibili, professioni, lavoro, ecc.
    - La conseguenza di questa situazione interiore è che il preadolescente è qualche volta portato a rimandare il problema: Non so ancora... non è ancora tempo di pensarci...
    - Però se il ragazzo riesce a trovare le chiarezze sufficienti, è capace di percepire l'esistenza di questo problema e di sentirlo come «suo», ed anche di mettersi alla ricerca di qualche via di soluzione.
    Questa è, a grandi linee, la situazione in cui viene a trovarsi, con un grande margine di variabilità, il ragazzo durante la preadolescenza per quanto riguarda lo sviluppo della sua intenzionalità vocazionale.

    COMPITI EDUCATIVI-PASTORALI NELL'ORIENTAMENTO DEL PREADOLESCENTE

    Che cosa è possibile fare per guidare il ragazzo durante questo travagliato periodo del suo sviluppo?
    Il nostro lavoro pastorale, che racchiude una fondamentale dimensione di orientamento, ha qualche compito specifico da realizzare durante questa fase?
    Possiamo delineare brevemente alcuni di questi compiti.
    - Il primo compito è quello di aiutare il ragazzo a superare la crisi (piccola o grande) che egli sperimenta nello scoprire come insoddisfacenti le sue «scelte» infantili.
    In realtà si tratta di una salutare crisi di maturazione. Però, come ogni crisi, produce timore, sofferenza, ansia, impazienza.
    Bisogna aiutare il ragazzo a mantenere una certa calma e a non «buttare tutto a mare».
    Precisamente in questo contesto dobbiamo valutare nella giusta luce la costatazione che ci viene da molte ricerche (Crottigini, Zavalloni, ed altri).
    Una guida saggia aiuterà il ragazzo a comprendere perché il carattere fantastico e di gioco che avevano le prime scelte non lo soddisfa più.
    - In continuità con questa azione di chiarimento e di sostegno, è necessario incoraggiarlo a «porsi il problema della scelta, appunto come problema».
    Egli sente il bisogno naturale di formularsi il problema e ne é in grado. Ma la sua impazienza lo spinge anche a volervi vedere subito una soluzione.
    Mentre è necessario stimolare la «formulazione del problema», è necessario aiutarlo contemporaneamente a contenere la sua naturale impazienza.
    - Porsi il problema della scelta diventa per il preadolescente fonte di ansia; egli sente di non poterlo risolvere «immediatamente».
    È questo un altro momento critico per il quale egli ha bisogno di aiuto.
    * Il miglior aiuto che gli si può dare in questo momento, non è «calmarlo» offrendogli premurosamente una soluzione fatta (per es.: un consiglio orientativo, l'inviarlo ad un seminario minore).
    Egli maturerà nella misura in cui riuscirà ad affrontare quest'ansia, ad accettarla, ad ammettere che il problema che egli si è posto potrà essere risolto solo ad una scadenza più o meno lunga; a tollerare un certo grado di incertezza.
    L'aiuto sarà tanto più educativo quanto più lo stimolerà a questa coraggiosa presa di coscienza ed accettazione della sua situazione.
    * Si tratterà, quindi, di evitare che il ragazzo si incammini verso una soluzione negativa di questo momento critico: il tramandare il problema, il fingere a se stesso di non sentirsene interessato.
    Capita spesso che i preadolescenti prendano questa via. È un modo per attutire e non sentire il conflitto e l'ansia derivanti dalla coscienza di un problema attualmente insolubile.
    Ciò può essergli di molto danno, poiché è facile che, una volta calata la tensione dell'interesse, in un futuro più o meno prossimo, egli prenda delle decisioni vocazionali di «comodo immediato», senza un vero impegno.
    L'educatore (a tutti i livelli: genitore, insegnante, direttore spirituale, animatore di gruppo) deve svolgere una azione delicata, destinata a mantenere la tensione ed il conflitto, aiutando il ragazzo ad accettarlo e sopportarlo serenamente.
    - Contemporaneamente, l'azione educativa deve stimolare il ragazzo a maturare superando i vari ostacoli che gli impediscono di affrontare una soluzione del problema vocazionale, ed incoraggiarlo a mettersi attivamente alla «ricerca di una soluzione».
    * Stimolare la maturazione in modo da fargli superare gli ostacoli. Ciò implica:
    - acquistare un maggior equilibrio, superando poco a poco le disarmonie proprie dell'età.
    - Rendere il proprio pensiero logico sempre più autonomo nei riguardi dell'emotività (oggettività di valutazione, comprensione dei valori spirituali, al di là di una pura esperienza emotiva).
    - Raggiungere una esperienza di sé sempre più profonda ed autentica. Egli deve cominciare non solo a conoscere le proprie doti, le proprie capacità e possibilità, ma, soprattutto a rendersi consapevole delle sue aspirazioni, motivazioni e bisogni intimi.
    Di tutto questo egli ha coscienza in modo molto vago e con molte deformazioni provocate da condizionamenti ambientali.
    (Si pensi, per esempio, a tanti interessi e scelte dei ragazzi, chiaramente introiettati dall'ambiente... ed anche a certe forme con le quali si vuole «suscitare» la vocazione!).
    - Bisogna offrirgli la possibilità di conoscere il più concretamente possibile (eliminando a poco a poco la componente «fantastica» alla quale egli è ancorato ed aiutandolo a superare la visuale «egocentrica») le varie vie possibili per realizzare sé stesso, nella società umana e nella Chiesa.
    * Stimolarlo a mettersi alla ricerca di una soluzione soddisfacente del «suo» problema vocazionale.
    Ciò implica: mantenere vivo in lui il «problema»; offrirgli i mezzi di ricerca e, soprattutto, aiutarlo a mettersi nella prospettiva adeguata.
    Desidero sottolineare particolarmente questo aspetto della «prospettiva».
    - Non può esistere una conoscenza di sé, genuina ed integrale se il ragazzo prescinde dalla sua realtà cristiana, dal suo essere nella e della Chiesa, dalla sua caratteristica ontologica di battezzato.
    - Inoltre, quello che gli renderà concretamente possibile l'abbandono di molte difese interiori e il percepire con libertà la propria esperienza intima, è la sicurezza di base che gli deriva dalla coscienza di essere inserito nel piano della Salvezza.
    La preghiera è come un momento-sintesi di questo atteggiamento.
    - Anche per la conoscenza delle varie vie possibili nella realizzazione di se stesso, nella comunità umana e nella Chiesa, la prospettiva della fede è essenziale.
    Ciò non solo per comprendere adeguatamente certe forme di vita (come il' sacerdozio e la vita religiosa) il cui significato è totalmente imperniato sulla fede, ma anche per comprendere il significato di «salvezza» che, per il cristiano, ha ogni vocazione (matrimonio, professione, vita laicale in genere).
    Tutta la formazione religiosa del preadolescente deve aiutarlo a situarsi in questa prospettiva.



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