Il mondo dell’università e la comunità ecclesiale



    Francesca Marangoni

    (NPG 1999-03-21)


    Nell’ultimo decennio l’attenzione da parte delle istituzioni ecclesiali al mondo dell’università si è resa visibile in una riflessione che ha prodotto alcuni fondamentali documenti [1] e ha portato alla creazione, a livello centrale e locale, di organismi di coordinamento e promozione dell’azione pastorale nell’università.
    Finora mi pare che l’accento sia stato posto sulla pastorale universitaria, cioè sulla presenza, la formazione e la testimonianza dei cristiani che vivono in università; su quello che, in qualche modo, la chiesa è o deve essere rispetto all’ambiente università. Questo presuppone indubbiamente il riconoscimento e la piena accoglienza della cultura e dell’università, nella loro autonomia di realtà temporali (cf GS 59). Conoscenza e accoglienza che non sono e non possono essere solamente finalizzate all’azione pastorale, ma che sono vitali per la comunità ecclesiale, in quanto riguardano una parte della realtà attuale in cui uomini e donne vivono.
    Se in un primo tempo dunque ci si è spesi maggiormente nell’attrezzarsi per l’azione pastorale, negli ultimi due anni il progetto culturale ha fatto riemergere con urgenza l’esigenza, per la chiesa, di concentrarsi su ciò che essa può (e deve) ricevere dal mondo della cultura e dell’università.
    Trattandosi di un argomento complesso, invece di una perlustrazione generale, cercherò di evidenziare alcune delle caratteristiche dell’università contemporanea e di ricavare qualche indicazione. Più che una proposta o dei suggerimenti operativi, vorrei perciò delineare una prospettiva: un punto di vista indubbiamente parziale, ma che vorrebbe dare la possibilità di un nuovo approccio al tema.

    Un’università che cambia

    Quando si parla di università, è abbastanza comune pensare al luogo di produzione della ricerca (la «Cultura» con la «C» maiuscola) e di formazione della classe dirigente. Questo perché storicamente l’università si è strutturata, anche in Italia, secondo un modello che prevede come caratteristica fondamentale degli istituti universitari la simbiosi e l’osmosi tra la ricerca (formazione di nuovo sapere) e la didattica (trasmissione del sapere). Questo modello ha come fine quello di formare la classe dirigente della società, cioè quelle persone che, con una preparazione culturale di elevato profilo e le competenze adeguate, vanno poi ad occupare posti di responsabilità nel pubblico e nel privato (e, tra questi, anche i ricercatori e i docenti delle università stesse).
    Ebbene, questo modello è ormai superato, non tanto nella realtà del nostro sistema universitario (istituzionalmente ancora legato a questo modello), ma nelle esigenze della società italiana almeno degli ultimi trent’anni.
    In quest’ultimo trentennio infatti si sono avuti una serie di fenomeni, che hanno concorso a rendere urgente e a realizzare, in parte, un cambiamento nell’offerta di formazione di terzo grado [2] nel nostro paese.
    Innanzitutto si registra in maniera sempre più crescente la domanda di nuove e maggiori competenze in quasi tutti gli ambiti lavorativi e a tutti i livelli, dall’operaio al dirigente. C’è l’esigenza di una formazione qualificata anche per chi, dopo la scuola secondaria, sceglie di entrare nel mondo del lavoro. C’è bisogno, in definitiva, di dare più formazione a tutti.
    In secondo luogo c’è stata storicamente anche in Italia l’espressione di una domanda di formazione, per quanto legata a molteplici cause e non così chiara nemmeno ai soggetti che l’hanno espressa: mi riferisco non solo e non tanto al movimento del ‘68, che ha spinto verso la definitiva liberalizzazione dell’accesso all’università per tutti i diplomati della scuola secondaria, quanto al fenomeno di crescita degli iscritti all’università che si è effettivamente avuto nei decenni successivi. Va precisato che tale crescita non è stata costante né lineare; che, al suo interno, la crescita della popolazione studentesca femminile (in termini percentuali) è stata determinante; e che il momento della massima e più continua espansione si è avuto dalla metà degli anni ‘80 ai primi anni ‘90. Questo per dire come si tratti di una domanda di formazione determinata da effettivi cambiamenti sociali (e probabilmente economici).
    Ma a questa domanda non sono seguite risposte e soluzioni efficaci. I principali problemi irrisolti rimangono i seguenti.
    – L’insufficienza di offerta formativa alternativa alla laurea: molti giovani scelgono i tradizionali corsi di laurea anche perché, dopo la scuola secondaria, non esiste praticamente altro tipo di formazione. Per ovviare in parte a questa carenza sono stati istituiti i diplomi universitari, ma l’incertezza e l’ambiguità rispetto ai loro fini formativi e lo scarsissimo investimento finanziario li rendono ancora percorsi subalterni ai corsi di laurea (quando non il mero pretesto per la creazione di nuove cattedre). Inoltre in Italia non esiste una formazione professionale di qualità, che venga incontro alle esigenze di formazione e di aggiornamento di chi vuole inserirsi o è già nel mondo del lavoro.
    In definitiva, di fronte ad una esigenza di avere un sistema formativo flessibile e con diverse possibilità di formazione, il sistema italiano è rimasto pressoché immutato.
    Conseguenze immediate sono l’alto tasso di abbandono, il sovraffollamento degli atenei (dovuto anche ai finanziamenti sempre insufficienti), l’allungamento dei tempi di studio, la distanza che si viene a creare tra la «massa» degli studenti e i pochi docenti, con conseguenze negative sul rapporto tra didattica e ricerca.
    – L’azione selettiva dell’università: si è riscontrato che dall’inizio del secolo ad oggi la composizione sociale dei laureati (in percentuale) non è mutata. Le possibilità di conseguire la laurea (non di iscriversi all’università, ma di proseguire e terminare gli studi) per un giovane proveniente da una famiglia di ceto basso sono di molto inferiori rispetto a quelle che ha un giovane della classe medio-alta.
    Ciò significa che l’università è ancora fortemente selettiva e, quel che è peggio, lo è sulla base della situazione sociale di partenza. Quella cioè che dovrebbe essere l’istituzione trainante della società, volta a creare mobilità e opportunità per tutti, è invece ancora un’istituzione che tende a cristallizzare le classi sociali.
    È in gioco qui un’importantissima questione di democrazia, anzi l’intera vicenda della democrazia occidentale, che non è semplicemente il frutto della rivoluzione popolare, ma anche della capacità di cambiamento e rielaborazione delle élites culturali, dell’equilibrio tra poteri diversi, fra i quali c’è anche quello «critico» della cultura.[3] Ebbene, se oggi la possibilità di «accedere ai più alti gradi di istruzione» (come dice la Costituzione), di crescere culturalmente, di cambiare posizione nella società, non viene garantita in termini di opportunità a tutti coloro che ne sono in grado e sono disposti ad impegnarsi (i «capaci e meritevoli», sempre per citare la Costituzione), allora è la stessa struttura democratica della società ad essere a rischio.
    In questo senso il diritto allo studio è ancora fortemente insufficiente in Italia, sia dal punto di vista degli investimenti finanziari (borse di studio) e dei servizi destinati agli studenti «capaci e meritevoli ma privi di mezzi», sia per quanto riguarda l’organizzazione dell’università (che, ad esempio, non permette ancora la frequenza agli studenti-lavoratori).
    Non vorrei, con questo, aver dato l’idea di una situazione catastrofica per l’università italiana, anche se sicuramente è tutt’altro che rassicurante. Dei tentativi di cambiamento e dei piccoli cambiamenti in atto già ci sono. A livello istituzionale le riforme avvenute nei primi anni novanta e le iniziative di riforma degli ultimi due anni, con il dibattito che sono riuscite a creare, fanno pensare che qualcosa potrebbe muoversi nel mondo dell’università. Tuttavia anche questi piccoli cambiamenti giungono con estremo ritardo rispetto ai fenomeni sopra citati e, soprattutto, faticano ad innescare un cambiamento globale.
    Sono sempre riforme a metà, provvedimenti che spesso rimangono inattuati anche per la mancanza di iniziativa e di volontà di cambiare all’interno dei singoli atenei.

    Quale confronto tra università e comunità ecclesiale?

    A questo punto ci si chiederà cosa abbia a che fare questo discorso rispetto al contributo che può venire alla comunità ecclesiale da un confronto con il mondo dell’università.
    Innanzitutto questo discorso vorrebbe dire che il confronto tra chiesa e università non può e non deve rimanere un confronto esclusivamente istituzionale, o riguardante semplicemente i contenuti culturali.
    L’università è oggi non solo un fatto culturale (il luogo di formazione della cultura «alta»), ma sempre più anche un fatto sociale (strettamente connesso alla possibilità e alle modalità di accesso a quella cultura e anche a una «cultura» di tipo diverso, finalizzata alle nuove forme di lavoro).
    La comunità ecclesiale deve tener conto di questo cambiamento in atto, e dell’urgenza di questo cambiamento, anche all’interno del progetto culturale.
    Se il progetto culturale ha dato una spinta all’esigenza di apertura e di aggiornamento culturale all’interno della comunità ecclesiale, tuttavia sussiste ancora il rischio che questo si risolva a livello istituzionale, o nelle iniziative volte a promuovere il rapporto tra realtà ecclesiali e realtà universitarie.
    Se c’è qualcosa di fondamentale che la chiesa può ricevere oggi dall’università, oltre al contributo della riflessione culturale, è proprio la consapevolezza e la conoscenza di questo mutamento sociale e mutamento nel bisogno di cultura, che riguarda in primo luogo gli studenti, ma che investe tutta la società.
    Si pensi, per esempio, al fatto che oggi in università non c’è quasi più dialettica intergenerazionale, data la distanza che (non solo per sproporzione numerica) si è creata tra docenti e studenti. E questo è un fatto che ha delle conseguenze culturali determinanti, se crediamo che la cultura sia innanzitutto relazione.
    Per quanto riguarda invece più da vicino il rapporto fede e cultura, che il progetto culturale ha riproposto all’attenzione di tutti anche attraverso la promozione di un coordinamento tra quelle realtà che, all’interno della chiesa, hanno fatto del rapporto fede-cultura un proprio ambito di impegno, mi limiterò ad alcune brevi osservazioni, da tenere presenti in prospettiva.
    Il progetto culturale deve promuovere l’aggiornamento culturale dei cristiani che operano all’interno dei vari settori della vita sociale più o meno implicati con la cultura e che per la comunità ecclesiale possono essere impegnati nel dialogo fede-cultura. Poiché questo dialogo si realizza in una tensione dialettica tra la fede e le sue domande poste alla vita dell’uomo e la cultura (quale espressione ampia della vita dell’uomo nei suoi vari aspetti) e non nella ricerca di «soluzioni» alle domande tra fede e cultura, è quanto mai necessario che vi sia da entrambe le parti il supporto di una formazione e un aggiornamento sotto il profilo culturale.
    Ciò significa maggiore attenzione alla formazione dei fedeli anche dal punto di vista teologico, nonché l’attenzione e l’aggiornamento per quanto riguarda le novità della cultura contemporanea, anche attraverso il confronto con persone e realtà del mondo laico (e, all’interno di queste, c’è anche l’università).
    Nello specifico dei contenuti, vi sono due attenzioni, secondo me, da tenere presenti in questo momento.

    * Vecchie e nuove discipline.
    Il progetto culturale corre il rischio che corrono tutte le realtà e i soggetti che cercano di mantenere vivo e aperto il dialogo fede-cultura su un piano di studio e di iniziative culturali: quello cioè di privilegiare il confronto con le discipline di carattere umanistico e antropologico-sociale, a scapito di quelle scientifiche.
    Questa tendenza è naturale, ed è motivata dal fatto che l’interpretazione in termini culturali dei dati della fede avviene secondo metodi che afferiscono all’area umanistica (l’interpretazione dei testi sacri è fatta secondo il metodo esegetico e della critica storico-letteraria, la teologia assume invece il metodo della filosofia), e che le discipline come l’antropologia, la sociologia, la stessa economia sono utilizzate per comprendere la situazione e la vita degli uomini e delle donne nella società contemporanea.
    Tale tendenza, come ho detto, è in qualche modo connaturata all’impegno dei cristiani, e va mantenuta e salvaguardata, ma parallelamente va anche corroborato il confronto con la cultura di carattere scientifico-tecnologico, che negli ultimi decenni è entrata a far parte della vita, anche quotidiana, di un numero sempre maggiore di uomini e donne.
    In quest’ambito discipline nuove come la bioetica (che è poi un’applicazione dell’etica a un ambito particolare della scienza, ma è una disciplina quanto mai ricca di interrogativi) dimostrano indubbiamente che il confronto con lo sviluppo della ricerca scientifica e delle sue conseguenze per l’uomo è sentito e assunto come impegno da parte della chiesa, in un ambito che apre al confronto con soggetti della cultura «laica», ugualmente interessati alle domande poste dalla bioetica.
    Anche qui, però, la novità e l’urgenza di un campo di impegno e di interesse, che coinvolge non solo i cristiani, su un tema così vasto e importante, rischiano di mettere in ombra altri settori: il problema dell’ambiente, le conseguenze del progresso tecnologico sulla vita dell’uomo, sull’organizzazione del lavoro, sulle trasformazioni delle società, la giustizia o disparità con cui tali conseguenze vengono a ricadere sull’umanità intera sono problematiche non meno urgenti e che richiedono un aggiornamento continuo.

    * Dialogo con le culture.
    Una questione che riguarda invece molto da vicino la chiesa, come comunità e come istituzione insieme: la fede cristiana è diffusa in tutto il mondo, non senza al proprio interno differenze e divisioni anche difficili da vivere, come la fatica del dialogo ecumenico a volte dimostra. E proprio il dialogo ecumenico negli ultimi cinquant’anni è stato vissuto più volte con rinnovato entusiasmo, ha conosciuto momenti di apertura e di ricchezza imprevisti, ha avuto un progresso che mai si era verificato nella storia. E giustamente questo è stato riconosciuto come un dono dello Spirito. Nella ricchezza di questo dono, però, i cristiani non devono dimenticare le differenze che non sono magari confessionali, ma culturali. Se pensiamo anche solo semplicemente al fatto che la stessa teologia è nata e si è formata in un contesto culturale europeo, possiamo immaginare quanto il suo metodo e le sue categorie possano sembrare distanti ai cristiani dell’Africa o dell’India. E dal momento che da secoli il cristianesimo non è più solo un fatto europeo e occidentale, l’attenzione alle differenze culturali all’interno del cristianesimo diviene di cruciale importanza.
    In questo indubbiamente gli strumenti forniti dall’antropologia, dallo studio delle filosofie non occidentali piuttosto che dall’etnologia sono utili per comprendere anche interpretazioni diverse della stessa fede. Tuttavia, alla base di tutto questo deve stare il riconoscimento del fatto che siamo capaci di essere cristiani perché possiamo vivere ed esprimere la fede in un contesto umano, storico e culturale particolare, che dà inevitabilmente una caratterizzazione al nostro modo di vivere e pensare la fede.
    È quindi con un atto di riconoscimento e accoglienza delle diversità, prima ancora che di comprensione chiara e definitiva delle stesse, che all’interno della chiesa si può realizzare il dialogo tra la fede e le culture. Questo, credo, è uno dei requisiti fondamentali che un progetto culturale che voglia essere adeguato alla realtà contemporanea deve avere.


    PICCOLA BIBLIOGRAFIA

    Sullo stato e prospettive della formazione superiore in Italia:
    * Ute Lindner, Il guado. Analisi, riflessioni e proposte sull’istruzione terziaria, in «Il Mulino» 3/96.
    Un’analisi generale, ma attuale, sull’istruzione terziaria, intesa come offerta di istruzione superiore diversificata che tenga conto sia dell’urgenza dell’adeguamento ai bisogni di una società in mutamento sia dell’esigenza di ricreare i canali attraverso cui si prepara una classe dirigente.
    * Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, L’abbandono universitario: analisi e proposte, ottobre 1993. È di importanza fondamentale sia perché ha influenzato la legislazione successiva, sia perché il problema dell’abbandono si è scoperto essere centrale in Italia.
    * Sui cambiamenti dell’università negli ultimi cinquant’anni si veda anche il capitolo introduttivo al volume Chi governa l’università? Il mondo accademico italiano tra conservazione e mutamento, a cura di Roberto Moscati, Liguori 1997.

    Sul diritto allo studio:
    * Guido Martinotti, Un regalo alla classe media: chi paga il costo degli studi universitari, «Il Mulino» 3/94.
    Dati alla mano si dimostra come i costi dell’istruzione universitaria dei figli della classe media siano pagati dalla classe bassa che non manda i figli all’università. Ineccepibile l’analisi, discutibili le successive interpretazioni.
    * Giuseppe Catalano – Paolo Silvestri, Chi paga l’istruzione universitaria, Franco Angeli 1993.
    Uno dei testi base dell’analisi sul diritto allo studio, utile per un approccio al tema e per un primo approfondimento generale.

    Sulla partecipazione degli studenti alla vita universitaria:
    * Cittadinanza universitaria: il caso italiano, i modelli europei, Atti dell’Assemblea Federale FUCI 1997, in «Ricerca» n. 4/97, interventi di Diego Toma, Alessandro Cavalli, Kathrine Vangen.

    Sui cambiamenti recenti, in corso e le prospettive di riforma delle università italiane:
    * Verifica dei piani di sviluppo dell’università 1998-90 e 1991-93 (a cura dell’Osservatorio nazionale del Sistema universitario presso il MURST, https://www.murst.it, sotto «osservatorio nazionale – pubblicazioni dell’osservatorio»).
    * Autonomia didattica e innovazione dei corsi di studio di livello universitario e post-universitario, Rapporto finale del gruppo di lavoro incaricato dal MURST, a cura di Guido Martinotti (https://www.murst.it).


    NOTE

    [1] Alcuni problemi dell’università e della cultura in Italia, Lettera del Consiglio episcopale permanente della CEI, 1990; Presenza della Chiesa nell’università e nella cultura universitaria, a cura della Congregazione per l’educazione cattolica, del Pontificio Consiglio per i laici e del Pontificio Consiglio della cultura, 1994.
    [2] Si intende qui come istruzione di primo grado, o primaria, quella data dalla scuola elementare e media inferiore; come istruzione di secondo grado, o secondaria, quella data dalla scuola media superiore; come istruzione di terzo grado, o terziaria, quella data generalmente dall’università. Per maggiore chiarezza aggiungo che generalmente con istruzione si intende la formazione data dalla scuola e/o dall’università, mentre il termine formazione comprende sia l’istruzione che la formazione fornita da altri enti o soggetti (comprendendo quindi anche la formazione professionale o i masters). Con i termini formazione terziaria o postsecondaria o (a volte) superiore si intendono quindi tutte le possibilità formative, universitarie e non, che si collocano dopo la scuola secondaria. È abbastanza evidente che, in Italia, la formazione terziaria è stata finora quasi esclusivamente di carattere universitario.
    [3] Si veda a questo proposito l’intervento di Paolo Prodi al 53° congresso Nazionale della FUCI, Università l’altra faccia della medaglia, pubblicato in «Ricerca», n. 12/1996, oppure lo stesso pubblicato ne «Il Mulino», n. 3/1996.