(NPG 1999-03-44)
La FUCI fin dalle sue origini ha orientato le proprie attività verso la pastorale tra gli universitari, sperimentando quei metodi e quelle tematiche che costituiscono forse il patrimonio genetico dell’attuale pastorale universitaria.
Il metodo
Tuttora la scelta universitaria delle origini continua a ispirare ogni attività federativa: non solo tutti i fucini sono studenti, ma soprattutto è il metodo che è alla base dell’identità prettamente universitaria. Non ci si può infatti rivolgere agli studenti senza adottare l’abito mentale tipico dello studio. Una pastorale universitaria che non si basi sulla capacità critica, sullo spirito di ricerca, sul dialogo e sulla fatica non potrà mai trovare tra i propri interlocutori studenti e docenti: potrà essere una forma di pastorale giovanile generica praticata negli atenei, ma non ne assumerà le specificità culturali e ambientali. Utilizzando linguaggi e strumenti interpretativi che non si pongano sui medesimi codici, la pastorale non potrà essere realmente comunicativa e dialogica, e si limiterà ad uno sterile passaggio di informazioni monodirezionale: non si tratterà né di vera comunicazione, né di inculturazione dell’annuncio.
Essere «intieramente studenti»
Romolo Murri, uno dei maestri della scelta universitaria della Fuci, scriveva: «Uniamoci per lavorare insieme, per vedere di avere comuni le idee, allo scopo di portare poi alla vita civile quella seria preparazione di studio che la gravità dei tempi richiede trovarci insieme, altri giorni, di nuovo. Uniti, noi resteremo, però studenti e intieramente studenti, solo qualche cosa sarà mutata nei nostri studi e qualche cosa vi sarà aggiunta: solo i nostri studi e tutto quello che noi faremo in rapporto ad essi, saranno più razionalmente legati alla fede, alla vita, all’avvenire nostro di cristiani e uno spirito nuovo li pervaderà e li feconderà».
L’intieramente studenti è quanto la Fuci può suggerire a chi si vuole occupare di pastorale universitaria: il dialogo evangelizzatore si deve basare sulla condivisione di una condizione studentesca che, negli anni universitari, diventa caratterizzante e totalizzante. L’autonomia dell’intelligenza infatti richiede il concomitante sviluppo della responsabilità, tanto più se declinata nella forma della responsabilità cristiana.
Per questo la testimonianza della vita precede l’annuncio esplicito: in ambiente universitario la ricerca della verità attraverso la scienza e l’impegno per l’umanizzazione dell’ambiente sono le premesse indispensabili per rendere credibile un annuncio che non sia costituito solo da precettistica etica o da opinioni incapaci di universalizzarsi. Altre vie rischiano di creare dolorose scissioni, in cui la vita di fede si trasforma in emotività e non si incarna nella vita di studio, o la spiritualità diventa rifugio protettivo e non fermento della ricerca.
Gli ambiti di intervento e di sperimentazione
Dal principio ispiratore discendono tre canali di azione, di cui si daranno alcune linee guida e si indicheranno alcune sperimentazioni metodologiche.
La formazione specifica per gli studenti universitari
Non si intende certo assumere un atteggiamento élitario se si dice che chi vive in una dimensione di studio e di ricerca necessita di attenzioni pastorali specifiche: le nostre parrocchie, nelle metropoli come nei centri di provincia, hanno assunto tali e tante funzioni (catechetiche, aggregative, sociali...) che non possono certamente curare gli aspetti specifici di ogni esigenza formativa. Il rischio è quello del genericismo, causando delusione o l’abbandono della vita di fede comunitaria. L’altro rischio è quello della schizofrenia: la vita di fede rinchiusa nel protettivo ambiente parrocchiale, la professionalità asettica applicata pragmaticamente nell’ambiente di studio o di lavoro; in questo caso l’esito più grave è la deresponsabilizzazione verso la comunità parrocchiale ma soprattutto verso gli ambienti di vita: tanti studenti impegnati nella catechesi non sentono slancio missionario verso l’università, o tanti giovani che fanno volontariato sociale non partecipano alla vita politica studentesca.
La rivalutazione della competenza settoriale può essere invece il punto di partenza per il rilancio dell’attenzione formativa, recuperando una tensione all’integralità della formazione che parta dal singolo punto di vista e non venga imposta con schemi rigidi.
Il senso dello studio, la deontologia professionale, la cosiddetta vocazione intellettuale e tematiche affini, che non trovano spazio nei piani pastorali parrocchiali, possono diventare l’inizio di un cammino formativo specifico per universitari; in tale prospettiva il contributo delle associazioni e dei gruppi studenteschi è pressoché indispensabile.
La capacità di sintesi tra vita di fede e vita di studio sarà quindi l’obiettivo ultimo di tali itinerari formativi, declinato nella riscoperta di un’identità molteplice ma organica, finalizzata a un progetto di vita flessibile ma orientato. In realtà, l’obiettivo coincide quasi con il metodo.
Tali finalità formative possono essere perseguite a scala sovraparrocchiale o – meglio – rivolgendosi agli studenti proprio negli atenei (lì dove li si dovrebbe incoraggiare a vivere con più responsabilità). È prezioso però anche il lavoro con gli studenti pendolari e fuori sede nei loro paesi di origine: questi più di altri rischiano di veder frustata la loro specificità studentesca, mentre potrebbero diventare il perno di una serie di attività formative volte ad arricchire l’intera comunità civile ed ecclesiale, grazie alla valorizzazione delle loro competenze.
L’animazione degli atenei
Ogni formazione deve però potersi tradurre in impegno attivo, altrimenti rischia di trasformarsi in gratificante autoreferenzialità. Lo squallore dei nostri atenei inoltre non può non interpellarci: rendere abitabile e vivace l’ambiente universitario dovrebbe essere un obiettivo della pastorale universitaria, creando occasioni di aggregazione, di formazione e di dibattito aperte ad ogni studente. Tali attività devono configurarsi come un vero e proprio servizio, al fine di incentivare l’interdisciplinarietà, la partecipazione e il confronto, per creare quella comunità universitaria veramente formativa che di solito non esiste affatto. Questo servizio, per poter essere efficace e credibile, deve configurarsi in modo laico e aperto a tutte le opzioni culturali e religiose: la creazione di spazi aperti di partecipazione e di protagonismo giovanile è già la prima e migliore forma di testimonianza della fede e della speranza che ci animano, manifestando così l’annuncio senza porre barriere comunicative. Paradossalmente, le iniziative di ispirazione cristiana dovrebbero distinguersi proprio per la loro laicità.
Naturalmente, per svolgere tale servizio è necessario sapersi compromettere, entrare nella vita degli atenei e saper rischiare, uscendo dal gruppo chiuso; proprio la missionarietà richiede tale impegno di compromissione con il mondo e di ascolto delle esigenze.
Per questo una serie di dibattiti sul diritto allo studio può avere una valenza pastorale maggiore di un ciclo di incontri su scienza e fede, oppure una tavola rotonda di attualità politica deve poter rompere gli schemi di una serie di conferenze programmate: questa è l’attenzione al contesto, anche se meno gratificante e programmabile.
Alcuni esempi forse banali, ma attuali: quanto si sentono coinvolti gli studenti di giurisprudenza dalla questione delle riforme costituzionali o elettorali? O gli studenti di medicina dalla bioetica? O quelli di architettura dal disagio giovanile nelle periferie? Affrontare tali temi, in modo occasionale ma competente e aperto, è fare pastorale universitaria. Evidentemente gli studenti stessi devono rendersi animatori: quelli di giurisprudenza possono spiegare il problema delle riforme ai colleghi di altre facoltà, quelli di medicina fare opera di sensibilizzazione sulla bioetica e così via, creando tavoli di lavoro interdisciplinari e intergenerazionali.
La chiesa compagna di ricerca
Le tematiche di frontiera non solo devono essere offerte a tutti gli studenti, ma devono interpellare l’intera comunità ecclesiale: «la lettura dei segni» quotidianamente fatta in università deve essere messa a disposizione della Chiesa tutta, affinché questa possa essere veramente contemporanea all’uomo e attenta alle questioni realmente urgenti. Dall’osservatorio degli atenei, studenti e docenti devono saper cogliere le dinamiche più profonde di trasformazione della cultura e della società, in modo che la Chiesa non debba poi intervenire a posteriori in una prospettiva di rincorsa alle emergenze, ma sappia diventare compagna di strada di chi lavora sui sentieri della ricerca, in ogni ambito disciplinare.
L’azione pastorale deve anche essere rivolta ad intra: tante volte è proprio la cultura che può evangelizzare la comunità cristiana, rivelando le nuove manifestazioni dello Spirito e nuovi sentieri di ricerca. «Si tratta di realizzare quella circolarità della pastorale universitaria, attraverso al quale la Chiesa da un lato spinge l’università a scrutare più profondamente il mistero dell’uomo, riscoprendo le radici cristiane e umanistiche dalle quali si è sviluppata la cultura europea e italiana, dall’altro la Chiesa stessa è stimolata, proprio da questo dialogo con il mondo universitario, ad una maggiore sensibilità verso le esigenze culturali dell’uomo contemporaneo e ad un aggiornamento del suo linguaggio e delle sue categorie culturali». Per questo la pastorale universitaria è strumento fondamentale per l’inculturazione del Vangelo, e non solo dell’evangelizzazione della cultura.
La Fuci tra locale e globale: il servizio alle chiese particolari
Parlare dell’impegno per la pastorale universitaria della Fuci significa parlare della Fuci stessa. Ognuna delle attività fucine può essere infatti ritrovata negli obiettivi sopraelencati: dall’introduzione al lavoro teologico per giovani laici al lavoro culturale negli atenei e alla partecipazione alle consulte diocesane, passando attraverso la formazione alla politica o i momenti aggregativi. Un’associazione di giovani universitari intieramente studenti in ogni sua azione fa pastorale universitaria, tra le mura degli atenei, nei centri diocesani e nei paesi di provincia.
Un ulteriore elemento di ricchezza è dato dalla dimensione federativa della Fuci: la condivisione di esperienze, metodi, e tematiche diverse costituisce il grande patrimonio che la federazione può mettere a disposizione della Chiesa locale e della società in ogni diocesi: l’attenzione al radicamento nel contesto culturale ed ecclesiale locale si declina infatti con le prospettive ampie e globali della vita nazionale e internazionale, portando stimoli diversi per animare e vivacizzare le realtà esistenti sul territorio.

